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Yellowface: editoria tossica, appropriazione culturale e polemiche vendibili

Scritto da

Laura Casale

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Yellowface: editoria tossica, appropriazione culturale e polemiche vendibili
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Romanzo che definirei di “bianca” perché usa linguaggi di diversi generi, dal mistery al satirico, per parlare di molti aspetti del contesto editoriale e culturale americano degli ultimi anni: non poteva iniziare meglio il mio 2026 come letture che con Yellowface, di R.F. Kuang, giovane autrice sinoamericana, nata in Cina e trasferitasi negli USA quand’era molto piccola.

Yellowface spicca nella produzione di Kuang, che compirà 30 anni a maggio ma può già contare sei romanzi all’attivo, tutti pubblicati a livello globale, oltre a vari racconti brevi usciti su riviste e antologie, un premio Nebula – per citare uno delle decine di riconoscimenti già portati a casa insieme a diverse nomination, tra cui una all’Hugo come “Best series” per la trilogia d’esordio, La guerra dei papaveri. Niente male. 

Con questo libro, però, l’autrice decide di abbandonare i territori  della letteratura fantastica per parlare del mondo editoriale che lei stessa vive e sperimenta. 

E lo fa con una cattiveria meravigliosa, costruendo un personaggio che è difficile non vedere come un suo alterego e uccidendolo in modo stupido nelle prime pagine, così da “dare il la” a tutta la vicenda. 

Yelloface, la trama

La storia segue Juniper Hayward, una romanziera in odore di fallimento: esordio con numeri poco importanti malgrado con un editore delle Big Five, pochissime recensioni, zero idee per il prossimo libro, grande senso di sfiducia causa rapporto orribile con il suo editor, che non vede l’ora di rifiutare l’opzione sul secondo romanzo per liberarsi di lei. 

In aggiunta a tutto questo, mantiene una nemi/amicizia con Athena Liu che, invece, ha fatto jackpot: esordio da milioni di copie, portata in mano da critica, case editrici e lettori. 

La sera in cui le due si incontrano lo fanno per festeggiare la ciliegina sulla torta, ossia un’opzione sui diritti milionaria da parte di Netflix. Athena ha ottenuto ciò che vorrebbero tutti gli scrittori (e che a ben pochi tocca, anche nel panorama anglosassone). 

Una fortuna che non le spetta, secondo la sua amica invidiosa. Così, quando la scrittrice famosa si soffoca con un pancake, nell’attesa dei soccorsi che arriveranno troppo tardi per salvarla, June decide di rubare le bozze della sua ultima fatica, un romanzo storico basato sulla reale vicenda dei Chinese Labour Corps, operai cinesi impiegati sul fronte della prima guerra mondiale in Europa per liberare le truppe dai lavori manuali e di logistica.  Un testo che ha un enorme potenziale per essere un successo planetario, intuisce, e che soprattutto nessuno ha mai letto. Un’occasione molto ghiotta – troppo – per rinunciarci. 

Ecco, questa è di fatto la premessa del libro. 

La bozza di Athena – rimaneggiata e personalizzata da Juniper – conquista subito l’interesse tanto che parte un’asta per i diritti del libro, che la fa atterrare da un editore indie di medie dimensioni dove stringe subito un ottimo rapporto con la sua nuova editor, finisce il lavoro sul testo (non senza qualche problema, ma ci torniamo dopo) e si reinventa un’identità personale più *ambigua* diciamo, etnicamente confusa e politicamente impegnata sulla Cina… e finalmente all’uscita del volume si gode il successo. Il libro come previsto  schizza in cima alle classifiche, le apre le porte di eventi e festival e  accende anche per lei l’interesse delle produzioni cinematografiche. 

Se non che… le foto studiate per sembrare meno bianca e il nuovo nom de plume che appare orientale non bastano per evitare le polemiche in Rete: prima, una shitstorm che rientra nel calderone  dell’appropriazione culturale e della cancel culture, al grido di  “come osa una bianca spacciarsi per orientale in modo ambiguo e raccontare una storia di cinesi?!”; poi, visti i rapporti di June con Athena, iniziano i sospetti e le accuse di furto del manoscritto. 

La storia assume quindi tinte da thriller, mentre June cerca di mantenere il suo segreto e allo stesso tempo scoprire chi la sta accusando online, con un climax sul finale che ha destato molte discussioni.

Una protagonista odiosa e bugiarda che si muove nel tritacarne editoriale

A mio avviso, la trama e le sue svolte un po’ surreali sul finale sono la parte meno interessante del romanzo, per quanto funzionali alla costruzione di una satira molto cattiva ma molto onesta sul mondo dell’editoria.

Una satira da cui nessuno uscirà bene, lo anticipo: né i vivi né i morti. Le personalità di June e di Athena sono un elemento fondamentale nel romanzo e danno forma a un rapporto estremamente complesso di cui forse non possiamo capire tutte le sfaccettature.

Athena sembra  la “tipa alternativa da manuale” che ti rende un po’ impossibile non odiarla: bella, cinese ed “esotica” quanto basta per un sistema culturale ancora strettamente in mano ai WASP ma ricca di famiglia, con le sue stranezze da grande autrice tipo lo scrivere le sue bozze su una vecchia Remington, un’enorme macchina da scrivere di quelle che fanno un bordello cosmico picchiando sui martelletti. Athena è davvero il personaggio polarizzante per cui o vuoi essere come lei o la vuoi distruggere.
Per Juniper, sono vere entrambe le cose.

Nel corso del romanzo viene criticata più volte l’abitudine di Athena di “rubare” le storie di altre persone senza riconoscere loro alcun credito. Nel caso delle interviste ai veterani di guerra, finalizzate alla scrittura di un racconto, questa pratica può apparire quasi normale; per questo sono rimasta spiazzata, invece, quando June svela una violenza sessuale subita. Aveva avuto un rapporto non consensuale ubriaca marcia e forse drogata, al punto da non ricordarne nulla la mattina successiva e dover ricostruire l’accaduto a tentoni. Athena le era stata molto vicina nel periodo successivo — salvo poi appropriarsi delle sue frasi e dell’esperienza di questa violenza sessuale in un racconto che le vale una pubblicazione su una rivista. 

Se Athena provoca reazioni contrastanti, anche perché la vediamo solo attraverso la lente dei personaggi che la conoscevano (June, il suo ex, la madre…),  Juniper è impossibile da amare. È una persona invidiosa, arrabbiata perché il mondo non sta riconoscendo il suo talento e non le sta dando quanto sente di meritare, perché la famiglia non la capisce (“cara ma perché non ti trovi un lavoro vero, invece di scrivere?” non cessa nemmeno dopo che fa il botto, si sa, che la fama è passeggera), la sua vita le sembra sprecata. 

Tutto il romanzo potrebbe essere interpretato come un’enorme tentativo di giustificazione del suo furto… che lei non vede neanche come tale perché sì, l’idea iniziale è di Athena e la bozza pure, ma lei ha portato il libro all’eccellenza, eliminando molti dei difetti a suo dire (e dei tratti caratteristici) della scrittura dell’altra. Come si affanna Juniper nel ricordarci che le parti più amate dalla sua editor sono quelle che ha aggiunto lei!

La si può capire, secondo me, considerando il mercato editoriale contemporaneo. Se l’America non ha il problema di oligopolio italiano,  la concorrenza per restare ai vertici è comunque spietata. June è estremamente consapevole dei meccanismi di questo mondo, sa che quando l’agente le fa pressione perché scriva qualcosa, a prescindere dalla qualità, è perché l’importante è che continui a pubblicare e non finisca nel dimenticatoio dell’opinione pubblica. Sa che dovrebbe evitare le recensioni su Goodreads e di leggere i Tweet di odio contro di lei, eppure non riesce a evitarlo. 

Sa di doversi fermare, ma tant’è; e  non riesce a evitare di utilizzare ancora le bozze di Athena senza citarne la fonte, fornendo nuovo materiale per la shitstorm che non si è ancora placata (in modo proprio stupido per di più, perché stavolta riprende un passaggio che Athena aveva già pubblicato).

E quando alla fine viene scoperta e registrata, mentre la sua antagonista annuncia il libro verità per smascherarla, June progetta la sua vendetta con il contro-libro verità, perché “è l’editoria, bellezza!”, un carrozzone da cui non puoi scendere – o meglio, non vuoi – e per il quale sei disposto a tutto pur di restare sulla giostra.

La critica a un mondo che fattura miliardi sulla pelle di autori e lavoratori

Una delle parti più belle di questo libro è sicuramente il processo editoriale intorno al manoscritto rubato. È interessante come l’autrice lo usi per inserire diverse riflessioni, come quella sullo sfruttamento degli autori perché sfornino volumi con una regolarità meccanica che rischia di ammazzare l’arte.

Questa è una cosa che ha danneggiato, a mio avviso, anche la stessa Kuang: se avesse avuto più tempo per scrivere il terzo volume della Guerra dei papaveri, invece di dover buttare fuori un tomone da 600 pagine in su all’anno, ne avrebbe davvero giovato.

Altra riflessione, quella sulle condizioni di lavoro dei professionisti del libro. Tra editori che chiudono e redazioni che si contraggono sempre di più, tra ritmi di lavoro durissimi e stipendi non adeguati… ehi, l’America non sembra così lontana!

Non è un mal comune mezzo gaudio, è tragicamente la realtà. Ed è ancora più grave quando si tratta di editori che veramente muovono miliardi, come la Penguin di cui abbiamo parlato recentemente. E non se ne esce: June ha avuto successo, ma non è detto che lo mantenga… e una volta assaggiata la torta e scoperto quanto è dolce, chi si ferma alla prima fettina? 

Parlando dell’esordio, è interessante perché molto lontano dalle dinamiche italiane

Alla sua prima esperienza di pubblicazione, Juniper viene inizialmente opzionata da un piccolo editore, che le offre un anticipo di 10.000 dollari; però va a gambe all’aria tre mesi prima che il suo libro esca (un piccolo editore che comunque è in grado di pagare un anticipo a cinque cifre a un’autrice…  *Sospiro*).

Il suo agente tuttavia la piazza presso una delle Big Five per 20.000 dollari, ma anche questa volta è un buco nell’acqua: le aspettative del marketing sono basse, la tiratura si riduce all’ultimo momento, come il tour promozionale, i blurb in copertina non arrivano… Niente ristampe, “appena” due-tremila copie (che qui sarebbe da leccarsi i baffi per un esordio, ma in America sono bruscoli che nemmeno coprono l’anticipo). L’editor di June viene licenziato – non espressamente per il suo libro ma per una riduzione di personale – e lei viene passata a un collega che non ha interesse a lavorare con lei. 

«Ma fa parte del gioco, mi hanno detto tutti quanti. Quella del debutto è un’esperienza di merda per molti. le case editrici sono fatte così. A New York regna il caos, editor e addetti stampa lavorano troppo e guadagnano troppo poco e gli errori sono all’ordine del giorno». 

Non mi ha sorpreso dunque che anche quando la fortuna gira, June metta via il cospicuo anticipo che riceve per il romanzo rubato ad Athena salvo le spese di sussistenza, aspettando invece il primo rendiconto e l’assegno delle royalties per concedersi i primi “lussi”, proprio per paura che anche questa volta il suo romanzo si riveli una bolla di sapone. In modo molto  americano, e abbastanza triste, tra questi “primi lussi” c’è l’assicurazione sanitaria, dentista compreso.

È un elemento forse di minore importanza nell’economia del romanzo, che però pone l’accento sulla precarietà della vita di June prima della decisione di appropriarsi del libro, ma anche su quanto lei stessa viva male il mondo editoriale. Da un lato non può rinunciare di farne parte, dall’altro ne abbraccia interamente la tossicità come se non ci fossero alternative più sane. 

«L’erba del vicino non è mai più verde. Ogni autore detesta il proprio editore. Non ci sono fiabe in stile Cenerentola: solo duro lavoro, tenacia e una spietata caccia al biglietto che vincerà la lotteria».

Il biglietto della lotteria, agli occhi di June, lo ha staccato Athena. Che esordisce con Penguin Random House (tu guarda a volte la serendipità) e un anticipo a sei cifre, un successo planetario (trenta Paesi e decine di traduzioni) e l’accordo di Netflix. 

Ci sorprende che Juniper odi Athena? Lei è l’amica che ce l’ha fatta davvero e a cui non vogliamo riconoscere che se lo meriti. Secondo me possiamo capirla, tutti quanti.
Peccato che subentri quella venuzza di razzismo… sia in June, sia nel mondo che ci descrive. 

La pluralità di voci nell’editoria, la razzializzazione e l’appropriazione culturale  

E qui arriviamo all’altro tema portante del romanzo.  June – pur sapendo che Athena scrive molto bene – ogni tanto scivola e inizia a sminuirne il successo con argomenti che oggi sentiamo spesso in bocca a Trump e soprattutto ai podcaster della destra.

Athena, secondo June, ce l’ha fatta perché è di etnia asiatica. Perché ha quella punta di esotismo che aiuta a inserirla nei cataloghi per far vedere che le case editrici sono attente alle voci razzializzate, pur essendo la cittadina statunitense modello, figlia di immigrati che frequenta un’Università della Ivy League, stacca un contratto milionario mentre sta finendo il college e diventa una scrittrice affermata. Athena è la ragazza immagine del sogno americano, malgrado non appartenga a una famiglia di rifugiati passati dai campi profughi, anzi,: la famiglia di Athena è ricca. 

Gli argomenti di June sull’esotismo dell’immagine di Athena sono avallati dalla promozione e forse anche dalla ragazza stessa che approfitta consapevolmente di questi stereotipi per affermarsi. Mi sono chiesta quanto il personaggio sia ispirato alla stessa Kuang e al suo vissuto come autrice.

In Yellowface la casa editrice, pur apprezzando il romanzo, si pone il problema: come vendiamo senza polemica una storia asiatica scritta da un’autrice bianca? Come evitiamo il tema dell’appropriazione culturale? 

E qui vediamo forse una delle facce più brutte dell’editoria contemporanea… e del mondo culturale tutto. Case editrici come la Penguin hanno davvero lanciato dei programmi per rendere più vario il proprio catalogo; a volte questo percorso rischia di diventare uno zoo antropologico, un album di figurine dove vige la regola “non più d’uno per tipo”. Ne è un buon esempio la polemica in cui finisce la nuova editor di June, che a una riunione avrebbe detto “no ma abbiamo già un musulmano in uscita, non ce ne serve un altro” e viene subito sbattuta su Twitter e bersagliata come il male nel mondo.

Un commento del genere mi fa accapponare la pelle, umanamente, eppure dal punto di vista commerciale… lo capisco. Forse mi fa anche più orrore capirlo. 

AAA romanzi esotici che parlino del mondo ma senza turbare troppo le coscienze

I romanzi di voci razzializzate che “ce la fanno” difficilmente escono da certi schemi: sono per lo più romanzi storici, che raccontano appunto storie vere poco note, ovviamente dal punto di vista del colonizzato e non del colonizzatore, con un po’ di romance e un finale che spesso assolve tutti e va bene così. 

È un tipo di romanzo che io leggo, tra l’altro. Non è necessariamente un male, a volte sono libri che contribuiscono in maniera utile al dibattito culturale. Mi viene in mente Quando le montagne cantano, recente caso editoriale sul Vietnam, o il meno recente  Il gusto proibito dello zenzero, forse tra i primi a tirare fuori il tema dei campi di concentramento made in USA dove furono rinchiusi i cittadini nippoamericani dopo Pearl Harbour. O tutto il filone di romanzi strappalacrime ambientati ad Auschwitz, di solito pronti nelle librerie a metà gennaio, giusto in tempo per il Giorno della Memoria, per capirci.

È un genere che tira sempre bene, ma che va capitalizzato nel modo giusto. E se hai due libri simili in uscita insieme o poco distanti, si cannibalizzeranno l’uno con l’altro mandando a quel paese le vendite. 

E questo è un problema in America ma tanto più in mercati editoriali sovrassaturi come il nostro: migliaia, letteralmente decine di migliaia di titoli si contendono l’attenzione dei possibili acquirenti ogni giorno sugli scaffali delle  librerie o negli store online, acquirenti che spesso sono distratti o poco informati di cosa si pubblica, di chi sia l’autore o l’editore. E qui interviene il marketing, perché un libro che non si nota è un libro che non vende.  

È il caso per esempio dei romanzi sull’Afghanistan, di cui c’è stata una pubblicazione particolarmente numerosa dopo il 2021 e il ritorno dei talebani a governare il Paese: avete fatto caso che in Italia tutti i romanzi di autori afghani o che parlano di questo tema  hanno un titolo che strizza l’occhio a Khaled Hosseini, che ha sbancato con Il cacciatore di aquiloni? Se notate un titolo con “Mille splendid* qualcosa” (richiamando l’altro romanzo famosissimo di Hosseini, Mille splendidi soli) in libreria, quasi sicuramente sarà ambientato in Afghanistan o di donne bistrattate in quella parte del mondo. 

E sono sempre storie molto drammatiche sulle condizioni delle donne: se da un lato sono libri che aiutano a tenere accesa la luce su una situazione davvero drammatica, dall’altro però rafforzano i bias culturali molto forti in Occidente sull’Islam e su una intera regione asiatica. Sono libri di cui abbiamo bisogno, specie se non sono scritti da persone afghane o da studiosi con una laurea e dell’esperienza reale in quel contesto? O avviene una capitalizzazione sulla pelle degli ultimi del mondo a cui dovremmo sottrarci?

È cosa buona e giusta farsi domande su quello che si legge e sul perché lo si legge

Io stessa mi sono fatta delle domande anche sulle mie abitudini di lettura, sono sincera: qualche anno fa mi sono resa conto che leggevo per lo più autori italiani, anglofoni occidentali (britannici e nordamericani) e francesi. Ho deciso di prestare più attenzione e di leggere più libri di voci diverse, e tuttavia sono consapevole che intanto le mie scelte sono spesso limitate a ciò che il panorama editoriale italiano sceglie per me, visto che leggo poco in lingua.  

Allo stesso tempo ogni tanto mi chiedo: ho scelto di leggere un autore perché mi interessa o perché mi serve per qualche challenge di lettura (non solo sulla nazionalità, peraltro)? Come sono arrivata a un libro? Cosa ha motivato la mia ricerca? 

È una riflessione interessante, il motivo per cui scegliamo un libro e non un altro, cosa ci influenza in questi processi decisionali. Tanto più che in questo momento storico i tempi di pubblicazione si sono ridotti in maniera vertiginosa e gli instant book seguendo gli argomenti in “trend topic” si pubblicano nel giro di dieci giorni. 

Dalla carica di libri sull’Iran quando c’è stata lo scoppio della rivolta dopo la morte di Mahsa Amini (chissà se a breve ne vedremo un’altra) alla decina di volumi pubblicati in meno di due settimane dall’elezione di Papa Leone XIV, alcuni perfino in tempo per il Salone del Libro (fumata bianca l’8 maggio 2025, il 14 iniziava la fiera a Torino),  lo vediamo costantemente, anche grazie all’impiego dell’IA per velocizzare il processo di scrittura.

Ma quando si tratta di storie di minoranze, come le donne afghane o iraniane, quanto è giusto cavalcare l’onda emotiva “giusta” al sentire certe notizie dal mondo, specie se poi ai protagonisti e protagoniste del momento storico di turno non andrà un centesimo, se non tanti “pensieri e preghiere”? 

Prestare attenzione a questi aspetti e ai motivi per cui optiamo per un libro piuttosto che a un altro in libreria è fondamentale per essere lettori consapevoli. Anche perché queste scelte definiranno poi le prossime acquisizioni editoriali a Francoforte, per dire, e soprattutto le decisioni del marketing per richiamare la nostra attenzione e vendere di più.

In questo senso, la polemica che nasce intorno a Juniper, tornando a Yellowface, non è *del tutto sbagliata*…

Anzi, la cosa triste di Yellowface, tornando al romanzo, è che Juniper si rivela davvero una bianca non consapevole del suo privilegio e non interessata al mondo, cogliendo del romanzo di Athena solo il potenziale successo come bestseller. Non fa un minimo di ricerca se non quel tanto che le basta per sistemare i passaggi del libro che sono da mettere a posto. 

“Bianchizza” il romanzo ammorbidendo il tema dello sfruttamento degli operai cinesi e restituendo una luce più positiva ai personaggi europei e americani. “Oh ma è storia”, si giustifica, “ne ho trovato uno, un missionario che era simpatico e gentile!”. 

D’altro canto non sappiamo se Athena fosse davvero interessata a questa storia come “voce da far riemergere” o se ne vedesse anche lei esclusivamente il potenziale commerciale. June la descrive come una “vampira” di storie altrui, eppure ci dice anche che la prima stesura è molto intensa e concentrata sul destino e le sofferenze dei suoi protagonisti, pagine e pagine che vengono tagliate perché “a chi importa di questa roba”.

In questo senso June rappresenta il peggio di questa forma di editoria. Inconsapevolmente, tanto che poi quando incontra un parente di uno di questi operai prova un senso di colpa tale che deve fuggire dall’evento, così come rimane perplessa quando incontra i produttori cinematografici che vogliono incentrare l’adattamento su un personaggio bianco minore che compare in un capitolo e che però potrebbe essere Cumberbatch o Hiddleston. 

È solo un momento di dubbio, ovviamente, in fondo non ha la minima intenzione di sovrintendere la sceneggiatura, a lei bastano i soldi e l’accordo con una major di Hollywood. E in fondo a chi interessa un film di due ore su un mucchio di operai cinesi?

… ma forse bisogna fare attenzione quando si grida all’appropriazione culturale troppo in fretta

Allo stesso tempo, vediamo come la polemica su June nel libro sfugga completamente di mano e anche di buon senso nel giro di qualche pagina. La protagonista riporta con un certo disprezzo le critiche più stupide che si sente rivolgere, irridendo ai social justice warrior che l’hanno presa di mira e che criticano passaggi del romanzo senza neanche conoscere i fatti citati nel romanzo.

E un pochino tutto questo mi ha divertito. Sarà che l’Italia è sempre un po’ in mezzo tra la superpotenza del G8 e lo stereotipo americano che vede il nostro Paese ancora fermo al Dopoguerra e al *pasta, pizza e mandolino*. Se ci fate caso, molti dei prodotti culturali italiani che riescono a superare le frontiere in fondo richiamano quegli stereotipi (qualcuno ha detto Elena Ferrante? Diciamolo). 

Yellowface anche qui mette in scena una carica di SJW paurosamente realistica, che attacca June prima perché “come osi bianca maledetta, come puoi tu raccontare una storia dolorosa per la comunità cinese?!”, poi perché ladra ai danni di Athena.

Se non che l’onda di rabbia si sposta poi anche su Athena, accusata di essere una “banana”, gialla fuori e bianca dentro, di essere una “suprematista Han” (la principale etnia cinese) e di non dare voce alle minoranze cinesi – e qui ci sarebbe taaaaaanto da dire, di non prendere posizione abbastanza forte contro Pechino e, soprattutto, di sfruttare le storie asiatiche che non la riguardano direttamente per il proprio tornaconto. 

E… ok, anche qui, è vero. Ma ogni scrittore racconta una storia e nel momento in cui la propone a un editore la mette in vendita per il proprio tornaconto. E non necessariamente è una storia di famiglia o personale – che anzi, è proprio quello che spesso cerca il marketing per vendere meglio, tra l’altro – ma perché è una storia che sente di raccontare.

Se da un lato la rappresentazione scevra di stereotipi è un tema importantissimo, dall’altro appiattirlo sull’idea che si possano scrivere solo le storie di famiglia o, massimo massimo, del proprio gruppo etnico, è estremamente pericoloso. 

Mi rendo conto che il mio è un punto di vista esterno alla questione. Eppure, da bianca europea rompicoglioni che lavora nel mondo editoriale, posso capire molte delle perplessità esposte nel libro, malgrado provengano dallo sgradevole punto di vista di June.

In generale credo che la verità stia nel mezzo, tra Denzel Washington che spiega perché un regista afroamericano possa raccontare con più autenticità una storia di afroamericani – perché ha vissuto in prima persona quelle piccole esperienze quotidiane condivise nella comunità nera – e Alessandro Barbero che analizza la differenza tra la Storia con la esse maiuscola e i milioni di storie familiari che per quanto vere rimangono parziali, limitate e non necessariamente rappresentative di un momento storico. E sebbene non per questo siano meno importanti, a livello di narrazione bisogna tenerne conto. A volte essere troppo legati emotivamente a una storia può scatenare pregiudizi in senso inverso.

Specie, mi viene da pensare, per storie come il casus bellis scelto da Kuang: questo discorso come si accorda con le migliaia di romanzi che attingono a eventi storici per cui non ci sono più (o quasi più) i testimoni diretti e probabilmente scarseggiano le prove scritte o multimediali? Non si raccontano più quelle storie? Nessuno ha più diritto a tramandarle, a mantenerle vive?

Quando i social justice warriors bucano i libri ad altri social justice warriors: il caso Kosoko Jackson

Poi ci sono casi reali divertenti, come quello di Kosoko Jackson, autore statunitense e convinto sostenitore della tesi per cui solo gli afroamericani possono scrivere storie afroamericane, o solo i membri della comunità LGBTQ+ possono scrivere personaggi LGBTQ+, che ha portato avanti per molti anni questa battaglia sui social, spesso rompendo le scatole ad altri scrittori. Poi, nel 2019, l’annuncio: l’uscita di un romanzo ambientato durante la guerra del Kosovo, con alla base una ricerca così povera e basata sui suoi bias di americano medio che i musulmani finiscono — ovviamente — nel ruolo dei terroristi. Peccato che la storia reale, in Bosnia, Albania e Kosovo, racconti tutt’altro.


Quando le prime recensioni ARC compaiono su Goodreads e fanno notare il macello, l’autore reagisce minacciando e bullizzando alcuni utenti sui social. A quel punto esplode la polemica e dopo sei giorni di bagarre, Jackson è costretto a pubblicare delle scuse per la rappresentazione problematica e per la mancanza di tatto nel riportare i fatti storici.

“I failed to fully understand the people and the conflict that I set around my characters. I have done a disservice to the history and to the people who suffered.”

Ma ormai il danno è fatto, al punto che l’autore decide di non far uscire il libro, forse per evitare una valanga di commenti negativi. Considerando che  all’epoca del casino la tiratura era già stata stampata,  55.000 copie… mi sento male. Il caso è diventato emblematico, tanto che alcuni critici pensano che i social hanno pre-stroncato un libro che aveva sicuramente degli aspetti problematici, ma avrebbe meritato di uscire e… di farsi il suo giro nel tritacarne editoriale, sì.

A questo caso tuttavia hanno contribuito due fattori importanti: la mancanza di coerenza tra il Jackson personaggio mediatico moraleggiante e il Jackson autore di romanzi (i popoli balcanici o i musulmani non hanno lo stesso diritto a essere ben rappresentati degli afroamericani o degli omosessuali, forse?) e la reazione aggressiva alle recensioni, bullismo vero e proprio nei confronti delle blogger che avevano commentato il libro in anteprima. Noi ve lo diciamo sempre: non si risponde alle recensioni!

L’episodio non sembra aver pregiudicato la carriera di Kosoko Jackson, che ha pubblicato diversi romanzi dopo il caso mediatico, per quanto nessuno abbia davvero scalato le classifiche. Chissà se anche a lui, come a June in Yellowface, sono arrivati in soccorso gli opinionisti e podcaster della destra americana, riuscendo a ignorare la sua pelle nera e la sua omosessualità per farne un cavallo di battaglia contro la cultura woke al grido di “non si può più dire nienteeeee”. 

La mancanza di dialogo è più drammatica della paura di non poter più esprimersi

Il rifiuto di June categorico di utilizzare un sensitive reader per anticipare eventuali merdoni sarà un richiamo della Kuang al caso di Jackson? Nel romanzo la richiesta viene dall’assistente dell’editor – lei sì, asiatica – che reagisce infastidita all’idea che una bianca si appropri della storia del romanzo. Malgrado la motivazione moraleggiante, e ovviamente le necessità di trama, è lecito chiedersi se June, accettando, non si sarebbe risparmiata almeno una parte dei problemi successivi.

Il sensitive reader è infatti una figura emersa negli ultimi anni in editoria: è una persona con competenze specifiche incaricata di verificare la correttezza e la credibilità di determinati aspetti di un manoscritto. Si tratta di un ruolo diverso rispetto a quello del consulente o dell’esperto coinvolto nella fase di ricerca: il sensitive reader interviene esplicitamente per individuare potenziali elementi problematici, in grado di innescare polemiche online, soprattutto su temi sensibili come stereotipi razziali o omofobi. L’obiettivo è valutare in anticipo la possibile ricezione dell’opera da parte di minoranze spesso piccole, ma molto rumorose online.

 June in Yellowface ha una reazione esageratamente respingente: teme che qualcuno trovi delle sviste di cui non si è accorta, come le modifiche ai nomi dei personaggi fatte con Google (sigh). Inoltre prende in antipatia l’assistente, bollandola come invidiosa e stronza, e rifiutando di confrontarsi in maniera civile per quel misto di senso di colpa e arroganza che pervade tutto il romanzo.

L’assistente giocherà un ruolo importante nel finale, che non vi spoilero. Posso dirvi, però, che si fa beccare come una cretina scrivendo una recensione negativa su Goodreads con un nick simile al suo nome e cognome. June ovviamente la becca e riporta la cosa all’editor, che la licenzia e la fa licenziare e le terra bruciata a NYC.  Di nuovo, lo ripeto, le recensioni possono essere un’arma a doppio taglio.

Riporto questo episodio perché anche questo mi dà sentimenti contrastanti: da un lato… ma ti credi molto furba a cercare di bucare l’uscita del libro su cui sta lavorando il tuo capo per il tuo alto senso di moralità? Dall’altro, la pena conoscendo le difficoltà di questo settore, le conseguenze che sconta sono davvero pesanti.

E se l’assistente sul finale farà un bel monologo sul problema della rappresentatività in editoria, credo che in generale la critica principale di questo libro sia la polarizzazione che caratterizza la nostra società, anche (ma non solo) per via dei social media.

Una delle caratteristiche più interessanti è che non c’è nulla di puro e pulito in questo romanzo, ma manco di completamente negativo: June la si può capire, anche se non amare. Athena, pure. Alla fine tutti i personaggi che gravitano intorno a loro sono mossi per interesse, ma di fondo è il loro lavoro, almeno quelli che lavorano in campo editoriale. Poi ci sono l’ex che vuole svelare il segreto di June e “difendere Athena” si rivela rapidamente pronto a tacere per la giusta cifra, così come la madre che decide di far finta di niente su June per non dover mettere in discussione il rapporto difficile e l’immagine pubblica della scrittrice morta. 

Dall’altra parte, i “duri e puri” online sono terribilmente… naif? Fuori tono? Sì, magari sposteranno di un po’ le vendite di un’opera specifica, ma non necessariamente in negativo – l’agente di June le fa notare che in realtà le polemiche spingono di brutto le vendite – e il grido alla cancellazione secondo me rimane comunque una perdita.


È sempre meglio un’opera fruibile e criticabile che un mondo di censura in cui “non si può più dire niente”. Specie considerando che chi ripete più spesso questa frase in realtà si fa le pugnette sognando di tappare la bocca a tutti quelli che hanno una visione diversa dalla sua. 

Allo stesso modo, le polemiche di questi tempi non lasciano spazio alle sfumature: non sei perfetto? Allora fai schifo. Non sei nel giusto? Allora fai schifo. Non sei moralmente superiore? Allora anche tu fai schifo. Penso che questa sia la rappresentazione peggiore possibile.

Io credo che l’invito da cogliere nel romanzo sia davvero a tornare a un dibattito, ma uno vero, non questi podcast a cui ci siamo abituati negli ultimi anni, a rincarare la dose dei talk show nostrani: un dibattito che sia scambio di idee e confronto, in cui i due “contendenti” possano rimanere sulle loro posizioni pur riconoscendo che anche l’altro ha le sue ragioni, e non questa supremazia del pensiero in cui l’obiettivo sembra dover  schiacciare l’avversario con ogni mezzo necessario, compresa la cancellazione.

L'articolo è stato scritto da

Foto di Laura Casale

Laura Casale

Nata a Genova, studia Comunicazione a Savona con l’idea di fare la giornalista, ma si innamora dell’editoria strada facendo, scoprendo di poter trasformare in una professione la sua esperienza di fanwriter, beta reader e grafica amatoriale. Dopo la specialistica si lancia nella libera professione e sta ancora decidendo che atterraggio fare, nel frattempo si occupa di libri e di comunicazione digitale. Nel tempo libero legge, cammina e si gode il mare.

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