“Il mondo salvato dai ragazzini è un titolo in movimento ed è, prima di tutto, un messaggio di speranza. È il mondo che il Salone del Libro si prefigge, auspica, prova a costruire ogni giorno con inventiva e dedizione”.
Queste sono le parole con cui Annalena Benini, Direttrice editoriale del Salone Internazionale del Libro di Torino, ha concluso la presentazione del tema di questa XXXVIII edizione. Una edizione con molti exploit, sia nel bene che nel male.
Per cercare di parlarne abbiamo deciso di modificare leggermente il nostro abituale reportage: invece di una divisione per “voci narranti” proviamo a creare una ordinata struttura per “aree”. Enfasi su proviamo.
Voi comunque tenete a mente il tema, mentre leggete.
Pensatelo, questo mondo salvato da ragazzini.
Le piacevoli sorprese
Noi siamo persone semplici.
Quando abbiamo visto la quantità di posti a sedere a disposizione, l’aumento delle aree relax, ma anche altri stand di sponsor (ciao Netflix) che han capito che per attirare la folla bastava puntellare uno dei problemi più annosi del Lingotto, offrendo comodi divanetti…
Siamo state felici.
Ma davvero!
Anche perché significa che il Salone prende in considerazione le critiche e i suggerimenti che vengono dati, e questo è sempre apprezzabilissimo.
Quando abbiamo visto un giovedì pieno e un venerdì croccantello, idem: significa che il programma viene differenziato meglio, che la gente (specie quella collocata sul territorio) ha capito che godersi la relativa pace dei primi giorni è meglio che subire la calca del fine settimana.
Positiva è stata anche la scelta di levare la maggior parte dei grossi stand di grosse aziende dell’area business/area pro dai padiglioni “per il pubblico”, riservando loro il nuovo Padiglione 5.
Con “positiva” non intendiamo dire che è stato bello non vedere due ettari vuoti di Messaggerie (faccina che ammicca), ma che il loro migliore posizionamento ha permesso di allargare lo spazio e di crearne di nuovo per altre realtà molto più utili ai lettori che sono, alla fine, il principale interesse del Salone stesso.
Pur con tutti i limiti che possono esserci.
Grande soddisfazione anche per le nuove mappe pubblicate sul sito: avere mappe tematiche divise per servizio e categoria è stato bello, davvero.
I problemi
E poi ci sono i problemi. Sempre gli stessi, come ogni anno (il fatto che siano sempre gli stessi forse dovrebbe farci capire che non sono incidenti che dipendono dalla buona volontà di chi organizza, ma dalla struttura, dalla mole di persone, e da come quelle persone si comportano? Ci torniamo più tardi).
Ma rivediamoli, perché non si sa mai: magari, alla fine, a furia di lamentarsi cambia davvero qualcosa.
La struttura
Partiamo con l’edificio, che è Il Problema che sta alla base di tutti gli altri.
E qui ci piacerebbe rivolgerci direttamente ai proprietari del Lingotto: per favore, smettetela di fare ostruzionismo e di rimandare all’infinito gli ammodernamenti di cui i padiglioni hanno un disperato bisogno, dall’areazione ai bagni. La battaglia per i bagni è diventata un po’ la nostra firma ironica, ma pensateci: non è un kink, è decenza umana fornirne di funzionanti e funzionali, se si sa dell’arrivo di immense folle. Quanto all’aerazione, quest’anno al Salone è andata quasi di lusso perché non c’è stato il picco di caldo degli scorsi anni, ma è stato un caso. Davvero ci si vuole affidare alla clemenza del meteo per il futuro…? E comunque nel Lingotto si tengono eventi tutto l’anno!
Vorremmo poi capire se l’apparizione di posti a sedere sia inversamente proporzionale alla presenza di fontanelle. Noi speriamo di no e speriamo davvero si riescano a posizionare più punti acqua all’interno dei padiglioni: nella mappa 2024 se ne contavano 10, in quella 2025 si erano già ridotti notevolmente ed erano passati a 6; quest’anno i punti acqua erano solo 4, uno per padiglione. È pur vero che anziché essere fontanelle solitarie si trattava di piccoli branchi di tre per punto – e ricordiamo anche le disavventure di qualche anno fa, quando alcuni editori si trovarono al mattino lo stand allagato per via di perdite notturne. E ci rendiamo anche conto che si tratta sicuramente di un’ulteriore voce di spesa… Pensiamo però anche che sia una di quelle su cui non valga la pena lesinare.
Gli spazi
Un’altra nota positiva al Salone come ente: abbiamo davvero apprezzato, come dicevamo più su, il miglioramento nella gestione degli spazi, e anche la maggior attenzione alla pulizia dei bagni di quest’anno – grande plauso e gratitudine alle persone che se ne sono occupate durante l’evento, davvero!
Crediamo che dal punto di vista degli spazi, però, si possa fare ancora di meglio, soprattutto all’Oval: i mastodontici stand delle big creano un sistema di vicoletti interni che il pubblico evita o attraversa senza fermarsi per sfuggire agli ingorghi.
Forse non è fattibile per la questione degli angoli liberi e delle metrature, ma magari si potrebbe dividere in maniera netta lo spazio? Mettendo al centro i colossi e sui perimetri i piccoli, o viceversa? Migliorare, insomma, la “viabilità interna”.
Dopotutto, una piccola casa editrice indipendente non pagherà quanto Mondadori, ma paga comunque e merita tutta la visibilità possibile, no?
Però, anche qui sorge una domanda: quanto di questo è imputabile a una cattiva gestione degli spazi, e quanto invece quegli stessi spazi sono un vincolo in cui giocare a Tetris in modalità “molto difficile”? E quante delle CE che si lamentano della scarsa visibilità non hanno in partenza la disponibilità economica per uno stand migliore?
Vendere, vendere e ancora vendere. E pianificare
E a proposito di economia, cogliamo l’occasione per ribadire che il Salone è una fiera mercato. Lo accennavamo in modo molto sobrio anche in un reel alla vigilia dell’apertura dell’evento, ma crediamo sia opportuno ribadirlo.
L’obiettivo di tutti è vendere. Il Lingotto vende lo spazio, il Salone vende le aree stand, gli editori vendono i libri, i professionisti vendono diritti. È un enorme evento culturale, certo, ma è prima di tutto uno spazio di vitale importanza economica per quel 90% dell’editoria che non passa dalle librerie. Se non vi interessa parlare con gli editori, conoscerli, comprarne libri… forse è davvero meglio stare a casa e risparmiarsi la sudata, tanto la nuova tote bag di Mondadori potete prenderla in libreria (che ha pure l’aria condizionata).
Ma se siete tra quelli che vogliono sostenere l’editoria indipendente, non potete volere la moglie ubriaca e la botte piena: più persone all’interno dei padiglioni vogliono dire maggiore possibilità di vendita. E anche maggiore scomodità per tutti, sì. E quindi code, ressa, effetto stalla, code, ressa. È un evento enorme e richiede pianificazione, non solo da parte di chi organizza il Salone, ma anche da parte di chi vi partecipa; una pianificazione tanto più scrupolosa quanto particolari possono essere i nostri bisogni, perché la struttura… beh: è quello che è. E ricordate: non è il Salone che non vuole intervenire sulla struttura, sono anni che il Salone minaccia di andarsene dal Lingotto per via di interventi che non vengono fatti. Solo che… Beh. Non ci sono molti altri spazi espositivi, a Torino. E il Lingotto lo sa.
Internet è morto
Infine, non possiamo esimerci dal criticare la rete internet morta, tanto più che la sua assenza ha rovinato per molte persone la partecipazione alla nostra caccia al tesoro. Ma vale anche per noi la critica che facciamo ad altri: potevamo pensarci prima e meglio, e infatti abbiamo già trovato la soluzione per l’anno prossimo. Dopotutto, sappiamo che quando ci sono quasi centomila persone in uno spazio così contenuto, la linea spesso cede; sappiamo anche, però, che esistono alcuni trick, e che se il Lingotto volesse potrebbe anche investire in qualche strumento apposito per amplificare la portata della banda nei giorni di massima frequenza delle sue fiere…
La buttiamo lì. Non tanto per la nostra caccia al tesoro, più che altro per i POS degli editori.
(L’unico operatore che se l’è cavata è stato Vodafone, lo diciamo per onor di cronaca).
Il sito
Non è solo la struttura “fisica” del Lingotto ad avere problemi che si ripetono anno dopo anno.
Il sito del Salone è una di quelle criticità che, nonostante qualche passo avanti sia stato fatto rispetto al passato, continua a presentare inesorabilmente il conto di anno in anno.
Gli eventi e gli espositori
Il programma dell’evento è sterminato, lo capiamo bene. Consultarlo risulta un’impresa, quasi quanto deve esserla compilarlo. Avete tutta la nostra solidarietà.
La categorizzazione attuale, però, rende difficile navigare il programma: i filtri di ricerca sono poco pratici e la visualizzazione degli eventi, per quanto gradevole graficamente, non è funzionale. Un esempio fra tutti: se si apre la scheda di un evento e si torna indietro col browser, si riparte dalla pagina 1, anche se si era arrivati alla 23. E dato che l’unico strumento di paginazione è il simpatico pulsante “Avanti”, non resta che scorrere di nuovo fino al punto in cui si era (o rassegnarsi ad aprire ogni evento in una nuova scheda). Gran parte dell’esperienza d’uso andrebbe ripensata e affinata, insomma.
La categoria che probabilmente presenta maggiori problemi è quella degli eventi riservati ai professionisti.
In primis, non c’è differenziazione tra il tipo di professionista: docenti, giornalisti, editori… eppure puoi prenotare solo se appartieni alla categoria a cui l’evento è dedicato. Alcune di noi hanno provato ad aggiornare la professione e ad aggiungerne altre, come il sito stesso suggeriva, ma a quanto pare il sistema teneva conto solo di quella originale. Probabilmente si tratta di un bug, altrimenti non avrebbe senso permettere di aggiungere (e anzi, invitare a farlo) ulteriori eventuali professioni. Anche perché, se per esempio una giornalista volesse assistere a un evento per docenti, perché fa anche supplenze? Ma più in generale pensiamo sia un peccato impedire anche a persone non–professioniste di accedere agli eventi dedicati, posto ovviamente che ci sia spazio.
Una farraginosità simile si ritrova poi nella sezione espositori. Le aree tematiche sono pochissime e mancano filtri che permettano una ricerca mirata per tipo di pubblicazione. Probabilmente i filtri del Salone riflettono un po’ la confusione del mondo editoriale stesso, ma è anche possibile che non dare troppe opzioni di categorizzazione all’editore sia una scelta ponderata: la casa editrice con un solo libro per l’infanzia in catalogo che si segna come specialista del settore risulterebbe problematica in modo diverso, ma resterebbe problematica. Il risultato attuale, però, è che orientarsi nel catalogo espositori è tristemente complicato.
Ed è venuto il momento di citare anchela funzione “salva nei preferiti” che, abbiamo scoperto in loco con notevole scorno, è legata al dispositivo che si sta utilizzando, che si sia fatto il login al proprio account o meno. Scelta di user experience davvero discutibile. Ci auguriamo fortemente che l’anno prossimo i preferiti vengano legati all’account, sarebbe la cosa più semplice e funzionale!
Le prenotazioni a pagamento
Passiamo poi al problema delle prenotazioni: quest’anno sono state introdotte le prenotazioni a pagamento per gli eventi in Auditorium e… possiamo dire che è stato un macello? Come ogni anno, gli eventi prenotabili (gratis e non) sono stati rilasciati a scaglioni dall’inizio di aprile. Con un calendario fittissimo, questo ha portato a molte sovrapposizioni di eventi particolarmente ambìti, finendo col mandare in crash il sito quasi a ogni apertura delle prenotazioni.
Ora, prenotare un posto gratuito e non riuscirci per problemi tecnici indipendenti da te è già fastidioso; ma se dopo aver concluso il pagamento il sito ti risponde “oh no, sorry, i posti sono finiti”, la cosa non va bene. Su molteplici piani.
Gli eventi a pagamento, poi, erano anche i più ambiti del pur ricco parterre: nello stesso giorno, alla stessa ora, si sono attivate le prenotazioni per Alberto Angela, Emmanuel Carrère e Zerocalcare… cosa poteva mai andare storto?!
Forse spalmare le prenotazioni “calde” su più momenti della giornata, anziché concentrarle tutte alla stessa ora dello stesso giorno, avrebbe contribuito a evitare almeno i problemi peggiori.
Immaginando che la cosa si ripeterà l’anno prossimo, potrebbe essere una buona idea dotare il sito di un meccanismo di riserva temporanea del posto durante il pagamento (cinque minuti, per esempio), come fa persino Trenitalia. Così si eviterebbe che qualcuno completi l’acquisto per un biglietto che nel frattempo non esiste più.
Un altro modo per gestire il flusso selvaggio di persone (che ricorda un po’ il click day del sito dell’INPS) potrebbe essere quello delle code virtuali. Costano meno di quanto si possa pensare. Se avete bisogno di una consulenza, amicy del Salone, scriveteci pure!
Eventoni & Eventini
Come già detto nel paragrafo precedente, secondo noi le prenotazioni a pagamento non sono state la migliore delle idee. Capiamo il ragionamento dietro la decisione: una cifra pressoché simbolica (tre euro) avrebbe dovuto scoraggiare chi prenota senza poi presentarsi, evitando sedie vuote e figuracce con gli ospiti di rilievo. Solo che a pagamento sono finiti nomi come Alessandro Barbero, Alberto Angela, Zerocalcare, che da anni fanno il tutto esaurito, e ospiti enormi come Emmanuel Carrère e Bernie Sanders. Davvero qualcuno ha temuto che rimanessero posti vuoti?
E peggio: davvero non ci si è resi conto che si sarebbe creata una fila da qui all’eternità di non–prenotati pronti a occupare qualsiasi posto lasciato libero?
L’affaire Alberto Angela
È quello che è avvenuto, per esempio, con il panel di Alberto Angela. Numerose persone si sono lamentate dell’assenza di informazioni corrette da parte di chi gestiva la fila dei non prenotati: a fronte di poche decine di posti lasciati liberi, si è lasciato formare un serpentone di centinaia di persone che è rimasto in piedi, sotto il sole, per un’ora, in attesa di sapere se avrebbe potuto entrare o no. E il nervosismo, unito al caldo e alla sgarbatezza di una parte del personale, ha portato a una situazione in cui è dovuta intervenire la sicurezza. Per una fila. Per la presentazione di un libro.
Ci rendiamo conto che qualcosa decisamente non ha funzionato, sì?
E se la maleducazione dei singoli non è certo una responsabilità degli organizzatori del Salone, la formazione del personale, volontario o pagato, lo è eccome.
È necessario formare il personale e dare linee guida precise e coerenti: Se si sa che i posti disponibili per i non prenotati saranno trenta o quaranta, è inutile lasciare in fila trecento persone. Ottenere risposte diverse a seconda della persona a cui si chiede, o vedere il personale rimpallarsi le responsabilità, non può che generare confusione e fastidio.
I vincoli di prenotazione
Vorremmo muovere una critica anche al vincolo delle tre prenotazioni al giorno, perché si traduce in un limite per chi, come noi, passa dentro al Salone l’intera giornata (per tutti e cinque i giorni). Immaginiamo che il limite sia stato introdotto per evitare che ci si prenoti selvaggiamente a tutti gli eventi, salvo poi non presentarsi a nessuno; si potrebbe però ragionare su metodi diversi, forse: per esempio, una nota catena di palestre blocca la possibilità di prenotare a chi non si presenta o non disdice in tempo. Si potrebbero applicare azioni simili all’account di chi prenota: se non ti presenti a un evento, ricevi una penalità; se non ti presenti a due, tutte le tue prenotazioni si annullano automaticamente.
Sarebbe altresì interessante se lo sblocco delle prenotazioni introducesse un sistema di alert, una sorta di waiting list per gli eventi: l’utente potrebbe così iscriversi agli eventi che gli interessano, e ricevere una notifica il giorno prima, o poche ore prima, dall’apertura delle prenotazioni. Sarebbe uno splendido servizio – e sì, lo sappiamo che occorrerebbe ulteriore lavoro per implementarlo, però noi ve lo suggeriamo lo stesso.
Sale, presentazioni, caos
Spostandoci in altri spazi, potrebbe essere il caso di rivedere le regole sugli stand che possono fare presentazioni microfonate al di fuori dalle sale. Ci sono momenti in cui – specie nei pressi degli stand regionali, ma non solo – si sommano i suoni provenienti dai diversi microfoni nelle vicinanze, generando notevole caos; caos che risulta disturbante sia per i visitatori, che scappano, sia per i poveri espositori (i quali però non hanno modo di fuggire).
Certo, le sale sono relativamente poche se raffrontate alla quantità di editori che vogliono utilizzarle, e qualcuno inevitabilmente risulterà escluso. Non crediamo però che la soluzione sia permettere a chiunque di fare una presentazione al proprio stand, se non ci sono gli spazi adeguati: tra la moltiplicazione dei microfoni e la mancanza di spazio, si va incontro a situazioni di disagio non indifferente – e se pensiamo alla carenza di spazio, pure a problemi di sicurezza.
Infine, il Romance PopUp
Capiamo che separare il Romance Pop Up dal resto del Salone sia in parte necessario per gestire, almeno in parte, la massa umana che genera – un pubblico che è ormai è davvero la colonna vertebrale dell’editoria italiana.
Questo incentivo a “uscire”, però, ha creato due problemi speculari: in molte lettrici romance la sensazione è stata quella di venire ghettizzate, alimentando l’idea che il romance sia un contenuto di serie B, buono per foraggiare il resto, ma solo lontano dagli occhi dei letterati veri.
Dall’altro, le micro case editrici specializzate in romance hanno avuto grossi problemi di affluenza, con il loro pubblico dirottato fuori dai padiglioni; destino analogo è capitato anche alle case editrici fantasy, che pur non condividendo lo stesso identico target, intercettano una fascia simile di giovani lettrici. E il sabato e la domenica, quando queste lettrici venivano tenute in coda all’esterno per ore, non serviva un luminare per capire che chi fa la fila sotto il sole dalle 15 alle 18 poi vuole solo riposarsi, e difficilmente rientra a vagolare tra gli stand.
Si potrebbe forse ragionare su un sistema di coda digitale per i firmacopie, che permetta di continuare a visitare la fiera (e comprare libri) nell’attesa?
Nota a margine sulla mappa cartacea a pagamento
Due parole anche sulla mappa cartacea, che quest’anno era disponibile solo pagando il costo (simbolico) di un euro. Non siamo del tutto contrarie e capiamo le motivazioni dietro alla scelta; motivazioni che però abbiamo desunto in autonomia, perché sul sito la cosa non è stata comunicata. Sarebbe stato più utile, secondo noi, metterli nero su bianco, quei motivi, anche se sembrano scontati: le persone che ne arraffano manciate lasciando gli altri visitatori a secco (negli anni scorsi succedeva spesso che dopo meno di due ore dall’apertura fossero già esaurite), gente che le butta per terra come carta straccia e poi se ne fa dare un’altra perché “tanto è gratis”, e via così. E qui si torna al tema della maleducazione…
Le aree self: libri e comics
Partiamo dalle cose belle.
Secondo noi la Self Area è ulteriormente migliorata quest’anno (un trend che continua dal 2024), adottando una disposizione finalmente più funzionale. Come dicevamo all’inizio, buona parte dell’area business/pro è stata eiettata dal Padiglione 2 con la creazione di un quinto padiglione esterno, in cui le cattedrali nel deserto hanno trovato finalmente il loro habitat. La metratura guadagnata è stata riconvertita in due aree distinte ma affiancate: la self area propriamente detta e una serie di piccoli stand per i collettivi (quelle realtà liminali che esistono nel mezzo, tra il singolo autore self che vende i propri libri nella Libreria Self e il piccolo editore che può permettersi uno stand vero).
Il Salone – o meglio, Sara Speciani, l’organizzatrice dell’area – ha deciso di sperimentare con stand da 4mq. “Una scatoletta di tonno”, ci hanno detto. Ma comunque pur sempre una stanza tutta per sé.
Lo scorso anno era stato il Lux Lab ad aprire le danze; quest’anno si sono aggiunti Romance MM & LGBT+, Muziki Music Studio, Indie Rangers, Self Creation, La Lanterna e Stay Self. Anche se possono sembrare pochi nomi, in realtà hanno smosso TANTISSIME persone.
La posizione ha giocato un ruolo fondamentale: gli stand si trovavano lungo una parete all’incrocio di due zone ad alto traffico, e questo ha portato a fermarsi anche visitatori che non cercavano specificamente il romance queer, ma che venivano attratti dalle cover o che erano curiosi di scoprire qualcosa di nuovo. E al pubblico di passaggio si è sommato quello dei collettivi stessi, squadre ormai rodate nel fare fiere insieme, che avevano impostato una comunicazione dedicata e aperto i preorder con anticipo, un po’ come si fa al Festival del Romance Italiano.
Il risultato si è visto: il Lux Lab da solo ha registrato il doppio delle vendite rispetto all’edizione precedente (i dettagli sul loro IG) e ha incontrato un pubblico interessato sia al romance sia al romance LGBT+, con grande successo in particolare per i romanzi saffici e trans, che di solito vendono poco e niente. Lo stand del Romance MM & LGBT+ si è alleggerito di oltre duecento volumi, e tantissimi visitatori si sono segnati i titoli per il futuro avendo già esaurito il budget per la fiera (tranquillə: chiunque di noi può capirvi BENISSIMO)
Gli incassi di tutta la libreria self sono praticamente raddoppiati rispetto allo scorso anno.
Accanto a queste note positive, purtroppo altri collettivi alla propria prima esperienza non sono riusciti a coprire le spese, come Stay Self. Ma non per questo hanno considerato l’occasione come persa, anzi. La rivoluzione non si fa in un giorno, e nemmeno in un anno, e i numeri di quest’edizione dicono chiaramente che la self area sa muovere gente e sa vendere e, anche se altri stand potrebbero aver avuto minor soddisfazione economica, il fenomeno in sé ha funzionato alla grande, anche solo per via dell’attenzione che ha calamitato.
Auspichiamo che il trend continui e che l’anno prossimo si possa festeggiare un’ulteriore crescita… Magari dopo aver guardato con attenzione alle realtà collaudate e a quei professionisti che sanno come si fa una fiera.
Perché siamo davvero felici del successo della self area, è la dimostrazione dell’ottimo lavoro che fanno i singoli autori e le singole autrici durante tutto l’anno.
Tuttavia, lo stacco rispetto alla Comics Self Area era abissale. Mentre l’emozione dell’esordio vedeva scrittori e scrittrici ondeggiare fra l’eccessiva timidezza e l’eccessiva invadenza, l’atteggiamento rilassato e scafato di artisti e artiste del fumetto rendeva, per chi passava, molto più agevole la scoperta di chicche da portarsi a casa. Un modello che consigliamo senza dubbio di osservare e imitare!
Chi ci lavora
Il Salone funziona se chi lavora dentro e chi arriva da fuori trovano un modo per incontrarsi.
Per questo riteniamo sia doveroso – l’abbiamo già detto ma vogliamo ripeterlo – dare indicazioni precise e formare il personale, volontario o meno. Ma anche valorizzare i professionisti che sono già al Salone e che potrebbero essere una spalla preziosa, se solo venissero coinvolti.
Perché, quando l’incontro fra le diverse persone che animano una fiera non funziona, a perderci è sempre chi ha meno potere, ed è paradossale, perché questi sono il piccolo editore, il lettore in coda (che hanno pagato per esserci) e il personale annichilito dalla folla (che solitamente non viene pagato per esserci).
Per spiegare cosa intendiamo, un fatto accaduto direttamente a noi.
Come Ultima Pagina, da anni usufruiamo di un pass stampa; avendo nel team anche una giornalista regolarmente iscritta all’albo e accreditata, quest’anno abbiamo avuto anche la possibilità di ottenere un pass parcheggio che ci ha permesso di lasciare l’auto sul fianco dell’Oval.
Il pass parcheggio veniva convalidato ogni mattina all’ingresso dell’area parcheggio, ma per il resto, trattandosi di un ingresso di servizio utilizzato dalla stampa e dalle forze dell’ordine, la gestione è piuttosto lasca: nessuno, per capirci, bippa i singoli pass personali per l’ingresso.
A differenza del biglietto giornaliero, un pass (stampa o espositore che sia) va convalidato sia all’ingresso sia all’uscita, pena il risultare “ancora all’interno” e non poter quindi rientrare. Consapevoli di questo, abbiamo chiesto informazioni fin dal primo giorno: l’addetto all’uscita ci comunica che non avendo convalida in entrata, non è necessaria quella in uscita. Lo stesso è stato ripetuto anche il giorno dopo. Ci siamo fidate.
Se non fosse che, al quarto giorno, gli addetti al controllo ci hanno fermate, anche con una certa brutalità, contestando con veemenza le nostre parole, arrivando a negare l’esistenza del pass con ingressi illimitati. La situazione si è gonfiata, abbiamo richiesto l’intervento di responsabili della sicurezza che hanno poi confermato le nostre parole.
Insomma: tempo perso, cortisolo accumulato, un litigio evitabilissimo se le linee guida fossero state chiarite bene dall’inizio del Salone. Ed è una cosa che succede ogni anno: dall’introduzione della convalida in uscita, puntualmente a metà evento arriva qualcuno con istruzioni completamente diverse da quelle del collega.
Se ci siamo incazzate noi, che comunque sappiamo benissimo come funziona, come si può pretendere non si arrabbi chi si scontra con questa incoerenza alla fine di una giornata gioiosa, ma snervante?
Perché allora non usare i famigerati creator per qualcosa di diverso dalle foto alla colonna dei libri? Perché non fornire anche a loro indicazioni chiare sulle prassi interne, in modo che possano divulgarle al proprio pubblico? Non a tutti, magari, ma almeno a quelli di punta, i più seguiti, o quelli che negli anni si sono dimostrati affidabili. Sarebbe un canale di comunicazione capillare che il Salone ha già a disposizione e che non sta sfruttando.
Sì, ma gli editori?
Ci siamo un po’ dilungate e non abbiamo ancora parlato degli editori.
È che… ci è sembrato fossero contenti? Tutti? Certo, non abbiamo l’arroganza di pensare di parlare per ogni editore che espone al Salone, né per quella stretta cerchia che conosciamo personalmente. Ma in generale ci è sembrato che questa sia stata un’annata eccezionale per vendite e ricavi, e che l’incontro di fine Salone in cui si parla di cifre non abbia imbellettato troppo la realtà. Chi si è lamentato ha avuto grossi problemi di posizione – e ne abbiamo parlato.
Quindi, come la chiudiamo? Hip hip, hurrà per il Salone e il suo grande successo?
Considerazioni finali
Ricordate come abbiamo aperto questo corposo articolo?
Ecco: il mondo salvato dai ragazzini è certo la speranza di un mondo (reale, la nostra biglia blu) salvato dalle prossime generazioni. Ma quel “mondo” è anche quello dell’editoria e anche (e soprattutto) quello del Salone stesso.
Senza la massiccia presenza di giovani, e nello specifico di giovani donne e della loro fame di storie e anche di estetica, sì, che le spinge a implorare le famiglie per lasciar loro spendere soldi in libri… cos’altro sosterrebbe il settore?
Non certo poesia e filosofia, purtroppo.
Il Salone Internazionale del Libro di Torino è una delle fiere editoriali commerciali (si chiamano proprio fiere mercato, ribadiamolo) più grandi d’Europa, e questa sua definizione da sola basta a far preventivare senza eccessivo sforzo d’immaginazione quanto sia una fiera pensata per attrarre quanta più gente, e clienti, possibile. È una bolla di incontri e cultura, sì; ma credere possa essere una piccola bolla, molto esclusiva, solo per veri intellettuali che amano solo la vera letteratura impegnata (che acquistano rigorosamente solo agli stand delle big nell’Oval…) e che fanno del gatekeeping nei confronti del Salone la loro bandiera, manco fosse una piccola libreria indipendente di quartiere… significa forse aver bisogno di togliersi la giacca con le toppe sui gomiti e provare a ragionare un attimo con onestà sulla vita vera.

Quella dove a tutti piace sentirsi al centro del mondo, ma in molti sanno che non è così che funziona e che, per esempio, poter girare il Salone senza ressa di plebe attorno implicherebbe il fallimento della fiera stessa.
La sensazione che emerge da molti commenti che abbiamo letto online è la diffusa convinzione che il Salone del Libro dovrebbe essere qualcosa di più simile a una semplice “festa del libro”, slegata dalle logiche commerciali. Sono critiche che vediamo da anni, ma forse quest’anno sembrano essersi accentuate, anche per l’impatto ormai evidente della creator economy sul mondo editoriale: gli eventi con influencer e creator hanno fatto il pieno, e la maggior parte di chi si è lamentato della folla l’ha fatto partecipando proprio alle presentazioni più viralizzabili, snobbando i molti piccoli stand.
Rendere il Salone meno mercato, e più festa, ecco, non è una svolta che ci sembra plausibile; ma forse può essere uno spunto di riflessione per il Salone, per capire meglio cosa è diventato, e cosa vuole diventare in futuro.
Un futuro che, ne siamo certe, vedrà sempre maggiore affluenza di persone.
La responsabilità collettiva del pubblico
E proprio alle persone dedichiamo queste ultime righe.
Nessuna miglioria regge se chi arriva non mette in conto che avrà altri centomila esseri umani intorno a sé. Non è una critica facile da fare, perché suona come la classica difesa d’ufficio dell’organizzazione, ma se ci seguite sapete che non abbiamo mai risparmiato critiche al Salone. Inoltre, è la realtà: puoi mettere più fontanelle, migliorare il sito, formare meglio il personale, creare code digitali per i firmacopie (e noi ci auguriamo che chi di dovere lo faccia), ma nessuna di queste soluzioni funziona se chi partecipa non porta con sé un briciolo di consapevolezza di trovarsi in uno spazio condiviso, con regole implicite che esistono proprio perché in quello spazio ci sono anche altri.
La maleducazione di massa non è qualcosa che si possa risolvere facilmente, anche perché spesso non è nemmeno vera maleducazione: chi occupa tre posti con la borsa lo fa perché è stanco e non pensa, non perché davvero gioisca nel vedere altri in piedi. Chi non cede il passaggio a chi ha difficoltà motorie spesso non se ne accorge nemmeno, talmente è concentrato sulla propria esperienza. Chi ha particolari restrizioni alimentari e trova poca scelta, fa bene a lamentarsi, ma dimentica quanto cibo rischia poi di venir gettato se si creano soluzioni troppo specifiche che la folla snobba. È snervante non essere considerati, ma davanti a così tante persone, forse, serve anche diventare ragionevoli.
L’unico modo per rendere l’esperienza a prova di folla, forse, sarebbe allungare il Salone per più giorni, molti più giorni, tipo un mese intero; ma con la maggior parte dei giorni senza eventi di richiamo che non attirino troppa gente, per carità. Secondo noi gli editori potrebbero prenderlo per un rapimento e avere problemi a pagare un albergo e un deposito libri per quattro settimane, ma ehi: è un problema loro, no? E per chi sogna di girare i padiglioni senza nessun tipo di disagio, i problemi altrui magari contan meno.
Alcune cose nessuna organizzazione può sistemarle al posto nostro. Chi è entrato nei bagni (per non parlare di chi li pulisce) si trova davanti cose che non vi descriviamo, perché è meglio così. Nessuna accortezza organizzativa le può prevenire, se non ci si impegna tutti a fare qualcosa.
E finché non lo capiremo, continueremo ad avere gli stessi problemi, ogni anno, puntualmente, come i bagni inutilizzabili del Lingotto.
Per concludere, stavolta sul serio.
Un consiglio a tante e tanti creator che stanno giustamente dicendo la propria e che hanno il sacrosanto diritto di farlo.
Ma ecco, quando vi appellate alla dimensione umana del Salone, al fatto che dobbiamo ricordare che l’editoria è anche arte e non solo mercato… non fatelo usando ChatGPT per scrivere. Che si vede.
E sta davvero, davvero male, raga, farsi dire da una macchina di restare umani.





Bellissima analisi, avete espresso molti dei miei pensieri.
Una delle cose che mi ha maggiormente compito è che, ogni volta che entravo in un bagno c’era una persona che stava pulendo o era pronta a farlo.
(Sono stata al salone tutti i giorni)
Certo che, se ci mettessimo un po’ anche del nostro, come rispetto, gentilezza, ecc, non sarebbe male
Grazie sempre per i vostri consigli e suggerimenti per noi visitatori. Siete preziose