Romance, inclusività e rappresentazione

Scritto da

Ultima Pagina

Pubblicato il

« Torna al blog

Lo scorso 17 settembre 2025, Daniela e Ester sono state invitate dal comune di Gradisca d’Isonzo all’interno del progetto Art Without Borders, organizzato da Raffaella Fioretti, nello specifico ospiti della conferenza a tema “Romance e inclusività” insieme ad Alessandra Magagnato (Quixote Edizioni), Francesca Giraudo (Quixote Edizioni), Sarah Bernardinello, Fernanda Romani e Carlo Lanna (autrici e autori).

Le tematiche affrontate durante la conferenza erano davvero molto interessanti, ma, purtroppo non c’è una registrazione dell’evento. E dato che il tempo è stato tiranno, non è nemmeno stato possibile parlare di tutti gli argomenti in programma.

Quindi abbiamo pensato: perché non approfittarne per chiedere loro di parlarne? Lo faremo esattamente come avremmo fatto in loco, con un’intervista. 

Rappresentazione e visibilità

Il romance, includendo protagonisti e storie d’amore di personaggi con disabilità, persone LGBTQ+, protagonisti di diverse etnie o religioni, diventa uno specchio più inclusivo della realtà contemporanea. Parliamo di come il romance LGBTQ+ ha contribuito alla normalizzazione delle relazioni queer e l’evoluzione dei protagonisti: dalla donna bianca eterosessuale al protagonista non conforme.

Quali identità o esperienze sono ancora sottorappresentate nel romance? 

È sufficiente che ci siano personaggi queer, neurodivergenti, disabili, razzializzati… o serve anche un cambiamento nel punto di vista narrativo? 

Chi può raccontare cosa? Esiste un rischio di tokenismo?

Ester

La mia è indubbiamente un’opinione di parte, non solo perché, in quanto opinione, è parziale per natura.

Scrivo romance queer, lavoro con il romance queer (in proporzione predominante), quindi è l’ambito che frequento maggiormente e con cui sento di avere più confidenza.

Partirei comunque da una premessa fondamentale: il pubblico del romance queer (soprattutto MM) si sovrappone in maniera irrilevante con il grande, immenso insieme di chi invece legge romance tradizionale. Arriverei a definirli due generi diversi e non due sottogeneri sotto lo stesso “ombrello”. 

Il romance LGBTQIA+ è più nuovo, non ha i secoli (secoli! Non anni, non decenni, secoli) di storia della sua controparte eterosessuale. Non si porta dietro i rigidi stampi in cui tende a svilupparsi il genere FM… circa. Perché anche nella letteratura romantica queer abbiamo stereotipi brutti e stantii, e allo stesso tempo in quello etero ci sono tanti spiragli di novità. Ma ne parleremo più approfonditamente dopo.

Parlare di inclusività, dicevo, dovrebbe sembrare naturale quando ci si trova in un genere letterario che, per sua stessa definizione, tratta identità troppo spesso emarginate nel mondo reale. Eppure anche nel romance queer ci sono figli e figliastri. L’MM regna sovrano, l’FF inizia a germogliare ma resta una nicchia poco remunerativa. E non parliamo della rampante bifobia che, mi duole dirlo, ancora piaga la community sia lato autor* che lato lettor*: “non è abbastanza gay” si legge ancora troppo spesso. Lo spettro dell’asessualità, poi, parrebbe non esistere, a giudicare dalla produzione editoriale.

Fin qui ho citato gli orientamenti sessuali, ma se passiamo all’identità di genere l’inclusività diventa ancora meno inclusiva: trovare personaggi che appartengono alla grande categoria “trans” è davvero raro, e io stessa come autrice ho deciso di lasciar perdere la cisnormatività, perché onestamente non ne ho bisogno per scrivere le mie storie. Se l’ho applicata finora è stato per pigrizia, probabilmente, e non è una giustificazione che intendo dare a me stessa.

E poi… l’etnia. Onestamente, da persona con diverse centinaia di titoli romance letti all’anno, e qualche decina tradotti, mi vengono in mente giusto un paio di protagonisti neri. Qualcuno di più di origine asiatica (specialmente coreani), diversi latini (molto frequenti nella produzioni di autor* di provenienza nordamericana), ma se usassimo il romance MM come atlante sembrerebbe quasi che Africa e Oceania non esistano proprio. 

In un contesto etnico, va considerato il rischio di feticizzazione con correlato razzismo: l’ignoranza porta a scrivere per stereotipi offensivi. Spero non mi capiti mai (più) di posare gli occhi su certe porcherie.

Devo dire che c’è qualche passo avanti in termine di body positivity, perché di corpi non conformi ne leggo parecchi, sia come altezza e peso che come eventuali disabilità. In questo caso, così come con il razzismo nel precedente, si scivola spesso nella macchietta. E, di nuovo, la colpa è sempre dell’ignoranza di chi scrive, che magari non ha mai parlato con una persona cieca o schizofrenica, e che quindi usa come unica fonte un mix letale di Dottor House e Wikipedia.

Il tokenism è poi un altro problema da non sottovalutare. L’inclusione non è tipo il bingo, con le caselline da spuntare. Ma da lettrice e ancora di più da professionista posso garantire che quando l’inclusività è solo una coccardina per far vedere “guarda come sono avanti” e non un sincero tentativo di documentarsi e far parlare voci ancora troppo sommesse… si vede benissimo! Il tokenism è forse uno dei peggiori nemici della rappresentazione.

In linea di massima tutti possono scrivere tutto, purché, appunto, ci si rimbocchi le maniche e si studi l’argomento, meglio ancora con il supporto di un sensitivity reader. Però confesso che ci sono temi che non sento di poter trattare con sufficiente rispetto, per ora. Troverei anzi molto sgradevole, per fare un esempio, cavalcare l’onda della sacrosanta indignazione per il genocidio palestinese dalla mia comoda, sicura scrivania per raccontare una mia frivola storiella e fare cassa. 

Daniela

Vorrei fare una premessa, ovvero che non necessariamente il “romance queer” (chiamiamolo così per fare prima) parla di queerness.

O di tematiche LGBT+. Oggi, nell’anno del signore 2025, siamo arrivati a un punto in cui le due cose spesso coincidono, ma per anni non è stato così e infatti si vede di gran lunga su quanto sia fiorente l’industria dei gay romance (e mi ci metto anche io) a differenza di quello lesbico, o con protagonisti non cis. O di come i protagonisti siano sempre bianchi, anche se in Italia iniziamo ad avere scrittrici che parlano di personaggi neri, come Trachemys con storie come Furaha o Mashetani

Tuttavia, a differenza di Trachemys, non siamo tutti laureati in africanistica e ci ritroviamo con autrici che ambientano storie in paesi africani che trattano come se fosse Caltanissetta, perché qui entra in gioco il grande nemico di ogni scrittore: l’ignoranza.

Quindi diciamo che tra il tokenismo della migliore amica lesbica nera del protagonista gay twinkino powerbottom nella storia ambientata in Tanzania come se fosse New York e il non scrivere niente in assoluto… preferisco la seconda.

Però ci sono tantissime autrici e autori che nel corso degli anni hanno deciso di ampliare i propri orizzonti e scrivere con cognizione di causa, quindi stiamo vedendo sempre più romanzi affrontare discorsi come la disabilità o avere protagonisti trans, ecc.

Un passo alla volta.

Sul significato e i confini del romance inclusivo

Che cosa vuol dire a vostro parere “inclusività” nel romance? 

È solo una questione di rappresentazione (identità, corpi, orientamenti), o entra anche nella struttura del racconto? 

Il romance ha delle “regole”? E queste regole si possono o si devono infrangere?

Ester

Il romance è un genere semplice. Ha pochi, pochissimi capisaldi.

Due, in effetti: la storia d’amore deve essere centrale, e la coppia, la polecola, perché proprio in ottica di inclusività non si può parlare solo di coppie!, o in senso lato la relazione tra i protagonisti deve risolversi con un lieto fine.

Infrangere queste due regole, soprattutto la seconda, significa tradire il patto con il lettore.

Una volta che però le si rispetta… liberi tutti. Anzi, vorrei che il panorama romance, questa enorme, bellissima sandbox in cui giochiamo in tante persone, spaziasse un po’ di più. Se come Lux Lab abbiamo come obiettivo raccontare storie d’amore in tutti i colori dell’arcobaleno (finora ha prevalso il romance MM, ma ora vogliamo dare voce a molte più sfumature), vorrei vedere maggiore apertura anche nel mondo dell’editoria mainstream. Datemi più culture diverse da quella genericamente occidentale, più corpi diversi, più normalizzazione di quello che non si incastra nel solito stampino. Anche nel romance etero, anzi, soprattutto nel romance etero! 

Tutto questo però a una condizione: che venga fatto con criterio. Ovvero bene, che vuol dire tutto e nulla. In generale, comunque, documentarsi e avere l’umiltà di fare un passo indietro, chiedere, ascoltare chi quella specifica esperienza la vive sulla sua pelle aiuta a evitare figuracce.

Daniela

Sulle regole del romance ne ho già parlato abbondantemente in questi lidi.

Per me l’inclusività non è solo una questione di orientamento sessuale o etnie. È ovviamente un lavoro strutturale che deve riguardare un sacco di altre cose (nella mia modesta opinione, non serve a niente dire che Tizia è lesbica salvo poi non fare nemmeno un accenno a tutto il bagaglio culturale che c’è dientro. Per carità, non è che tutti i libri debbano fare politica… ma se lo facessero, sarebbe meglio). Per me è inclusivo un romance dove i protagonisti affrontano un grave lutto. È inclusivo un romance dove i protagonisti hanno vari gradi di disabilità (mi viene in mente Harley di L.R. Jackson e Maggie Solomon, un capolavoro in merito). È inclusivo in cui i protagonisti maschili non sono scolpiti nel marmo direttamente dalle mani del Canova e quelli femminili non sono perenni taglie 36 alte un metro e cinquanta (perché sia mai che l’infantilizzazione delle donne ci abbandoni anche oggi – un giorno la smetterò di menarla con il patriarcato, giuro). È inclusivo avere una protagonista survivor dal cancro e con una mastectomia. È inclusivo avere protagonisti con problemi mentali.

Ma, soprattutto, è inclusivo non romanticizzare questi temi in termini di “poverini” o “guerrieri” nei confronti delle difficoltà della vita.

Insomma, per me è inclusivo parlare di problemi veri di persone vere. E mi si dirà che il romance è lettura d’evasione e io qui dissento. Dissento fortissimamente.

Cliché e riscritture

Quali cliché del romance secondo voi andrebbero superati? 

C’è un “canone dominante” nel romance oggi, anche tra le storie che si vogliono inclusive? 

Ci sono trope o finali che ritenete poco realistici, o addirittura dannosi?

Ester

I clichè sono il male. E non sono trope.

I primi etichettano intere categorie di persone sulla base di esperienze (di solito negative) limitate, appiattendo la ricchezza umana e culturale. I secondi sono i mattoni di cui sono costruite le storie.

I trope possono essere usati bene e in maniera originale. I cliché no, perché nascono come banalizzazione.

Uno in particolare che trovo davvero odioso riguarda il ruolo dei personaggi femminili nei romance MM. Ho perso il conto delle volte in cui alcune persone (mi duole dirlo, ma principalmente donne) si offendono quando nella storia, ai due piccioncini di genere maschile, si affiancano figure femminili anche importanti. L’amica, la madre che dà supporto, la ex moglie non acida e nemica ma civile, di sostegno. Le figlie, addirittura! Ecco, è triste notare come anche in un sottogenere che dell’inclusività dovrebbe fare una bandiera ci siano ancora simili pregiudizi.

Sempre per quanto riguarda i personaggi femminili, e in particolar modo nel romance tradizionale, ho una particolare avversione per il vetusto Io non sono come le altre, usato per indicare una protagonista che non si trucca, non si mette in ghingheri, non ha interessi leggeri, ma mena e rutta e fa le pernacchie con le ascelle. Perché ehi, non sia mai che l’intero genere femminile non venga uniformato a un’unica massa rosa, glitterata e profumata di vaniglia. Di nuovo, pregiudizi di genere che sbucano dove meno te li aspetti.

Daniela

A parte tutto quello che ha detto Ester, io ho due grandissimi nemici per quanto riguarda i trope.

Il primo è il gay for you con la cancellazione della bisessualità ai massimi estremi: un personaggio è etero, continua a essere etero tranne quella singola eccezione “per amore”. Un concetto dannoso che perpetra stereotipi sulla bisessualità. Poi c’è il mafia romance. Da italiana, quando leggo romance con i mafiosi provo una profondissima vergogna per il genere umano, è più forte di me. Sarà che sono troppo politica, sarà che sono rompipalle, ma faccio molta fatica.

Per quanto riguarda i cliché… beh, nel romance queer c’è sempre l’eterno problema con i personaggi femminili che le lettrici molto spesso disprezzano anche apertamente e in modo molto vocale (un giorno vi racconteremo della sciura che lascia monostelle sotto i libri MM quando questi contengono personaggi femminili… ma non oggi).

Superamento degli stereotipi culturali e di genere

I romance moderni sfidano ruoli di genere tradizionali, mostrando uomini vulnerabili e donne forti, o relazioni che non si basano su dinamiche patriarcali.

Parliamo di romance femminista e ridefinizione del desiderio femminile e il trope della donna salvata dall’uomo e come viene oggi decostruito.

Ester

Il desiderio femminile, sia lode ai cieli, finalmente non è più un tabù.

Si parla di orgasmo femminile in contesti non esplicitamente erotici, ma anche solo allegri, goliardici; i sex toy compaiono come pubblicità sui social, e sono graziosi, di design, all’avanguardia. Come sempre, il sesso vende e il piacere di chi possiede una vulva vende in modo particolare. Seguendo questa banale legge di mercato, anche la narrativa si adegua. Abbiamo, e non me ne lamento, protagoniste che si masturbano, che hanno kink, che non si vergognano più.
Nel Mulino che vorrei, a questi progressi di marketing e sociali si abbinerebbe anche un’autentica parità di diritti, ma è un po’ da mondo delle favole.

Un trope molto antico e spesso, al giorno d’oggi, snobbato (a volte giustamente) è quello della damsel in distress. Essendo un trope, si presta a essere interpretato in modo innovativo. Ci vuole fegato e tanta, tanta abilità narrativa per parlare di una principessa chiusa in una torre che aspetta di essere salvata, eppure una storia del genere può “risuonare” con chi prigionier* lo è sul serio. Una persona disabile, oppure depressa al punto da non poter uscire di casa, per esempio. Realizzare una protagonista che, nonostante il limite e l’impossibilità di liberarsi da sola, scopre di meritare amore e impegno può essere tanto difficile quanto soddisfacente. Non credo però sia una storia per chi è alle prime armi (o anche quindicesime…) con la scrittura.

Daniela

Nel romance che accoglie il femminismo la protagonista non è più la donna fragile in attesa di un uomo che la riscatti, ma una figura complessa, autonoma, capace di desiderare e di scegliere.

Il lieto fine non coincide con la sua sottomissione al potere maschile, bensì con la possibilità di vivere un amore paritario, in cui la sua soggettività e il suo desiderio vengono messi al centro. La domanda che sottende questi testi non è più: “chi la salverà?” ma piuttosto “cosa significa salvarsi insieme?”

Questo cambiamento si riflette anche nelle rappresentazioni maschili: gli uomini non sono più costretti nel ruolo del salvatore imperturbabile (anche se, odio dirlo, va ancora per la maggiore ed è il tipo di personaggio che troviamo spessissimo nel romance mainstream in libreria), ma possono essere vulnerabili, emotivi, pronti a mettersi in discussione. In molte storie recenti, la forza di un personaggio maschile non si misura nella sua capacità di proteggere la protagonista dal mondo esterno, ma nella sua disponibilità a disimparare modelli tossici e ad abbracciare relazioni basate sul rispetto e sulla reciprocità.

Il romance, in questo senso, ridefinisce il desiderio femminile: non più il bisogno di essere “scelte” da un uomo dominante, ma il diritto di scegliere, di reclamare la propria voce, di dire “questo è ciò che voglio, e voglio viverlo alle mie condizioni”. È un cambio di paradigma profondo, che restituisce potere all’esperienza femminile e, più in generale, a chiunque sia stato escluso dalle narrazioni tradizionali dell’amore.

Inclusione come comfort e riconoscimento

Il romance offre spesso (SEMPRE! NdR) un lieto fine, cosa che può essere terapeutica per lettori che non riescono a rispecchiarsi nei media mainstream.

Parliamo del valore emotivo del lieto fine per gruppi storicamente esclusi e del romance come spazio sicuro per immaginare mondi più giusti e accoglienti.

Ester

Scrivere e leggere romance è la tazza di brodo di pollo per l’anima.

Un rimedio semplice, casalingo, non miracoloso ma che aiuta tanto, soprattutto che fa bene al cuore. In un periodo storico drammatico come quello che stiamo vivendo, all’insegna di guerra, incertezze, genocidi veri e propri, c’è bisogno di un lieto fine. Di riscoprire che l’amore esiste, non ha vincoli, che supera le peggiori difficoltà (anche perché nei miei romance la strada per quel lieto fine è molto, molto tortuosa). Live vicariously, dicono gli anglofoni. E quel “per sempre felici e contenti” aiuta a tirare avanti un altro giorno, anche se solo attraverso i libri, soprattutto quelle persone che nella vita di tutti i giorni devono lottare anche solo per poter esistere.

Daniela

Quando dico che il romance può essere politico, intendo proprio questo.

Abbiamo la possibilità non tanto di scrivere storie d’amore, ma di usare questo amore per veicolare messaggi più importanti, “più alti” passatemi il termine.

Il romance è un genere spesso liquidato con superficialità, etichettato come prevedibile o leggero, soprattutto per la sua tendenza a offrire un lieto fine. Eppure, proprio questa caratteristica rappresenta la sua forza più radicale: la promessa che, nonostante tutto, l’amore e la felicità siano possibili. Per molti lettori appartenenti a gruppi storicamente esclusi dai media mainstream – persone LGBTQ+, donne, persone razzializzate, corpi non conformi, persone disabili – il lieto fine diventa non solo intrattenimento, ma un atto politico ed emotivo di resistenza.

Nella narrativa dominante, infatti, la presenza di questi soggetti è stata a lungo associata a tragedie, marginalità, punizioni narrative. I personaggi queer muoiono o vengono spinti ai margini della storia, le donne indipendenti devono sacrificarsi, le persone nere o non conformi al canone vengono ridotte a funzioni accessorie o stereotipi. Il romance ribalta questa dinamica: qui chi ama merita amore, chi soffre merita consolazione, chi sogna merita di vedere realizzata la propria aspirazione. È uno spazio in cui l’esistenza di chi è sempre stato “altro” non solo viene riconosciuta, ma celebrata.

Il lieto fine ha quindi un valore terapeutico: offre una contro-narrativa a un mondo che spesso sembra negare possibilità di felicità a chi non rientra nei parametri della norma. Vedere un personaggio simile a sé trovare amore, stabilità e gioia è un’esperienza catartica. È come ricevere una conferma: anche tu meriti questo, anche per te è possibile.

Ma c’è un aspetto ulteriore: il romance non si limita a mostrare storie individuali, costruisce anche mondi. Mondi in cui le differenze non sono ostacoli insormontabili ma elementi di bellezza e ricchezza. Mondi in cui il conflitto con le ingiustizie sociali trova risoluzione e in cui la giustizia non è un miraggio, ma parte integrante del percorso verso la felicità. In questo senso, il romance funziona come un laboratorio di immaginazione politica e affettiva: ci mostra come potrebbe essere una società più giusta, più accogliente, più equa.

Pratica creativa e responsabilità 

Chi scrive romance si assume una responsabilità verso il lettore? Ad esempio nel mostrare relazioni sane? 

Come si fa a scrivere un romance che sia autentico, ma anche rispettoso e non semplificato? 

Avete mai sentito il bisogno di inserire trigger warning o disclaimer? Quando ha senso farlo?

Ester

Da autrice ho diversi doveri.

Il primo, fondamentale, è di scrivere un romanzo che valga il tempo e/o i soldi di chi lo legge. Come storia, come forma, come qualità generale.

Il secondo è l’onestà intellettuale. Non voglio fare la morale a nessuno. Ho dei valori, valori molto forti che non manco di esprimere a ogni occasione, ed è inevitabile che emergano in quello che scrivo, ma le mie storie non sono pamphlet per fare proselitismo. Disprezzo anzi abbastanza chi cerca di farmi il lavaggio del cervello con una narrazione troppo meta che continua a dirmi “mi raccomando, devi sentirti così, devi provare questa emozione e non quest’altra”. 

Infine, ma non meno importante, c’è il rispetto per chi mi legge. Il pubblico non è deficiente, non c’è bisogno di prenderlo per la manina e portarlo dove io autrice voglio.

Scrivo storie. Le do a chi vuole leggerle. Ciò che poi ne farà non dipende da me se non nella misura in cui ho scritto bene, con chiarezza, senza goffe ambiguità.

I protagonisti dei miei romance sono brave persone. Con difetti anche gravi, ma gente a modo. Quando scrivo fantasy oppure horror la questione cambia, e moltissimo, ma… restiamo in ambito romance, per ora! A me non piacciono i love interest possessivi, gelosi, addirittura abusanti. Non li scrivo, non li leggo, non li consiglio. Eppure non dubito che per qualche lettor* queste storie dark siano catartiche. O, più banalmente, fonte di soddisfazione. Ci sarà la persona che si convince che quella è la norma di una relazione sana, ma non si può impastoiare la scrittura per non rischiare di far venire idee malsane a chi già di base è troppo influenzabile. Non sono la madre di questi individui, sono responsabile solo di ciò che dico e non di quello che viene recepito. Quindi, per quanto mal tolleri certi sottogeneri, morirei per difenderli da chi vuole farli sparire.

(Alcuni sono brutti forte, ma brutti davvero da mal di testa, però)

Daniela

Tutto quello che ha detto Ester + bonus: non posso essere neutra quando scrivo.

Diamine, non riesco a essere neutra nemmeno quando dico che mi fa schifo il romantasy e tutti si arrabbiano per questo (a proposito, rispondo alle critiche con una sonora pernacchia ed è tutto quello che ho da dire sull’argomento). Quindi se voglio scrivere un romanzo in cui gasp, il protagonista scopre casualmente che il corpo militare di cui fa parte il suo love interest ha letteralmente svapato un’intera comunità avversaria con un genocidio per prendere il potere e appropriarsi dei suoi territori… lo faccio senza indugio (l’ho fatto, btw).

Se voglio scrivere un romanzo in cui esprimo fortemente le mie idee politiche in merito a certe persone che si mettono in bocca slogan come “love is love” salvo poi, nella vita vera, non toccare una persona queer nemmeno con le mani di un altro (perché scoprono presto che le vere persone queer non corrispondono all’immagine dei maschioni scolpiti dal succitato Canova) lo faccio.

Tuttavia non devo niente a nessuno, né devo insegnare niente a nessuno. Non è mio compito. Non sono un’insegnante, né una giornalista, né una saggista: sono solo una donna con delle opinioni e per questo non vado bene a prescindere come role model.

Quello che posso fare è il mio meglio per scrivere quello che io reputo corretto (quindi sì alle storie tossichelle, ma deve finire tutto bene e per bene intendo “un profondo cambiamento personale che porti dall’essere tossichelli a persone per bene o quanto di più vicino”). Posso documentarmi al meglio delle mie possibilità quando parlo di un argomento che non mi riguarda direttamente (perché vivo sempre secondo la massima “scrivi di ciò che sai e se non lo sai, documentati”).

Per quanto riguarda i trigger warning ho già scritto un articolo in merito, ma per farla breve: non mi interessano, se potessi non li userei, ma usarli mi costa esattamente zero e se servono a qualcuno non vedo perché non dovrei metterli (se servono).

Comunità di lettori e accessibilità

Sempre più scrittori di romance provengono da background diversi, dando voce a nuove prospettive e arricchendo il panorama narrativo. Il romance ha una base di lettori molto attiva, spesso femminile, queer e intersezionale. Le community online favoriscono il dialogo e la condivisione di esperienze.

Parliamo di fanfiction, Wattpad e scrittura partecipativa come pratica inclusiva, nonché del ruolo di web e social nella diffusione di storie d’amore più rappresentative.

Ester

Sono Millennial fino al midollo.

Arrivo, come molte, moltissime colleghe (uso il femminile sovraesteso perché posso) dal mondo delle fanfiction. E da cosa nascevano, queste fanfiction? Dal desiderio di prendere storie famose e renderle più nostre. Spesso questo significava (e significa ancora) più inclusive. Quante coppie eterosessuali ci hanno fatte sbuffare come fan e gioire quando potevamo smontarle come mattoncini Lego e riassemblarle con altri personaggi che ci piacevano di più!

Era un mondo folle, spesso malato, ma ancor più frequentemente libero. Non c’era la prospettiva del profitto, si scriveva sapendo che molte di quelle storie erano impubblicabili come libri “veri” ma non importava. Era bello lo stesso. *

Oggi le fanfiction secondo me sono state affiancate, a volte quasi fagocitate, dalla narrativa originale anche in fase amatoriale. In quante scrivono e pubblicano su Wattpad con la speranza di farsi notare e diventare il nuovo fenomeno editoriale! E nel far ciò si esplora meno, si spazia meno, si osa meno. Aderire ai canoni del mercato è (agli occhi di chi ha poca esperienza nel settore) l’unico modo per sfondare.

E così ci ritroviamo con libri fatti con lo stampino, con pecette sulle copertine “storia presa pari pari da Wattpad e a malapena sottoposta e correzione di bozze” (magari non proprio così, ma il succo è quello), con l’altra parte del pubblico che brontola perché il romance è costituito da storie fotocopia.

Per fortuna esiste l’editoria indipendente, dove si gioca seguendo regole tutte nostre.

*Sono miope ma onesta, tante di quelle storie sono poi state ripulite da tutto ciò che era protetto da copyright e trasformate in originali. Però era un passo in più, il fandom stava in piedi da sé lo stesso.

Ispirazioni, editoria e futuro 

Quali storie d’amore avete letto (o scritto) che vi hanno fatto sentire rappresentati?  

Ci sono editori, collane, autori o progetti che secondo voi stanno facendo un buon lavoro sul romance inclusivo? 

Il romance può aiutare a immaginare un mondo più accogliente?

Ester

… la posso fare la marchetta al Lab, sì?

Daniela

Sì, facciamola.

Lux Lab, che nasce come collettivo editoriale indie al femminile, è una realtà che sin da subito si è posta con le idee molto chiare su come dovevano essere le pubblicazioni del nostro parco giochi.

Abbiamo iniziato con il Romance MM, che abbiamo usato per parlare di un tema a noi caro, la bisessualità e la conseguente bifobia (già raccontata in precedenza da Ester). Ora stiamo spostando il tiro sul Romance FF, al fine di ampliare sia il nostro catalogo, ma di raccontare storie differenti. Ma a prescindere dall’orientamento dei nostri personaggi (protagonisti o meno, di tutte le lettere dell’acronimo), facciamo del nostro meglio per rappresentare “problemi veri” con “personaggi veri”.

Chiudiamo con…

I ringraziamenti! Grazie a Raffaella Fioretti e Art Without Borders che ci hanno permesso di poter utilizzare le domande della moderatrice per riprendere e concludere il discorso e portarlo su questi lidi a tutti voi.

L'articolo è stato scritto da

E tu cosa ne pensi?

Torna al blog
>