La tua voce è tua: il caso Grammarly e la difesa della voce autoriale

Scritto da

Gaia Facchetti

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Sei lì: stai digitando sulla tastiera, l’ispirazione fluisce libera dalle tue dita allo schermo; pian piano davanti a te, eccola: la storia. I personaggi battibeccano divertiti e qualche leggera invasione di campo del narratore ti permette di anticipare che a breve quel quadretto idilliaco avrà fine. 

Rileggi velocemente; poi, come 40 altri milioni di utenti anglofoni, controlli le note che ti ha lasciato l’assistente di scrittura.

Ed è come se Stephen King in persona ti approvasse la prosa scorrevole e ti desse qualche dritta per rendere il testo ancora più coerente, il tono più brillante, più simile ai suoi.

O, almeno: che ci fosse lo zampino del Re era quello che Grammarly lasciava intendere ai propri utilizzatori.

Peccato che l’autore statunitense non fosse stato minimamente interpellato in nessun modo e, quella che l’utente sperimentava, era un’eco digitale della sua voce autoriale.

Alla fine, si possono copiare le trame, le storie, ma non lo stile di scrittura, giusto?
La tua voce è sempre tua… vero? 

padme e anakin meme

Grammarly… 

In Italia non è così noto, ma nel mondo anglosassone Grammarly è una estensione browser utilizzata ogni giorno da milioni di persone, non diversamente dal correttore automatico presente di default su Word o Google Documents. Come loro, sottolinea errori grammaticali e sintattici, propone modifiche e riscritture; ma a queste funzioni standard aggiunge suggerimenti sul tono delle frasi, sullo stile, operando qualcosa di più simile a un editing “in corso di scrittura” rispetto alla correzione grammaticale pura a cui siamo più abituati. 

Queste funzioni oggi sono appannaggio degli LLM, ma Grammarly le aveva messe “a portata di click” fin dal 2009; e più diventava popolare più si evolveva, diventando usatissimo nella scrittura accademica o per modulare il tono di comunicazioni lavorative. 

Dal 2023 ha iniziato a diventare sempre più simile alle IA generative, acquisendo strumenti di riscrittura per esempio; ma trattandosi di uno strumento diventato così scontato nella quotidianità di tanti milioni di parlanti inglesi, le sue modifiche non son state percepite invadenti quanto quelle che potrebbe suggerire il ChatGPT di turno. Era un programma amatissimo, uno di quegli strumenti utilizzati in automatico senza pensarci molto. 

Almeno, fino a qualche settimana fa. 

Il fattaccio

La funzione “Expert Review” è stata introdotta gradualmente ed è il risultato della progressiva trasformazione in IA generativa testuale del programma, che via via testava novità da inserire nei vari abbonamenti a pagamento.

L’idea era quella di correggere la grammatica e al contempo simulare il tipo di feedback che uno scrittore professionista, un editor o un accademico avrebbe potuto dare al testo, ispirandosi allo stile di personalità come Stephen King, Carl Sagan, Neil deGrasse Tyson e Timnit Gebru, rinomata ricercatrice, voce critica dei rischi etici dell’IA generativa.

Il sistema creava perciò l’impressione che il commento provenisse da una voce autorevole specifica; questo sia che la persona fosse ancora in vita, sia che fosse ormai deceduta. 

Ed è stato questo il problema: giornaliste, accademici, persone prive di una fama tale da farle impensierire hanno trovato la loro “voce”, il loro stile copiato dalla IA e usato dalla società proprietaria di Grammarly, la Superhuman, per generare profitti non solo non pagando le persone che venivano nominate, ma anche senza semplicemente coinvolgerle e informarle, in un deliberato tentativo di monetizzare la loro identità tenendole all’oscuro di ciò che stava avvenendo

Intervistata dalla BBC, la giornalista Julia Angwin ha confermato di essere rimasta stordita dalla scoperta di essere diventata un prodotto

Guardavo ai deepfake come qualcosa che poteva accadere alle celebrità, per lo più legate a immagini. L’editing è una abilità… è quello che faccio per vivere, ma prima di questo non avrei mai pensato fosse qualcosa che qualcuno poteva provare a portarmi via. Non pensavo nemmeno fosse qualcosa di rubabile. 

Questi sentimenti hanno spinto la giornalista a diventare a una delle leader della class action intentata contro Grammarly e Superhuman. La causa, depositata nel distretto sud di New York, chiede danni superiori ai cinque milioni di dollari. La tesi è semplice: usare il nome di una persona per scopi commerciali senza il suo esplicito consenso è illegale e già tutelato da norme precedenti all’ascesa delle IA. Le probabilità di successo della causa hanno portato oltre quaranta persone a contattare lo studio di Angwin per unirsi a lei, a meno di ventiquattr’ore dalla sua presentazione al tribunale. 

Il mito della voce

La ricerca di una propria “voce” e di un proprio stile è un’attività che impegna chiunque scriva, che si tratti di narrativa, scrittura commerciale o accademica. 

“La voce” è quella cosa difficilissima da spiegare, ma che ogni editore o agente cerca; ed è sempre quella cosa a cui si appellano critici e recensori quando devono esaltare uno specifico testo. 

Per anni è anche stata la risposta alle paure più diffuse fra gli esordienti, come il furto di idee o il plagio: fintanto che qualcosa era raccontata con la propria voce, si diceva, non era poi così importante che il contenuto fosse simile.

Prendiamo Romeo e Giulietta e West Side Story, che ne è un retelling: eppure, l’adattamento è così ben fatto da avere una voce propria.

E la Traviata, rispetto a La signora delle camelie?

Se persino un adattamento può avere una voce propria, pur seguendo fedelmente i fatti già narrati, diventava ovvio spiegare all’esordiente impaurito che no: la presenza di un amore ostacolato non bastava a rendere un’opera una copia del suo manoscritto. Le idee si somigliano, le trame si ripetono, ma ciò che conta davvero è la voce, quella sorta di firma invisibile fatta di scelte lessicali, preferenze nel ritmo e respiro.

Questa sicurezza si basava sulla premessa che imitare uno stile richiedesse tempo e competenza, che una voce fosse difficile da riprodurre

Questa premessa oggi non regge più.

Copiare in scala industriale

Falsificare uno stile di scrittura non è diverso dal riprodurre il tratto di un pittore o una firma: è sempre successo, sì, ma richiede tempo e talento e per questo è sempre stato un fenomeno limitato, individuale. 

Le IA e la loro velocità (e voracità) hanno preso quel crimine così artigianale e l’hanno reso facile e sostenibile non copiando una, o dieci, ma centinaia (migliaia) di persone e voci. 

Come Ursula che ruba la voce di Ariel e la trattiene nel ciondolo, così i modelli generativi possono riprodurre a piacere ogni stile su cui abbia ricevuto training; e a quel punto può usare quella voce e creare nuove interazioni anche là dove la persona non è presente, non ne sa nulla… o è morta.

Anche perché lo stile, come la personalità, non sono mai stati protetti da copyright. Non ce n’è mai stato bisogno.

Ma in questo mondo in cui le voci fisiche delle star sono campionate e riprodotte nonostante l’esplicito dissenso, e i corpi sono spogliati o calati in situazioni mai avvenute, l’anima, la personalità, sono solo un altro tassello che, se può generare profitto, può essere sfruttato e distaccato dal suo proprietario.

In un certo senso, è quasi divertente: quello che rende riconoscibile un artista e ne determina il successo e il riconoscimento economico, è sempre stato considerato un bene intangibile, quindi non era necessario difenderlo. E quindi adesso… diventa compito di un giudice determinare se e quanto sia lecito simulare di essere qualcuno

Per concludere – anzi, per iniziare

Possibili scenari futuri? 

Intanto la funzione “Expert Review” è stata disattivata completamente lo scorso marzo. Pur scusandosi per l’esecuzione, il CEO Shishir Mehrotra ha difeso l’idea di fondo e confermato che riprogetterà la funzione, utilizzando solo nomi e stili di scrittura ed editing di persone previo il loro consenso esplicito. 

Dopo questa parziale ammissione di colpa, restano due strade.

Forse lo stile diventerà una nuova licenza, non diversa da quelle sulla musica, i brevetti, il diritto d’immagine, e i modelli saranno quindi addestrati con consenso e pagamento delle royalties.

Oppure sarà la deregolazione totale. 

È un po’ come il dilemma alla base del dibattito sulle IA (quello che tanti fautori giudicano un “normale” copiare per apprendere e che i detrattori ritengono un furto), ma quando la copia non riguarda un’opera ma lo stile integrale di una persona, con l’obiettivo di sostituirla, allora quelli in pericolo sono il diritto all’identità e l’uso del proprio nome. 

La storia ci insegna che quando una tecnologia permette di estrarre valore da qualcosa che non era mai stato considerato una proprietà, di solito vince chi estrae. Lo stile, la voce, la personalità creativa: beni intangibili, quindi non tutelati, quindi disponibili.

È andata così con la musica campionata, con le immagini sui social, con i dati personali. In tutti questi casi, la deregolazione è arrivata prima e la legge ha arrancato dietro per anni.

Eppure il caso Angwin introduce una variabile che i precedenti non avevano: non si tratta di un’opera, un prodotto, usata senza licenza, ma di un’identità messa in commercio senza consenso. E le leggi sulla pubblicità commerciale, che vietano di usare il nome di qualcuno per vendere un prodotto senza il suo permesso, esistono già, sono rodate, e un giudice potrebbe applicarle.

Forse è da lì che passa la tutela della voce autoriale nell’era dell’IA: non da nuove leggi sul copyright, ma da vecchie leggi sull’identità.

Sarà abbastanza? Magari no. 

Ma è un inizio che, onestamente, non mi aspettavo.

Per approfondire 

https://www.theguardian.com/books/2026/mar/13/grammarly-removes-ai-expert-review-feature-mimicking-writers-after-backlash

https://www.bbc.com/news/articles/cx28v08jpe7o

https://techcrunch.com/2026/03/12/a-writer-is-suing-grammarly-for-turning-her-and-other-authors-into-ai-editors-without-consent/

https://www.theatlantic.com/technology/2026/03/grammarly-ai-expert-bad-advice/686343

L'articolo è stato scritto da

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Gaia Facchetti

Gaia, classe ’90, lettrice con una predilezione per fantasy-horror-weird. Fangirl nostalgica degli archivi e dei loro flames, beta-reader da sempre, feticista della narrativa mignon, collaboratrice riottosa di rassegne editoriali da oltre dodici anni.

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