Cento anni di propaganda: tre libri da leggere il 25 aprile

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Laura Casale

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libri da leggere per capire il fascismo
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Nella ricorrenza del 25 aprile mi trovo spesso a chiedermi come sia stato possibile arrivarci.

Come una dittatura, costruita da uomini mediocri, abbia potuto radicarsi in un Paese e mantenere un potere pressoché assoluto e indiscusso per due decenni. 

Per questo cerco di leggere molti libri che analizzano il periodo e che cercano di dare una risposta a questa che, chiaramente, non è  una domanda che mi faccio da sola. 

E la risposta è che il fascismo non ha vinto (solo) con la violenza, le squadracce e i manganelli: ha vinto raccontandosi. 

Creando una narrazione che è sopravvissuta alla caduta del regime e che, a cento anni di distanza, ascoltiamo ripetersi. Oggi volevo condividere con voi alcuni dei titoli più interessanti, fondamentali, secondo me, per capire tanto il passato, quanto il presente che stiamo vivendo.


Lo spazio mediatico, la pubblicità, l’editoria

Il fascismo si è comunicato e si è venduto così bene che ancora oggi ascoltiamo persone comuni intestare a Mussolini avanzamenti sociali come la creazione dell’I.N.P.S. (avvenuti in realtà decenni prima della marcia su Roma) o azioni imponenti come le famigerate bonifiche, in realtà avvenute solo parzialmente o mai realizzate davvero. Il mito delle “tante cose buone” fatte, insieme a quello dei treni sempre in orario, dimostrano che sebbene il Ventennio abbia fallito nel creare un sistema economico vincente o un impero coloniale vero e proprio, le menzogne messe in piedi dalla macchina della comunicazione hanno funzionato molto bene. Tanto da farle credere ancora oggi. 

Ciò non sarebbe stato possibile senza una sistematica e progressiva colonizzazione dello spazio mediatico: prima i giornali, fascistizzati o chiusi se non compiacenti, poi gli altri strumenti di comunicazione di massa dell’epoca, come la radio, il cinema, l’editoria e la pubblicità, grazie all’introduzione delle leggi sulla stampa, promulgate nel 1926.
Per dire: ogni giorno il Ministero della Cultura Popolare (o Minculpop) inviava alle testate dattiloscritti che definivano le notizie che si potevano dare, come dovevano essere pubblicate, arrivando persino a indicare quante righe dovessero occupare, le famigerate “veline”.
La medesima censura si applicava ai libri, che non dovevano essere “disfattisti” rispetto alla narrazione ufficiale, figuriamoci critici, né provenire da Paesi e autori disallineati, come gli statunitensi e alcuni autori spagnoli oppositori dell’amico Franco. 


Fascistissima. Come nel 1926 Mussolini eliminò la libertà di stampa, a cura di Giovanni Mari (People 2026) è stata una lettura preziosa, per me. Perché è difficile per noi, cresciuti in un ambiente con un pluralismo mediatico importante (per quanto oligarchico e poco indipendente), comprendere davvero cosa succede quando quella pluralità viene eliminata dal tavolo. 

Mari inizia il suo racconto partendo dalle violenze che hanno preceduto le azioni istituzionali, come gli assalti alle edicole e alle redazioni, le tirature sequestrate e bruciate in piazza dai gruppi di giovani fascisti; il tutto mentre la stampa connivente si impegnava in ipocriti distinguo fra il fascismo governativo e i pochi fanatici (le poche mele marce…) che si macchiavano di azioni violente. Oggi è evidente che fosse impossibile portare avanti azioni tanto sistemiche senza una regia dall’alto: mi chiedo se sia la distanza a renderlo tale, o se l’ipocrisia fosse evidente già allora. 

Del resto, la grande capacità della stampa di influenzare l’opinione pubblica era ben nota a

Mussolini, grazie alla sua esperienza come direttore dell’Avanti! prima e del Popolo d’Italia in seguito. Questa esperienza gli diede modo non solo di comprendere il potere insito nell’informazione, ma anche come “tagliare le gambe” (a volte non in modo figurato) a giornalisti, direttori ed editori che non avevano intenzione di allinearsi. 

Se l’esperienza giornalistica gli permise di agire velocemente sul fronte dell’informazione, Mussolini ci mise più tempo a capire il potenziale della pubblicità. Inizialmente era tenuta in considerazione unicamente come strumento per raccogliere fondi o al massimo per per fare leva sugli editori, limitando con provvedimenti la quantità di annunci pubblicabili o invitando gli industriali a non inserire la propria reclame sulle testate invise. Solo nel pieno degli anni Trenta, prendendo spunto dal modello tedesco (che invece da noi aveva importato l’arte di perseguire i giornalisti) la pubblicità diventerà parte integrante della propaganda e narrativa fascista. Su questo argomento ho trovato illuminante il saggio di Bianca Gaudenzi, Fascismi in vetrina. Pubblicità e modelli di consumo nel Ventennio e nel Terzo Reich (Viella, 2023). 

Guardare le pubblicità che occupano le pagine fa accapponare un po’ la pelle, nel vedere quanto i pubblicitari facciano propri i toni e l’iconografia di regime, tra immagini a sostegno delle campagne d’Africa e l’invito a comprare solo prodotti italiani per sostenere l’economia autarchica, trasformando la réclame in un vettore di propaganda a tutti gli effetti. Non è un caso che Prezzolini, già nel 1907, avesse intuito l’enorme potenziale di pervasività della pubblicità: “Presto si capirà anche da noi che le case che organizzano la réclame sono organismi assai più forti nel mondo di molti ministeri […] e che in un direttore di giornale c’è spesso una potenza maggiore che in molte altre tradizionali cariche. Il governo del mondo è più in un articolo di giornale, o nella lanciata di un nuovo modo di réclame, che in un discorso di un ministro o in una allocuzione di un sovrano”. 

Informazione, pubblicità: l’editoria non poteva certo rimanere indenne. Investita dalle medesime leggi sulla stampa del 1925 e 1926, l’editoria oppose anche meno resistenza al regime di quotidiani e periodici. Molti editori impararono ad autocensurarsi preventivamente, in modo da evitare problemi successivi con la vera censura, come racconta benissimo il primo capitolo di Siamo spiacenti. Controstoria dell’editoria italiana attraverso i rifiuti di Gian Carlo Ferretti (Bruno Mondadori, 2012).

Lo stretto controllo del regime, però, non impediva certo agli editori di mantenere posizioni grigie, in un equilibrio dove è difficile distinguere necessità, connivenza e la natura italica che porta a una aderenza apparente alle regole, mentre si cercano “loophole” per aggirarle,  pubblicando sia libri di regime sia opere di sperimentazione. Ci sono vari esempi, ma il mio caso preferito rimane quello dell’Antologia di Spoon River, una raccolta di poesie statunitensi ciniche, disilluse, cariche di quel “disfattismo” che il Minculpop voleva bloccare… che viene passata come raccolta di pensieri di un quanto mai improbabile “San River”. Chissà quanti guai ha passato il censorino che si è fatto fregare all’epoca! Quando verrà scoperto l’inganno, la diciannovenne Fernanda Pivano finirà in carcere, in quanto traduttrice. Altro aneddoto? Mondadori riuscì, per un periodo, a salvare Topolino dalla censura perché piaceva ai figli di Mussolini… o forse, proprio al Duce stesso.

Ma perché è importante ricordare tutto ciò proprio oggi?

Ho aperto questo articolo parlando di una domanda che mi pongo spesso, ho consigliato alcuni titoli che mi aiutano a cercare una risposta a quei dubbi. 

Può sembrare un esercizio di retorica o una commemorazione fine a se stessa, ma non è così.  

Innanzitutto, la storia è ciclica e possono cambiare i riferimenti e i nomi, ma le riflessioni e le paure si ripetono. 

Quanta dell’imprenditoria e della stampa italiana supportarono almeno all’inizio il fascismo, vedendolo come una soluzione contro la “minaccia rossa”? Quanta ha continuato, dopo il 1945, con il neofascismo? Quanta ancora oggi usa il medesimo spauracchio per compiacere il governo a cento e passa anni di distanza, malgrado il comunismo sia morto, per lo meno per come era considerato a inizio Novecento? 

Allora come oggi, i giornalisti che oppongono resistenza vengono colpiti: con la violenza fisica, con campagne di delegittimazione (venivano chiamati nemici della patria, disfattisti, “ebrei”); oggi si usano anche strumenti più subdoli come le SLAPP, le cause temerarie usate per esaurire economicamente chi dà fastidio. Ma la bomba a casa di Sigfrido Ranucci non è poi così lontana dagli assalti alle redazioni di cent’anni fa.

Comprendere l’occupazione e la trasformazione, ma anche la sudditanza, degli spazi mediatici cento anni fa aiuta a imparare ad analizzare la situazione in cui viviamo, dove le regole sono cambiate, ma non così tanto: l’informazione deve sottostare alle regole di piattaforme private che si sono asservite al potere americano in maniera imbarazzante negli ultimi anni e i confini tra notizia e contenuto d’intrattenimento sfumano sempre di più. Una situazione in cui è più semplice accusare le news che non ci piacciono di essere disinformazione, piuttosto che approfondire e verificare come stanno effettivamente le cose;  dove le intelligenze artificiali rendono sempre più complesso capire cosa sia reale e cosa no, e dove la vera sfida è capire a che scopo l’eventuale fake è stato creato. 

Certo, oggi nel nostro Paese la violenza verso i professionisti dell’informazione si è fatta più sottile, meno manganelli e olio di ricino, ma molte più querele; tuttavia altrove, nel resto del  mondo, vediamo reporter, giornalisti e fotografi rischiare la vita, e troppo spesso perderla, per fare il proprio lavoro. L’ultimo omicidio è avvenuto mentre sto scrivendo: Amal Khalil, giornalista libanese, è stata uccisa in un raid dell’IDF il 23 aprile, nell’ambito dell’invasione del Libano del sud da parte di Israele. Non è l’unica, non sarà l’ultima.  

Quello che mi rattrista è  vedere quanta poca attenzione venga dedicata all’educazione mediatica: è paradossale, ma pur vivendo in un Paese con alta alfabetizzazione, mancano ancora competenze fondamentali, come leggere un testo con senso critico, riconoscere una fake news o interpretare gli avvenimenti senza farsi guidare dal pregiudizio. 

È qui che si gioca la partita: informarsi con cura e sostenere un’informazione seria (anche di parte, ma dichiarata, onesta) è ancora oggi un importante atto di resistenza.  

Il 25 aprile e tutti gli altri giorni dell’anno. 

Il 25 aprile anche quest’anno è sotto discussione da alcune frange politiche – che probabilmente sentono anche di dover “recuperare”, visto che per l’anniversario “tondo” l’anno scorso hanno dovuto moderare i toni. – Eeppure questa data continua a rappresentare un momento necessario di riflessione per capire cos’è successo in quel Ventennio precedente, come è stato possibile e d eventualmente cosa possiamo fare per evitare che accada di nuovo. 

L’ultimo punto, in questo periodo, mi pesa particolarmente., considerando che pPer molto tempo mi sono chiesta come sia stato possibile “lasciare” che la situazione politica e sociale scivolasse al punto da permettere una dittatura messa insieme da scappati di casa , – perché questo erano, almeno nel 1922 –, che pure sono stati capaci di creare in pochi anni un regime violento, fortemente burocratizzato e repressivo. E se da un lato in questi ultimi anni forse mi è diventato più chiaro – ti informi, ti preoccupi, protesti, ma poi da un lato devi garantirti la sussistenza, dall’altro le tue azioni sembrano cadere nel nulla – dall’altro è sempre importantissimo considerare il ruolo della stampa, e della sua repressione in particolare, per comprendere. 

Il fascismo si è comunicato e si è venduto così bene che ancora oggi sentiamo intestare a Mussolini avanzamenti sociali avvenuti in realtà decenni prima della marcia su Roma o azioni imponenti in realtà avvenute solo parzialmente o mai realizzate davvero. Le “tante cose buone” fatte insieme ai treni puntualmente in orario dimostrano che, se ancheda un lato il Ventennio ha fallito nel creare un sistema economico vincente eo un impero coloniale vero e proprio, le menzogne messe in piedi dalla macchina di comunicazioni al contrario hanno funzionato molto bene. 

E ciò non sarebbe stato possibile senza una incredibile operazione per occupare l’informazione, “fascistizzando” i giornali o chiudendoli, per passare poi ad altri strumenti di comunicazione di massa dell’epoca: radio, cinema e ovviamente l’editoria e la pubblicità.

Con le famigerate veline che definivano le notizie che si potevano dare, come dovevano essere pubblicate – persino quante righe dovevano occupare – del Minculpop, che poi estende la censura alla pubblicazione dei libri, bloccando tutto ciò che è considerato “disfattista” rispetto alla narrazione ufficiale (figuriamoci critico) e, in seguito, ponendo limiti all’introduzione di autori stranieri disallineati, tra cui gli americani in particolare ma anche autori spagnoli oppositori dell’amico Franco. 

E tutto ciò non sarebbe stato possibile senza le leggi sulla stampa, in particolare quella del 1926, che a cento anni di distanza consiglio di riscoprire con la lettura di Fascistissima. Come nel 1926 Mussolini eliminò la libertà di stampa, scritto daa cura di Giovanni Mari (People 2026). Perché è difficile per noi, cresciuti in un ambiente plurale d’informazione, per quanto oligarchico e  per quanto carente di informazione indipendente, comprendere davvero cosa succede quando quella pluralità viene eliminata dal tavolo. 

Mari ripercorre le violenze prima delle azioni istituzionali, gli assalti alle edicole e alle redazioni, le censure, le tirature sequestrate e bruciate in piazza dai gruppi di giovani fascisti, mentre una parte della stampa si impegnava a distinguere il fascismo che si era installato negli organi di governo dalle azioni violente. Tuttavia, continuare in queste distinzioni come se davvero fossero state possibili tante azioni sistemiche senza una regia dall’alto è abbastanza ipocrita.

Del resto, Mussolini conosceva benissimo il potere e la capacità della stampa di influenzare l’opinione pubblica, anche in un Paese dove l’analfabetismo all’epoca della marcia su Roma navigava ancora su un 25%. La sua esperienza come direttore dell’Avanti! e in seguito, quando fu in rotta con il partito socialista per le sue posizioni interventiste nella prima guerra mondiale, del Popolo d’Italia gli dava modo di comprendere perfettamente non solo questo potere, ma anche come tagliare le gambe a giornalisti, direttori ed editori che non avevano intenzione di allinearsi. 

Meno sulla pubblicità, che teneva in considerazione come importante strumento sia per raccogliere fondi che per fare leva sugli editori – non a caso ci sono provvedimenti che limitano la quantità di annunci che possono uscire su giornali e riviste, e inviti a industriali a rinunciare a inserire la propria reclame sulle testate invise – ma che solo in un secondo momento diventa parte della propaganda e narrativa fascista, ad anni Trenta già avanzati, sul modello tedesco (che invece aveva imparato bene dall’Italia su come perseguitare i giornalisti). 

La pubblicità diventerà in quel periodo fondamentale per cercare di mantenere  a galla l’economia italiana durante il periodo autarchico… nel vedere però le pubblicità recuperate da Bianca Gaudenzi nel suo saggio Fascismi in vetrina. Pubblicità e modelli di consumo nel Ventennio e nel Terzo Reich (Viella, 2023), si accappona un po’ la pelle riscontrando quanto i pubblicitari facciano propri i toni e l’iconografia di regime, tra le immagini a sostegno delle campagne d’Africa e l’invito a comprare solo prodotti italiani. Un modo per passare gli stessi concetti della propaganda in maniera più soft. Del resto, come scriveva Prezzolini già nel 1907, “Presto si capirà anche da noi che le case che organizzano la réclame sono organismi assai più forti nel mondo di molti ministeri […] e che in un direttore di giornale c’è spesso una potenza maggiore che in molte altre tradizionali cariche. Il governo del mondo è più in un articolo di giornale, o nella lanciata di un nuovo modo di réclame, che in un discorso di un ministro o in una allocuzione di un sovrano”. 

In campo editoriale, che viene poi investito dalle stesse leggi sulla stampa del ‘25 e del ‘26, è molto curioso vedere come gli editori “imparano” ad autocensurarsi preventivamente per evitare problemi con la censura. Pur in un panorama dove gli editori assumono posizioni grigie, pubblicando sia libri di regime che cercando in tutti i modi di avere spazio per sperimentare e per fare il proprio lavoro, è difficile a oggi capire quanta fosse connivenza o quanto la natura italica di aderire apparentemente alle regole cercando “loophole” per aggirarle. Il mio caso preferito rimane quello dell’Antologia di Spoon River che viene passata come raccolta di pensieri di un quanto mai improbabile San River” – chissà quanti guai ha passato il censorino che si è fatto fregare all’epoca – e per la quale una diciannovenne Fernanda Pivano finisce in carcere, in quanto traduttrice. Ma anche l’aneddoto per cui Mondadori riuscì per un periodo a salvare Topolino dalla censura perché piaceva ai figli di Mussolini… se non a lui stesso.

I casi di autocensura e di censura vera e propria sono raccontati bene nel primo capitolo di Siamo spiacenti. Controstoria dell’editoria italiana attraverso i rifiuti di Gian Carlo Ferretti (Bruno Mondadori, 2012).

Ma perché è importante ricordare tutto ciò?

 Non si tratta di un esercizio di retorica o una commemorazione fine a se stessa. 

Innanzitutto, la storia è ciclica e possono cambiare i riferimenti e i nomi, ma le riflessioni e le paure si ripetono. Pensiamo a quanta dell’imprenditoria e anche della stampa italiana supportarono almeno all’inizio (e abbiano continuato anche dopo il 1945 con il neofascismo) il fascismo vedendolo come soluzione contro la “minaccia rossa” che anche a cento e passa anni di distanza, malgrado il comunismo sia ben più morto e sepolto (non essere pessimista, siamo in pochi in Italia ma ci siamo), continua ancora a persistere.

A come i giornalisti che cercarono di opporre resistenza alla censura e alle leggi fasciste subirono prevaricazioni fisiche e attentati (la bomba a casa di Sigfrido Ranucci?) ma anche vere e proprie campagne di odio e di delegittimazione come nemici della patria, disfattisti, “ebrei” (sigh)

O alla riflessione che cita Gaudenzi sulla réclame accusata a inizio ‘900 di riempire il tempo dei cittadini e di togliere loro la noia e, di conseguenza, la capacità di immaginare e di sognare (… dove l’ho già sentita?).

Comprendere l’occupazione e la trasformazione (ma anche la sudditanza) degli spazi mediatici cento anni fa aiuta a imparare ad analizzare la situazione in cui viviamo, dove le regole sono cambiate – e l’informazione deve sottostare alle regole di piattaforme private che si sono asservite al potere americano in maniera imbarazzante negli ultimi anni – e dove i confini tra notizia e contenuto d’intrattenimento sfumano sempre di più, dove è più semplice accusare le news che non ci piacciono di essere disinformazione, piuttosto che approfondire e verificare come stanno effettivamente le cose, dove le intelligenze artificiali rendono sempre più complesso capire cosa è reale e cosa no – e a che scopo è stato eventualmente creato. 

Oggi nel nostro Paese la violenza verso i professionisti dell’informazione si è fatta più sottile – meno manganelli e olio di ricino ma molte più querele – tuttavia nel mondo vediamo reporter, giornalisti e fotografi rischiare la vita, e troppo spesso perderla, per fare il proprio lavoro. L’ultima mentre sto scrivendo (spero) è Amal Khalil, giornalista libanese uccisa in un raid dell’IDF il 23 aprile. 

E allo stesso tempo vediamo le persone sempre meno educate ad avere a che fare con i media, nel paradosso di alta alfabetizzazione ma mancanza di competenze di ritorno: comprensione del testo, capacità di riconoscere una fake news, ma anche di interpretare senza pregiudizio. 

Per questo cercare di informarsi correttamente e sostenere un’informazione seria, anche di parte ma onesta, è ancora oggi un importante atto di resistenza. Il 25 aprile e tutti gli altri giorni dell’anno. 

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Laura Casale

Nata a Genova, studia Comunicazione a Savona con l’idea di fare la giornalista, ma si innamora dell’editoria strada facendo, scoprendo di poter trasformare in una professione la sua esperienza di fanwriter, beta reader e grafica amatoriale. Dopo la specialistica si lancia nella libera professione e sta ancora decidendo che atterraggio fare, nel frattempo si occupa di libri e di comunicazione digitale. Nel tempo libero legge, cammina e si gode il mare.

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