Un nuovo anno è iniziato, i buoni propositi di lettura e tutti quei giochini salvati credendo ti avrebbero spinta a smaltire i libri acquistati e mai aperti o a uscire dalla tua comfort zone ti fissano e tu decidi che, al diavolo la FOMO: rileggerai qualcosa. Un classico, via.
È la brevità a scegliere per te e pochi libri son più brevi de Il piccolo principe.
E mentre lo leggi e lo finisci in una sera, ti accorgi che tutte quelle frasette poetiche citate e tatuate da milioni di persone, rilette adesso sono… terribili? Che i personaggi sono uno peggiore dell’altro (tranne il serpente, lui si salva)?
Ci saranno altri come te, là fuori? Come trovarli, se non scrivendo?
Un libro così tenero che si taglia con un grissino
Anni fa ho scoperto che la celebre pubblicità del tonno era riuscita in una magia: far percepire come positiva quella che è in realtà una caratteristica negativa del prodotto (ci si aspetta consistenza, tranci integri, da un buon tonno; non briciole compattate).
Saint-Exupéry è come la Rio Mare: costruisce una favola in cui il tono poetico copre le magagne dei personaggi.
A partire dal protagonista, il Principe, che decide di abbandonare la donna amata, la rosa, perché la sua bellezza non è più sufficiente a motivare la sopportazione della sua vanità e dei suoi capricci. E da quel momento vaga in cerca di altre relazioni, altri rapporti.
Incontra varie anime sole, ma troppo diverse da lui per creare un legame: che sia il re, il vanitoso, l’affarista ossessionato dagli NFT (ah no, dalle stelle), l’ubriaco che non riuscendo a vincere la propria debolezza vi annega o il geografo codardo, questi adulti sono come un’allegoria delle persone che si possono incontrare vivendo; una lezione di educazione sentimentale spicciola.
Lascio fuori dall’elenco il lampionaio: quello mi faceva pena da bambina e mi fa tenerezza da adulta. A volte sono i rituali inutili quelli che ci permettono di far funzionare il mondo, mentre tutto il resto perde di senso. In un libro più coraggioso, forse, sarebbe diventato addirittura una critica all’alienazione del lavoratore nel sistema produttivo: ma non è un libro coraggioso.
Ma ecco, dopo tanto penare, finalmente l’incontro positivo. La volpe. Beniamina del pubblico, fonte della citazione più famosa in un’opera abusatissima per le citazioni.
Ci torniamo, prometto.
Dopo qualche dialogo edificante, il Principe torna a sospirare ricordando l’amata, ora consapevole che i suoi capricci erano un segno d’affetto e che è stato proprio il tempo speso appresso a lei, le cure in cui s’è prodigato, a renderla speciale, fa nulla se lo maltrattava e spendeva tutto in estetista e roba firmata. Vuole proprio lei. E mostrando di aver imparato bene l’arte della scarsa riconoscenza dalla rosa, dice addio alla volpe.
Riparte, un po’ come Finardi alla fine della canzone, solo che qua l’extraterrestre è lui.
Trova altri adulti di carta velina, e l’aviatore che ha dentro di sé abbastanza fanciullino da poter comunicare con (e sopportare la petulante curiosità del) Principe; infine il serpente che gli dà la soluzione per rivedere la sua rosa.
Il tono poetico qua compie una delle sue imprese migliori: quanti hanno capito che il serpente è velenoso e il suo morso uccide il bambino?
Elencando gli incontri che il giovane fa, diventa chiaro perché la volpe sia finita per diventare l’unico personaggio riconosciuto come positivo: chi altri dovrebbe esserlo, l’aviatore? La rosa? Che basa il suo valore sull’essere l’unica disponibile sul pianeta, capricciosa e totalizzante, attorno a cui orbitare? Quello non è amore: quella è dipendenza affettiva.
Solo che manco la volpe si salva.
Il tratto tossico della volpe è esistere
“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato! Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:“Per favore… addomesticami!” disse.
[…]
Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l’ora della partenza fu vicina:“Ah!” disse la volpe, “piangerò.”
“La colpa è tua,” disse il piccolo principe, “io non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
Se la rosa introduce fin dall’inizio una certa tossicità nelle relazioni descritte da Saint-Exupéry, la volpe si siede in cattedra e completa la lezione. Piuttosto letteralmente: avranno pure la forma di dialoghi, ma quello della volpe è il monologo dell’insegnante che cerca di far entrare un concetto complesso in testa all’alunno meno sveglio della classe. Cos’è un legame? Come si crea, cosa comporta, quali spazi e tempi condivisi lo sostentano? Quali norme lo regolano? E chiama tutto questo “addomesticare”.
Il problema è che addomesticare non significa affatto creare legami, ma rendere “domestico”, familiare. Trasformare l’altro in qualcosa di prevedibile, asportarne l’indipendenza e la ferocia, fatto necessario a creare una relazione asimmetrica di, appunto, dipendenza.
Non c’è parità nella domesticazione: c’è qualcuno che detta regole e qualcuno che le segue.
A peggiorare la situazione, non è il Principe a decidere di farlo, ma la volpe che si impone e chiede esplicitamente di essere addomesticata, in un impeto autodistruttivo; e così facendo trasferisce sul Piccolo Principe l’intero peso del legame.
Lui, che non è un santo, impara la forza della ritualità nel creare un senso di dipendenza; ne spreme quello che vuole. E poi se ne va.
Il debito dell’addomesticamento
Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò a essere felice.
Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato.
Sono frasi potenti, ma lette fuori dal contesto lezioso anche profondamente problematiche e portatrici di valori che trovo orrendi.
Nella prima, la volpe costruisce la sua felicità sull’attesa invece che sulla presenza: la sua gioia è rimandata e risponde a uno stimolo, non diversamente dalla campanella di Pavlov. Il principe diventa l’unica fonte del suo benessere, centro attorno a cui organizzare la propria vita emotiva.
E poi abbiamo la seconda.
Quello della volpe non è un invito alla cura reciproca, una scelta consapevole e ripetuta nel tempo come avviene in una relazione sana: lei si impone nel percorso del Principe e lo vincola, pur conoscendo i limiti della sua permanenza. Trasforma la fallita fuga dall’infelicità e dalla noia in una responsabilità dell’altro.
Il Principe, che già veniva da una relazione complicata, viene caricato del peso del senso di colpa per aver fatto soffrire la volpe; allo stesso tempo, questa soffre perché pur avendo cercato di forzare la mano, alla fine non viene scelta.
Non esiste possibilità di rinegoziazione interna o di cambiamento. E infatti termina in un doloroso abbandono.
Entrambe le frasi raccontano una visione dell’amore che confonde la cura con l’obbligo e che misura l’autenticità di un rapporto tramite il dolore che causa.
Ed è qui che si riconosce la codipendenza. Il Principe e la volpe erano indipendenti prima di incontrarsi: l’addomesticamento e la ritualità forzata non fanno sì che si scelgano o vogliano, ma che abbiano bisogno l’uno dell’altra. O almeno, questa sembra l’idea della volpe.
Il grano dorato che per sempre le ricorderà il principe è romantico e chiama la lacrimuccia, ma il dolore finale della volpe presentato come il prezzo inevitabile dell’amore, è in realtà conseguenza del modello relazionale rigido e totalizzante che ha insegnato al Principe, la conseguenza di aver plasmato un’intera identità emotiva attorno a qualcuno di passeggero e di aver trasformato il proprio mondo in un trigger permanente.
La narrazione ci mostra gli sforzi del Principe per addomesticare e ci dice cosa ne riceve in cambio la volpe, ma non c’è traccia di quello che la volpe offre al principe, tranne la “saggezza” che lo porta a tornare alla prima relazione problematica. Nient’altro.
E tutto questo messo come lezioncina per bambini.
La volpe è la colonna portante della favola: senza di lei il libro perderebbe metà delle frasi iconiche e probabilmente l’intera narrazione si scioglierebbe.
…
…qualcuno mi presta una carabina?




