Di eroismo e azioni ribelli | Raccontare le storie giuste è sufficiente?

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Gaia Facchetti

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Maschera di VxVendetta su sfondo nero
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Siamo lì anche noi.

L’armatura pesante e coperta di polvere, il respiro spezzato e le mani che stringono l’elsa o il bastone così forte da far male, in attesa.

Siamo lì e ci rifiutiamo di cedere al fatalismo, di soccombere di fronte alle avversità.

Siamo lì a urlare la nostra paura e speranza. Ad affrontare morte certa, a dare la nostra vita per la giustizia. A combattere l’oscurità, a proteggere ciò che amiamo. Siamo lì e resistiamo.

Poi spegniamo la TV e andiamo a letto, che s’è fatta ‘na certa e il discorso di Aragorn arriva dopo due ore di film.
Ah, quant’è bello sconfiggere il Male prima della nanna.

Di storie e ribellioni

Chiunque di noi è in grado di citare un libro, un film, una serie o un videogioco che l’ha portato a contemplare l’idea di uscire a sfasciare il Sistema o ergersi contro una qualche grossa ingiustizia. Un’opera che ha acceso una luce e messo voglia di indossare una maschera per andare a marciare su Westminster.

Non c’è niente di strano in questo. Esistono numerosi studi psicologici e articoli che sottolineano il potere della narrativa – quale che sia il medium attraverso cui racconta la storia – e come faccia sviluppare empatia e capacità di immedesimazione nei panni altrui.

Però, c’è un tarlo che da un po’ mi rode: è il pensiero che tutto questo sia inutile. Vuoto. Uno sfogo artificiale, una coperta di Linus che ci fa sentire nel giusto senza dover portare poi nel mondo quello sdegno e tradurlo in cambiamenti reali e azioni concrete.

Pensiamo al piccolo schermo: da un lato, assistiamo a operazioni narrative raffinate e impegnate, come la serie Andor, che mostra con lucidità gli aspetti più politici, eversivi e reali della ribellione, i dietro le quinte sporchi e dolorosi della Resistenza contro una dittatura sempre più abusante e genocida.

Dall’altro, fuori dallo schermo, il Presidente del Mondo Libero (*risata registrata*) si appropria di quelle immagini (ma con la spada laser rossa e qualcuno dovrebbe spiegarli che significa), rivendicando un’identità da “ribelle buono” contro l’Impero di Sinistra… rovesciando così ruoli e significati. Stendo poi un velo pietoso anche su quell’altra immagine, quella che fino a qualche mese fa avrebbe sollevato un polverone (quando a provocare sulla religione cattolica erano drag queen alle Olimpiadi). E adesso?

Siamo in un momento in cui la comunicazione politica imita lo storytelling commerciale, e i meme convivono con le tragedie, rendendo il confine tra narrazione e realtà sempre più sfumato.

E allora la domanda si ripropone: raccontare la Resistenza ci risveglia o ci anestetizza?

Ci aiuta a tenere viva la coscienza o diventa un palliativo che ci consola, sì, ma allo stesso tempo ci disinnesca e ci tiene in casa?

Consapevolezza – senza escapismo

È difficile agire senza prima conoscere. Per questo la narrativa, ben più della saggistica, ha spesso insegnato e divulgato: lo fa raggiungendo un pubblico ampio, soprattutto oggi, quando film, serie tv e videogiochi sono forme di narrazione ben più mainstream dei libri.

Un esempio? La serie tv Watchmen (guardatela) che si apre mostrando il massacro di Tulsa.

Non ne avete mai sentito parlare? Nemmeno io, prima del 2019. E come noi, moltissimi statunitensi. La scelta di mostrare un evento così importante e così (colpevolmente) poco noto è una scelta di advocacy1 deliberata, una dichiarazione politica: serve alla trama, ma anche allo spettatore. È un modo per contestualizzare i conflitti sociali rappresentati nella serie — conflitti che non sono solo fittizi. Anzi.

(No, non vi dico cos’è successo; guardate la serie o leggete online, su).

Va da sé che conoscere è fondamentale, perché come si può combattere un’ingiustizia se non si ha la consapevolezza che esista?

Certo, non basta: bisogna anche decostruire le narrazioni dominanti che giustificano, legittimano o romanticizzano quell’ingiustizia e quel passato “mitico” in cui i treni arrivavano in orario. E se volete un esempio di qualcuno che l’ha fatto bene, prendendo quell’effetto nostalgia di cui tutti soffriamo e mettendo in scena un’avventura che critica i miti imperiali, il patriarcato, la retorica autarchica, vi basta un fumetto. Uno che usa personaggi letterari vittoriani per decostruisce i miti dell’impero britannico e sovvertire le gerarchie di genere2.

Pensiamo a quanto pesa la questione razziale negli Stati Uniti, da cui proviene una parte significativa della produzione narrativa che consumiamo, e quanto le loro storie siano ancora segnate dalla supremazia bianca, dalla difesa dei simboli confederati, dalla ritrosia verso ogni riscrittura del passato.

È per questo che è necessario uno sforzo attivo per costruire e diffondere voci diverse ed è qui che la narrativa diventa strumento di trasformazione. Ben vengano opere come Watchmen, appunto, o Il coraggio di contare (che ha mostrato al grande pubblico l’enorme debito delle spedizioni spaziali nei confronti delle donne afroamericane), Quo vadis, Aida? (sul massacro di Srebrenica), Le donne di Kabul, Il pane nudo, Il dio delle piccole cose, La paranza dei bambini

… e molte altre che hanno la capacità non solo di raccontare, ma di spostare lo sguardo del fruitore e girare la prospettiva di chi legge o guarda.

L’attivismo narrativo è una parte importante dell’attivismo stesso, e consumare narrativa offre molto più di una semplice fuga in mondi più o meno immaginari: svolge un ruolo cruciale nel potenziamento dell’empatia e delle abilità comunicative. Calarsi nella vita di personaggi diversi espone a esperienze umane variegate e accresce la capacità del lettore di comprendere i sentimenti e le intenzioni altrui, migliorando così la comunicazione sia verbale che non verbale3. E ci allena a riconoscere l’umanità negli altri.

O, per dirla con Salman Rushdie:

Chi racconta le storie, chi decide quali voci amplificare, quali immagini evocare, quali finali immaginare, partecipa alla costruzione del mondo condiviso. È attraverso la narrazione che si stabiliscono i confini tra ciò che è pensabile e ciò che resta impensabile; tra ciò che viene accettato come “normale” e ciò che appare come eccezione, o devianza.

Rimaniamo nel mondo della TV? Pensate a che messaggio potente deve essere stato il bacio, nella prima serata britannica, tra un afroamericano e una donna bianca. Oggi non è nulla di che, esatto? Ma immaginatelo nel 1962.

O ancora, nel pieno delle rivendicazioni razziali, nel 1968, il bacio fra il capitano Kirk e il tenente Uhura.

Sono parole di un docente statunitense, ma che qualsiasi insegnante sono certa possa confermare, anche perché, da studente, lo ricordo che alcune delle discussioni più significative su diritti civili e sociali le ho avute nelle ore di lettere, o con amici, parlando di film e libri.

Una, nemmeno molto tempo fa, ha portato alla recensione di Laura sull’ultimo volume della saga di Hunger Games, che leggerete nei prossimi giorni.

Ecco, Hunger Games è un ottimo esempio, perché in modo intradiegetico ci mostra che una buona storia può davvero essere una scintilla per cambiare il mondo – anzi: come sia necessaria, perché senza storie che ci aiutino a vederlo in modo nuovo, il mondo difficilmente potrà cambiare.

Poi, in modo extradiegetico, fallisce su tutta la linea nell’approfondire il lato politico e “reale” della rivolta, e rifiuta di indagare le conseguenze per una narrazione più pop, emotiva, individuale. Ma vedrete con Laura poi.

Azione!

E se davvero la narrativa agisse come una valvola di sfogo simbolica, inibendo la spinta all’azione concreta?

Non è che mi stia inventando nulla: la catarsi di Aristotele è esattamente il punto dove l’esperienza emotiva (attraverso l’arte) porta a una purificazione delle emozioni, placando l’impulso all’azione. Parliamo di duemila e passa anni fa.

L’immersione in storie di ribellione contro l’ingiustizia può offrire un senso di appagamento che, invece di tradursi in mobilitazione reale, finisce per sedare il desiderio di cambiamento, e come un palliativo offre al pubblico un’esperienza sostitutiva di trasgressione o protesta, senza mettere in discussione l’ordine sociale al di fuori della finzione – e, soprattutto, senza rischiare botte o fedina penale macchiata.

Un meccanismo che alcuni artisti hanno rifiutato e di cui vedevano i limiti.

Bertold Brecht (più volte citato nelle opere di Moore, guarda caso più volte citato in questa riflessione) ha sviluppato il concetto di Verfremdungseffekt (l’effetto di straniamento) per rendere più difficile l’identificazione con i personaggi e stimolare una riflessione critica che potesse tradursi in rifiuto dell’individualismo, nella socializzazione (che bella la doppia lettura di questa parola) e quindi nell’azione.

Magari lo ha fatto perché sentiva il mio stesso dubbio. O forse cerco solo di giustificare il mio farmi pare mentali.   

Cui prodest?

Ma se davvero le tante storie di ribellione servono a placarci, a chi giova che la rabbia generata da Watchmen si disperda con lo spegnersi dello schermo? Che l’indignazione de I racconti dell’ancella termini una volta girata la pagina?

Che il realizzarsi nella vita reale di tutte le distopie che ci siamo letti e guardati in tanti anni annichilisca la capacità di credere che qualcosa di diverso sia possibile?

Magari a chi non vuole che un mondo diverso sia possibile.

Come scrive David Treuer, membro della tribù Ojibwe, nel suo libro The Heartbeat of Wounded Knee: Native America from 1890 to the Present: “La forma del racconto crea il mondo” e lo fa per indicare come il modo in cui una comunità racconta la propria storia plasma anche la realtà che quella comunità vive. Per Treuer, continuare a rappresentare la storia dei nativi americani solo come una lunga sequenza di sconfitte e tragedie rischia di condannarli a un destino già scritto.

È quindi importante raccontare, ma non è sufficiente. 

Serve partecipare oltre la sicurezza della pagina o dello schermo. E per farlo non è che necessariamente si debba andare al fronte, adesso, o in montagna, nemmeno a sedersi davanti al Ministero per farsi identificare e portare in centrale senza motivazione.

Non sto dicendo che dobbiamo andare ad ovest, al Nero Cancello di Mordor (lo so che non sta ad ovest, non fatemela tagliare fine) e partendo con la lancia in resta.

Ma che farsi sentire, partecipare, crea piccoli gesti di Resistenza che messi insieme rinforzano – o creano – coscienza collettiva.

L’apatia è il male vero. E la prima ribellione che dobbiamo portare avanti è quella contro la nostra vena autoassolutoria, che scambia la pigrizia per fatalismo.

Sapete cos’è ribelle? Usare gli strumenti di cui altre ribellioni ci hanno dotati e che a qualcuno davvero fa comodo siano sempre meno utilizzati.

Quindi, finito l’ennesimo rewatch del discorso di Aragorn, spegni la TV e non andare a letto: fai qualcosa di ribelle. Lo dico più esplicito?

L’8 e 9 giugno c’è un referendum.
Informati.
Poi alza il culo e vai a votare.


  1. Volutamente lasciata in inglese. Le strategie di advocacy sono azioni pianificate e coordinate messe in atto per influenzare l’opinione pubblica, i decisori politici e/o le istituzioni al fine di promuovere un cambiamento sociale o culturale, coinvolgendo campagne di sensibilizzazione, petizioni, azioni legali o legislative come proposte di legge, l’educazione pubblica e, soprattutto, un uso strategico dei media (storytelling, social media, stampa). ↩︎
  2. La lega degli uomini straordinari ↩︎
  3. WHY READING FICTION IMPROVES EMPATHY AND COMMUNICATION SKILLS. (2025). Modern Education and Development18(5), 50-55. https://scientific-jl.com/mod/article/view/100 ↩︎
  4. Kids who read fiction are more engaged, empathetic citizens. (2018). Mike Kalin
    https://www.wbur.org/cognoscenti/2018/02/22/civic-literature-mike-kalin ↩︎
  5. L’opera da tre soldi, atto II, “Secondo finale da tre soldi”. B. Brecht ↩︎

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Gaia Facchetti

Gaia, classe ’90, lettrice con una predilezione per fantasy-horror-weird. Fangirl nostalgica degli archivi e dei loro flames, beta-reader da sempre, feticista della narrativa mignon, collaboratrice riottosa di rassegne editoriali da oltre dodici anni.

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