Il 20–22 marzo si è tenuta al Superstudio Maxi di Milano la decima edizione di Book Pride, la fiera nazionale dell’editoria indipendente. Dal 2025, dopo anni di gestione autonoma da parte di ADEI (Associazione degli Editori Indipendenti), la manifestazione è entrata a far parte dei progetti del Salone Internazionale del Libro di Torino, un passaggio nato per dare stabilità finanziaria all’evento, ma che secondo diversi editori non ha ancora prodotto i risultati sperati. Daniele Viaroli c’era, e ci racconta com’è andata.
Un’occasione mancata.
L’impressione generale che ogni anno desta il Bookpride nella sua edizione meneghina è quella di un’occasione mancata. Sembra sempre una bomba sul punto d’esplodere con annunci roboanti e opportunità indimenticabili per poi sgonfiarsi immancabilmente sulla sua reale dimensione, ovvero quella di un aperitivo modesto del ben più importante Salone del Libro di Torino. Un assaggio prima della portata principale.
E, come tutte le bombe inesplose che si rispettino, le premesse sono buone se non ottime. L’organizzazione è snella ed efficace, gli spazi congrui alla dimensione dell’evento, i servizi all’altezza, l’atmosfera piacevole e rilassata, gli ospiti di spessore, ma manca sempre qualcosa. Qualcosa di fondamentale. Il pubblico.
L’inutil venerdì.
La struttura del Bookpride è semplice, collaudata e sempre più simile a quella di un Salone del Libro in miniatura, vuoi anche per il recente passaggio sotto l’egida del SalTo. Si snoda su tutto il weekend, venerdì compreso, con un orario d’apertura solo apparentemente comodo incentrato su un’apertura alle dieci del mattino e una chiusura serale alle 20 o alle 21 a seconda della giornata. Purtroppo, questa soluzione, pur sgravando gli editori dalla fatica di lunghe mattine inconcludenti, ripropone la stessa problematica in serata, quando la clientela scompare e l’unica attività possibile in stand è la chiacchiera coi vicini o l’aperitivo d’attesa. In tal senso, se tutti i giorni della fiera sono stati caratterizzati da una scarsa affluenza, il venerdì si è dimostrato del tutto inutile, con tanto di chiusura anticipata perché gli editori, esasperati dall’assenza di pubblico, hanno preferito abbandonare gli stand.
Minaccia d’abbandono che ho sentito pronunciare più volte dagli standisti di fronte anche alla scarsa affluenza degli altri giorni, con gli editori di genere fantastico e orrorifico orientati, per gli anni venturi, a optare per fiere specializzate nel loro settore. Anche la cosiddetta narrativa bianca non se l’è passata benissimo. Pur essendo, per background culturale e impostazione, il settore elettivo della fiera ha dovuto faticare molto per conquistare l’attenzione della poca gente presente.
In diversi, durante i momenti morti, si sono interrogati su come mai ci fosse così poca gente. La prima risposta è ricaduta inevitabilmente su una pubblicità risibile, spesso fagocitata dalla più ampia campagna del Salone in arrivo a maggio, viste le grafiche simili e la medesima impostazione. Altre ipotesi ruotavano attorno al referendum costituzionale del 22–23 marzo, alla contemporaneità di ben quattro fiere nel raggio di cento chilometri, alla scelta di un’area lontana dai flussi turistici di una Milano primaverile, fino al costo sempre crescente del biglietto d’ingresso che, pur non essendo esagerato, lo appare agli occhi degli standisti costretti a pagare cifre anche elevate per poter esporre.
Un ambiente accogliente.
A discapito della poca affluenza, Bookpride è un evento molto accogliente. Organizzato in uno spazio congruo, dove non ci si accalca mai, dove esistono diversi spazi piacevoli in cui decomprimere, come il prato esterno, e in cui gli ambienti sono di una pulizia eccellente. Nota di merito in tal senso va ai bagni1, battuti nella mia esperienza solamente da quelli di PLPL (Più Libri Più Liberi).
Anche le aree dedicate ai panel sono ampie, numerose e presentavano un’offerta interessante e variegata. Nei giorni di punta, soprattutto il sabato, hanno tenuto conferenze con celebrità appartenenti sia al mondo letterario sia a quello dell’informazione, presentando contenuti molto simili nella forma e nell’approfondimento a quelli del Salone. Già, il Salone. Perché, in conclusione, la sensazione che questo evento lascia è quella di un SalTo che non ci ha creduto abbastanza. Di un rettile che vuol essere dinosauro ma collassa sulla dimensione di una simpatica iguana. Dai colori sgargianti, per carità, ma pur sempre un’iguana.
- Ci riconfermiamo sempre con piacere “quellə che commentano i bagni”. ↩︎



