Si apre in una nuova scheda

Quando la censura è preventiva: SLAPP, querele temerarie e il caso Penguin Random House

Scritto da

Gaia Facchetti

Pubblicato il

Quando la censura è preventiva: SLAPP, querele temerarie e il caso Penguin Random House
« Torna al blog

$ 15.000.000.000, o “Quindici miliardi di dollari”, per non dover impazzire contando gli zeri: non si tratta né dell’impressionante cachet di qualche miliardario che fa cose, né di una manovra finanziaria statale, ma della cifra richiesta da Donald Trump ai giornalisti Susanne Craig e Russ Buettner, oltre che al New York Times per cui lavorano e alla Penguin Random House per “diffamazione e denigrazione”.

La colpa? Aver pubblicato a fine 2024 “Lucky Loser: How Donald Trump Squandered His Father’s Fortune and Created the Illusion of Success”, un libro che rappresenta il punto di arrivo di anni di inchieste sul patrimonio, le pratiche fiscali, i fallimenti finanziari e la costruzione della (fraudolenta) immagine pubblica di Trump come “self-made man” di successo. 

Questa storia potrebbe non interessarci, dato che qua parliamo di editoria italiana. Eppure, si tratta forse del più grosso esempio delle molteplici manovre di intimidazione legale che vengono messe in atto, negli USA e nel resto del mondo, contro la libertà di stampa e le realtà editoriali. E che all’Italia non mancano. 

Come siamo arrivati fin qui 

L’uso di denunce e minacce come bavaglio nei confronti dell’informazione non è cosa nuova, ma sotto la seconda presidenza Trump si è fatto esplicito e aggressivo. 

Se durante il primo mandato e la parentesi “all’opposizione” lo scontro era rimasto prevalentemente retorico, adesso si è spostato sul piano giuridico, con denunce e cause usate come strumento di pressione e delegittimazione.

La causa contro il New York Times e la Penguin Random House ne è un esempio; quella da 10 miliardi di dollari contro la BBC, un altro. Depositata lo scorso 16 dicembre, la causa potrebbe arrivare a processo nel 2027 se le richieste di annullamento del canale inglese non saranno accolte. 

E questa nuova censura non si applica solo ai media: la revoca di visti a studenti che prendono parte a proteste, le pressioni per modificare i programmi scolastici, finendo per cancellarne solo le parti scomode, come schiavitù e genocidi, le minacce alle università sono azioni apparentemente sparse e chiaramente non sovrapponibili, ma condividono una stessa logica di “attacco a monte” per punire e contemporaneamente bloccare il dissenso alla sua origine con la paura di ritorsioni. 

Ma torniamo al caso in questione: Trump vs Penguin Random House e la censura preventiva

Gli autori di  “Lucky Loser” sono due giornalisti investigativi, già noti per aver lavorato sui Trump Tax Records, una delle inchieste fiscali più rilevanti degli ultimi anni negli Stati Uniti, accusati di aver scritto il volume per manipolare l’opinione pubblica alle porte delle elezioni 2024. Una prima causa viene depositata nel settembre 2025.

Viene rigettata dal giudice federale Steven D. Merryday, che non entra nel merito delle accuse di diffamazione, ma nota vizi di forma; circa un mese dopo, la causa viene ripresentata. 

L’obiettivo non è soltanto quello di ottenere una condanna, ma di mantenere aperto un fronte legale contro i media tradizionali e l’industria editoriale che li sostiene. Ed è esattamente qui che il discorso acquista quella dimensione più ampia che finisce per interessare anche noi, dall’altra parte dell’oceano. 

La strategia SLAPP: querelare per intimidire

SLAPP suit” (Strategic Lawsuit Against Public Participation) è il termine con cui vengono definite cause legali “strategiche”, progettate non per vincere, ma per intimidire.

Stephen Miller, fondatore dello studio legale America First Legal ed ex consigliere di Trump, ha pressoché costruito la propria carriera su questo tipo di cause che mirano a far perdere tempo (e denaro) alle persone citate, ma soprattutto a spaventare chi ha meno mezzi e protezione dal seguire la medesima rotta. 

Negli Stati Uniti libri come “Lucky Loser” rientrano pienamente nella tutela del Primo Emendamento, e questo lo sanno Trump e i suoi legali. L’interesse nel presentarla e portarla avanti non è legato solo alle possibilità di vittoria, perché esigue, ma al mostrare alla Penguin e a tutti gli altri editori che pubblicare qualcosa di scomodo su Trump potrebbe costare comunque milioni in spese legali, anni di tribunali e un’enorme quantità di stress e tempo. 

Al contempo, ogni risorsa “sprecata” in questo contenzioso è una risorsa in meno che la Penguin può utilizzare per contrastare il bando di libri, altro cavallo di battaglia dell’attuale presidenza, di cui la casa editrice è diventata uno dei principali antagonisti. Per esempio, finanzia cause federali contro le leggi statali che impongono la rimozione di testi dalle biblioteche scolastiche e pubbliche, come l’House Bill 710 dell’Idaho e provvedimenti analoghi in Florida e Iowa. Queste leggi utilizzano la vaghezza della definizione “contenuti inappropriati” per eliminare libri che parlano di razzismo, identità di genere, sessualità. Inoltre, fuori dalle aule di tribunale, la Penguin sostiene iniziative come la distribuzione gratuita dei volumi messi al bando e l’organizzazione di incontri tra autori, educatori e cittadini. 

La decisione di attaccare questo editore non si tratta, quindi, di una scelta casuale, ma di un vero e proprio scontro fra libertà di espressione e potere. 

In Italia siamo messi meglio? Gli esperti ci dicono di no

Se il caso Penguin Random House sembra enorme, quasi iperbolico… beh, lo è. 

Purtroppo un improprio uso del diritto come “bavaglio” non è cosa recente, né si può considerarla una “americanata”.

L’Italia è precipitata al 49° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa, 20° fra i Paesi dell’Unione Europea (che sono 27…): sono vari i motivi per questo tonfo, come la concentrazione della proprietà dei media (e in editoria ne sappiamo qualcosa…) e i rapporti Stato-editoria; a pesare sul posizionamento però è anche l’abuso delle querele temerarie. Secondo i dati raccolti da Ossigeno per l’Informazione e ripresi da Valigia Blu, dal 2006 a oggi si contano quasi 8000 episodi di intimidazione legale contro giornalisti

Nel 2024 in Italia ci sono stati 516 giornalisti minacciati o intimiditi, un quarto dei quali tramite querele temerarie per lo più provenienti da politici e amministrazioni pubbliche; numero superato l’anno successivo, con un aumento di minacce e querele del 78% nel primo semestre del 2025.

Il dato più rivelatore, però, è un altro: oltre il 70% delle querele per diffamazione a mezzo stampa viene archiviato prima del processo, e di quelle che arrivano in aula più del 90% si conclude con l’assoluzione del giornalista

In altre parole: non si querela perché si pensa di aver ragione. Si querela perché si può.

Riconoscendo il pericolo che tali cause rappresentano per la libertà di espressione e il pluralismo dei media, l’Unione Europea ha provato a rispondere a questo fenomeno con con la “Direttiva SLAPP 2024/1069”, chiamata anche “legge di Daphne” in ricordo della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia1, uccisa per le sue inchieste nel 2017 mentre aveva 48 procedimenti legali aperti contro di lei. La direttiva introduce strumenti normativi importanti, come l’archiviazione accelerata delle cause pretestuose, il rimborso delle spese legali e sanzioni per chi abusa del sistema giudiziario. 

Direttiva che l’Italia ha, per ora, men che parzialmente recepito. E non perché non ci serva.

Il messaggio che passa è chiaro: chi racconta qualcosa può pagare comunque, anche quando ha ragione

E questo spaventa chi non ha le spalle coperte da una redazione,  ingolfa la giustizia, prosciuga energie, tempo e risorse — e soprattutto induce all’autocensura preventiva. Un comportamento che nell’editoria conosciamo benissimo: quante volte si conoscono pratiche scorrette e si tace, perché “chi ha tempo e denaro per star dietro a una querela?”.  

Perché la cosa assurda è che costa più difendersi che attaccare: mentre il politico di turno o l’imprenditore spedisce querele come newsletter, il singolo giornalista o pubblicista (quasi sicuramente precario) si trova davanti a richieste di risarcimento da centinaia di migliaia di euro e deve scegliere fra tapparsi la bocca o rischiare la bancarotta.

Ed è esattamente questo il terreno comune tra la causa di Trump contro Penguin Random House e le querele che colpiscono cronisti locali, freelance, comici o docenti universitari.

E non serve essere Sigfrido Ranucci, con le sue quasi 180 azioni legali e un attentato alla propria vita, o Saviano con oltre 150 procedimenti e una vita sotto scorta. 

Basta essere una professionista locale come Marilù Mastrogiovanni, che per le sue indagini sulla Sacra Corona Unita in Salento ha ricevuto centinaia di querele e nessuna condanna. 

… ma anche solo una blogger. Come era la ventiduenne Linda Rando quando è stata querelata per il suo lavoro contro le EAP. Come per altre querele temerarie, alla fine è stata assolta.

Perché dovremmo preoccuparci

Quando un sistema che si definisce democratico permette a chi ha potere e soldi di silenziare chi dice cose scomode, non sono solo i giornalisti a perdere. Lo facciamo tutti: chi legge, chi scrive libri, chi ha diritto a una informazione vera. 

Il caso della Penguin Random House non è “roba americana” che possiamo limitarci a guardare con distacco, ma un gigantesco esempio di un fenomeno che già avviene tutti i giorni e ci tocca molto da vicino. 

Se la più grande casa editrice del mondo, un colosso che controlla il mercato statunitense (e di riflesso ha un enorme potere a livello globale)  può essere messa sotto pressione legale ed economica per aver pubblicato un singolo libro di inchiesta giornalistica, cosa succede agli editori più piccoli? E agli autori indipendenti? E ai giornalisti freelance?

Non siamo certo davanti a un caso di Davide contro Golia, ma in questa specifica battaglia, difendere il loro diritto di pubblicare titoli scomodi significa difendere il diritto di qualsiasi editore di farlo, anche quelli che non hanno lo stesso potere economico.

Tutele come il gratuito patrocinio esistono, o le assicurazioni professionali, fondi di supporto. Ma sono protezioni insufficienti alla luce dell’aumento del fenomeno. 

Nel frattempo ogni giorno qualcuno decide che, forse, meglio non parlare di quell’editore che non paga le royalties, meglio non scrivere quel pezzo di denuncia sul comune, meglio non denunciare il potere. Decide che non vale la pena rovinarsi la vita per esprimersi liberamente. 

C’è un’ironia amara nel fatto che proprio chi denuncia la “cancel culture” e la “dittatura del politicamente corretto” coincida spesso con chi poi usa il proprio potere e l’intimidazione per silenziare chi racconta cose scomode. O forse non è ironico.

La Penguin ne uscirà indenne, la BBC pure, Saviano anche: ma chi altro non lo farà? Quali informazioni non verranno mai condivise per paura? 

Il primo passo per controllare una società è controllare cosa può sapere. 

Il secondo è far credere che il controllo non esista. 

Chissà a che punto siamo. 

  1. Per approfondire il lavoro e la vita di Daphne Caruana Galizia, ti consigliamo il libro che raccoglie i suoi articoli, “Di’ la verità anche se la tua voce trema” (Bompiani 2019). ↩︎

L'articolo è stato scritto da

Foto di Gaia Facchetti

Gaia Facchetti

Gaia, classe ’90, lettrice con una predilezione per fantasy-horror-weird. Fangirl nostalgica degli archivi e dei loro flames, beta-reader da sempre, feticista della narrativa mignon, collaboratrice riottosa di rassegne editoriali da oltre dodici anni.

Leggi tutti i suoi articoli

Vuoi lasciare un commento? Puoi farlo qui sotto!

Vuoi commentare?

E tu cosa ne pensi?

Torna al blog
>