“Il Salone è un paese dei balocchi, un irresistibile inganno”.
Chissà dove l’abbiamo letta nel mazzo dei resoconti e caroselli di questi giorni (autorə dispersə, se ti riconosci palesati!), ma continua a risuonarci in testa, come quando una canzone alla radio racconta quello che stai provando.
Il Salone è davvero un inganno, un imbroglio.
Cinque giorni di persone che fanno ressa per i libri. Cinque giorni di editori assaltati come una diligenza western, fra domande e acquisti, e autrici e autori incatenati agli stand per i firmacopie, e libri che evaporano. Ti fanno dimenticare che quel “duecentomila persone”, per quanto imponente, rappresenta la minuscola percentuale della popolazione italiana, che non tutti gli editori hanno venduto fra il giovedì e il venerdì più del totale dei libri venduti l’anno precedente — con guadagni quindi superiori, a fine Salone — e che là dove mancano i cartelli “sold out” i conti da fare son quelli della serva e che il resto dell’anno lavorativo rischia di servire unicamente a ripianare il buco che il Salone può essere per un editore.
Però, onestamente? Ogni tanto fa piacere essere imbrogliati.
Lasciare il mondo esterno là, fingendo di non sapere che si dovrà tornare a pensare ai soliti crucci e impicci.
Un mondo magico…
… oddio. Detto così pare che dentro quei cancelli sia tutto marshmallow rosa e unicorni che distribuiscono arcobaleni ai bambini. No, non è così, la situazione è piuttosto diversa.
Come al solito, quindi, tentiamo di riassumere quella che è stata la nostra esperienza al Salone, nonché quella degli editori e professionistə che conosciamo.
Struttura, eventi ed affluenza
Il Salone soffre del fenomeno che colpisce tante fiere generaliste, solo che ne soffre in una forma sotto steroidi. Partiamo da un concetto che forse è scontato per molti ma in realtà – come spesso avviene, non così noto: Salone del Libro ≠ Ente fiere che gestisce il Lingotto.
È una premessa basilare perché bisogna sempre ricordarsi che il Salone è un carrozzone che affitta lo spazio del Lingotto, uno spazio che è sempre più costoso per gli organizzatori della Fiera. Sappiamo da fonte certa, per esempio, che alcune aree sono state affittate a 30€ al metro quadrato. Non possiamo confermare se sia lo stesso prezzo per tutti i padiglioni e per tutti gli spazi, ma già così vi invito a fare una moltiplicazione per i 134.000 metri quadri di fiera raccontati con tono eroico dal Salone e… Vi servono i sali per riprendervi? Eccoli.
Che questa cifra sia effettivamente il costo per affittare il Lingotto o meno (o più, perché non si sa mai), quel che è certo è che l’organizzazione paga una cifra folle per occupare l’area espositiva. Di conseguenza, deve recuperare in tutti modi possibili, più o meno visibili. E quindi via al solito problema dei costi dei biglietti (che, anzi, quest’anno non ha visto alcun aumento) ma soprattutto ai costi dei bar interni, superiori perfino a quelli degli Autogrill – malgrado siano sempre Autogrill.
Ma ci sono anche costi che probabilmente il visitatore non percepisce. Per esempio, ci sono i servizi aggiuntivi per gli editori: oltre allo stand e alle sedie (contate), organizzare un panel è una spesa e affittare uno dei gazebo esterni per i firmacopie costa 100€ l’ora. Probabilmente è per questo che organizzare oltre 1.500 eventi in quaranta sale (e in 50 ore di Salone) per l’organizzazione è un motivo di vanto anziché un problema da risolvere: perché salvo per i grandi nomi buttadentro, che richiamano il pubblico che solitamente non legge, e che quindi sono invitati dall’organizzazione stessa, presentare un libro al Salone si paga caro, carissimo.
Da persone nel pubblico siamo un po’ meno entusiaste, e non siamo le sole. All’interno degli incontri (almeno nelle sale “aperte”, per questioni aerazione… che pretese, l’ossigeno), il frastuono esterno è incessante e fastidioso, a volte al punto da impedire l’ascolto; fuori, il vociare di chi urla “dentro” fa saltare i nervi e impedisce agli editori che hanno lo stand nei paraggi di parlare con i clienti. E non contiamo gli eventi all’interno degli stand, con gente che improvvisa concerti (non per cattiveria, ma andrebbero vietati. L’inquinamento acustico esiste e sommato al resto dello stress conduce a insani pensieri).
Note positive ce ne sono, comunque: Laura è riuscita a beneficiare moltissimo del nuovo sistema online di prenotazioni degli eventi, che avvantaggia chi fa il biglietto online (o riesce ad accaparrarsi gli accrediti) per tempo. Tuttavia, in diverse occasioni è comunque rimasta con l’amaro in bocca per via delle presentazioni con il conto alla rovescia. Per organizzare così tanti eventi in un tempo molto limitato infatti serve un’organizzazione ferrea, che però nella maggior parte dei casi non ha previsto domande dal pubblico… ma addirittura non ha lasciato tempo ai relatori di terminare il discorso.
È capitato a un evento presentato da Melania G. Mazzucco, una delle responsabili delle aree tematiche del Salone, quindi non qualcosa organizzato dall’ultimo degli editori. Evento con le cuffie per “tagliare” il tempo della traduzione simultanea dell’autrice straniera, peraltro. Non sarebbe meglio puntare ad avere un po’ meno eventi, ma una maggiore qualità, giusto per non dare questa sensazione di pefffomance, citando la Abramovic di Virginia Raffaele? Va bene fare cassa e vendere i libri, però servirebbe avere almeno il tempo di innamorarsi del libro da comprare.
Questo sistema di prenotazioni, comunque, è un buon primo tentativo – secondo, in realtà: anche l’anno scorso si potevano prenotare gli eventi, ma quest’anno si è fatto un bel passo avanti. Sul sito del Salone si potevano filtrare gli eventi più attesi o con i grandi nomi (ma anche quelli prenotabili per le scuole) con la possibilità di riservare uno o più posti gratuitamente per garantirsi l’accesso. La scelta di attivare le prenotazioni in un arco di due/tre settimane è intelligente così non si va a sovraccaricare il sito in una o due giornate.
Perché solo buono e non ottimo, allora? Perché crediamo si possa migliorare anche sui filtri e sulle modalità. Alcuni eventi marcati sia come “grande pubblico” sia come “professionisti” non permettevano di finalizzare la prenotazione perché Laura non era il “giusto tipo di professionista”. E va bene. Ma la motivazione per rimbalzare un accredito stampa a un evento professionale sul tema del giornalismo, quale sarebbe? Del resto è “solo” una redattrice con un accredito stampa…
Per carità, ci sono sempre le code libere, ma passare mezzo salone in coda non è una bella idea, specie se sei lì per lavoro. Ci è riuscita Gardaland a creare un sistema per gestire le attese con del senso, siamo certe si possa fare di meglio. Anche di Gardaland.
Sempre parlando delle prenotazioni, quello che non ci convince è la scelta delle 12:00 come orario per “sbloccare” ogni giorno gli eventi prenotabili: in molti si sono lamentati di non potersi collegare in orario di lavoro, con i posti che andavano esauriti nel giro di un’ora o due (o addirittura in pochi minuti, per i nomi super pop).
Tra l’altro ci hanno pure segnalato almeno un tentativo di “bagarinaggio” sugli eventi del Salone: persone che prenotavano e poi rivendevano i posti approfittando della possibilità di cambiare il nome sulla prenotazione. Una faccia di tolla del genere è quasi da ammirare…1
Gli spazi, la mappa, le dannate fontanelle
Per quanto siano sempre carenti le sedute, lo spazio è sembrato leggermente più vivibile.
O forse era una impressione data dalla mappa, affidabile, cartacea, con tutti gli editori sopra, che permetteva di sapere dove ci si trovava senza girare troppo a vuoto!
Ironia a parte, uno strano caso ha fatto sì che la maggior parte degli editori di nostro interesse fosse nello stesso padiglione, e con stand vicini: questo ha drasticamente ridotto il nostro totale passi rispetto allo scorso anno, permettendoci di avere più energie per giocare alla caccia alla fontanella scomparsa.
Davvero, raga, che è successo? L’anno scorso c’era un’ottima distribuzione dei punti acqua, quest’anno ci siamo trovate con poche fontanelle agglomerate in alcuni angoli – sostanzialmente dei generatori di code. Abbiamo anche partecipato a numerosi tentativi di ricerca del punto acqua che, stando alla mappa, si trovava al padiglione 2, di fianco alla Sala Blu. Insieme a molti altri impavidi (e assetati) visitatori e visitatrici, ci abbiamo provato per tutti e cinque i giorni a trovare quella dannata fontanella, nella speranza che, prima o poi, comparisse.
Non era nemmeno l’unica fontanella fantasma, a dire il vero (almeno un’altra in fondo all’Oval, lato stazione ferroviaria, era dispersa), ma è quella che ci ha fatto più male. Ci manchi, fontanella, torna!
Parlando della mappa, quest’anno è stato fatto davvero un lavoro eccellente di impaginazione e cura del contenuto, e per la prima volta in oltre un decennio non abbiamo assistito a casi di “caccia alla mappa”: c’erano mappe tutti i giorni, a tutte le ore (di solito, a un’ora dall’apertura, le persone vagavano sconsolate cercando di rubare la mappa a qualcuno che era invece riuscito ad accaparrarsela). Bravi, davvero!
Abbiamo amato tantissimo l’idea della zona “incubatore self”, con collettivi e realtà ben rodate che potessero mostrare come quella sia un’altra forma di editoria e che fare rete è la vera strada per un lavoro ben fatto — e ne abbiamo parlato anche al panel di domenica!
Niente prese allacciate a caso quest’anno (o almeno, nessuno ce le ha segnalate), mentre ci è spiaciuto per il nostro amico editore che anche quest’anno ha vinto la centralina elettrica nel suo armadietto, stavolta per terra… Ecco, se proprio questa mancanza di sicurezza non è evitabile, forse dovrebbe essere assegnata a rotazione (oppure essere ripagata con un po’ di sconto sulla quota di partecipazione..? La buttiamo lì).
I parcheggi per gli espositori sono tornati a essere fruibili in maniera sensata, e niente stand lasciati a metà: quest’anno pare ci sia stata più cura nella definizione e nell’assemblaggio degli spazi.
E ne siamo davvero felici!
L‘esperienza stampa: da ripensare
Avendo un’addetta stampa fra noi, lasciamo direttamente a Laura la parola su questo punto:
«Rispetto allo scorso anno, come addetta stampa, la mia esperienza non è migliorata. Si è ripetuta la scenetta della conferenza stampa finale — con l’invito a seguire e poi il rimbalzo all’ultimo minuto causa “sala piena”, benché fosse una bugia rifilata perché è più importante avere i lavoratori interni a fare la claque in sala che persone che fanno domande.
Come si è ripetuto il mio essere comunque riuscita a entrare, muahahah.
Tra le altre stranezze, a un evento in cui la sala sembrava piena mi è stato detto che non essendo esplicitamente accreditata come fotografa (solo “Stampa”, dopotutto) non avrei potuto entrare neanche per fare due foto o un breve video. Farei presente all’organizzazione che sono molte, per essere gentili, le redazioni in contrazione di personale. Capisco che ci sono i quotidiani nazionali con la sala stampa personale nello stand, ma non lavoriamo tutti per Repubblica o La Stampa. La curiosità quest’anno invece è stata la sala stampa all’esterno dell’Oval, dov’erano accesi tutti i condizionatori che mancavano ai padiglioni 1-2-3. Non so se è stato un tentativo di farci venire anche quest’anno la febbre in massa con la violenta escursione termica…
La cosa che mi ha lasciata più perplessa, tuttavia, sono state le domande di alcuni colleghi. Ora, non pretendo che chiunque venga inviato al Salone a scriverne sia esperta o esperto di editoria; tuttavia, non conoscere il nome della azienda che distribuisce i libri, quasi monopolisticamente, mi sembra un po’ eccessivo, per qualcuno che lavora con le parole».
Addio Lingotto?
Molte delle lamentele, come si può vedere, più che l’organizzazione del Salone sono imputabili all’Ente fiere. Non sorprende dunque che, durante la conferenza stampa finale, alcune delle parole riguardassero proprio i limiti della struttura, che sono molto chiari alla direzione del Salone.
I bagni sono pochi – a tal proposito, plauso all’organizzazione per aver allestito degli ottimi container-bagno all’esterno dei padiglioni; le fontanelle sono una trovata bellissima, ma cronicamente poche e quest’anno mal segnalate; la ventilazione interna è scarsa – per usare un eufemismo – e serve una rete Wi-Fi stabile (non solo per i visitatori, ma proprio per gli editori e i loro POS), servono più punti ristoro e più aree relax – buono il tentativo, quest’anno, di organizzarle; tuttavia, non erano né segnalate né allestite adeguatamente. Però è un passo avanti, perciò BRAVI.
Questi limiti che creano già disagio al visitatore medio, ne creano ancora di più a chiunque abbia difficoltà fisiche (motorie o sensoriali) e neurodivergenze – e già solo in Ultima Pagina abbiamo due terzi dello staff neurodivergente, per esempio. Mancano tantissimo le sedie… Ma mancano forse le attenzioni in generale a chi ha difficoltà, perché c’è da considerare che gli spazi di quiete sono riservati a chi ha una certificazione di disabilità correlata (l’anno scorso alcune di noi sono entrate senza alcun tipo di controllo, altre sono state rimbalzate; quest’anno non abbiamo ripetuto l’esperimento).
Attenzioni di cui però potrebbe beneficiare anche il pubblico neurotipico, ma anche gli espositori. Per dirne una, su uno dei passaggi principali tra i Padiglioni 1-2-3 e verso l’Oval sono posizionati alcuni tra gli stand che creano più calca in assoluto (per non fare nomi: il Libraccio all’1, l’arena di Repubblica e Bao Publishing al 3 – amici, vi vogliamo bene ma quando c’è Zerocalcare è una roba improponibile). Calca che si traduce in disagio per i visitatori e in “barriera umana” per gli espositori vicini – immaginiamo quanto ne siano felici, considerando quanto pagano. Ecco, probabilmente servirebbe una riflessione ogni anno per analizzare quali sono stati i punti di congestione dell’edizione, così da tenerne conto nella progettazione degli spazi l’anno seguente.
Anche perché non è semplice trovare una soluzione definitiva. Il Salone del Libro di Torino è quell’evento a cui chiunque ami i libri “non può mancare”. Contingentare gli ingressi, al di là della questione economica, in che modo potrebbe ovviare al problema senza crearne altri?
Sono problemi storici, che la sempre maggiore affluenza all’evento rende sempre più urgenti.
Non abbiamo idea se la minaccia di trovare altri spazi e di abbandonare la storica location del Salone sia credibile – anche se alcune di noi sono scettiche; tuttavia un adattamento del posto non è più rimandabile.
E poi sarebbe un peccato rinunciare al Lingotto.
Perché quest’anno siamo salite alla Pista del Lingotto a seguire una presentazione, scoprendo un bellissimo recupero urbano. È una piccola esperienza extra che consigliamo a tutti per il prossimo anno, anche per prendersi una pausa dal marasma del Salone senza lasciare la fiera… e all’ora del tramonto è particolarmente suggestiva.
E poi c’è aria.
Il Lingotto è il maggior polo espositivo di Torino, ed è la sede di numerosissime fiere, nel corso dell’anno. Questi non sono problemi che affliggono solo il Salone del Libro; vogliamo cominciare a fare qualcosa di utile, caro Lingotto?
In sostanza
Alla fine il nostro problema è che amiamo il Salone. Rappresenta così tante cose importanti, per noi, che ogni mancanza ci sembra riparabile e ogni passetto in avanti un grande traguardo da festeggiare. Anche perché ci sembra che alcune delle critiche portate lo scorso anno siano davvero state ascoltate, e come non si potrebbe rimanere colpiti da una macchina così enorme che ascolta le richieste dal basso?
È un po’ come l’area Self — di cui hanno parlato approfonditamente Melanto, Daniela e Camilla nel loro articolo: certo che non è perfetta, ma anno dopo anno ci si sta muovendo nella direzione giusta.
Quindi, grazie Salone. Davvero.
E chi altro ringraziare?
Beh, le persone amiche che ci hanno cercate, le autrici che si sono lasciate strappare dediche speciali, le e i professionisti che finalmente abbiamo incontrato dal vivo e con cui speriamo di avere maggiori collaborazioni in futuro. Niente nomi per evitare gli spoiler.

Grazie alle studentesse e agli studenti dei nostri corsi, che ci hanno dimostrato che l’impegno serve, e agli amici di altre realtà formative che sono sempre preziosi per confrontarsi e migliorare (Francesco Trento, qua si parla di te).
E alle editrici e agli editori, sia quelli che ci conoscono sia quelli che non ci riconoscono mai, ma sono comunque disposte e disposti a fare due chiacchiere, parlare di libri, spacciare biscotti (ciao, Alvise).
E grazie a Sara Speciani, che ha ritenuto il nostro punto di vista sull’editoria self meritevole di esprimersi durante un panel dedicato.
È stato un Salone particolare e crediamo di aver notato lo sia stato un po’ per tuttə, almeno nella “bolla” dell’editoria indie di genere, che è poi quella che frequentiamo di più. Vendite inaspettate, accordi per il futuro, tanta roba che bolle in pentola e che non è ancora chiaro se sarà una delizia o una roba da “Cucinare Male”. Ma, comunque, tanta voglia di futuro — nonostante gli articoli che parlano di stanchezza e delusione: ma parlate per voi — assieme a quella di godersi il momento, fosse anche l’eccessiva sudorazione data dall’assenza di una vera areazione interna (“Ma allora l’ossigeno esiste ancora” cit. un povero editore in pausa birretta).
Un Salone che si è accorto che il mondo editoriale sta cambiando e deve cambiare, se non vuole far la fine dei dinosauri invischiati nella pece, e che a parer mio, timidamente, ci sta provando. Sbagliando, ok: ma solo chi non lavora non sbaglia mai.
Quindi, come lo scorso anno: grazie, Salone. All’anno prossimo, Salone.
[Ma soprattutto: abbiamo notizie di Leonardo? Sta bene? L’hanno riportato a casa?]
- No. ↩︎



