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Self-publishing e pregiudizi 1

Self-publishing e pregiudizi

Summary:

Approfittando di un’analisi fallace sul self-publishing, smontiamo pregiudizi, falsi miti e credenze sull’autopubblicazione.

O del: lo spite che move il sole e le altre stelle

Questa volta non è colpa di Linda se scrivo questo articolo, ma di un fattore scatenante accaduto su Threads. L’autrice del fattaccio, Giulia Blasi, si è ampiamente scusata per la sua uscita infelice (in fondo tutti sbagliamo, l’importante è riconoscerlo); non voglio girare il dito nella piaga ma secondo me questo è sintomo di una scarsa conoscenza dell’argomento self-publishing, in generale e non solo da parte sua.

Quindi cosa facciamo noi? Ne approfittiamo per fare divulgazione.

Il fatto e la questione editing

Il 5 aprile 2024, Giulia Blasi (scrittrice e giornalista specializzata sul tema del femminismo) ha pubblicato su Threads una serie di post che hanno spiazzato la comunità degli scrittori (ma anche dei lettori) in merito al self-publishing.

No, non è pensabile di fare un buon libro col self-publishing. Anche gli autori e le autrici con più mestiere, quelli che consegnano libri ben confezionati dal punto di vista dell’architettura narrativa o della scrittura, hanno bisogno di passare per un processo di editing per arrivare a un prodotto finale che sia buono, curato, il più possibile simile a quello che avevano in testa. L’editing è essenziale per arrivare a quell’obiettivo, non è una distrazione.

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Confesso che quando ho letto questo post, non ci ho visto più. Capitemi: io combatto ormai da tempo una battaglia contro il Salone del Libro al fine di legittimare la presenza dei self-publisher alla fiera più importante d’Italia per la letteratura (e ci sto ancora lavorando, stay tuned per il programma del Salone tra pochi giorni, il 12 aprile) e leggere questo post da parte di una persona che stimo è stato doloroso.

Ma andiamo avanti, perché non è finita qui.

Se pubblichi in self, o peggio, con gli EAP, non solo finisci per avere per le mani un prodotto non finito – per usare una metafora casearia: la massa cagliata, non il formaggio – ma puoi scordarti di essere preso sul serio. L’editoria pubblica già una montagna di roba, l’attenzione di chi legge e giudica i libri è selettiva “EEEH MA ITALO SVEVO”, sì, Italo Svevo non aveva la concorrenza di decine di autori che uscivano lo stesso giorno e che facevano a botte per conquistare spazio.

Cosa concludiamo, da questi post? Pensiamo al lettore medio, che non sa nulla di editoria, non sa nulla del processo alle spalle di un libro, che arriva e legge queste parole. Quello che penserà è che tutti i libri autopubblicati sono immondizia senza appello, roba vomitata sul mercato senza alcun tipo di selezione, di cura, di tutte quelle cose che rendono un libro un libro. Ma è davvero così?

Breve storia del selfpublishing in Italia

In Italia il fenomeno dell’autopubblicazione è esploso intorno – se non erro – al 2010, quando Amazon KDP è giunto anche da noi (nota: potrei sbagliarmi, perché non trovo più info in merito; se avete date più precise, segnalate pure nei commenti), ma non è che prima non esistesse. I servizi per il self-publishing sono sempre esistiti, solo che Amazon è in grado di arrivare a più persone con costi nettamente inferiori.

È altresì vero che, per diversi anni, il self-publishing è stato usato come sfogatoio da tantissimi autori: gente che non veniva selezionata dalle case editrici, gente che buttava lì il proprio libro invece di darlo in pasto agli EAP, cose genericamente fatte alla cazzo di cane… Tutte cose che accadono sempre quando arriva un nuovo strumento dalle incredibili capacità, a cui tutti si approcciano senza un minimo di competenza.

La situazione, però, è cambiata profondamente nel corso degli anni. Complice l’esempio d’oltralpe (negli States e nel Regno Unito quella del self è una professione riconosciuta a tutti gli effetti, senza distinzione), anche da noi si è iniziato ad autoregolamentarsi. Perché uno dei problemi principali del self è che pubblica tantissima gente, quindi è necessario trovare un modo per distinguersi dalla massa. E come si fa? Con la qualità.

Hanno dunque iniziato a fiorire i servizi editoriali specifici per il self-publishing. Commissionare copertine accattivanti e ben fatte (che spesso superano qualitativamente quelle di molti editori), affiancarsi a un editor, trovare un impaginatore e tante altre cose sono diventate la norma.

Di fatto, l’autore ha preso il posto dell’editore e si è assunto il rischio d’impresa, facendosene carico in toto, e investendo sui propri libri il più possibile per mostrarne la qualità.

Esistono ancora i libri di merda? Sì, ma così come ne esistono in editoria tradizionale e il discorso sull’editing di Giulia Blasi fa abbastanza sorridere, considerato quanti grossi editori vanno a pesca su Wattpad (a proposito, seguitemi) per poi pubblicare queste storie praticamente senza editing e con tutti gli errori che presentavano in originale.

Il preconcetto della vanity press

Giulia scrive ancora:

Pubblicare in self per fretta, mancanza di autostima, o peggio, perché pensi di guadagnarci di più non è un modo per costruirsi un percorso come scrittori o scrittrici. Meglio una casa editrice medio-piccola e seria, che ti dà un anticipo e investe su di te, piuttosto che il self.

Questo è, se possibile, il mio punto preferito di tutto il suo discorso: rappresenta al 100% il pregiudizio del self che pubblica esclusivamente poiché “nessuno se lo caga”. È molto interessante perché parte da un presupposto che tutti danno per scontato, ovvero che chiunque vorrebbe pubblicare con un grosso editore (o che questi dia prestigio); la realtà, però, è molto, molto diversa. Aggiungo inoltre che quasi nessun piccolo editore dà anticipi. E certo non parliamo di cifre paragonabili a quelle del mondo editoriale americano che sentiamo nei film o nelle serie tv. 

Sembrerà incredibile in questa società basata sul capitalismo e sul successo a tutti i costi, ma non tutti gli autori self vogliono pubblicare con un grosso editore. O meglio: non vogliono pubblicare con un editore, punto.

Inizierei parlando della mia esperienza come autrice, perché, per ovvie ragioni, è quella che conosco meglio. Quando ho iniziato a scrivere, come tutti non avevo le idee chiare. Le mie prime pubblicazioni sono state racconti all’interno di diverse antologie, per poi arrivare a un editore “tradizionale” (nel senso relativo del termine, poiché è stato uno dei primi editori digitali dell’epoca) per la quale poi sono finita a lavorare.

Dalla mia esperienza presso quell’editore, ho imparato molte cose: come nasce un libro, qual è la filiera della pubblicazione, cosa sono le cose che servono per fare un libro, come si fa un editing, ma soprattutto ho imparato che avrei fatto meglio a farmi le cose da sola. Perché se c’è stata una cosa che mi ha impressionata, è stata l’incredibile incompetenza del settore editoriale dell’epoca (non tanto del mio editore, ma di tutti quelli che ci circondavano).

Ho quindi iniziato a darmi all’autopubblicazione, per un motivo ben preciso che ai più potrà sembrare scontato, ma a cui nessuno pensa mai: non c’era nessun editore che avrebbe pubblicato quello che io scrivevo. Non perché scrivessi male, bensì perché ero molto conscia che nessuno, ripeto nessuno in Italia, in quel momento, avrebbe pubblicato romance MM erotico scritto da una donna – e infatti è poi accaduto quando Dreamspinner Press ha esordito sul mercato italiano, portando alla nascita di Triskell Edizioni e Quixote Edizioni, specializzate nel genere. Nello specifico, Quixote è il mio attuale editore.

Ci avevo provato, eh.

Tutte quelle feste di gente con le toppe sui gomiti dovevano pur servire a qualcosa e così è stato. Ho sottoposto il problema a diversi editor e tutti mi avevano dato la stessa risposta: non si poteva fare. L’editore per cui lavoravo all’epoca pubblicava quello che scrivevo semplicemente perché era finalizzato all’erotico puro, ma non al romance. Non c’era verso per me di arrivare più in alto con quello che scrivevo, nonostante fosse generalmente apprezzato.

È stato qui che ho capito che il self-publishing sarebbe stata la mia strada, perché avrei tracciato un solco che prima di me non esisteva (questo poi ha portato al 2019 con la nascita di Lux Lab, ma io, nel self, ci ho sempre lavorato con i fumetti, e avevo ormai accumulato una vasta esperienza nell’ambito). Intorno a me, intanto, tantissimi altri autori facevano lo stesso ragionamento: hanno deciso di puntare alla qualità dei propri libri, costruendosi quello che oggi chiamiamo personal branding, ossia una reputazione come bravi autori self di cui ci si poteva fidare. E tutto questo accadeva quando i mezzi a disposizione erano limitatissimi e l’unico formato disponibile era l’ebook – con KDP il formato cartaceo è arrivato dopo.

Il prestigio sociale della pubblicazione

Giulia scrive ancora:

No, se pubblichi in self non sei un autore o un’autrice “emergente”. Come spiegava @giorgeliot (di Effequ) proprio qui, non molto tempo fa, l’emergente è qualcuno che ha pubblicato qualcosa di interessante e originale all’interno dei circuiti dell’editoria e dei premi. Quello è l’atto dell’emergere. Si può diventare scrittori o scrittrici anche in altri modi, ma il self è buttare, letteralmente, il vostro lavoro.

Qui c’è un’altra problematica, ovvero quello dell’acquisizione di uno status sociale in base a quello che viene percepito come un “dono dall’alto”. L’editore, in quanto promotore di cultura (Á̵͍̺͛H̵̺̜̾Ạ̸͇͗̽H̷̺̚A̴̖̎̔H̵̻͔̍͆Ä̸̤̘́H̷͈͋͛A̴̬̲͆Ȟ̴̢͓Ǻ̷̩H̸̯̋͒A̶̺̅Ḥ̶̖̈́Ḧ̷͇̼́̌Ǎ̷͔̃H̵͉̏A̴̤̍́Ḫ̵̫̎À̶͍̺̋H̵͉̦͊́Ḁ̸̛H̵͚̆A̴̧̔̈H̶̬͋Ả̸̤̑H̸̳̠̚A̶̪̝̋Ḧ̷̯́H̸͇͎̀͝Á̷̦͜H̶̡͔͠Ȧ̶̲͐H̷̢̝̐͝Ȃ̷͕̝̂H̶̜̓͒Ḩ̶̙̀Ă̴̓͜H̸̠̙͒Ä̶̧́H̸̗͚̍A̸̜̤̾͘H̸̰͂̊A̸̰̋͘Ḧ̶̦Ȃ̴̮̞̑H̶̪̍̏Á̶͕̦H̶͕̟͌A̵̡̼͑̀A̸͍͂͂H̶̭͛̏ scusate) ti eleva a scrittore, posandoti la coroncina sulla testa e dando il tuo libro alle stampe.

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Qui assistiamo alla sempiterna lotta tra chi crede che l’editore sia un angelo disceso dal paradiso e chi, come me, è una persona cinica che vede le cose come stanno, ossia che gli editori sono nient’altro che aziende che devono portare a casa i soldi, e lo fanno in tutti i modi possibili. Perché se la qualità fosse il discrimine, centinaia di editori non esisterebbero e le librerie sarebbero mezze vuote. Anzi, tre quarti vuote.

L’immancabile Vannacci

Per concludere, Giulia Blasi termina la sua serie di post nominando il caso di self-publishing più eclatante degli ultimi mesi, ovvero il libro di Vannacci.

E poi scrivete per divertirvi e mettete le cose in self perché avete zero ambizioni, oh, va bene. Ma mi raccomando l’onestà: avere ambizione non è una cosa brutta, sognare un riconoscimento per il proprio valore è giusto e umano e sacrosanto. Se volete davvero investire sulla scrittura, Vannacci is not the way to go.

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Per quanto personalmente lo detesti, in realtà Vannacci ha, a tutti gli effetti, fatto il percorso che ci si auspica da un self-publisher: partire dal basso, avere successo, essere acquisito da una casa editrice che ha deciso di infilare il muso nella mangiatoia. Il fatto che fosse un libro discutibile spinto dai media non cambia di una virgola il discorso.

Il clamore intorno al generale è stato attivato dai media mainstream, prima ancora che dai social network, e da ministri che lo hanno dichiarato “voce del popolo” e una serie di altre assai discutibili definizioni, facendo di fatto da megafono a Vannacci. Poi è partita la macchina di quelli che, disprezzando pubblicamente il suo libro, hanno probabilmente indotto molti ad acquistarlo per vedere “se era davvero così male”. Ma anche questo meriterebbe una parentesi a parte. Certo, “Vannacci is not the way to go” se vi aspettate che parlamentari e capi di partito si lancino a farvi da promoter, diciamo così, ma non credo ci sia bisogno neanche di specificarlo.

È anche interessante vedere, però, come alcune delle persone che si scagliano contro il self, malgrado una lunga carriera anche come autori di romanzi o saggi, abbiano scoperto una “nuova vita” editoriale con i social network e dopo essere diventati influencer. Un lavoro impegnativo e complesso di personal branding, mettiamolo in chiaro: non ci si improvvisa influencer e non è detto che un divulgatore o un giornalista automaticamente possa ottenere tanto successo di pubblico. Tuttavia, ci sono così tanti gradi di separazione tra un self-publisher che si costruisce una nicchia di lettori e un influencer che forte dei suoi… diciamo 50.000 follower può pubblicare un libro con una grossa casa editrice? E tale casa editrice, guarderà al valore dei contenuti o a questi numeri sui social sperando di massimizzare le vendite?

Sul discorso delle ambizioni, invece, ammetto che non so cosa dire, perché non capisco come un concetto chiave non venga neanche preso in considerazione, ossia: non tutti abbiamo le stesse ambizioni, non tutti vogliamo le stesse cose, non tutti abbiamo lo stesso punto di arrivo.

La distribuzione editoriale

Sembra persino sconvolta nell’apprendere che la maggior parte dei self oggigiorno si muove in branchi composti da autore/editor/grafico, ma non mancano quelli che parlano di distribuzione, come evidenza Dario Bressanini (ed è interessante vedere come sempre più divulgatori ed influencer di altri settori, come Bressanini, si esprimano nel #BookThreads):

Vedo che nei commenti ci si focalizza solo sull’editing, oscurando anche gli altri punti critici. Per esempio la distribuzione, (cosa da considerare anche per CE molto piccole).

Dario Bressanini parla abbastanza spesso di distribuzione e, come tutti quelli che si ritrovano in una posizione simile, risponde solo ai commenti che gli danno ragione. Quindi userò questo spazio che dire che no, la distribuzione non è un problema dei soli self-publisher.

Messaggerie è il più grande distributore italiano e, di fatto, è anche il più grande scoglio per chiunque, non solo gli editori. Per i self è impossibile accedervi, gli editori più piccoli non hanno la possibilità di aderirvi e i medi si indebitano per poter pagare la distribuzione, che si mangia il 60% del costo di copertina del libro – salvo poi, in casi sempre più frequenti, non trovarlo manco in libreria e non poterlo nemmeno ordinare.

Diciamo che non mi stupisce che due autori, entrambi pubblicati da grosse case editrici, puntino sull’aspetto della distribuzione, quando non è esattamente il loro problema primario…

La distribuzione per i self

Mentre l’editoria tradizionale si muove intorno a Messaggerie, il self-publishing basa tutto il proprio sistema distributivo su più piattaforme online (una di queste quelle del crowdfunding), ma nello specifico della narrativa si basa sull’arcinemico del sistema distributivo italiano: Amazon.

È proprio tramite Amazon Kindle Direct Publishing che i self-publisher trovano sia la possibilità di pubblicare, sia la distribuzione: infatti, tecnicamente Amazon mette a disposizione delle librerie la piattaforma Amazon Librerie per i librai… ma sappiamo benissimo che, essendo la maggior parte delle librerie in mano al gruppo editoriale di cui sopra e il resto degli indipendenti gente che vede Amazon come l’anticristo, non ci sarà mai alcuna distribuzione in tal senso per i self.

Il self si muove dunque principalmente in digitale (sebbene ci sia anche la possibilità di stampa in print on demand). Sul discorso che gli ebook non sono libri veri ci siamo già passati al panel di BookToTheFuture del Salone del Libro qualcosa come 10 anni fa, per cui se per voi va bene uguale salterei avanti.

Per questa ragione, però, bisogna essere onesti e dire che il self funziona meglio in alcuni generi piuttosto che altri.

Per esempio il genere di elezione del self è il romance (sia MF, ma soprattutto MM per le problematiche che vi esponevo prima). Le lettrici non fanno alcuna distinzione tra self ed editore, comprano indistintamente, soprattutto perché è un genere ad alto tasso di consumo, e funziona meglio in digitale perché costa meno. Gli altri generi fanno sicuramente molta più fatica ad affermarsi in tal senso.

Il pregiudizio fa male a tutti

Ogni volta che si parla di self-publishing in editoria di libri c’è sempre questa stessa identica querelle. Eppure nessuno ha mai dubbi sul valore dell’underground del fumetto (a tal proposito vi consiglio di rivedere questo mio intervento a Lucca Comics in cui ho dialogato in merito al self-publishing con Claudio Di Biagio, Ariel Vittori di Attaccapanni Press – realtà self del fumetto – e la mia socia Juls SK Vernet) o della musica alternativa. Nessuno è mai andato a dare degli stronzi agli Afterhours perché sono distribuiti da un’etichetta discografica autoprodotta, né qualcuno è mai andato da Attaccapanni Press, il cui valore di prodotti editoriali è nettamente superiore a quello di molti editori, a dire loro che sono altrettanto stronzi perché si autofinanziano tramite campagne di crowdfunding.

La scrittura, invece, è stato elevato per qualche motivo a qualcosa di altissimo, purissimo e levissimo, che guarda caso è sempre una passione, sempre un hobby, sempre qualcosa di aleatorio… finché non pubblichi con un grande editore. Allora lì diventa una professione. Che caso.

Questo concetto è tutto italiano. Ora, non per fare quella che “all’estero sono più bravi di noi”, ma oggettivamente sono più bravi di noi. All’estero campare di scrittura è possibile (anche per tutta un’altra serie di motivi), è un’attività riconosciuta e nessuno ci trova niente di strano se qualcuno dice di essere un autore self-publisher.

Diamine, la maggior parte del mio lavoro di traduttrice si basa sull’essere pagata per tradurre libri autopubblicati che vengono poi proposti qui in Italia dall’editore per cui lavoro, ma di cosa stiamo parlando, ragazzi? Stiamo qui tutti a sbavare su The Martian quando nessun editore se lo è filato finché non ha venduto migliaia di copie in self, e a quel punto hanno venduto le loro madri pur di averlo.

Perché dire che il self-publishing è merda è sbagliato, ossia i casi di self diventati famosi

Parlando proprio di The Martian, ci tengo a specificare perché questo concetto tutto italiano del dire che “il self-publishing significa rovinarsi la carriera” è una sciocchezza.

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L’uomo di Marte di Andy Weir, è stato autopubblicato tramite Amazon KDP nel 2011, in quanto il suo romanzo è stato rifiutato da praticamente tutti gli agenti letterari ed editori. Inizialmente l’autore lo postava a puntate sul suo sito, ma i lettori lo volevano in formato più leggibile; così, Weir decise di farne un ebook che sbatté su KDP, alla modica cifra di 0,99$.

In tre mesi, L’uomo di Marte ha venduto 35’000 copie. Trentacinquemila, in self-publishing. Non so se ci rendiamo conto. Dopo un successo del genere in self-publishing, casualmente tutti gli editori prima disinteressati, si sono stracciati le vesti per averlo (perché ricordiamoci: gli editori sono aziende che fanno soldi, hanno pochissimo a che vedere con la cultura in generale).

Due anni dopo, nel 2013, sono stati opzionati i diritti del film, che ha visto la luce nel 2015, con protagonista Matt Damon e il titolo del film è diventato “The Martian.”

Stessa sorte ha subito la trilogia del Silo di Hugh Howney (Whool, Shift e Dust), il cui successo è stato enorme, ma l’autore ha venduto i diritti a un editore (per mezzo milione di dollari) per la sola versione cartacea. Oggi abbiamo anche Silo, la serie tv distribuita da AppleTV+.

Brandon Sanderson, noto autore della saga di Mistborn, dopo una vita passata con editori ha deciso, nel 2022, di autopubblicare i suoi romanzi tramite campagne di crowdfunding su Kickstarter.

Per passare all’Italia, non è andata molto diversamente a Erin Doom: sebbene non si possa ritenere self-publishing al 100%, Il Fabbricante di lacrime è comunque nato sulla piattaforma di Wattpad, prima di essere assimilato da Salani. Ora è anche un film.

MM84 di Ju Maybe è di nuovo stato inizialmente autopubblicato su Wattpad, prima di essere opzionato da La Corte Editore. Anche questo libro prossimamente diventerà una serie tv, è stata annunciata la vendita dei diritti cinematografici.

E per restare in casa: Ester Manzini, autrice di Lux Lab, pubblicherà a maggio per Giunti dopo essere stata notata per via del nostro Almost Cyrano.

Io stessa sono stata scoutata su Wattpad non una, ma due volte e il mio attuale editore, Quixote Edizioni, mi ha scelta come autrice proprio perché vado bene in self.

Ci sono centinaia di autrici di romance FM che Newton Compton ha tirato con la pesca a strascico da Amazon nel self-publishing, per citarne una su tutte: Laura Rocca.

Questi sono solo alcuni esempi, quindi signori: di che stiamo parliamo, esattamente? Almeno metà dei libri stranieri che comprate in italiano in originale sono autoprodotti.
Questo significa che tutti i libri autopubblicati sono bellissimi? Ovviamente no. Questi però sono esempi chiari ed evidenti che non sempre editore = fonte della saggezza da cui abbeverarsi. Perché probabilmente pure Harry Potter sarebbe finito in self-publishing, se la TERF J. K. Rowling avesse scritto quel libro 10 anni più tardi, quando KDP è diventato disponibile. Questo è quello che intendo quando dico che c’è un problema di classismo.

Il self è democratico.

Il self ha permesso a questi autori e autrici di poter dare la luce ai loro libri, belli o brutti che fossero, ma l’hanno fatto perché le storie sono sempre più importanti di chi le scrive, ma soprattutto sono più importanti di un editore che ne dovrebbe giudicare “il valore”.

In conclusione

Ci sarebbero molte altre cose che avrei potuto aggiungere e che probabilmente farò una volta che questo articolo verrà pubblicato (come se non avessi fatto già per l’articolo sul romance, lol), per cui vi invito a esporre le vostre riflessioni e domande in merito, così potrò rispondervi nel prossimo pezzo.

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2 commenti
  • Concordo con la disamina che fai e gongolo per questa notizia: Ester Manzini, autrice di Lux Lab, pubblicherà a maggio per Giunti. Sto leggendo “La valle del silenzio” e mi sta confermando il valore della scrittura di Ester.

  • Concordo anche con le virgole, e potremmo citare tanti altri esempi di libri pubblicati in self in origine e in Italia da grandi CE.
    Comunque il FRI24 ha dimostrato come i lettorɜ se ne sbattono se i tuoi libri sono in self o con CE.