SalTo2025 e Area Self: la pagella

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Pubblicato il 29 Maggio 2025

Poster evento SaTo 2025, Area Self.
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Prima di pubblicare il resoconto completo del nostro Salone del Libro 2025, abbiamo chiesto a Melanto e a un paio di amiche esperte di self di valutare la gestione di quest’anno dell’area dedicata. Ne avevamo già parlato l’anno scorso, analizzando le proposte positive e le criticità. In questa edizione abbiamo visto dei cambiamenti importanti, con una trasformazione dello spazio condiviso in modo che invitasse alla collaborazione tra partecipanti e con l’introduzione degli stand per collettivi “informali” che non si possono qualificare come editori (e diciamolo, magari neanche vogliono farlo), e vogliamo condividere le nostre valutazioni. 

In generale, al netto di alcune analisi che vedono il self come “la strada facile”, un canto di sirene o una tentazione per saltare la trafila della pubblicazione tradizionale – se non come la morte dell’editoria, tanto per non farla troppo tragica – secondo noi è davvero importante che non solo qualcuno si impegni per portare il self di qualità al Salone, ma che lavori affinché gli autori superino la dimensione individualista e si uniscano per promuoversi ed emergere. 

SalTo25: osservazioni da “esternə”

Avatar Melanto Mori, Daniela Barisone e Camilla Cosmelli

Melanto Mori

E quindi, com’è andato questo SalTo2025?

Benissimo!

È andato così bene che ho passato due giorni in coma per riprendermi e ora ho un mal di gola infinito che ha avuto l’unico effetto positivo di abbassarmi la voce di un’ottava, rendendola molto sexy (fluidity strikes harder!).

Ma non divaghiamo su questi mali ‘e ndindò – come diceva mia nonna.

Salone del Libro di Torino 2025.

Ero statə convintə che non partecipare come autore, ma solo come blogger per Ultima Pagina, mi avrebbe permesso di godermi la fiera, come non ho potuto fare lo scorso anno.

Ah, ah, ah. STOCAZZO.

Penso di non aver mai camminato tanto, parlato tanto, conosciuto e visto gente come in questa edizione. Mi sono divertitə? AVOJA. Ma mi sono pure stancatə abbestia e ciò mi ha ricordato che, come diceva Gigliola Cinquetti già nel ’64, “Non ho (più) l’età”.

Ciò non mi ha impedito di bazzicare soprattutto nella Self Area, per vedere com’era stata organizzata per questa edizione. Parlando con alcuni autori presenti, ho sentito qualche parere discordante tra chi ne era molto entusiasta e chi meno.

Ma andiamo con ordine. 

Self Area e sua disposizione 

Come ogni anno, la Self Area ha trovato posto all’interno dell’Area Pro. I primi due giorni, quindi, gli autori presenti hanno dovuto condividere lo spazio con i professionisti del settore. Questo cosa ha comportato? Che giovedì e venerdì l’area dedicata agli scrittori indie era piuttosto piccola, poco agevole e spesso caotica. I tavoli risultavano affollati, con libri di generi diversi ammassati insieme e senza un’esposizione ordinata; non tutti i titoli selezionati quindi sono riusciti a trovare una collocazione visibile, nonostante il tentativo del personale del Salone di ruotare ciclicamente i testi.

Una soluzione scomoda e confusionaria, sia per gli autori che per i lettori.

La situazione è però migliorata: dal sabato al lunedì, infatti, l’area è stata interamente destinata agli scrittori indipendenti, spostando i professionisti altrove in modo – a mio parere – più ordinato. Il risultato? Un ambiente più arioso, vivibile e ben distribuito, con spazio sufficiente per ogni libro e autore. I cartelli sospesi hanno inoltre facilitato l’orientamento del pubblico, permettendo di trovare più facilmente la sezione d’interesse.

Le novità che mi hanno convintə di più 

Tra le introduzioni più interessanti di quest’anno di sicuro è spiccata la possibilità di effettuare preordini.

FINALMENTE.

Questa pratica, già ben rodata al Festival del Romance Italiano (FRI), ha permesso ai lettori di acquistare la propria copia in anticipo, comodamente da casa, e poi ritirarla allo stand. Un sistema efficace che evita di tornare a mani vuote e agevola l’organizzazione, sia per gli autori che per il pubblico – oltre che aumentare le vendite, visto che era stata data anche la possibilità di spedizione dei volumi, per chi non sarebbe andato al Salone.

Un’altra novità significativa è stata l’autogestione tra autori. L’organizzazione del Salone ha diviso gli scrittori per genere, lasciando che coordinassero turni e strategie promozionali tramite call dedicate. In questo modo, gli autori hanno potuto discutere dei rispettivi libri (inclusi quelli degli scrittori in delega) e pianificare i turni di presenza al tavolo, evitando sovraffollamenti e favorendo una gestione collettiva più consapevole.

Tuttavia, non sono mancate le critiche. Da una parte, alcuni autori hanno parlato di spirito di collaborazione e impegno reciproco; dall’altra, c’è chi ha lamentato disorganizzazione, mancanza di comunicazione e individualismo.

Temo che questo sia un problema legato al singolo autore.

Chi ha già esperienza nelle fiere, sa muoversi bene sui social, ha un seguito e conosce l’importanza del lavoro di squadra, tende ad affrontare questo tipo di eventi in modo più efficiente. Ma non per tutti è così, e se ti ritrovi con persone poco collaborative perché non capaci a coordinarsi con gli altri allora l’esperienza finale non sarà un granché.

Da questo punto di vista devo fare un plauso al tavolo del fantasy, perché le autrici erano davvero organizzatissime e si davano molto da fare.

Mi è capitato di vedere ancora qualche atteggiamento un po’ più “arrembante”, se così vogliamo dire, ma che ha saputo disperdersi nel clima generale dell’area.

Altro plauso va all’angolo FRI perché ha davvero sbancato! Aveva sempre una coda lunghissima di lettori e questo mi sembra un bello schiaffo morale verso chi, invece, non perde occasione di denigrare il romance (toh! guardate chi vende e se ne sbatte il cazzo dei vostri piangini).

Ho apprezzato, inoltre, che l’area fosse interamente percorribile girandole attorno e apparentemente più ampia rispetto all’anno scorso.

Ciò che di sicuro continua a non convincermi è la disposizione dei tavoli e l’insistenza di avere delle “librerie” all’interno dall’area. Il visitatore medio, specie nel caos del weekend, preferisce muoversi all’esterno, non si mette a guardare le librerie, che spesso creano ingorghi, ostacolano il passaggio e rendono difficile la scoperta dei libri. Penso che questa cosa andrebbe studiata ancora un po’ e magari scegliere una soluzione che non sia troppo dissimile da quella adottata dagli stand delle Case Editrici oppure di quelli “cumulativi” delle regioni, in cui si espongono diverse CE negli stessi spazi.  

Gli indipendenti su cui bisogna puntare

La scelta che ho più apprezzato, però, è stato il fatto che alla Self Area siano state aggiunte – oltre al Collettivo Scrittori Uniti (CSU), zoccolo duro del self al Salone del Libro – delle realtà indipendenti e ben organizzate come Lux Lab e Attaccapanni Press che hanno creato un angolino romance queer (e non solo) grazie anche alla presenza della piccola casa editrice Renape e allo stand di Peony Publishing. Un’area viva, trafficatissima e che ha finito per diventare anche una sorta di punto di ritrovo per lettori e scrittori di quel determinato genere (l’internet è più piccolo di quanto sembri).

Dare un credito così importante a questo tipo di realtà indipendenti è stata una scommessa vincente, perché ha permesso di dimostrare come gli autori indie possano lavorare bene quanto una casa editrice, e possano vendere alla grande – con sfilze di sold out. Perché a fronte di tutti i detrattori, vagliù, il self publishing se fatto come si deve – curato, competitivo, con una grafica professionale e una buona presenza sui social – funziona e non ha niente da invidiare ai prodotti di una casa editrice.

Tirando le somme

Per concludere, trovo che la Self Area 2025 sia stata, a mio avviso, più bella, più organizzata e più efficace rispetto al 2024. So che ci sono già dei cambiamenti in vista per l’edizione del 2026, e che la Self Area è in continua evoluzione nella mente organizzativa della sua responsabile, Sara Speciani.

Non so in che modo si evolverà, ma una cosa è certa: rispetto ai primi anni, la direzione sembra finalmente quella giusta.
Magari non sarà l’anno prossimo, ma sono convintə che presto anche noi autori indipendenti potremo avere uno spazio all’interno del Salone del Libro di Torino che rispecchi davvero la qualità e la professionalità del self italiano.

Perché ce lo meritiamo.

E perché, quando vogliamo, siamo capaci ‘e scassà ‘e ciess.

Self publisher al Salone Internazionale del Libro – L’esperienza di Lux Lab

Avatar Melanto Mori, Daniela Barisone e Camilla Cosmelli

Daniela Barisone

Lo sapete che mi piace lamentarmi. Al punto che lo scorso anno sono stata invitata come relatrice a esporre le mie lagne direttamente al Salone del Libro di Torino, che è sfociato appunto nel panel “Il Salone che vorrei”.

Ecco, in questo anno è successo che invece di mandarmi a quel paese, quello che avevo da dire è stato ascoltato da Sara Speciani, l’organizzatrice dell’Area Pro e della Libreria Self. Dunque quest’anno Lux Lab ha potuto esporre al Salone in qualità di esperimento.

Cosa è successo? È stata data l’opportunità ai collettivi editoriali come il mio, ovvero quelle piccole realtà che sono un po’ più “in su” del singolo autore self, ma anche “meno” del micro editore, di avere il proprio spazio. Realtà che sono comunissime nell’ambito del fumetto da cui provengo, infatti questa avventura è stata percorsa insieme agli amici di Attaccapanni Press e Renape presenta (Renape è un micro editore) che realizzano fumetti, ma che non sono così comuni nell’editoria tradizionale. 

Di fianco a noi avevamo invece Peony Publishing, neonata casa editrice di Lidia Ottelli, la quale ha portato anche diverse autrici (self) dal FRI (a cui partecipiamo anche noi) che hanno fatto il firmacopie proprio in Self Area.

Siamo state dunque un esperimento per vedere come si comportano i self in stand per conto proprio… e ragazzi, oltre le mie più rosee aspettative.

Abbiamo fondato Lux Lab sei anni fa, eravamo delle disilluse del sistema editoriale ognuna con il proprio bagaglio professionale alle spalle. Venivamo da un mondo in cui il romance queer era definito poco serio e siamo sempre state spinte a scrivere vera letteratura, mica romanzetti di gente che limona e si incula.

Quei romanzetti poco seri hanno sbancato in cinque giorni di Salone: siamo tornate a casa con 12 libri a fronte di 400 copie che avevamo con noi (che per carità, non sembrano tantissime, ma vi ricordo per l’ennesima volta che non siamo un editore). Un successo su tutti i fronti, sia quello economico che quello emotivo.

Tutto questo può sembrare poca roba, ma per una realtà piccola e politicizzata come la nostra non è esattamente poco. Non è scontato essere ascoltati da un gigante come il Salone e ottenere qualcosa in cambio. Non è scontato che micro realtà ibride e strane, che non rispecchiano gli standard, possano trovare un loro posto. Non è scontato che ci sia il desiderio e la volontà di trovarlo, quel posto.

Quest’anno nella Libreria Self abbiamo distribuito anche un opuscolo che è stato commissionato dalla FUIS in collaborazione con la Libreria Self del Salone, scritto da me medesima, in cui espongo la mia ardita teoria ovvero che il fare gruppo tra scrittori, il creare collettivi, l’unirsi tra persone sia la risposta corretta a un ambiente sempre più soffocante in cui è difficile e complicato non tanto emergere, ma essere altro (e volerlo essere).

In virtù di questo, è emerso anche durante il panel a cui ha partecipato Gaia di UP che ci sono tutti gli intenti per la Libreria Self di muoversi in questa direzione di cui siamo state fiere pioniere quest’anno, dimostrando che si può fare.

Ovviamente non sarà un cambiamento immediato, non accadrà l’anno prossimo, ma un passo per volta e con gli strumenti giusti si riuscirà a trasformare la Libreria Self del Salone del Libro in un incubatore frizzante dell’underground narrativo italiano.

Io ci credo.

Il mio Salone in area Self

Avatar Melanto Mori, Daniela Barisone e Camilla Cosmelli

Camilla Cosmelli

Terzo anno della nuova area destinata ai self publisher al Salone del Libro, terza partecipazione anche per me. Sotto la direzione di Sara Speciani, che è sempre pronta ad accettare suggerimenti esterni, gli autori indipendenti stanno vedendo un netto miglioramento di anno in anno.

La novità del 2025 è stata l’adozione dei piccoli gruppi e della collaborazione in stile CSU (il Collettivo Scrittori Uniti, che fin dall’inizio è presente come consulente e partecipante attivo): tavoli con una decina di autori al massimo, di cui uno o due in delega, che sono stati messi precedentemente in comunicazione e si sono potuti organizzare come un gruppo coeso, in cui tutti vendono tutti e non sono mai presenti più di due venditori per volta, in uno sforzo collettivo per ottenere il meglio dall’esperienza in fiera. Ovviamente i libri erano anche divisi per generi e sottogeneri, come urban fantasy o epic fantasy, in modo da attirare più facilmente i lettori in target.

Il risultato? Un’area più vivibile per tutti: autori che non debbano sgomitare per farsi vedere, e pubblico che non si trovi il plotone d’esecuzione pronto a sparargli contro libri su libri.

Tutto perfetto, quindi?

Certo che no. Due punti mi stanno particolarmente a cuore e riguardano entrambi la logistica.

Numero uno: l’area ridotta nelle prime due giornate.

La Self Area fa parte della più grande area PRO(fessionisti) e il giovedì e venerdì occupa sempre uno spazio ridotto, perché metà stand è riservato agli incontri professionali. La visibilità per i libri self, costretti a stringersi tra qualche tavolo e le librerie verticali, è inevitabilmente compromessa e questo porta a vendite risicate, spesso limitate a quei lettori che vanno a colpo sicuro in cerca di libri che avevano già intenzione di comprare. Considerando la grande affluenza di quest’anno anche il giovedì e il venerdì, spero che dalla prossima edizione gli autori self possano usufruire dello spazio completo, per cui pagano fin dal primo giorno.

Numero due: la disposizione dei tavoli.

In fiera esistono due macro tipologie di stand: quelli tipici dei grandi editori, che occupano un blocco intero, e quelli dei piccoli editori.

I primi hanno un layout strutturato, simile a una libreria, con un ingresso ben definito, un numero relativamente esiguo di commessi e una cassa in cui pagare. Questa situazione è possibile perché i libri esposti sono famosi, quindi si vendono da soli, o possono godere di una certa fiducia grazie al nome dell’editore, che non smania dal vendere il più possibile per rientrare dei costi di partecipazione.

E poi ci sono tutti gli altri, con una tavolata posta direttamente sul corridoio, in modo da intercettare l’occhio dei passanti, e i venditori schierati dietro il banco, pronti a spiegare i vari titoli – per lo più sconosciuti – al pubblico interessato. Un pubblico che, a differenza di quel che accade per i grandi editori, a volte ha bisogno di una spintarella e un ammiccamento in più per essere convinto ad acquistare.

La Self Area al momento è un ibrido fra queste due soluzioni. E proprio per questo non funziona come dovrebbe. L’idea di creare una “libreria dei self”, con spazi espositivi verticali e orizzontali tra cui perdersi, è molto romantica, ma se l’area è tutta aperta e i tavoli sono attaccati al muro in fondo, con tutti gli autori nel mezzo, il pubblico semplicemente si spaventa e non entra. Al massimo dà una sbirciata dal corridoio.

Nella prima mattina di sabato questa era la situazione e noi autori ci siamo attivati facendo spostare i tavoli verso il margine esterno. Il miglioramento è stato subito evidente, anche se le rientranze create per mancanza di spazio continuavano a ostacolare il flusso dei visitatori.  

Non c’è molto da dire: i libri self hanno bisogno di essere presentati, proprio come quelli dei piccoli editori. E come tali, quindi, avrebbero bisogno di essere disposti direttamente al margine del corridoio, in modo da dare al pubblico la possibilità di lasciarsi attirare dalle copertine e farsi spiegare le trame.

Nota a margine: nel mio tavolo la collaborazione ha funzionato molto bene, perché tutti eravamo proattivi e disposti a fare il bene dei nostri colleghi. Non so se ha influito il fatto che più o meno tutti avevamo già esperienze con il pubblico (se non in fiera, almeno ai firmacopie in libreria), ma ci siamo ascoltati e aiutati a vicenda, lavorando come gruppo e non come singoli.

Ecco, rispetto all’anno scorso forse è mancata una lezione preliminare su come vendere un libro, con esempi di approccio non invasivo e modi per spiegare velocemente i punti chiave di una trama, senza rischiare di annoiare il potenziale lettore. Si potrebbe obiettare che non è compito del Salone formare gli autori che vogliono vendere, ma trattandosi di un progetto corale trovo giusto che anche lo sforzo per farlo funzionare sia tale da permettere a tutti di brillare.

Manca poco, manca davvero poco per permettere a quest’area di esprimere tutto il suo potenziale. I banchetti singoli sono un’utopia a cui non credo che arriveremo mai; anzi, a dirla tutta forse preferisco questa soluzione, perché la maggior parte degli autori ha un paio di volumi, magari una saga, e quanta attrattiva possono avere decine di postazioni con uno o due libri l’uno? Anche la sovraesposizione può spaventare il pubblico.

Invece i piccoli tavoli di quest’anno e la collaborazione tra gli autori hanno fatto tantissimo, al punto che i primi dati parlano di vendite triplicate rispetto allo scorso anno.

Premesso che nel 2026 mi prenderò un anno sabbatico dalla Self Area per curare al meglio tutti i miei progetti (e intanto pubblicare qualcosa anche con CE), quest’anno mi sono sentita più simile a un piccolo editore che a un’autrice buttata in un mare di altri autori.

E non vedo l’ora di ripetere l’esperienza.

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