Camilla Cosmelli
Roma ha bisogno di Oblivion.
L’ho detto l’anno scorso e lo ribadisco. La seconda edizione ha confermato il bisogno reale di un evento del genere sul territorio, ma proprio per questo le problematiche emerse, alcune anche gravi, non possono essere taciute. Dopotutto, sostenere un progetto non significa ignorarne le criticità.
Non entro nel merito dell’evento che ha danneggiato una casa editrice, e che dovrà essere risolto in privato. Posso solo dire che nella mattinata di sabato ho visto personalmente gli organizzatori farsi in quattro per capire cosa fosse successo e di questo bisogna prendere atto.
In partenza
Quattro corsi, da settembre
Parliamo invece degli spazi ridotti: trenta editori si sono ritrovati in una specie di mensa scolastica, con un solo corridoio per raggiungere il fondo della sala e tornare indietro; i banchi erano disposti a lisca di pesce, così da creare dei budelli in cui gli avventori dovevano infilarsi a forza. O rinunciare del tutto, con conseguente danno per gli editori sul fondo. La folla che ho trovato al mio arrivo era composta solo da addetti ai lavori e, mezz’ora dopo l’apertura, i passaggi tra i tavoli erano già intasati. Nonostante i finestroni su una delle due pareti e le due porte sul fondo (la seconda è stata aperta quasi subito, per aiutare il deflusso degli utenti), la temperatura è presto salita e nel giro di qualche ora gli ingressi sono stati contingentati. Le uscite di sicurezza c’erano, mimetizzate tra i pannelli laterali, ma non so quanto sarebbero state utili se fosse scoppiato il panico a causa di un cortocircuito o altro.
Insomma, ci è andata bene. E non dovrebbe essere così.
E infatti non doveva essere così, almeno nelle intenzioni iniziali.
Se davvero credete che, dopo l’affluenza dello scorso anno, gli organizzatori possano aver scelto deliberatamente di chiedere degli spazi ridotti, forse vale la pena fermarsi un momento e considerare che qualcosa potrebbe essere andato storto.
Oblivion è stata creata da un gruppo di persone che non è in questo ambiente dall’altro ieri e ha veramente a cuore il destino dell’editoria indipendente. Lo si vede dal tipo di promozione fatta nei mesi scorsi, con pubblicità ed eventi di contorno, così da creare un intero ecosistema a supporto del fantastico italiano nel centro Italia, dove le fiere di settore sono così poche.
La scelta della location è più che mai azzeccata: centrale, facilmente raggiungibile, con un parcheggio gratuito e con un costo di affitto che permetta di lasciare l’ingresso gratuito. È inutile organizzare una fiera se poi le persone non sono invogliate a raggiungerla, anche con queste piccole comodità, ed è qualcosa che gli organizzatori hanno sicuramente tenuto in considerazione. (Anche perché a Roma, di spazi simili, non ce ne sono.)
E poi i panel: vogliamo parlarne? Non il singolo autore sconosciuto che parla del suo nuovo libro, ma interventi a più voci su temi comuni, per riflettere tutti insieme su come la cosiddetta letteratura d’evasione parli di argomenti più che mai reali.
Certo, i gazebo dell’area dungeon, dove si tenevano alcuni incontri, non sarebbero stati agibili se avesse piovuto come nelle settimane precedenti, ma il meteo è stato clemente. Almeno quello.
La risposta del pubblico è arrivata con un’affluenza superiore a quella dell’anno scorso. I lettori non si sono fatti fermare dalla lunga fila per accedere: sembravano aver bisogno di aggirarsi tra i banchi e farsi catturare dalle novità della piccola editoria. Io stessa non sono riuscita a trattenermi, perché l’atmosfera che si respirava, anche con il poco ossigeno e le spallate, era frizzante e impregnata di cultura. Veniva voglia di ammirare tutte quelle bellissime copertine, sfogliare libri illustrati e farsi tentare da gadget e segnalibri extra.
Insomma, la seconda edizione di Oblivion ha avuto diversi problemi, ma si riconferma un evento dalle potenzialità evidenti, che può diventare un vero punto di riferimento per il fantastico in centro Italia. Alcuni errori si possono correggere, per altri bisogna ingegnarsi con ciò che si ha a disposizione, ma sono sicura che non mancherà la voglia di creare qualcosa di bello e di far funzionare ciò che quest’anno ha mostrato i suoi limiti.
Alvise Canal
La seconda edizione di Oblivion, “Fiera del libro, del fumetto e dell’irrazionale”, è giunta da pochi giorni al termine: una due giorni bella intensa e sentita, che la dolce Roma non ha risparmiato da alcune difficoltà. L’annuncio della seconda edizione era stato accolto con grande calore, sia per la riuscita dell’anno precedente, sia per l’effettivo bisogno di una fiera del genere al Centro Italia (chissà che un giorno non arrivi qualcosa anche più giù!). L’interesse mostrato da editori, autori e frequentatori non dipende unicamente dal taglio della fiera, specializzata in fantastico (in tutte le sue declinazioni), ma anche dalla componente “autoriale”: è un incontro con un suo carattere forte, e la voce dei fondatori si sente. Diversamente da altre fiere, in cui si è riconosciuto l’intento ovvio di fare cassa, con Oblivion si percepisce la volontà di fare qualcosa di buono e bello per la narrativa di genere.
Da editore, non posso non apprezzare la trasparenza con cui Emmanuele e il resto dello staff hanno gestito l’organizzazione, dalle mail con il bilancio condiviso alla comunicazione continua e aperta (anche se con qualche rallentamento). Ancora più apprezzabile il cuore e il sudore che ogni membro dello staff di Oblivion ha messo a disposizione: si vede che questa fiera è nata dalla passione, non dall’obiettivo di fatturare.
Molto bene anche le call con gli editori fatte per creare il programma, anche se noi, purtroppo, non abbiamo avuto modo di parteciparvi (come giustamente scriveva lo stesso Emmanuele: “il nostro lavoro non è l’attività che ci lascia più tempo a disposizione”). Forse penserei a una soluzione alternativa per gestire le proposte e creare il programma: ci siamo trovati un po’ in difficoltà a causa di un fraintendimento sulla presenza dei nostri autori a un panel, e tra gli editori non siamo stati i soli; anche chi ha partecipato agli incontri ha riscontrato problemi simili. Nel nostro caso, per esempio, il moderatore del panel aveva scoperto soltanto un’ora prima di dover rivestire quel ruolo (tutt’altro che semplice!).
Evidente è stato poi il problema degli spazi espositivi. Sappiamo che non è dipeso dallo staff, che aveva previsto spazi maggiori; tuttavia non si può evitare di affrontare la questione, perché ha reso l’evento poco agibile tanto per gli espositori quanto per i visitatori. Scherzando, qualcuno ha soprannominato la fiera “Più libri, più lividi” per via delle gomitate che si era costretti a scambiare con i vicini, ed effettivamente gli editori sono stati inseriti in uno spazio inadatto, che ha reso complesso, e faticoso, lavorare.
Soprattutto, ho temuto fossero venute meno le condizioni di sicurezza: dopo quanto è successo in Svizzera, non ero a mio agio nel vedere una tale quantità di persone in uno spazio limitato. Torno però a sottolinearlo: come specificato da Oblivion stessa, questa situazione non è dipesa da loro, ma dal Comune. Gli spazi maggiori avrebbero dovuto esserci, ma sono stati tolti.
Si sarebbe potuta trovare una soluzione? Ce lo siamo chiesti in tanti, ma non sarebbe stato semplice. La più logica sarebbe stata l’installazione di una tensostruttura, proposta che Oblivion stessa ha avanzato ma che il Comune non ha avallato. Non rimaneva, quindi, molto altro da poter fare. Forse, per questioni di sicurezza, si sarebbe dovuta sacrificare l’area dei panel per creare un altro spazio dove dividere gli editori. Non sarebbe stata la scelta ottimale, né quella più apprezzata (gli incontri sono stati utili, preziosi e seguitissimi), ma la sicurezza e l’ordine dovrebbero venire prima della bellezza e della riuscita del momento. Certo, non è una scelta facile da prendere all’ultimo momento.
Qualche problema c’è stato anche con il Premio Oblivion, sulla carta una bellissima iniziativa, ma che ha mostrato qualche difetto. Le problematiche sono essenzialmente due: la prima è legata alle tempistiche. Non ci si può aspettare che un editore abbia il tempo di valutare le storie arrivate con così breve anticipo (circa una ventina di giorni). Infatti, 34 editori su 48 (il 70%) non hanno avuto modo di farlo, e chi è riuscito spesso non è stato comunque in grado di valutare al meglio tutte le proposte. Ed è normale: noi editori siamo già sovraccarichi a causa dei manoscritti che riceviamo internamente, è difficile avere tempo da destinare ad altre valutazioni.
La seconda problematica è l’output del Premio. Ci è stata letteralmente portata allo stand una delle finaliste, durante la fiera, che ci ha pitchato la sua storia. Avete presente quando gli editori dicono di non portare dattiloscritti alle fiere, perché in quel momento la concentrazione è dedicata ad altro? Ecco. La fiera è un ambiente rumoroso già normalmente, questa lo è stata anche di più; e poi, data la spesa per partecipare, in fiera ci si focalizza sui clienti e sulle vendite, non sugli acquisti. Perché, quindi, ci è stata presentata in quel momento? Tanto più che in questo periodo non accettiamo nuove proposte. Sarebbe stato meglio presentarla a quegli editori che sono riusciti a leggere la sua storia e che l’hanno apprezzata: presentandola ad altri si manca di rispetto sia all’editore sia, soprattutto, allo scrittore che si illude di un’opportunità che in realtà non c’è. Diversi scrittori si sono lamentati di come è stato gestito questo momento potenzialmente prezioso, e li capisco, perché era evidente che lo staff non sapeva come farli interagire con le CE. Penso che questa fase del premio debba essere ripensata e sono certo che nel futuro lo sarà.
Siamo soltanto alla seconda edizione, dopotutto, e quest’anno lo staff ha senza ombra di dubbio dovuto affrontare degli ostacoli che speriamo non incontrerà nel 2027. In Emmanuele e nel resto del team abbiamo trovato grande gentilezza e disponibilità. Anche la nostra richiesta di essere posti in uno spazio che avesse modo di far sedere ed entrare agevolmente un’autrice in gravidanza è stata accolta senza problemi (poi ci si è rivoltata contro, ma questo non poteva essere messo in conto!).
Credo molto in Oblivion e sono certo che questa fiera possa diventare una tappa annuale importante per l’editoria e il fantastico italiano, al pari di Stranimondi. L’importante è non copiare da questa il disagio degli spazi espositivi, e provare invece a comprendere cosa funziona, come il sistema di gestione degli speech/eventi. Le premesse per una fiera sempre più grande e rilevante ci sono tutte, e l’affetto con cui sta venendo accolta lo dimostra. Si può fare di meglio? Certo, ma è evidente che sia un desiderio della stessa organizzazione. Oblivion è una fiera estremamente consapevole e in ascolto, che sono certo saprà crescere molto negli anni. Diamole un po’ di fiducia, che se la meritano.
P.S. Non ho volutamente parlato del “caso Dark Abyss”.
Sono arrivate alle mie orecchie voci molto diverse, quindi è difficile capire cosa sia successo davvero. Prima di dare responsabilità alla fiera o a chiunque altro, non avendo elementi ufficiali e verificati, preferisco non esprimermi. Comprendo appieno, però, il disagio vissuto dalla casa editrice: negli anni i corrieri sono stati in grado di perderci interi bancali, quindi so quanto le situazioni legate a spedizioni e consegne possano risultare complesse e soggette a imprevisti, anche quando gestite con attenzione. Indipendentemente dal “colpevole”, mi dispiace molto che si sia creata questa situazione, perché una fiera a vuoto può rappresentare un problema notevole, a livello economico, per una casa editrice del nostro taglio. Buona fortuna, spero si risolva tutto!




