Premio Strega 2026: sorpresa! Non c’è nessuna sorpresa

Scritto da

Laura Casale

Pubblicato il

analisi critica della selezione del premio strega 2026
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Il Premio Strega ha lo strano potere di tirare fuori la Miranda Priestley che è in me: non quella che fa il monologo sul maglioncino ceruleo, ma quella che guarda con sdegno Andy e le dice che, pur essendo stata selezionata perché diversa dall’assistente tipo, alla fine è stata la più deludente di tutte. 

Ogni anno, alla chiusura delle candidature spontanee degli Amici della Domenica, io ascolto piena di speranza il discorso di Melania Mazzucco che racconta quanto la selezione sia rappresentativa e che sarà particolarmente difficile scegliere i finalisti per l’altissima qualità delle proposte… e ogni anno rimango delusa.  

Sintetizzando: quest’anno sono stati candidati 79 libri firmati rispettivamente da 46 autori e 33 autrici, con un ventaglio di età tra i 20 e i 94 anni. Detta così, sembrerebbe una rappresentazione puntuale del nostro Paese e, in effetti, lo è: una prevalenza di sessanta-settantenni e una minoranza di trenta-quarantenni. L’Italia, nella letteratura e nella società. 

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Dopo questa nota anagrafica, Mazzucco prosegue parlando delle case editrici presenti – praticamente tutte le grandi e medie case editrici italiane, con un cinquanta percento coperto da piccoli editori. E poi chiude notando come si ritorni al romanzo (che in un premio dedicato alla narrativa non dovrebbe sorprendere, ma…), con una maggiore attenzione alle storie e una minore presenza di narrazioni autobiografiche o familiari, o autofiction, che avevano invece prevalso nelle ultime edizioni. L’anno scorso, in particolare, sembrava quasi uno scherzo: di cinque finalisti, tre storie autobiografiche o di famiglia; il titolo vincitore, L’anniversario di Bajani, alla fine, richiamava quella tipologia di storie e solo il romanzo di Terrarossa sembrava quasi finito lì per caso (pur parlando a sua volta di una tragedia familiare). 

Ecco quindi che, alla luce degli scorsi anni, Mazzucco ci dice che questa è un’ottima annata: più romanzi che monologhi sul sé e sulla propria vita vissuta. Volevo crederci, anche se dubitavo già dall’inizio che la “vendemmia” letteraria 2026 avrebbe restituito un’immagine completa delle proposte della narrativa contemporanea italiana… Per lo meno, quest’anno nessuno si è fregiato del fatto che fossero rappresentati tutti i generi letterari, comprimendo peraltro più letterature di genere dai codici molto specifici in un fumoso “fantastico”. Forse è già un (piccolo) passo avanti.

Prima selezione, la dozzina…

Mettendo da parte le battute e le letture soggettive, cerchiamo di analizzare i dati partendo dalla dozzina. Hanno passato il primo turno:

  • 3 Einaudi + 1 Mondadori, che possiamo mettere assieme considerando l’intero gruppo editoriale
  • 1 Feltrinelli
  • 2 La Nave di Teseo
  • 1 Bompiani
  • 1 Guanda 
  • 1 Quodlibet 
  • 1 L’Orma
  • 1 Sellerio

Tra gli autori, 7 sono uomini e 5 donne, tra gli Amici della Domenica che hanno presentato i libri si ribaltano i numeri. L’età media, matematicamente, supera appena i 60 anni, e giusto perché la Uyangoda (che copre sia la quota giovani che quella “nuovi italiani”) la abbassa di non poco. 

TitoloEditoreAutoreEtà autore
La rosa inversaSellerioMaria Attanasio83 anni
Storia di un’amiciziaQuodlibetErmanno Cavazzoni79 anni
DonnareginaMondadoriTeresa Ciabatti51 anni
Lina e il sassoLa Nave di TeseoMauro Covacich61 anni
I convitati di pietraEinaudiMichele Mari71 anni 
Platone. Una storia d’amoreFeltrinelliMatteo Nucci56 anni
Lo sbilicoEinaudiAlcide Pierantozzi41 anni
La sonnambulaBompianiBianca Pitzorno84 anni
L’invenzione del coloreLa Nave di TeseoChristian Raimo51 anni
Vedove di CamusL’OrmaElena Rui46 anni
Acqua sporcaEinaudiNadeesha Uyangoda33 anni
Occhi di bambinaGuandaMarco Vichi69 anni

Al di là dei dati anagrafici, è interessante vedere come si inverta anche il rapporto grandi e piccoli editori, anche se rimane da capire in quale campionato giochino, per lo Strega, La Nave di Teseo e Sellerio.1

… e la cinquina (anzi sestina)

Una volta definita la dozzina, entra in gioco il voto popolare: la selezione dei finalisti mette insieme diversi votanti, dagli Amici della Domenica alla giuria dei librai indipendenti, tenendo anche conto dell’esito dello Strega Giovani.

Parlando di questa votazione, quest’anno ha vinto un visibilmente incredulo Mari, che però forse era l’unico sorpreso della sala: si dava già per certa la sua presenza nella cinquina, e sono dalla sua anche le probabilità di aggiudicarsi il premio principale (la doppietta si è verificata consecutivamente nelle ultime tre edizioni e anche nel 2017 con Cognetti).  

Oltre a Mari, passano:

DonnareginaMondadoriTeresa Ciabatti51 anni
I convitati di pietraEinaudiMichele Mari71 anni 
Platone. Una storia d’amoreFeltrinelliMatteo Nucci56 anni
Lo sbilicoEinaudiAlcide Pierantozzi41 anni
La sonnambulaBompianiBianca Pitzorno84 anni
Vedove di CamusL’OrmaElena Rui46 anni

La cinquina si allarga perché tutti e cinque i romanzi con più voti appartengono a grandi gruppi editoriali, per cui come da regolamento si ripesca L’Orma, prima tra i piccoli. Ciò permette il pareggio tra autrici e autori, mentre l’età media si abbassa di pochissimo (da 60 a 58 anni) perché ancora una volta si sono eliminati alcuni dei nomi agli estremi anagrafici (ma resiste la Bianca!). 

Una vendemmia più omogenea di quello che si sperava, date le premesse, sia come editori sia come generi

Riprendendo la metafora del vino proposta da Melania Mazzucco, anche quest’anno dovremo aspettare per stappare lo spumante per una cinquina più sorprendente e varia. Non siamo all’omogeneità del 2025 – che invece, tornando a Il diavolo veste Prada, sembrava una di quelle collezioni di abiti tutti identici con il capo wow apparentemente rubato a un’altra passerella – tuttavia la tanto decantata bibliodiversità si è un po’ persa per strada.

Partirei dai temi e dai generi. L’entusiasmo per il passo indietro di autofiction e romanzo biografico sembrerebbe infatti essersi spento al momento della selezione, dato che un terzo dei candidati in dozzina rientra serenamente in queste categorie: sono infatti almeno due i romanzi autobiografici (Pierantozzi e Cavazzoni) e due quelli su personaggi storici, citati direttamente nei titoli. Che poi, io i libri storici li leggo, e questi ultimi potrebbero anche finire sul mio comodino; ma pur amandoli, viste le dichiarazioni di due mesi fa, mi aspettavo qualcosa di diverso

E non solo stavano nella dozzina: ben tre dei citati sono arrivati fino alla cinquina sestina finalista: Platone, Camus e l’autofiction di Pierantozzi. Un’omogeneità meno spiccata di quella dell’anno scorso (ci sarebbe voluto dell’impegno, oggettivamente) ma che persiste. La letteratura di genere scompare anche quest’anno, grande perenne assente – ogni tanto si osa con un giallo, ma non tutti gli anni, che poi si abbassa l’idea di Letteratura con la Elle maiuscola, sia mai, signora mia. Quasi stessimo facendo il confronto tra Haute Couture e prêt-à-porter, trattando però quest’ultimo alla stregua dei capi di Shein, o tra il vino da cento euro a bottiglia e quello da cucina venduto nel cartone.

Sì, potremmo discutere se lo storico (biografico o meno) sia considerabile come una letteratura di genere o una sottocategoria della bianca, o su cosa significhi la definizione di “romanzo nero” (inteso come cinico, leggendo la scheda, che però non definisce un genere specifico), tuttavia il colpo di scena di vedere un horror o un fantasy o un romance dichiarato (ché di romance chiamati con un altro nome, non essendo di autrici, ne abbiamo visti a iosa negli anni) ancora non arriva. Ma anche il ritorno di una graphic novel, (non necessariamente di Zerocalcare) almeno in dozzina… ahimè, tutto è rimandato a un’edizione futura. Non troppo lontana, speriamo.

Anche perché sarebbe bello vedere più letteratura capace non solo di guardare il passato o di farsi le pippe esistenziali sul presente, ma anche di guardare al futuro e di immaginare l’Italia di domani, francamente. Una caratteristica che dovrebbe appartenere anche alla bianca e non per forza solo alla letteratura di genere… magari evitando anche di “sbiancare” la fantascienza o il fantasy per venderli meglio, quasi che essere di genere fosse una squalifica di base, cosa che purtroppo vediamo spesso accadere nei cataloghi delle big2.

L’oligopolio editoriale in sestina

E parlando di editori e di big, mi dispiace sempre quando il piccolo deve essere ripescato come sesto concorrente, quasi un premio di consolazione. Sia chiaro, sono molto contenta per L’Orma, che penso riuscirà a mettere a frutto l’investimento grazie al richiamo in libreria della fascetta gialla fluorescente che recita “finalista al Premio Strega”. 

Tuttavia, credo ci sia una riflessione da fare,perché sembra impossibile comporre una cinquina senza un titolo Mondadori E uno Einaudi, che fanno parte dello stesso gruppo editoriale, anche guardando lo storico del Premio. E dove sono finite le oltre 40 proposte arrivate da piccoli editori? Cos’è successo, se già in dozzina i grandi la facevano da padrone? Anche quelli che sono passati, Quodlibet e L’Orma, sono già nomi noti allo Strega, mentre i tanti piccoli editori candidati per la prima volta si sono fermati tutti alla prima scrematura. 

Certo, c’è da considerare che ha probabilmente pesato anche l’obbligo da regolamento di fornire un quantitativo di copie omaggio cartacee non indifferente, una gabella che non tutti possono sostenere dal punto di vista economico – ne avevamo parlato già due anni fa – ma se, ancora una volta, questa richiesta fa da primo sbarramento alla possibilità di mostrare editori diversi, forse è arrivato davvero il momento di aprire la discussione sulla possibilità di dare le copie omaggio in ebook, magari attraverso una piattaforma o una app dedicata al Premio Strega, che garantisca (o almeno cerchi) di evitare gli atti di pirateria.

Parlando di digitale, tra l’altro, vorrei far notare che quest’anno la Fondazione ha scelto di non pubblicare le schede per tutti i 79 romanzi segnalati, limitandosi all’elencone senza link né dettagli, pubblicato alla chiusura delle candidature. Una scelta che da web content manager posso anche capire3: mettere insieme i dati (copertina, sinossi, motivazione della candidatura, nota biografica e così via) è un lavoro lungo e complesso già per la dozzina, figuriamoci per 79 candidati, però… quante persone avranno visualizzato questa pagina e quante di esse avranno fatto lo sforzo di andare a cercare i libri candidati sui motori di ricerca?

Sono scelte che continuano a mantenere la partita un gioco per pochi, un circolo vizioso per cui chi non ottiene vantaggi dalla candidatura difficilmente sarà invogliato a investire per provare a raggiungere lo step successivo. I casi di piccoli editori che hanno fatto la svolta come notorietà con lo Strega ci sono – mi viene in mente Laurana qualche anno fa – tuttavia come incentivo è sufficiente per convincere più case editrici a unirsi alla partita?

La soluzione tecnologica potrebbe favorire una votazione più equa?

Mettere a disposizione una piattaforma digitale per leggere i libri candidati peraltro potrebbe aiutare anche con un altro problema. Durante la proclamazione della sestina, è stato detto che solo l’84,6% degli aventi diritto ha effettivamente votato – 677 persone su 8004 – un dato che mi ha lasciato perplessa. Anche perché, se la procedura di voto è rimasta la stessa di quando ho partecipato io (su segnalazione di una libreria indipendente iscritta al sindacato librai), continua a non esserci modo di verificare che i votanti abbiano effettivamente letto tutti e dodici i finalisti come richiesto.

Capisco che ci sono delle tempistiche contingentate: i giurati hanno infatti solo due mesi per completare questa corposa lettura, che non sono un tempo lunghissimo (io ho partecipato l’anno della Scuola cattolica e delle sue quasi 1.500 pagine… diciamo che capisco); vista la già menzionata carenza di bibliodiversità, però, ogni anno non posso fare a meno di chiedermi se davvero questi libri siano stati letti tutti, o se non si sia data la priorità ai grandi editori “rassicuranti”, o considerati come un bollino di qualità garantita, permettendo poi di votare “sicuro”. 

È un dubbio che mi è rimasto proprio dalla mia esperienza di giurata: ancora oggi non mi capacito di come il libro che secondo me doveva vincere a mani basse non sia nemmeno entrato in cinquina, a favore di altri che per me non avevano motivo di stare lì. Anche perché, se non hai letto tutti i libri, su cosa basi effettivamente il voto? Come fai ad avere la certezza di votare con cognizione e non sulla base di bias legati ai nomi degli autori, agli editori, ai generi e a tanti altri fattori che con il contenuto dei libri non c’entrano nulla, né con la loro rappresentatività della letteratura contemporanea?

È il dilemma di tutte le votazioni in campo artistico, certo, e ci saranno sempre dei fattori soggettivi; tuttavia credo ci si dovrebbe riflettere più spesso, specie se tanti editori rimangono fuori dai giochi perché non possono permettersi 800 copie omaggio, molte delle quali probabilmente rimaste non lette (e, si spera, non rivendute su Vinted… anche se facendo qualche ricerca il dubbio viene).

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Quanti candidati allo Strega devi avere in vendita su Vinted per sembrare sospetto..?

Con questo non voglio in alcun modo svilire i cataloghi di Einaudi, Feltrinelli e degli altri big in cinquina, da cui attingo io stessa con grande frequenza per le mie letture. Al momento, richiamando la dozzina, ho in coda di lettura Pitzorno – che vorrei vincesse tantissimo come “premio alla carriera” – e Uyangoda (magari ne parlerò sul blog una volta letti) e come ho detto diversi dei finalisti rientrano nel mio gusto personale… Tuttavia è davvero possibile che i libri più meritevoli siano sempre e solo pubblicati dai soliti gruppi editoriali? 

Un esempio dal (grande) cinema

Non è un problema esclusivo dei premi letterari: alcuni dei grandi premi cinematografici stanno iniziando a dotarsi di piattaforme digitali per cercare di garantire il voto più onesto possibile, anche se per ora resta troppo spazio all’autocertificazione. Sapevi che l’edizione 2026 degli Oscar è stata la prima in cui, per votare in una categoria, bisognava aver visto tutti i film in gara in quella stessa categoria? Eppure sono comunque emerse confessioni di votanti che hanno dichiarato il falso pur di sostenere le pellicole di proprio gradimento… oh, però quando devi seguire una formazione online i blocchi per non skippare il video ci sono eccome.

Probabilmente la soluzione perfetta non esiste, ma si potrebbe almeno fare un tentativo per evitare figure poco edificanti (come un certo ex ministro della Cultura che dichiara in diretta tv di aver votato per decidere il vincitore pur non avendo letto i libri…5).

Cosa aspettarsi il 4 luglio alla finalissima del Premio Strega

Come già detto, i pronostici parlano di una vittoria abbastanza annunciata di Michele Mari, che ha passato il turno con il numero più alto di voti, anche se sui social sono già partite le discussioni su quanto sia un romanzo da premiare… e sorvolo sul momento cringe della settimana scorsa, quando su Facebook troppe, troppe persone hanno chiesto pubblicamente “eh ma come fa un settantenne a vincere lo Strega Giovani?!”. Con tutti i problemi che lo Strega si porta dietro, prima di parlare leggiamoci i regolamenti, magari.

Tuttavia, a un mese dalla finalissima, mi sento di dire che mancherà ancora una volta il guizzo. Lo Strega si conferma un premio dell’establishment e una partita per pochissimi. Forse gli anni degli anniversari tondi non sono quelli adatti a cambiare le cose, eppure, se penso che questo riconoscimento ha portato in finale anche libri profondamente sovversivi (Ragazzi di vita di Pasolini, tanto per citarne uno) viene da pensare che, forse, l’età gli ha fatto perdere lo smalto.

Forse alla fine sono Andy che non coglie le differenze tra le due cinture o tra i vari romanzi finalisti, più che Miranda, forse malgrado i tanti anni nel mondo editoriale continuo a non capirne le logiche… O forse è solo il momento di cercare altri metodi per mettere in luce le gemme che non riescono a brillare nelle maglie di un sistema pensato per pochissimi giocatori


  1. A mio avviso, sarebbe carino per esempio se la Fondazione rendesse più chiaro il criterio per cui definisce i piccoli-medi editori che competono per il “posto assicurato” in cinquina, perché considerando sia la quantità di uscite all’anno sia i nomi in catalogo (sia il fatturato), questi due nomi sembrano giocare più con le big che con l’editore piccolo “tipo”… Il regolamento attuale si limita a parlare di editore medio-piccolo “così definito secondo la classificazione delle associazioni di categoria e le conseguenti valutazioni del comitato direttivo”(art. 7), ma considerando che per AIE si è piccoli editori fino ai 10 milioni di fatturato annuo… ↩︎
  2. Se non mi credi, vai a leggere l’attuale scheda del Signore degli Anelli sul sito di Bompiani, che “trascende” il genere, la letteratura e l’esistenza per apparire meno di nicchia. Come se Tolkien fosse di nicchia, *sigh*. ↩︎
  3. No. ↩︎
  4. Ci saranno delle conseguenze, per chi non ha votato, se c’è modo per la Fondazione di risalire ai nominativi? Per esempio una sospensione dagli Amici della Domenica? ↩︎
  5. A proposito, scommesse aperte se quest’anno Giuli sarà alla finalissima o salterà di nuovo per evitare di essere messo sulla graticola… e se tornerà a condurre Geppy Cucciari, che l’anno scorso ha saltato l’appuntamento al Ninfeo, ufficialmente per la concomitanza delle riprese di un film. ↩︎

L'articolo è stato scritto da

Foto di Laura Casale

Laura Casale

Nata a Genova, studia Comunicazione a Savona con l’idea di fare la giornalista, ma si innamora dell’editoria strada facendo, scoprendo di poter trasformare in una professione la sua esperienza di fanwriter, beta reader e grafica amatoriale. Dopo la specialistica si lancia nella libera professione e sta ancora decidendo che atterraggio fare, nel frattempo si occupa di libri e di comunicazione digitale. Nel tempo libero legge, cammina e si gode il mare.

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