Jonathan Bazzi e la povertà del lavoro culturale

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Pubblicato il 13 Novembre 2025

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“Questa la mia situazione alla fine del mese scorso. Ma come, ti si legge dappertutto – spesso ho visto scritto nei commenti ai miei articoli sulla precarietà e la difficoltà nell’avere una vita materiale decente. Questo Paese ha un mastodontico problema col valore assegnato alla cultura e al lavoro intellettuale. Perché se le cose stanno così – se si viene pagati poco, e sempre mesi e mesi dopo –, significa che si permette continui a vigere un enorme filtro di classe nell’ambiente culturale. Io dovevo scrivere, per forza: per farlo ho resistito e resisto. Quanti invece mollano il colpo? Quanti si arrangiano con soluzioni momentanee che diventano poi una vita che non hanno scelto? Le voci del dibattito pubblico in questo modo hanno coordinate specifiche: quelle del privilegio. Cosa vedono, cosa racconteranno? Tornato dalle vacanze, quest’anno, ho cercato di rendere più strutturate e certe le mie collaborazioni, a modo mio ho chiesto aiuto. Ma ho sollevato il coperchio di un vaso di cui non avrei voluto vedere il contenuto. Compensi inferiori a quello che prende (all’ora) un addetto alle pulizie, contrattualizzazioni come sacri Graal, esclusive imposte (se scrivi anche altrove non va bene!) in cambio di euro zero. Sembra il mio estratto conto, ma è una questione generazionale e di classe sociale. Questa è ancora una questione politica.”

Il post di Jonathan Bazzi sul suo profilo Facebook

Jonathan Bazzi è uno scrittore e un millennial: due cose che, in Italia, depongono a sfavore di una posizione economica solida. 

Se per la seconda non c’è soluzione, per la prima, beh, c’è quello che fanno praticamente tutte le persone che bazzicano l’editoria, dall’autore bestseller finalista dello Strega 2020 come lui all’ultimo degli apprendisti correttori di bozze: ci si arrabatta. 

Alla scrittura di romanzi o saggi si affianca quella di articoli per riviste, attività di copywriting o di coaching, oppure l’insegnamento in scuole più o meno prestigiose. Si inizia a fare editing, traduzioni, valutazioni, impaginazioni, illustrazioni, si organizzano eventi, si aprono profili su piattaforme di crowdfunding. Se il libro si presta a essere portato nelle classi, ci si inventa laboratori, si cercano insegnanti a cui proporre l’attività e (si spera) l’acquisto di 20-25 copie del libro. Si creano scuole e workshop di scrittura, unendo magari ai corsi un’attività di scouting per le case editrici con cui si ha un buon rapporto, si partecipa a eventi e festival (sperando almeno nel gettone di presenza o nel rimborso spese), si pubblicano podcast e si creano rubriche per costruirsi una nicchia di fan… 

Insomma, si entra nel sistema. 

Il post di Bazzi su Facebook

Il lavoro intellettuale e la percezione del valore

Quello che Bazzi denuncia nel suo post online (che ha ricevuto in poco tempo un paio di centinaia di commenti partecipi e decine di condivisioni da parte dell’intellighenzia: mica male su quello zombie di Facebook) è un fenomeno molto noto a chiunque frequenti l’ambiente editoriale. 

Compensi bassi, versati a 90 o 120 giorni dalla prestazione, contratti non pervenuti, sindacati inesistenti, “live” spesso gratuite o mal compensate, un settore ingolfato in cui è necessario investire ore scrivendo email, che siano all’editore o ai giornalisti o all’avvocato. 

Appoggiandosi al post di Bazzi, Emanuele Bosso ha proseguito questa denuncia che a qualcuno sembrerà un po’ la scoperta dell’acqua calda: in Italia, il lavoro culturale è considerato un hobby per chi può permetterselo, compensato in contatti e “visibilità” che pagano, se pagano, dopo anni. E nel frattempo?

Nel quadro di un momento storico che pare tornato al feudalesimo, dove la maggior parte delle persone “possiede” sempre meno, ma lavora per altri che possiedono tutto e paga per usarne i servizi, che l’arte sia tornata appannaggio di pochi privilegiati mantenuti da mecenati non dovrebbe sorprendere. 

Ne parlava qualche settimana fa anche Maria Cafagna nella puntata del 21 ottobre del suo Autonoma – Podcast forfettario, spiegando perché per i lavoratori culturali sia fondamentale partecipare agli eventi del settore. Per vendere qualche copia in più del proprio libro, certo, ma soprattutto per fare curriculum, per mantenersi sulla scena, per rafforzare o stringere relazioni che potrebbero portare a nuove opportunità. 

Oltre che per evitare lo stigma di “essere difficili”, perché se si comincia a rifiutare, inviti o collaborazioni non te ne arrivano più. E dato quanto piccola, piccolissima è la scena culturale italiana, anche il minimo ostracismo si traduce in una uscita “dal sistema”. Spesso definitiva. 

Il discorso delle difficoltà intrinseche al settore culturale (che non è solo editoriale, ma su quello, adesso, ci concentriamo) si intreccia con altri livelli, come le disparità di genere. Sempre nel suo podcast, Cafagna riporta l’esperienza di una sua amica: partecipare a un evento culturale, per una madre, spesso significa organizzare non solo l’intervento e gli spostamenti, ma anche la struttura “alternativa” intorno ai figli (chi va a prenderli a scuola, chi li aiuta nei compiti o li porta alle attività pomeridiane e così via). Lo stesso se, invece di figli, parliamo di genitori anziani o altri familiari cui si fa da caregiver. 

Il tema della gestione familiare di rado emerge quando sono gli uomini a lamentarsi dello stato del lavoro in Italia, eppure anche questo è un elemento discriminante e aggiunge un ulteriore passaggio di spese e organizzazione affinché l’assenza dalla routine familiare sia coperta. 

Ha senso partecipare a un incontro per un gettone di presenza che ti varrà meno di quanto, a fine giornata, avrai speso per la babysitter? 

La differenza di percezione tra vecchia guardia e nuove generazioni

“Quando si parla di lavoro intellettuale si parla di lavoro, punto”, scrive Loredana Lipperini, una delle personalità del settore che hanno commentato il post di Bazzi, rilanciandolo, creando una selva di commenti, condivisioni, repliche, post su blog, caroselli Instagram. Assieme a lei, decine di scrittori, giornalisti, editor o persone che avrebbero voluto seguire queste professioni e hanno rinunciato per qualcosa di più remunerativo — o almeno, stabile. 

Persone che rivendicano, come Bazzi, i sacrifici fatti, le testate fallite, i lavori mai pagati. 

Ma se il lavoro immateriale non gode di considerazione in Italia, di chi è la colpa? 

Non è che questa situazione è anche figlia di chi si poteva permettere di fare compromessi, di accettare il contratto ribassato pur di non abbandonare il settore, di chi poteva contare su un’altra entrata? 

Scavando fra i commenti emerge una divisione: da un lato le persone, per lo più sopra i quarant’anni, che nel settore cultural-editoriale sono entrate quando ancora questo era in grado di sostenere chi se ne occupava. Dall’altro, alcuni degli sfottò e delle critiche più feroci vengono da giovani che, nel settore, avrebbero voluto entrarci e l’hanno trovato già blindato.

È la posizione di Giulia Usala, online Kants Exhibition (questa estate ne avevo già parlato, riguardo alla denuncia della Holden). 

Cinicamente, ci vedo della verità. Vedo un settore saturo, gonfio, morente, diventato così per responsabilità di persone delle generazioni precedenti che ora se ne lamentano, mentre per chiunque abbia meno di quarant’anni non c’è mai stata alternativa. 

È davvero giusto generalizzare un “voi”, quando all’interno del mondo culturale ci sono ruoli e condizioni molto varie?

Personalmente credo non lo sia o per lo meno che non serva ad altro che a togliersi un sassolino dalla scarpa, esattamente come ha fatto Bazzi con il suo sfogo. 

Forse è proprio qui che si dovrebbe spostare la conversazione: dal “chi soffre di più” e “chi ha più torto” al “come se ne esce”.

Perché lamentarsi serve, ma solo se è il primo passo verso qualcosa di concreto.

Il momento “lamentino”, per quanto umano, ha il limite dell’individualità. 

Leggendo i commenti, emerge chiarissimo, in tutti i vari “grazie del tuo coraggio, anche io…”. 

Parlare di sindacati, di contratti, di tutele trasversali non è un’utopia, ma un modo per ricordarci che la guerra va fatta alle condizioni che ci tengono precari e ricattabili, non tra noi. Che siamo, appunto, “noi”, insieme. 

Il martello della purezza

C’è sempre una sorta di fascino perverso nel poter dire frasi come “il sistema siete voi”.
Scarica chi la pronuncia di ogni responsabilità, schiaccia chi la riceve, è netta, definitiva. 

Peccato che questo tipo di affermazioni, fatte col nobile intento di smascherare una ipocrisia collettiva, finiscano per far cadere chi le pronuncia in un’altra: quella della purezza morale.

In questo 2025, poche cose mi hanno fatta incazzare come una manifesta purezza morale da sbattere in faccia a chiunque non sia “all’altezza”. 

Come tutto ciò che semplifica temi complessi e stratificati, dire “siete voi il sistema” chiude il discorso prima ancora che inizi, non apre alla comprensione, riduce un fenomeno complesso alla complicità individuale, al tempo stesso così noto a chi lo tocca quotidianamente e così invisibile a chi, dall’esterno, pensa che pure due spicci siano troppi, quando si fa di una passione un lavoro (mai che questo discorso sia applicato ai calciatori, oh).  

La precarietà culturale in Italia è reale, cronica e strutturale, tocca chi si occupa di editoria quanto chi fa teatro o cinema, chi lavora nei musei e chi organizza eventi. 

Tutte queste realtà che ho citato hanno poi, al loro interno, persone più o meno corrette: un mosaico complesso di produttori che non pagano maestranze, consulenze gonfiate per amici, registi che rubano trame e non pagano l’opera originale, furbi che lucrano su promesse di lavoro, grandi festival tirchi e microscopici festival gratuiti… e scuole dai prezzi calmierati, editori che pagano con puntualità, freelance che potrebbero fare altro, ma il lavoro lo amano e provano a resistere.

Quello che l’argomento della purezza fa è proprio distruggere l’autenticità dell’interlocutore, delegittimandolo e privandolo di credibilità.

Sposta la responsabilità della situazione attuale dai meccanismi alle persone; e sì, farlo è molto comodo, soprattutto quando ci si descrive come eticamente superiori grazie alla propria posizione esterna, incorrotta per via della propria marginalità. Questa moralità superiore è falsa, perché l’idea che solo chi non partecipa a un sistema possa denunciarne le storture è sicuramente efficace sul piano emotivo e retorico, ma non per questo si rivela realistica. 

Comodo e meschino, come accusare chi si aggrappa ai resti galleggianti di non aver impedito il naufragio. 

Se ogni volta che qualcuno denuncia la precarietà, propria o altrui, lo accusiamo di “alimentarla”, gli unici effetti saranno il silenzio e la lotta orizzontale fra persone che dovrebbero, invece, guardare assieme in alto e capire come riformare la fanga in cui stanno. 

Corinzi 5,9-11

Mentre scorrevo i post e i commenti di questa e quell’altra fazione (!) mi tornavano in mente i pomeriggi del catechismo. Una serie di osservazioni paoline riassumibili con la dottrina per cui il cristiano deve essere nel mondo, ma non del mondo. Tradotto: il cristiano vive nel mondo e nelle sue storture, ma questo non implica che non possa avere una mentalità e un sentire diverso, proiettato alla vita eterna. 

Ecco, se vale per i cristiani e per la fede, perché non per tutto il resto? 

Dopotutto c’è una grossa differenza fra partecipare a qualcosa e beneficiarne, tra lavorare in un ambiente e sostenere il modello economico su cui si regge. Tanto più se quel modello è cambiato in un paio di decenni. 

C’è anche una certa ipocrisia, è vero, ma torniamo al discorso della purezza morale. Chi si sente davvero di poter scagliare la prima pietra? 

Lo sfogo di Bazzi, non dissimilmente a quello della scorsa estate di Kant Exhibition, nasce dal bisogno di rilasciare parte della pressione accumulata dentro, di documentare la precarietà e le storture di un settore che ha necessità di ascoltare le voci di chi lo vive. 

Il rischio di romanticizzare e rendere la povertà una questione estetica c’è, è innegabile; l’unico modo per evitarlo è cercare di affidarsi al dialogo e alle analisi.

Proviamo quindi a fare un po’ i conti della serva.

Oggi un autore (perché di mondo editoriale stiamo parlando) guadagna in media fra il 10% e il 5% del prezzo di copertina. Se fossimo Aldo Cazzullo, il cui libro “Il Dio dei nostri padri” è stato il libro è più venduto in Italia lo scorso anno, con oltre 360.000 copie in 4 mesi, a 19,50 €, avremmo guadagnato fra i 702.000 € e i 351.000 €. Sono un mucchio di soldi. 

(… sono anche molto teorici, perché non è detto che il prezzo guadagnato sia sempre pieno, che non ci fossero anticipi da saldare o specifiche contrattuali particolari; potrebbero essere di meno, potrebbero essere di più…). 

Peccato che nel settore si parli di una media di 100 libri venduti. Quindi, per ogni Cazzullo, la realtà è che l’autore guadagna dal suo libro circa 195 Euro. Un paio di bollette, al massimo, o un viaggio con pernottamento al Salone del Libro di Torino, se si riesce a essere risparmiosi e si vive vicino.  

Ora, Jonathan Bazzi non è mainstream come Cazzullo, ma non è nemmeno un Tizio Caio qualsiasi. Anche se non pubblica da parecchio, dalla sua ha collaborazioni con riviste e con scuole di scrittura. 

Insomma, è una persona nota nell’ambiente, con una certa visibilità — un punto che viene interpretato come un privilegio. Ma lo è davvero? Collaborando con una piccola fiera, come volontaria, so benissimo che presenziare a festival e ottenere riconoscimenti non indica automaticamente un accesso privilegiato o la mancanza di precarietà. E se è vero che gli anni di sacrifici e rinunce poi, magari, vengono ripagati dal diventare Aldo Cazzullo… comunque quegli anni ci sono stati. 

Il punto della denuncia di Bazzi, Bosso, Cafagna e di tutte le altre voci che si sono schierate con loro in questi giorni, dovrebbe essere proprio questo: non tanto piangere miseria, ma indicare le cause strutturali che mettono in costante apprensione anche la persona economicamente più tranquilla (almeno in teoria).

Il sistema è precario, punto. Una precarietà fatta di scarso rispetto dei contratti nazionali, di condizioni di lavoro che sono impensabili in altri settori, di smantellamento dei finanziamenti pubblici. 

Si può campare di editoria e cultura, pagare il mutuo, le bollette, ma per farlo è necessario districarsi fra varie professioni connesse e sempre con l’inquietudine e l’assenza di certezze per il mese successivo. 

Farlo non significa “tenere in piedi la baracca”. Significa cercare, al meglio delle proprie possibilità, di fare il proprio mestiere. 

Bollare uno sfogo personale per complicità, il lavoro per privilegio, non è diverso dal ritenere che sia corretto non pagare chi fa lavori culturali perché tanto ha il “privilegio” di amare quello che fa o, ancora, perché il valore monetario è così scarso che, tanto vale, è meglio non dare nulla.

C’era molto altro da criticare. Come il ricorso a una linguaggio che, per rivendicare la dignità del lavoro culturale come tale, crea gerarchie di valore fra chi di quel lavoro vive, dividendo l’intellettuale dalla donna delle pulizie, pretendendo giustizia sociale per sé, senza tener conto che il lavoro va pagato e normato sempre, non soltanto quando ce ne si ritiene meritevoli in nome di una dignità superiore. 

Così come è sbagliato ritenersi, ancora una volta, superiori perché esterni alla macchina… soprattutto se, in realtà, si desiderava esserne all’interno. 

Dire “il sistema siete voi” è facile, ma inutile. Nessuno nega che ci siano privilegi, storture, ipocrisie, nessuno che non abbia vantaggi a farlo per lo meno. 

Ma non si può ridurre tutto a una gara morale tra chi si adatta e chi si ribella. 

La cultura, e nello specifico l’editoria, oggi è un campo minato dove ogni passo è compromesso e un pericolo. Cercare di non saltare in aria non sembra poi una grande colpa. 

Una nota a parte sui festival

Oltre al lavoro prettamente intellettuale, c’è poi anche tutto il mondo del lavoro “di servizio” ai festival culturali, che meriterebbe una parentesi più ampia. Mentre Bosso lo critica dal punto di vista dell’ospite invitato a titolo gratuito, tanto si potrebbe dire dal punto di vista di fonici, tecnici, staff vario. 

Ormai sono pochissimi i grandi eventi che non prevedono di coinvolgere volontari, stagisti universitari o studenti delle superiori in alternanza scuola/lavoro per far quadrare la logistica e la gestione spicciola, dal dare informazioni al controllo biglietti, dalla gestione delle sale in cui avvengono le presentazioni a quella della vendita dei libri o dell’organizzazione delle code per i firmacopie e così via. 

Anzi, potremmo tranquillamente dire che questo tipo di eventi si basano sul volontariato. Una scelta bellissima, certo, ma una scelta rimane perché, riconnettendoci al discorso iniziale, quanto “costa” poi a chi vorrebbe essere pagato l’incontro con la concorrenza dei volontari e delle volontarie?

Quale insegnamento può trarne uno studente, se non quello dello sfruttamento come sistemica scelta economica italiana? 

È una questione spinosa, perché spesso gli studenti e gli stagisti non decidono di farlo per pura passione, ma perché motivati dalla speranza che, da quel volontariato, possano crearsi contatti e occasioni per un futuro, soprattutto se si parla di grandi festival. Una speranza che tendenzialmente non si realizza e quando lo fa è in rapporto di “uno su mille ce la fa”.

Se si può capire la necessità di contenere i costi quando si parla di una manifestazione piccola, magari organizzata da un’associazione locale e gratuita per chi la visita, il gioco al risparmio diventa quanto meno fastidioso per eventi importanti come le principali fiere dell’editoria o del cinema italiani. 

La riflessione sull’inconsistenza del gettone presenza per gli ospiti non può ignorare l’assenza di compensi per chi lavora anche dodici ore consecutive affinché quelle presenze possano esistere, che spesso riceve solo un ringraziamento e discorsi motivazionali che ricordano l’entusiasmo del personaggio di Sabrina Ferilli in Tutta la vita davanti

È vero, spesso ci sono dei rimborsi o per lo meno dei buoni pasto, ma anche questi sono cambiati, causa inflazione… forse. Un amico, volontario per molte edizioni in uno dei più importanti eventi cinematografici nazionali, lamentava che il buono pasto giornaliero offerto si siafosse trasformato in un “buono bottiglietta d’acqua” o “buono per un gelato” (a novembre!). Per una rassegna di nove giorni. 

Quando gli ospiti — giustamente — si lamentano del mancato compenso, ricordiamo anche questo: di chi spesso mette a proprie spese i pasti oltre al carburante, al parcheggio non troppo in centro per non lasciarci un rene, i mezzi pubblici per avvicinarsi… Finendo, di fatto, non solo per lavorare gratis, ma per pagare per lavorare. 

È proprio qui che si deve inserire la coscienza collettiva del problema: finché la risposta a queste osservazioni sarà la distinzione di classe, non si andrà da nessuna parte. 

Come dice la Lipperini, il lavoro è lavoro e va pagato. Anche quando è quello del ragazzino che fa accomodare le persone in sala e non quello dell’intellettuale. 

Anche perché saranno certo gli ospiti illustri a richiamare il pubblico, ma provate a gestire una sala piena di gente senza personale “di servizio”. A far sentire la voce degli ospiti, senza fonici. A informare dell’esistenza stessa dell’incontro senza grafici, social media manager e così via. 

Tutte queste persone vanno retribuite. Va previsto nei budget e nelle sponsorizzazioni da richiedere ai partner. Ognuno di loro ha il diritto di essere “messo in conto”, specie se si può contare su decine (se non centinaia) di sponsor e partner, in particolare finanziamenti pubblici. 

Noi, con loro

Se invece di creare, ancora una volta, una polarizzazione fra “noi sfruttati veri” e “loro, ipocriti servi del sistema”, provassimo qualcosa di innovativo come trovare, insieme, un modo per rendere il sistema stesso sostenibile? 

Anche perché non esiste davvero un “noi” e un “loro”. Pensarlo è… auto assolutorio. Dà la colpa “agli altri” per non registrare le proprie mancanze. E ne abbiamo tutti. 

Prendiamo l’editoria a pagamento — siamo d’accordo che sia una cosa brutta, sì? Sfrutta la vanità delle persone, quando va bene, e la loro disperazione, la loro (non sempre colpevole) mancanza di conoscenza sui meccanismi del sistema se va male, portando loro via centinaia, se non migliaia di euro, promettendo la realizzazione di un sogno. 

Quindi l’editore a pagamento è un “loro”. Va bene. 

E l’editor, il grafico che ci lavora? Se vogliamo giocare alla purezza, lo è. 

Ma se ognuno dei collaboratori che mantiene attivo il sistema dell’editoria a pagamento è colpevole, lo sono anche le persone che pubblicano e lo alimentano, accettando il contratto per fretta e gola, soprattutto oggi che grazie a internet le informazioni sono liberamente e gratuitamente disponibili. 

Eppure no: sono vittime, singolarmente, anche loro. 


Ogni volta che si cercano responsabili individuali a colpe sistemiche, quello che si finisce per fare è deresponsabilizzare le strutture economiche e politiche che hanno, tra le mani, il reale potere decisionale (e non lo diciamo solo noi, ma anche Christian Raimo). 

Certo che ognuno ha una quota di responsabilità. Chi insegna, chi scrive, chi accetta cachet bassi può interrogarsi su come contribuisce al quadro generale, ma c’è differenza tra colpa e responsabilità; mentre la prima paralizza, la seconda dovrebbe spingere a domandarsi come agire per modificare lo stato delle cose. 

Parlare, informare e fare rete sono azioni minime, ma politiche. Reali. 

La rabbia di chi si sente tradito dal sistema culturale è legittima, anzi, è salutare. Aver creduto di poter realizzare un sogno o di essere al sicuro perché parte di una élite, in un establishment che campa soprattutto di immagine, non può essere colpevolizzato. 

Se, però, davvero vogliamo farne qualcosa di frustrazione, abbiamo bisogno di un linguaggio meno polarizzato e binario, meno punitivo, più sfumato. Abbiamo bisogno di smettere di giocare al gioco per cui chi mi sta a fianco è nemico… anche perché, se non nella stessa barca (ma proprio per niente), siamo tutti nella stessa tempesta.

Continuare il dibattito

Questo è un tema che ci sta caro da sempre. Abbiamo già avuto modo di parlarne in altri articoli, e se vi va di leggerli – per la prima volta, oppure di nuovo – li trovate qui:

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E tu cosa ne pensi?

  • Mio malgrado vi consiglio di farvi dare una mano da un LLM di vostra scelta perché questo pezzo sembra scritto da un liceale in italiano sgangherato. Cos’è ‘il difetto dell’*individualità*’? Ma poi la digressione biblica per sottolineare concetti di senso comune? E meno male che qui ci si intende di scrittura! Il tutto poi è paradossale perché sarei anche d’accordo con la sostanza, non fosse per l’excursus prolisso e poco chiaro.

    • Ciao, credo che con “difetto dell’individualità” tu ti riferisca a un passaggio in cui indico come l’individualismo contrapposto al “pensare a tutti” sia un problema, opponendo individualità/collettività; forse hai ragione a dire che “individualismo” sarebbe stata la parola più calzante. Per il resto, mi rendo conto che ci sono molte subordinate e che la scrittura non ha la linearità a cui ci si abitua leggendo solo contenuti realizzati con le IA generative – ma credo di preferire così. Anche perché, almeno, non mi viene da chiamare “digressione biblica” (che così definita pare un intero capitolo!) quelle che sono meno di cento parole su quasi quattromila di articolo.

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