Ammettiamolo: la fantascienza italiana è… un mondo complesso. Soffre degli stessi problemi del fantastico in generale, ma mentre il fantasy può contare su una fanbase giovane e loquace, gli amanti della fantascienza italiana sono in media un po’ attempati. Con gusti per lo più vintage.
Tradotto: se non vanta un “Asimov” in copertina, o altri autori e autrici dell’epoca d’oro (che risale ormai a quaranta, cinquanta anni fa) difficile trovare il libro a scaffale, e se non ricorda loro nello stile e nel contenuto, difficile venga letto. Non sembra l’ambiente giusto per sperimentare.
Ed è un peccato, perché se la scena fosse generalmente più aperta alla sperimentazione, ci sarebbe anche più spazio per sbagliare, imparare, e magari fare breccia nel mondo anglofono come già successo per Cina e Corea. Anche a costo di inciampare tentando.
In partenza
Quattro corsi, da settembre
Il libro di Taylor Blackfyre, in questo contesto, colpisce per l’ambizione e per la voglia di portare sul mercato qualcosa di diverso. Forse con troppa foga.
Error Code 3: la trama senza spoiler
La realtà è composta di linee temporali parallele, vere e proprie realtà alternative.
In ognuna di esse, Sarah Sigurðdóttir, ricercatrice presso l’Agenzia Spaziale Europea a Darmstadt, con un talento fuori scala per gli algoritmi, vive una versione leggermente diversa della propria vita.
Due entità aliene, i Voorg Sato Zorinius e Messar Ghen, osservano lei e il suo collega Kyle Greene da secoli, in tutte le loro versioni, raccogliendo dati sulle emozioni umane come un colonizzatore raccoglierebbe risorse minerarie. Perché proprio loro? E perché raccogliere questi dati? Le risposte sono sepolte nel futuro più lontano.
Accanto a questa trama cosmica chi legge segue una storia più intima, quella di Sarah e Kyle, il loro rapporto complicato, e il modo in cui le scelte di entrambi tornano o cambiano attraverso epoche e dimensioni, dalla Parigi decadente di fine Ottocento alle battaglie di una guerra intergalattica, fino a quel futuro remoto di cui son stati inconsapevoli artefici.
Cosa ne pensiamo
Cos’è più importante in un romanzo?
Essere formalmente impeccabili, facendo il compitino, oppure avere un guizzo in più, restare impressi… magari anche facendo errori nel provarci?
La risposta a questa domanda ha cambiato molto il modo con cui Melanto e Gaia si sono approcciatɜ al romanzo. La commistione tra le due cose sarebbe la soluzione ideale, ma Error Code 3 non ha un equilibrio perfetto fra i suoi elementi: ha tanto guizzo, forse troppo. Da qui in poi, proviamo a spiegare dove.
La struttura
Il romanzo racconta un mondo fatto di realtà parallele, osservato da due alieni come due ricercatori osserverebbero contemporaneamente, ma su schermi separati, lo svolgimento di un esperimento.
Sulla carta, questo effetto “multischermo” diventa una narrazione a cornice, con racconti diversi incastonati nella trama principale: mondi diversi, tempi diversi, con l’unica costante di Sarah.
Quando funziona, funziona benissimo: la sequenza in cui rivediamo la stessa mattina prima dagli occhi di Sarah e poi da quelli di Kyle, con le etichette dimensionali (Dimensione C, Dimensione K) a guidare il lettore, è uno dei momenti più riusciti, in cui i “racconti” danno un valore aggiunto, perché il cambio di punto di vista permette di capire come entrambi i personaggi leggano in modo diverso i medesimi gesti ed eventi.
Ma non sempre funziona e, soprattutto nella parte centrale, i racconti sconnessi fra loro diventano troppi. Il blocco ottocentesco ambientato nella Parigi decadente è scritto bene (anzi, a livello di scrittura tutto il romanzo è scritto bene) ma resta un racconto a sé, a cui l’autore sembra affezionato al punto da volerlo far stare nella trama a ogni costo.
Le battaglie cosmiche tra specie aliene hanno lo stesso destino: belle trovate di worldbuilding, ma più vicine a un’esibizione di stile che a scelte necessarie alla storia, in quel momento.
A complicare le cose c’è l’abitudine dei due Voorg di commentare gli eventi mentre la scena è ancora in corso, “rompendo la loro quarta parete” nel mezzo dell’azione. Anche qui, a volte il risultato è ottimo (come Messar che prepara i popcorn sopra la battaglia di Alesia), ma più spesso interrompe la tensione proprio quando comincia a salire, e la sensazione che resta a chi legge è quella di essere la pallina di un flipper, sbattuta qua e là, oppure qualcuno su una giostra troppo rapida che vuole solo sapere quando potrà scendere.
Anche le etichette dimensionali (Dimensione C, 2019; Dimensione H, 1891; Dimensione K, 2019…) sono un’arma a doppio taglio: aiutano a non perdersi, ma rafforzano anche la sensazione che il romanzo sia una collezione di racconti autonomi; racconti che, presi singolarmente, probabilmente avrebbero retto altrettanto bene, se non meglio.
Il risultato è che l’accumulo di sequenze, fra battaglie cosmiche, digressioni storiche, personaggi nuovi introdotti tardissimo, individualmente hanno senso, ma collettivamente, come si è detto, appesantiscono la sezione centrale del romanzo.
I personaggi
Il rallentamento nella sezione centrale non lede solo il ritmo: tutto questo materiale arriva prima che il lettore sappia perché Sarah, esattamente lei, sia al centro di tutto. Senza quell’ancoraggio, ci si chiede più volte dove si stia andando a parare, e il legame con i personaggi (quello che dovrebbe reggere il peso di tanto worldbuilding) non ha ancora le fondamenta per sostenerlo.
E lo spazio rubato finisce per mettere in difficoltà i personaggi secondari, come Durtal, Des Hermies, e Toussaint, Tiziano, Grenel, Mads e gli altri che popolano soprattutto la parte bellica: come se ci si fosse concentrati troppo su altro per investirci davvero, rendendoli ancora più secondari di quanto dovrebbero essere.
Sarah è, ovviamente, il personaggio costruito con più cura. Il suo difetto, cioè il controllo costante di sé, l’incapacità di lasciarsi amare e l’uso di quel controllo come scudo, viene mostrato chiaramente fin dall’inizio e viene eroso passo dopo passo fino al finale. C’è però un’informazione fondamentale su di lei, trattenuta proprio fino alla fine, che impedisce di capirla davvero per gran parte del libro: la si segue, ma chiedendosi continuamente perché proprio lei debba essere al centro di tutto questo. La risposta arriva, ed è coerente con la narrazione, ma arriva tardi, e nel frattempo resta un po’ l’impressione della protagonista che ha questo ruolo perché “lo dice il copione”, più che perché il lettore l’abbia capito da sé. La sequenza finale, e il modo in cui Sarah sceglie di lottare con le armi del nemico, resta comunque il momento che ci ha convinto di più in tutto il romanzo.
Kyle, invece, sparisce. Parte bene, con lo stesso “peso” della compagna; poi la parte di combattimenti lo trasforma in un pilota di caccia genericamente eroico, e il suo arco si perde. Il finale con il videodiario lasciato a Sarah, recupera qualcosa, ma è tardi.
I due Voorg, Sato Zorinius e Messar Ghen, sono a tratti più umani delle persone che osservano. Sato è il più anziano, il più distaccato: ha visto abbastanza universi da smettere di stupirsi. Messar è più giovane, e commette l’errore classico dell’osservatore, che è poi uno dei temi centrali della storia: comincia a intervenire dove dovrebbe solo registrare, perché non riesce a resistere al contatto con le vite che segue. È un contatto che lo cambia quanto lui cambia loro, ed è uno degli sviluppi più interessanti del libro.
Nel finale, messo di fronte al dolore di Sarah, Messar prova per la prima volta in millenni le emozioni che fino a quel momento aveva solo catalogato. È un’epifania potente, sulla carta, ma arriva tutta insieme, senza che il romanzo le abbia costruite sotto una vera gradualità.
Sato, da parte sua, vive l’arco più ambizioso del libro: il suo gesto finale si ricollega a qualcosa che, a ben vedere, era già presente fin dall’inizio della storia. Il problema è che il romanzo nasconde il legame fra l’alieno e Sarah troppo a lungo, e quando finalmente lo rivela lo fa in poche pagine compresse: il lettore non vede l’arco costruirsi, lo scopre tutto insieme, a cose fatte, e deve tornare indietro con la memoria per farlo quadrare.
Vale la pena leggerlo?
Sì; ma quanto sia faticoso arrivarci dipende da quanto siete disposti a perdonare.
Per Melanto è un sì, con enormi riserve. Salva l’idea e il rischio che l’autore ha preso fino alla fine, ma non l’esecuzione. Ricordate all’inizio quando si parlava del saper bilanciare bene innovazione e funzionalità narrativa? Ecco: la sua idea è che le innovazioni vadano bene, quando non vanno ad inficiare la leggibilità della storia. Qui lo sbilanciamento è davvero grosso ed è come se l’intero contorno fagocitasse quello che è il nucleo del romanzo. Un lettore sarebbe legittimato ad abbandonare la lettura prima che si arrivi al punto di svolta, quando il romanzo si ricorda che “ah, cavolo! Ma io stavo raccontando una cosa!”.
Si gioca un po’ troppo con la pazienza di chi legge, impedendo in buona parte di legarsi ai personaggi, che mostrano troppo tardi il motivo della loro esistenza. Solido lo stile dell’autore, al punto che forse alcune di queste realtà avrebbero meritato un racconto a parte, dedicato solo a loro.
Anche per Gaia è un sì, con la consapevolezza che questo romanzo richieda pazienza e che non si tratta di un’opera perfetta. La fantascienza italiana con queste ambizioni non è abbondante, anzi: la narrativa italiana con queste ambizioni non lo è.
Le idee che Error Code 3 porta in campo meritano attenzione anche se la loro esecuzione è squilibrata e potrebbe non convincere il 100% dei lettori.
Per citare un personaggio: cinquantatré virgola diciotto percento non è molto, ma è la probabilità più alta disponibile.
A volte basta.





