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Avanti i paratesti! Concept, pitch, sinossi e amici

Scritto da

Gaia Facchetti

Pubblicato il

Donna sorridente con cappello di paglia in campo verde
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Ogni settore ha il proprio lessico e conoscenze base specifiche, che spesso si apprendono all’inizio del percorso lavorativo e, non sono più messi in discussione perché ormai interiorizzati.

In questi giorni, complice l’inizio del secondo giro di valutazioni del Torneo Arcimago e il battage social che ne deriva, è tutto un fiorire di “concept”, “pitch” e “sinossi”. 

Peccato sembri anche regnare grande confusione al loro riguardo. Proviamo a fare ordine? 

I paratesti

In editoria, i paratesti sono quegli elementi che compongono il libro, escluso il testo stesso. Rientrano nei paratesti la copertina con la sua quarta, gli strilli, ma anche i ringraziamenti, eventuali prefazioni/postfazioni, e anche le epigrafi (cioè le dediche o le citazioni a inizio volume). Insomma: tutto quello che abbraccia la storia, sta accanto alla storia, ma non è la storia

Mancano il concept, il pitch e la sinossi, dite? Perché quelli non sono paratesti, ma strumenti – di marketing, i primi due – che non rientrano nel libro ma hanno altre funzioni

“Gaia, ma io li vedo spesso definiti paratestiiii”

Sì, anche io. Un po’ perché la gente non sa di cosa parla – un po’ perché interviene il magico potere della consuetudine, per cui si mettono nello stesso gruppo tutti i testi-che-non-sono-il-testo. E probabilmente la consuetudine vincerà. 

Concept e logline, pitch, sinossi a confronto

Partiamo da quello che hanno in comune: concept, pitch e sinossi sono testi utilizzati per presentare il libro. A chi? A potenziali editori, valutatori, agenti; la sinossi è poi fondamentale anche per illustratori e editor per capire se lavorarci o meno e in che direzione procedere col progetto. Concept e pitch oggi come oggi fanno capolino anche nelle fiere e nelle comunicazioni social per attirare l’attenzione dei potenziali lettori — cosa che non deve fare la sinossi, perché contenendo il finale… sarebbe spoiler!
Se quest’ultima è presente nel lessico del mercato editoriale da sempre, così come la quarta di copertina, concept, logline e pitch sono termini nuovi, presi di peso dal mondo delle sceneggiature. Qualcuno vorrebbe fossero rimasti là, ma ormai li abbiamo: tanto vale conoscerne le differenze.

Il concept

Il concept è apparentemente elementare: è il concetto (appunto) alla base del volume, il nucleo tematico riassunto in una, massimo due frasi. 

Per funzionare deve contenere il tema e il conflitto centrali, senza dilungarsi sugli eventi; e ovviamente non deve contenere le conseguenze del conflitto, cioè spoiler.
Spesso si cerca di farlo funzionare usando associazioni con altre opere già famose, così da “risparmiare” parole richiamando personaggi e worldbuilding noti, un po’ come le fascette del passato: così abbiamo “Intervista col vampiro, ma a Berlino nel 1989”, “Godzilla incontra Dungeon Food”, “Se Eren Jaeger avesse incontrato Magica Doremi e avessero avuto un figlio” come introduzione alla riga seguente. Di solito si richiede che un concept sia di venticinque/trenta parole: ognuna di esse, va da sé, conta tantissimo e va limata per essere il più precisa possibile. E ‘sta “logline”? In ambito editoriale italiano i termini concept e logline vengono spesso sovrapposti, benché nascano per illustrare cose diverse: là dove il concept è l’idea di base, la premessa narrativa, la logline è una formulazione sintetica della storia, con protagonista, obiettivo e posta in gioco.
… che è quello che alcune case editrici chiedono, ma chiamandolo “concept”, sì. 

Più forte è l’idea, più questi testi saranno brevi. Esempi? 

“Frodo vuole gettare in un vulcano l’anello magico forgiato da Sauron per dominare la Terra. Con lui alcuni amici”.

Quanto abbiamo preso in giro questa presentazione de Il signore degli anelli? Eppure contiene tutto quello che è necessario inserire in un concept/logline: c’è il protagonista, c’è l’antagonista e ci sono gli obiettivi di entrambi. Niente riflessioni, solo azioni e un conflitto fra le righe: Sauron vuole dominare il mondo tramite un anello magico, Frodo vuole impedirlo distruggendolo. Simple as that. 

Un concept propriamente detto, invece, sarebbe più generale e potrebbe suonare come “Un male antico infetta il mondo e il coraggio di chi non sembra nato per fare l’eroe sarà l’arma per distruggerlo”. Ma poi dipende molto da chi vi sta chiedendo il concept, e perché lo fa.

Il pitch

Il pitch è concettualmente simile alla quarta di copertina: punta sugli elementi più accattivanti della trama, approfondendo il conflitto principale (quindi il concept) ma senza troppa retorica attorno. Contiene la promessa narrativa e, se non presenti nel concept, può contenere delle comparazioni con altre opere, meglio se sensate alla luce del catalogo della casa editrice che si punta. Nascendo come uno degli elementi fondamentali della lettera di presentazione per agenti/editori nel mondo anglosassone, deve contenere, in poche righe, anche genere e target in modo chiaro. Come ho detto, nasce per attrarre: è necessario un gancio (hook) fortissimo iniziale, e una conclusione che mostri qual è la posta in gioco (stake) ma senza esplicitare il finale: gli spoiler sono banditi!

Nasce come forma orale, letteralmente la risposta alla domanda “Di cosa parla il tuo libro?” che viene fatta da amici, o clienti, in fiera – il termine deriva dall’elevator pitch mutuato dall’imprenditoria statunitense, cioè l’idea di presentare un progetto nel tempo di salita/discesa di un ascensore. Il suo obiettivo è presentare il romanzo in uno o due minuti, nei suoi punti forti. Oggi viene per lo più richiesto in forma scritta da alcune CE, ma resta una descrizione molto breve: siamo attorno alle cento parole. 

Ma è così fondamentale? No. È un testo promozionale. Ma impegnarsi a crearne, ad affinare frasi, a raccontare la propria storia nel modo più efficace possibile, quello serve, sì. Se non viene immediato compilarne uno non è perché si è dei falliti, ma perché la promozione non dovrebbe essere collegata alla scrittura… ma oggi lo è. Quindi, serve allenarsi.

La sinossi

La sinossi è un riassunto del romanzo, completo. Ripeto: completo. Deve menzionare le svolte principali, il colpo di scena, e soprattutto il finale. Se i testi precedenti erano potenzialmente indirizzabili anche ai lettori e devono preservare la sorpresa, la sinossi è un testo tecnico per professionisti che devono capire cosa fare con quello che hanno davanti, se leggerlo o meno, valutando a colpo d’occhio coerenza, intreccio, arco dei personaggi e chiusura narrativa dell’opera. Essere chiari e completi fa la differenza fra essere cestinati o meno. In quanto riassunto, non deve contenere giudizi sul testo, né sull’autore… (nemmeno mascherati: nessun “splendido romanzo”, nemmeno “avvincente storia di” o “personaggi profondi e non banali”).

Allo stesso tempo, la sinossi non è un semplice riassunto: deve catturare l’attenzione e imprimersi nella memoria dell’editore che la legge assieme a centinaia di altre. “C’è Svetlana che arriva in un castello e…” sarà anche un buon inizio per un riassunto, ma non lo è per una sinossi. È più una panoramica, che deve rendere evidente il genere, le atmosfere, il setting (il dove e il quando della storia) e descrivere il personaggio principale e, in breve, l’antagonista. 

Concentrarsi sui personaggi principali, descrivendone gli obiettivi e motivazioni (sì, ancora loro) e il conflitto che affrontano (sempre quello) è fondamentale, così come l’evitare di disperdere l’attenzione su quelli secondari. Pochi antefatti, meglio se nessuno: segui i passi dei protagonisti, l’azione, senza riflessioni o fatti collaterali.

Piccola nota per gli amici del fantasy: ci sono millemila personaggi con altrettanti nomi, spesso complessi. Non parlare di tutte e dodici le sottotrame sembra un male, non nominare i nove PoV uno sfregio. Ma dovete pensare fuori dalla vostra testa, che conosce la storia, e chiedervi: chi non la conosce viene confuso da tutto quello che dite? Da quei millemila nomi? Sì. Non inserite tutto tutto. Andate al sodo, seguite il percorso principale. I personaggi secondari avranno modo di brillare dopo, quando avrete convinto editore/agente a leggere tutto il romanzo. 

La lunghezza deve stare fra la cartella editoriale (meglio) e le due (ma proprio massimo, solo se il romanzo è un malloppo da trecento cartelle e più).

In sintesi

Concept, pitch e sinossi non sono sinonimi intercambiabili. Sono strumenti diversi, con funzioni diverse, destinati a momenti diversi del processo editoriale.

Confonderli significa, nel migliore dei casi, dare un’impressione di approssimazione; nel peggiore, inviare il testo sbagliato a chi lavora con tempi contingentati e criteri precisi, finendo nel cestino.

Non basta “raccontare di cosa parla il libro”, bisogna farlo nel modo giusto, con lo strumento giusto, al momento giusto.

… e per questo stiamo organizzando una live per giocare assieme e vedere solo pitch brutti. 

Magari dagli errori si impara qualcosa di più!  

(Volevo anche fare una marchetta al corso su come capire qual è il tema di un romanzo, ma quella la facciamo più vicino al periodo delle iscrizioni, sì?)

L'articolo è stato scritto da

Foto di Gaia Facchetti

Gaia Facchetti

Gaia, classe ’90, lettrice con una predilezione per fantasy-horror-weird. Fangirl nostalgica degli archivi e dei loro flames, beta-reader da sempre, feticista della narrativa mignon, collaboratrice riottosa di rassegne editoriali da oltre dodici anni.

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