Rientri dal Blockbuster con il DVD fra le mani: erano giorni che speravi di riuscire ad affittare quel film. Praticamente lo lanci nel lettore e ti lanci sul divano. E prima ancora che inizino i titoli d’apertura…
Non ruberesti mai un’auto. Non ruberesti mai una borsa. Non ruberesti mai un televisore.
Non ruberesti mai un film. Scaricare da internet film piratati è come rubare.
Rubare è contro la legge. La pirateria è un reato.
Se hai sentito questo testo nel leggerlo, è normale: significa che hai più di vent’anni e che hai passato troppo tempo davanti alla TV o al cinema (se invece non l’hai sentito, clicca qua ed entra nel club).
Erano i primi anni Duemila, la pirateria aveva il volto del vucumprà in spiaggia o quello del compagno di classe con il doppio lettore CD e la possibilità di masterizzare il mondo.
Oggi le cose sono cambiate, ma la dogmaticità delle istituzioni sulla pirateria no. Come ripetono, da quasi trent’anni, ogni download illegale è una vendita rubata.
Ma non siamo tutti ladri. Quindi perché la pirateria esiste? Forse dobbiamo chiederci di cosa sia sintomo.
Lo studio che la Commissione Europea non voleva farci leggere
Nel 2014 la Commissione Europea commissiona (eheh) alla società di ricerca olandese Ecorys un sondaggio. Vennero intervistate circa 30.000 persone in sei Paesi (Germania, Francia, Polonia, Spagna, Svezia e Regno Unito) per misurare quanto la pirateria online spostasse effettivamente le vendite legali di musica, film, libri e videogiochi. Il costo dello studio sfiorò i 370.000€ e il rapporto finale superò le 300 pagine, e venne consegnato a maggio 2015.
Tuttavia, sembrò sparire nel nulla.
Riemerse solo due anni dopo, nel 2017, quando l’europarlamentare Julia Reda presentò una richiesta di accesso agli atti. E lì Reda capì il motivo per cui si era cercato di farlo passare inosservato: il rapporto ha concluso che non esistono prove statistiche solide di uno spostamento delle vendite causato dalle violazioni del copyright online. Non per la musica, non per i libri, non per le serie TV, non per i videogiochi, con un’unica eccezione per i film blockbuster appena usciti, per cui un effetto di sostituzione esiste ed è misurabile.
Per alcuni settori, come quello dei videogiochi, lo studio suggerisce addirittura che chi pirata tenda poi a comprare di più.
Quindi lo possiamo dire: la famosa frase “ogni download illegale è una vendita rubata” è falsa.
(Che poi, sarebbe divertente anche parlare del font rubato e della musica rubata, usati per il celebre spot, ma non è questo il momento…)
Abbiamo quindi un’istituzione che ha usato soldi pubblici per avere una risposta certa a una domanda tanto in voga e tanto importante e, dato che la risposta non era quella che si aspettavano (e che volevano) ha deciso di non pubblicare suddetta risposta e fare finta che non esistesse.
(Tuttavia, la stessa Commissione fece uscire nel 2016 un paper che citava solo il dato sui blockbuster…)
Chi sono davvero i “pirati”
Nel 2018 arriva lo studio più grande mai condotto sul tema: il Global Online Piracy Study, firmato dall’Istituto per il diritto dell’informazione dell’Università di Amsterdam (IViR) insieme a Ecorys (la stessa società di ricerca dello studio sepolto) e stavolta il committente è Google. Quasi 35.000 intervistati, di cui oltre 7.000 minorenni, in tredici Paesi tra Europa, Americhe e Asia, con un vantaggio metodologico raro: in sei Paesi europei i ricercatori sono riusciti a reintervistare oltre tremila persone che avevano già risposto al sondaggio del 2014, potendo così osservare come i comportamenti delle stesse persone fossero cambiati in tre anni, invece di limitarsi a fotografare un momento.
Il risultato più scomodo per la retorica anti-pirateria è demografico: chi pirata consuma circa il doppio dei contenuti legali rispetto a chi non pirata. I “ladri”, insomma, sono i migliori clienti del settore. Lo studio mostra anche che i tassi di pirateria si correlano con il reddito pro capite, e che il prezzo è la motivazione principale dichiarata; a cui si aggiungono ragioni di pura disponibilità: il libro non esiste nella mia lingua, non è in vendita nel mio Paese, non esiste in formato digitale.
Certo, non è una categoria omogenea. Gabe Newell, fondatore di Valve Corporation (il creatore di Steam, in soldoni), ha sintetizzato il problema con una frase diventata famosa nel settore, sottolineando come la pirateria risponda più alla mancanza di un servizio, che a un problema economico.
“Piracy is almost always a service problem and not a pricing problem.”
Gabe Newell, fondatore di Valve Corporation (e di Steam)
I dati suggeriscono che abbia ragione almeno in parte. Ci sono i pirati per necessità economica (chi vive dove un gioco o un libro costa una settimana di stipendio non diventerà mai un cliente pagante, a prescindere), e ci sono quelli che potrebbero permettersi di pagare il prezzo e magari già pagano streaming e portali legali, ma che si sono stufati di un sistema che ha volontariamente smesso di aiutare la legalità: quando la frammentazione delle piattaforme streaming ha reso necessario abbonarsi a dodici servizi diversi per vedere quello che si vuole, una parte di chi aveva smesso di piratare ha ricominciato, a volte semplicemente per finire una serie iniziata su piattaforma e interrotta da un cambio di contratto, o per vedere la serie che nessuna piattaforma in Italia pare voler tenere a catalogo ed è praticamente introvabile (e sull’accessibilità ci torniamo). I casi di libri e film eliminati da Kindle e librerie digitali sono sempre più frequenti, e ben poco rassicuranti.

E poi c’è una terza categoria, quelli che piratano per protestare contro i prezzi. Uno studio pubblicato su MIS Quarterly nel 2024 ha osservato cos’è successo quando, nel gennaio 2019, l’Irlanda ha tagliato l’IVA sugli ebook dal 23% al 9%, riducendo i prezzi di circa il 14%, mentre negli altri Paesi europei non cambiava nulla; confrontando le visite ai siti pirata prima e dopo, i ricercatori hanno potuto isolare l’effetto del prezzo. Sul totale delle visite il calo è risultato piccolo e statisticamente non significativo, ma scomponendo il traffico la storia cambia: i pirati “abituali”, quelli che vanno dritti al sito, non si sono mossi affatto, mentre le visite arrivate da una ricerca, la fascia occasionale che digita “nome libro pdf”, sono crollate del 27%. Quindi la risposta al prezzo c’è stata eccome.
E i prezzi, in certi segmenti, sono fuori scala. Negli Stati Uniti i manuali universitari sono aumentati dell’82% tra il 2002 e il 2012, tre volte l’inflazione; su un orizzonte più lungo (1978-2013) si parla di +812%. Quando (secondo un’indagine danese) la maggioranza degli studenti dichiara che piratare un manuale è accettabile, e che passerebbe al canale legale solo se i prezzi fossero dimezzati, non stiamo osservando un collasso morale di massa, ma solo un mercato che si è prezzato fuori dalla propria stessa legittimità.
… In effetti forse il collasso morale di massa c’è, ma non dal lato che ci si aspetterebbe.
Il copyright fa sparire i libri
L’esempio delle piattaforme di streaming ci aiuta a capire un’altra delle ragioni che rende la pirateria una scelta quasi obbligata: i libri fuori catalogo.

Lo scrittore e professore di legge statunitense Paul Held, in uno studio del 2013 prese un campione casuale di oltre 2.000 libri nuovi in vendita su Amazon e scoprì che c’erano più titoli pubblicati negli anni Ottanta dell’Ottocento che negli anni Ottanta del Novecento. In un lavoro parallelo aveva confrontato i bestseller americani del 1913-1922, ormai di pubblico dominio, con quelli del 1923-1932, ancora protetti: nel 2006 i primi risultavano in stampa al 98%, con più edizioni disponibili e prezzi più bassi, contro il 74% dei secondi. La differenza? I primi erano liberi dai diritti.
I libri di pubblico dominio, infatti, vengono ristampati, digitalizzati, rimessi in circolo; quelli sotto copyright, se l’editore non ci vede margine, semplicemente scompaiono. E con la massa di volumi stampati aumentata vertiginosamente negli ultimi decenni, il numero dei volumi fuori catalogo e introvabili è destinato a salire.
Il divario si allarga drasticamente sul digitale: la disponibilità in ebook dei titoli protetti crolla rispetto a quelli di pubblico dominio. Il copyright, nato per incentivare la creazione, funziona nei fatti come un meccanismo di sparizione per tutto ciò che non è abbastanza redditizio da ristampare.
E il libro digitale legale è spesso peggiore della copia piratata: bloccato da DRM, non prestabile, non rivendibile, legato a una piattaforma che può chiudere o revocare l’accesso. Alcuni autori indipendenti hanno scelto di non applicare DRM ai propri lavori proprio per questo – perché ritengono che chi compra un libro debba possederlo a pieno titolo, non limitarsi ad avere una licenza. È una posizione (purtroppo) minoritaria nell’industria, ma coerente con quello che i dati suggeriscono: quando la versione illegale funziona meglio di quella a pagamento, il difetto sta nel prodotto.
I tentativi istituzionali di rimediare sono stati imbarazzanti. Il problema delle opere orfane, libri ancora protetti ma di cui non si trova il titolare dei diritti, è noto da decenni; il registro di licenze ungherese creato apposta per risolverlo aveva processato, nel 2015, 45 licenze per 78 opere in tutto. Nel frattempo in Lituania, secondo il censimento di Gudinavičius e Grigas, a fine 2020 i cataloghi ebook illegali superavano i 15.000 titoli contro i circa 6.000 di quelli legali; e il dato più notevole è che solo una minima parte delle copie illegali derivava da ebook legali, mentre tutto il resto era stato scansionato e passato all’OCR da lettori “comuni”, riempiendo un buco lasciato dall’editoria.
Un secondo studio lituano, quello di Merkevičius e colleghi, arriva alla stessa conclusione: la causa principale della pirateria è la più banale di tutte, cioè l’assenza di un ebook legale da comprare. E il numero non è invecchiato: ancora oggi gli editori lituani citano quella soglia dei 15.000 titoli illegali, mentre l’EUIPO colloca la Lituania tra i primi Paesi europei per intensità di pirateria.
La digitalizzazione gratuita cannibalizza o permette di scoprire?
Come abbiamo visto, il presupposto da cui parte l’industria è che ogni copia gratuita equivalga a una mancata vendita; tuttavia i dati economici, quando qualcuno si prende la briga di misurarli, raccontano il contrario.
Lo studio di riferimento è quello di Nagaraj e Reimers, pubblicato nel 2023 sull’American Economic Journal: Economic Policy, che ha analizzato la digitalizzazione di massa di Google Books, mentre i volumi della biblioteca di Harvard vennero digitalizzati in momenti diversi: questo ha permesso di confrontare le vendite degli stessi titoli prima e dopo la comparsa della loro copia gratuita online. Il risultato è che la disponibilità gratuita del digitale ha aumentato le vendite dei libri fisici fino all’8%, con l’effetto più forte ottenuto proprio sui titoli meno popolari, e ha spinto piccoli editori indipendenti a riscoprire e ripubblicare opere dimenticate; studi precedenti sulle edizioni digitali gratuite, come quelli di Hilton e Wiley, avevano del resto già osservato aumenti delle vendite cartacee nelle settimane successive al rilascio libero e, come dicevamo prima, anche nel panel europeo del 2014 oltre metà dei lettori pirata monitorati ha aumentato nel tempo il consumo di libri tramite canali legali.
C’è infine l’argomento più antico e al tempo stesso più attuale di tutti, la censura, non necessariamente quella governativa. A volte un libro esce dal mercato per ragioni personali o commerciali, e da da quel momento chi lo cerca può imbarcarsi nella caccia all’usato, dove le copie sono per definizione limitate e i prezzi salgono in proporzione alla domanda, oppure rivolgersi a canali non autorizzati. È il caso di Ossessione di Stephen King, pubblicato negli anni Settanta, regolarmente ristampato per vent’anni, e ritirato infine dal commercio alla fine degli anni Novanta per volontà dell’autore stesso, sconvolto da una serie di sparatorie scolastiche i cui esecutori possedevano copie del romanzo; da allora è possibile reperirlo esclusivamente come cartaceo da collezione (a prezzi proibitivi), oppure come ebook non autorizzato.

Quando invece la censura è davvero quella di un regime, la parabola è nota da un secolo: Il dottor Živago uscì prima in Italia, da Feltrinelli, e arrivò ai lettori russi solo attraverso i samizdat, le copie clandestine ricavate dalle edizioni straniere, decenni prima che il suo Paese lo pubblicasse ufficialmente.
E i numeri di oggi dicono che, sfortunatamente, non parliamo di archeologia, e nemmeno di un’ondata ormai conclusasi: dopo il record del 2023 (4.240 titoli unici contestati) e la flessione dell’anno successivo, nel 2025 l’American Library Association ha contato 4.235 titoli unici oggetto di tentativi di censura, il secondo dato più alto mai registrato, con 5.668 libri effettivamente rimossi dagli scaffali, il massimo storico; e la spinta non arriva più dai singoli genitori indignati, che oggi valgono meno del 3% delle contestazioni, ma per il 92% da gruppi di pressione organizzati, funzionari e amministratori. Sul fronte scolastico PEN America ha contato 6.870 messe al bando nell’anno 2024-2025, in calo rispetto alle oltre 10.000 dell’anno precedente ma dentro un fenomeno che dal 2021 ha superato le 23.000 rimozioni complessive.
E se state pensando che da noi non ci siano situazioni simili, è bene che sappiate che no, l’Italia non è il paese immune dalla censura che ci piace immaginare (anche perché dovreste tenere a mente che giusto ad aprile di quest’anno Reporter Sans Frontières ha rilevato come l’Italia sia scesa ancora nella classifica della libertà di stampa, arrivando al 56° posto): la prima quantificazione del fenomeno, la mappatura 2025 dell’Osservatorio sulla censura dell’Associazione Italiana Biblioteche, conta 110 bibliotecari che dichiarano casi di censura nella propria biblioteca contro i 40 della rilevazione precedente del 2022, con pressioni concentrate su acquisti, esposizioni e temi legati a politica, religione e orientamento sessuale; e mentre il 71% di chi ha risposto considera la censura un problema presente nelle biblioteche italiane, meno di una biblioteca su cinque dispone di regolamenti o carte delle collezioni che tutelino esplicitamente la libertà intellettuale.
La casistica di casa nostra è tutta locale (per ora, almeno), e il caso simbolo è Venezia 2015, quando il sindaco Luigi Brugnaro impose il ritiro dagli asili comunali di 49 albi illustrati ritenuti “gender” (in lista c’era di tutto, compresi libri che con l’identità sessuale non c’entravano un accidenti). L’AIB ci ricorda però anche i casi di Carate Brianza nel 2015, Verona e Todi nel 2017, e prima ancora episodi a Fanano, a Genova e in provincia di Nuoro, mentre sempre nel 2015 il Consiglio regionale della Lombardia approvava una mozione che chiedeva esplicitamente il ritiro dalle scuole del materiale ritenuto veicolo di “teoria del gender”.
E la pirateria in Italia?
Il caso italiano si merita un capitolo a parte, perché ovviamente è ben diverso da quello statunitense.
Intanto consideriamo che nella varia (cioè narrativa e saggistica) i prezzi italiani sono sì aumentati, ma senza esplodere. Secondo il Rapporto AIE 2025, il prezzo medio dei libri effettivamente venduti è passato da 13,91€ nel 2019 a 14,78€ nel 2024, circa un terzo della crescita dell’inflazione nello stesso periodo, mentre il prezzo medio di copertina alla produzione (21,18€) resta perfino inferiore a quello del 2010, e l’IVA sul libro resta al 4%, tra le più basse d’Europa. Ma “più economico dell’inflazione” non significa “più accessibile”, e infatti nello stesso periodo i salari reali italiani sono scesi ancora di più: secondo l’OCSE, a inizio 2025 erano inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il calo peggiore tra le grandi economie dell’area.
E c’è da tenere presente un fattore MOLTO rilevante: lo stesso rapporto ammette che una parte del prezzo medio basso dipende dal boom di fumetti e manga, che hanno prezzi di copertina inferiori che tirano, com’è ovvio, giù la media.
Per quanto riguarda la scolastica, invece, è tutta un’altra musica. AIE sostiene che i listini siano cresciuti meno dell’inflazione (circa +8% cumulato contro il +14,7% tra il 2021 e il 2024), complici i tetti di spesa ministeriali rimasti bloccati per dodici anni; secondo l’Osservatorio Federconsumatori, invece, la spesa media per i soli libri obbligatori più due dizionari è aumentata, ed è passata dai circa 470€ a studente nel 2019 ai circa 591€ del 2024, ben oltre l’inflazione del periodo. L’Antitrust ci ha aperto un indagine. Dopotutto, abbiamo un mercato in cui quattro gruppi editoriali (Mondadori, Zanichelli, Sanoma, La Scuola) controllano quasi l’80% del totale, e le nuove edizioni (con modifiche minime) insieme ai continui cambi di adozione azzoppano il mercato dell’usato, obbligando le famiglie all’acquisto a prezzo pieno.
Dove Italia e Stati Uniti possono tornare a confrontarsi, almeno in parallelo, è il settore universitario; il Rapporto AIE 2025 contiene le stime IPSOS, che attribuiscono alla pirateria 188 milioni di euro di mancati ricavi nel solo settore universitario, mentre il mercato legale corrispondente valeva 182 milioni nel 2023 ed è sceso a 154,9 nel 2024, con un calo del 15,1% in un anno solo.
In Italia, cioè, il mercato pirata dei libri universitari è più grande di quello ufficiale. Qui i tetti di spesa ministeriali non esistono: mentre la scolastica ha i listini calmierati per legge, il manuale universitario costa quello che l’editore decide, e il conto per chi volesse comprare tutti i testi nuovi previsti dal proprio corso supererebbe i 550 euro l’anno.
Solo che (quasi) nessuno lo paga: il venduto reale di libri nuovi si stima intorno ai 100€ per studente, un quinto del fabbisogno teorico! Gli altri quattro quinti passano dal mercato dell’usato, dai pdf che circolano nei gruppi di corso, e soprattutto dalla copisteria sotto l’università.
Il rapporto aggiunge i fattori strutturali al calo di dimensioni del mercato: gli studenti usano sempre meno i libri e sempre più slide, appunti e materiali generati con l’intelligenza artificiale, mentre le immatricolazioni crescono quasi soltanto grazie alle università telematiche. In sintesi, il mercato universitario non sta perdendo contro la pirateria, sta perdendo contro tutto.
C’è poi il capitolo ebook: il prezzo medio degli ebook alla produzione è passato dai 9,28€ del 2020 a 13,61€ del 2024, con +8,2% solo nell’ultimo anno, fino a costare più di un tascabile (11,34€ di prezzo medio del venduto); nel frattempo i titoli digitali pubblicati sono crollati dagli 81.000 del 2016 ai 38.000 attuali, che scendono a poco più di 24.000 escludendo il self publishing, e il digitale resta inchiodato al 7% del mercato.
E se il cartaceo ha tenuto i prezzi fermi, il formato in concorrenza diretta con la copia pirata è quello i cui prezzi sono saliti e la cui offerta si è ristretta: volendo disegnare a tavolino un mercato che spinga chi legge in digitale verso i canali illegali, sarebbe difficile fare di meglio.
Quanto ai numeri complessivi della pirateria italiana, la fonte è la serie di indagini Ipsos Doxa per AIE: il Rapporto 2025 stima 705 milioni di euro di vendite perse nel 2023, in lieve calo rispetto ai 771 di due anni prima, pari al 20% del mercato editoriale complessivo, mentre il comunicato della quarta indagine, presentata a febbraio 2026, parla di 722 milioni e di un terzo del mercato al netto di scolastica ed export; perfino dentro gli stessi documenti AIE, insomma, le cifre ballano a seconda del perimetro scelto. Secondo le rilevazioni, a piratare è circa un terzo della popolazione sopra i 15 anni, metà dei professionisti e più di tre studenti universitari su quattro, ai quali si aggiunge oggi la maggioranza degli universitari che usa riassunti generati dall’intelligenza artificiale. Sono numeri gargantueschi, ma vanno presi per quello che sono: stime controfattuali, costruite assumendo che una quota degli atti di pirateria dichiarati corrisponda a vendite perse. Che tuttavia è esattamente la tesi su cui lo studio Ecorys della Commissione Europea che citavamo in apertura, 304 pagine e 30.000 intervistati, non ha trovato prove statistiche a conferma. Ohibò.
A tal proposito, non ci risulta che l’AIE abbia mai parlato dello studio della Commissione Europea, e questo ci ha fatto sorgere un dubbio, perché in effetti non abbiamo ricordi sull’uscita di questo rapporto.
Così abbiamo fatto una ricerca, e scoperto che ne avevano parlato HDBlog, Tom’s Hardware, la stampa di settore dei videogame e in parte quella musicale, nonché Valigia Blu. Tuttavia, per quanto abbiamo potuto verificare, non c’è stato niente di niente dal mondo editoriale (e questo include anche noi, dannazione), niente dei canali dell’AIE (malgrado parli regolarmente di pirateria) e niente neanche nella stampa generalista.
Interessante, quantomeno.
Ma tornando ai motivi per cui in Italia si pirata, cosa possiamo dedurre da quanto abbiamo appena detto?
- Se nella varia i prezzi sono sotto l’inflazione, ma un terzo della popolazione pirata comunque
- se nell’universitario il mercato illegale supera quello legale
- se l’offerta digitale si restringe e rincara
Possiamo dire con una ragionevole dose di certezza che il baricentro della questione, per il mercato italiano, pare essere la disponibilità. Sembrerebbe quindi che il lettore pirata italiano si vada a prendere quello che il mercato non gli offre…
Quindi, la pirateria è buona o cattiva?
Detto questo, credere che chi pirata lo faccia solo per alti standard etici è, chiaramente, una fesseria.
C’è chi scarica un libro perché è fuori catalogo, bloccato da DRM o introvabile nel proprio Paese; ma per ognuno di loro ce ne sono almeno due che piratano un libro solo perché non hanno voglia di prenotarlo su MLOL (o di alzarsi a prenderlo dal proprio scaffale…) e almeno dieci che lo fanno solo perché possono – e poi di quei libri si dimenticheranno. C’è anche chi considera la cultura un bene che, proprio per la sua natura digitale, non dovrebbe avere un costo: una convinzione spesso inconsapevole, ma ancora molto diffusa.
Una parte della pirateria sostituisce davvero un acquisto. Lo riconosce anche lo studio Ecorys: per le opere di maggior successo, una quota dei download illegali corrisponde a tutti gli effetti a vendite perse. Il fatto, però, è che quel danno non si distribuisce in modo uniforme. Per un autore esordiente, per una piccola casa editrice o per un traduttore pagato a cartella, anche poche centinaia di copie possono fare la differenza; Mondadori forse non ha bisogno dell’ennesima edizione speciale di Jane Austen per stare in piedi, ma Gianparide che perde vendite a causa della pirateria, invece, potrebbe non vedere un secondo contratto o la fine di un progetto.
Per questo sarebbe sbagliato liquidare la pirateria come un fenomeno privo di conseguenze.
Ma proprio questa osservazione sposta la domanda su un piano diverso.
Se i costi della pirateria ricadono soprattutto sugli anelli più fragili della filiera, mentre le grandi piattaforme e i grandi gruppi editoriali continuano a prosperare, allora limitarsi a chiedere ai lettori di “comportarsi meglio” rischia di affrontare il problema dal lato sbagliato. La questione non è assolvere chi scarica illegalmente, ma capire perché continua a esistere una domanda che il mercato legale non riesce sempre a soddisfare.
Ed è qui che tutti gli esempi iniziano a convergere. La pirateria riempie un vuoto quando un’opera è fuori catalogo ma ancora protetta dal copyright; quando un libro non viene distribuito in un determinato Paese; quando una piattaforma vende licenze revocabili e “affitta” la lettura, anziché vendere davvero; quando un governo proibisce un testo; quando preservare un’opera diventa possibile solo aggirando le regole che dovrebbero proteggerla. Situazioni molto diverse tra loro, ma accomunate dallo stesso meccanismo: esiste una domanda che il sistema legale, per ragioni economiche, tecnologiche o giuridiche, non soddisfa.
La pirateria, allora, è un sintomo che indica che qualcosa non funziona.
Noi possiamo scegliere di combattere il sintomo, ed è quello che la legge fa, oppure possiamo chiederci perché continui a comparire e a presentarsi con insistenza ogni volta che una nuova tecnologia promette di rendere la cultura più accessibile della precedente.
Perché se milioni di persone cercano ancora vie informali per accedere alla cultura, forse il problema non riguarda soltanto loro.
Fonti
Più sopra dicevamo che i dati non sono esenti da manipolazioni. Per questo consultare quante più fonti possibile è importante per farsi un’idea personale e consapevole. Vi lasciamo qua di seguito un po’ di link. Buona lettura!
Studi principali
- Ecorys per la Commissione Europea, Estimating displacement rates of copyrighted content in the EU (2015, pubblicato 2017): https://cdn.netzpolitik.org/wp-upload/2017/09/displacement_study.pdf — vicenda ricostruita da Julia Reda: https://felixreda.eu/2017/09/secret-copyright-infringement-study/
- Poort, Quintais et al. (IViR/Ecorys), Global Online Piracy Study (2018): https://www.ivir.nl/publicaties/download/Global-Online-Piracy-Study.pdf
- Rajavi, Danaher, Newby, Price, Piracy, and Search: Which Pirates Respond to Changes in the Legal Price?, MIS Quarterly 48(4), 2024: https://misq.umn.edu/price-piracy-and-search-which-pirates-respond-to-changes-in-the-legal-price.html
- Nagaraj, Reimers, Digitization and the Market for Physical Works: Evidence from the Google Books Project, American Economic Journal: Economic Policy 15(4), 2023: https://www.aeaweb.org/articles?id=10.1257/pol.20210702
- Hilton, Wiley, Free E-Books and Print Sales (studio sulle edizioni digitali gratuite): https://www.researchgate.net/publication/269760746_Free_E-Books_and_Print_Sales
- Studio lituano sui cataloghi ebook (Publishing Research Quarterly): https://link.springer.com/article/10.1007/s12109-022-09894-1
Paul Heald (copyright e disponibilità)
- How Copyright Keeps Works Disappeared (2013): https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2290181
- Paper SERCI 2014 sulla disponibilità ebook: https://serci.org/congress_documents/2014/heald.pdf
- Buccafusco, Heald, Do Bad Things Happen When Works Enter the Public Domain?, Berkeley Tech. L.J. (2013): https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2130008
- Situazione lituana: https://chytomo.com/en/lithuanian-publishers-warn-illegal-ebook-supply-may-exceed-15-000-titles/
Mercato italiano
- AIE / Ipsos Doxa, La pirateria nell’editoria libraria ai tempi dell’Intelligenza Artificiale (quarta indagine, febbraio 2026): https://www.aie.it/Cosafacciamo/Antipirateria/Lapiraterianell%E2%80%99editorialibrariaaitempidell%E2%80%99IntelligenzaArtificiale.aspx — comunicato: https://network.aie.it/Portals/_default/Skede/Allegati/Skeda105-11015-2026.2.10/2.Comunicato%20ricerca%20pirateria%202026.pdf
- Terza indagine Ipsos per AIE (dati 2023, 705 milioni, 78% universitari): https://www.ilmessaggero.it/libri/pirateria_nell_editoria_libraria_l_indagine_ipsos_un_danno_economico_da_750_milioni_di_euro-7980291.html
- Prima indagine Ipsos per AIE (2019, 528 milioni): https://www.giornaledellalibreria.it/news/notizie-dallaie-la-pirateria-del-mondo-del-libro-vale-528-milioni-danno-per-il-sistema-paese-di-13-miliardi-4040.html
- AIE / Il Sole 24 Ore, prezzi trade 2019-2023 (+2,6% vs +15,7% di inflazione): https://www.ilsole24ore.com/art/libri-mercato-tenuta-ma-volumi-venduti-sono-flessione-AFgsnwTC
- OCSE, Employment Outlook 2025 (via https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/07/09/salari-reali-italia-calo-ocse-notizie)
- AIE, Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2025 (prezzi medi di copertina): https://www.aie.it
- Caro libri scolastici, posizione AIE (tetti bloccati 12 anni, +8% vs +14,7%): https://www.illibraio.it/news/scuola/caro-libri-1459240/
- Caro libri scolastici, Orizzonte Scuola: https://www.orizzontescuola.it/libri-di-testo-scolastici-limiti-di-spesa-fissati-dal-ministero-cosa-cambia-per-gli-istituti-e-perche-le-famiglie-continuano-a-spendere-molto-piu-dei-tetti-previsti/
- Federconsumatori / Domani, rincari scolastica 2024: https://www.editorialedomani.it/politica/europa/scuola-costo-libri-quaderni-cancelleria-confronto-paesi-ue-cqx6kaq5
- Federconsumatori: https://federconsumatori.it/scuola-per-ogni-ragazzo-si-spenderanno-mediamente-64700-euro-per-il-corredo-scolastico-66-rispetto-al-2023-e-59144-euro-per-i-libri-18-rispetto-al-2023/
- Altroconsumo sull’indagine Antitrust (https://www.altroconsumo.it/vita-privata-famiglia/mamme-e-bimbi/news/andamento-prezzi-libri-scuola)
- Orizzonte Scuola, oligopolio scolastica e dinamiche dei rincari: https://www.orizzontescuola.it/caro-libri-scolastici-spese-in-crescita-le-dinamiche-dietro-il-rincaro-lievitano-i-costi-per-le-famiglie-spesa-media-e-variazioni-in-dieci-anni/
- Il Sole 24 Ore, spesa universitaria teorica ed effettiva (caso Perlego): https://www.ilsole24ore.com/art/ecco-come-funziona-perlego-spotify-libri-universitari-ACfIX5s
- AIB, Mappatura 2025: https://www.aib.it/documenti/report-con-i-risultati-del-questionario-sulla-censura-nelle-biblioteche-italiane-2025/
- Censura e autocensura stampa italiana: https://www.odg.it/rsf-minacce-a-liberta-di-stampa-italia-retrocede-al-56-posto-nella-classifica/64726
- Casistica italiana: Topipittori sui fatti di Venezia (https://www.topipittori.it/it/topipittori/il-caso-dei-libri-ritirati-dalle-scuole-venezia-i-fatti), MilanoToday sulla mozione (https://www.milanotoday.it/politica/mozione-contro-libri-teoria-gender-regione-lombardia.html), AIB Libri salvati per l’elenco dei casi (https://www.aib.it/eventi/libri-salvati-edizione-2021/)
Prezzi, censura, opere orfane
- U.S. PIRG, Fixing the Broken Textbook Market (2014): https://pirg.org/wp-content/uploads/2014/01/NATIONAL-Fixing-Broken-Textbooks-Report_0_0.pdf
- The Atlantic, The Bill That Could Save College Students $1,200 a Year (2013): https://www.theatlantic.com/education/archive/2013/11/the-bill-that-could-save-college-students-1-200-a-year/281891/
- American Library Association, comunicato marzo 2024 (4.240 titoli): https://www.ala.org/news/2024/03/american-library-association-reports-record-number-unique-book-titles
- ALA 2025 https://www.ala.org/bbooks/book-ban-data
- PEN America, report 2024-2025 https://pen.org/report/the-normalization-of-book-banning/
- PEN America, Book Bans: https://pen.org/book-bans/
- U.S. Copyright Office, Orphan Works and Mass Digitization (2015): https://www.copyright.gov/orphan/reports/orphan-works2015.pdf




