Ho acchiappato L’alba sulla mietitura su MLOL poco dopo l’uscita e l’ho letto in qualche giorno, ma mi sono presa qualche tempo prima di recensirlo per vedere come avrebbe reagito il fandom di Hunger Games a questa nuova storia dedicata a uno dei personaggi più amati della trilogia originale: Haymitch.
Premetto che questa recensione sarà negativa, tanto per non girarci intorno, e che si concentrerà su due domande principali – perché potenzialmente potrei rantare da qui all’eternità – ossia:
- Questo libro è un buon prequel?
- Questo libro si può ancora definire una distopia?
Faccio anche una seconda premessa. Ero forse appena fuori target quando è uscito il primo libro di Hunger Games, non più young adult, che ho tuttavia ho divorato nei viaggi in treno da e per l’università e che ho trovato molto affascinante per il tema della comunicazione, dell’uso dei media e della propaganda per normalizzare una carneficina in un programma televisivo e al contempo in uno strumento di controllo delle masse.
In partenza
Quattro corsi, da settembre
Sono quel tipo di lettrice che preferisce l’applicazione delle teorie della comunicazione di massa agli sbaciucchiamenti, eh già.
Gli Hunger Games, concettualmente proprio, per l’aspetto mediatico sono molto più terrificanti dello spunto di Battle Royal, secondo me. Da un lato rimarcano ogni anno la frattura insanabile tra la capitale e i distretti e il relativo rapporto di dominazione; dall’altro si svelano man mano per lo strumento di controllo e potere che sono, anche sugli abitanti della stessa Capitol City.
Il tema socio-politico poi sfuma tra il secondo e il terzo volume, quando la storia si ricorda di essere una distopia young adult e che la questione più importante sia la scelta del pretendente finale da parte di Katniss, ma le premesse rimangono molto interessanti. E, personalmente, l’aspetto “comunicazione & potere” è quello che ho trovato più degna di nota anche nel primo prequel firmato da Suzanne Collins, La ballata dell’usignolo e del serpente, che racconta l’anno in cui gli Hunger Games vengono trasformati da mera punizione a show televisivo e in cui vediamo un giovane Coriolanus Snow contribuire attivamente a creare molti degli aspetti più raccapriccianti dei giochi, come il sistema di scommesse e le sponsorizzazioni.
Quindi, per quanto il precedente volume non mi avesse particolarmente presa dal punto emotivo o della trama principale (io, scusate, mi rifiuto di provare qualunque tipo di commozione per Snow, tanto più che a tratti mi è parso ridicolo), c’era almeno un po’ di worldbuilding e di allargamento della storia originale che mi ha interessato. Ciò lo rendeva un prequel sensato, a mio parere, perché soddisfaceva la sua funzione principale: raccontare l’antefatto della storia originale arricchendo di dettagli, retroscena e dando un maggiore significato a quanto avevamo già letto o visto.
L’alba sulla mietitura è un buon prequel?
No, diciamolo subito: non è un buon prequel. Parliamo di un libro di oltre 300 pagine in cui non solo non otteniamo un vero approfondimento di Haymitch, ma assistiamo a diversi personaggi della serie originale snaturati e a una trama che porta a ridimensionare la storia di Katniss, anziché aggiungerle spessore.
Sapevamo già cosa fosse successo a Haymitch: mietuto in occasione dell’Edizione della Memoria precedente (24 anni prima dell’edizione in cui Katniss si offre volontaria per salvare Prim, per capirci), riesce a vincere sfruttando il campo di forza che delimita l’Arena per uccidere l’ultimo tributo rimasto. Snow teme che possa finire per diventare un simbolo di sfida a Capitol City (di fatto usa l’Arena contro i Giochi) e per ricordargli che non può sfuggire al sistema, neppure da vincitore, gli stermina la famiglia e la fidanzata.
Avrebbe potuto essere interessante, ma L’alba sulla mietitura è solo una brutta copia del primo Hunger Games
Questo libro ripercorre di fatto la prima edizione di Katniss, ricreando un ciclo di eventi sovrascrivibile con pochissime variazioni sul tema e infarcendo la trama con tante comparsate di personaggi più o meno noti, a partire dai genitori di Katniss, per continuare con diversi dei Tributi che incontriamo ne La ragazza di fuoco, con Plutarch ed Effie. Un’operazione che definirei solo fanservice becero, ma veramente becero, che non mi ha commossa o emozionata, ma solo infastidita. L’effetto è quella sensazione di gomitata da parte di Suzanne Collins a dirci “ehi, ehi, guarda chi ci ho messo”, lo stesso che Leo Ortolani percepiva vedendo i film di Star Trek firmati da J.J. Abrams.

Ora, ovviamente un buon prequel si può permettere di giocare sull’effetto nostalgia, e capisco la necessità di questo volume di mantenere il pubblico fidelizzato e, allo stesso tempo, poter interessare una nuova generazione di lettori (il primo volume in fondo è uscito nel 2008). Due obiettivi che richiedono un equilibrio molto delicato, che Collins insegue ma non azzecca.
Da lettrice fidelizzata io non ho provato piacere a ripercorrere *di nuovo* tutta la trafila dei preparativi, dalla mietitura all’addestramento alle interviste, una trafila che non va ad aggiungere granché a quanto già sapevamo dalla storia originale. Se nella Ballata aveva un senso perché ci sono enormi differenze tra le esperienze di tributi di Lucy Gray e di Katniss (e 65 anni circa), non esiste alcun senso narrativo sensato perché questi Giochi inizino oltre il 60% del libro.
Altro esempio della pigrizia nella scrittura di questo romanzo è la decisione di proporre *ancora* un’arena boscosa che da quella di Katniss differisce giusto per le risorse naturali velenose e una varietà più colorata negli ibridi creati per uccidere i tributi. Pensando a Wiress, e alla sua surreale arena tutta di specchi e superfici riflettenti (descritta in qualche riga en passant, giusto per farti venire l’acquolina di un setting originale e rosicare dopo quando sei *di nuovo* nel bosco), questa pigrizia fa girare ancora di più le palle che non ho. L’autrice potrebbe anche offrire delle idee brillanti e innovative, ma decide di usarle come riempitivo perché sarebbe troppo sbatti svilupparle davvero.
Una dimostrazione del calo della qualità ne L’alba sulla mietitura
C’è un’involuzione dello stile e della qualità della scrittura che sinceramente io non riesco a spiegarmi. Anche nella descrizione e nei comportamenti dei personaggi: Katniss – diciamolo – non è la più sveglia delle eroine, ma fin dall’inizio del primo volume è perfettamente consapevole dei rischi che correrebbe la sua famiglia se fuggisse, se non seguisse le regole o se si ribellasse al meccanismo dei Giochi.
Com’è possibile che lei decida, a sedici anni, di non voler diventare madre per evitare di sottoporre anche i suoi bambini alla Mietitura… ma abbiamo Beetee che non solo ha un figlio, ma ne fa pure un altro dopo che il primo viene selezionato come Tributo per punire un suo errore? E che quindi rimane nel sistema per paura che anche il secondo diventi un bersaglio per Capitol City, ma senza lasciare l’ancora abbozzata resistenza?
Questo è un altro punto dolente: il libro si concentra molto e allo stesso tempo troppo poco sulla “nascente” ribellione, in cui sappiamo già che militano sia Beetee sia Plutarch, sebbene in maniera pasticciatissima. Ai primi giochi di Katniss mancano 24 anni: gente, mi viene da chiedere, ma che avete fatto per un quarto di secolo?
Perché la definisco pasticciata? Perché mi sembra a dir poco improponibile – per quanto Beetee sia in fase nonsense per la mietitura del figlio – che coinvolgano un ragazzo appena conosciuto ed estremamente poco affidabile come Haymitch in un piano… che tra l’altro non prevede vie di fuga! Malgrado non sia uno dei favoriti, Haymitch potrebbe decidere di giocarsela fino alla fine e provare a vincere: per quanto magra, è una possibilità in più di sopravvivere che ridicolizzare Capitol in diretta tv senza la minima idea di come scappare.
Se ci pensiamo, Katniss non viene informata di una ribellione se non alla fine del secondo volume e i “maneggi” de La ragazza in fiamme le vengono presentati come manovre disperate dei tributi per cercare di salvarsi per un motivo specifico: lei non è ritenuta affidabile, in primis proprio da Haymitch. Le si legge la verità in faccia e ha spesso reazioni “di pancia”, che non si adattano a un piano segreto.
Per certi versi, il giovane Haymitch che incontriamo in questo libro è ancora meno affidabile, tant’è vero che si lascia coinvolgere dal piano di Beetee per far saltare l’Arena senza motivi particolari se non un buonismo da “salviamoci tutti” che in questo momento del regime di Capitol – che dovrebbe essere nel pieno della sua forza, e invece sembra gestito da dilettanti allo sbaraglio – e senza minimamente pensare alle conseguenze che potrebbe subire la sua famiglia a casa.
Il piano sfuma, Haymitch in qualche modo viene comunque reclutato – senza però specificare cosa voglia dire, specie dopo il suo tragico ritorno a casa, che non ha assolutamente senso – quindi di nuovo buio fino ai 74° Hunger Games.
La vita di Haymitch DOPO i giochi: un’occasione mancata per ampliare il racconto di Hunger Games
Ecco: se la scena del ritorno a casa pieno di speranze e della scoperta dell’incendio e dellla morte della fidanzata fossero state all’inizio de L’alba sulla mietitura e se il romanzo si fosse concentrato sui venti e passa anni di buco tra questa storia e la trilogia originale, dandoci modo di vedere i Giochi da un punto di vista diverso, che non fosse né quello dei Tributi nè quello dello Stratega, ma quello del Mentore del Distretto più sfigato che prova a salvare i suoi Tributi, precipitando nell’alcolismo più nero, ci sarebbero stati i presupposti per un ottimo romanzo e per lo sviluppo di un personaggio istrionico.
Quanto Haymitch è davvero un ubriacone? Perché in realtà sappiamo che per cercare di aiutare Katniss e Peeta si ripulisce in un tempo praticamente nullo (salvo poi avere le crisi di astinenza nel terzo volume… boh). Suzanne Collins ha mai avuto a che fare o ha mai visto un alcolizzato pluridecennale? Si è documentata?
Quanto ha imparato quest’uomo negli anni, quanto sa giocare secondo le regole di Capitol? Anche a livello di trauma, pensiamo questo ragazzo che solo a un anno dall’aver lottato per la sua vita, a un anno dall’aver perso tutto, si trova ad assistere come mentore dall’esterno, potendo vedere ogni cosa ma non poter intervenire in alcun modo. O non sarebbe stato più interessante vedere come ha cercato di anestetizzarsi dalla responsabilità di non essere riuscito, per 23 volte, ad aiutare i ragazzi che gli erano stati affidati?
La tragedia del personaggio va ben oltre i 50° Hunger Games e il contenuto de L’alba sulla mietitura
Perché Haymitch perde i suoi “amici” nell’Arena, la sua famiglia, la sua fidanzatina dei sedici anni… ma anche quei 46 tributi prima di Katniss e Peeta che hanno inutilmente contato su di lui. Il che vuol dire che questo personaggio deve convivere anche col giudizio delle relative famiglie che lo avranno magari incolpato di non aver saputo aiutare gli agnellini sacrificali di turno.
Haymitch alla fine della fiera è un paria, puro e semplice: vive in completa solitudine nel villaggio dei vincitori del suo distretto circa cinquanta settimane l’anno, probabilmente anche abbastanza disprezzato dai suoi concittadini, salvo quei circa quattordici giorni in cui lo riportano a Capitol e lo obbligano ad assistere alla morte in diretta di altri ragazzi come lui (i suoi, ma anche gli altri ventuno destinati a morire), giusto anche per rinfrescare il trauma, senza che i Tributi del Distretto 12 abbiano la minima possibilità di farcela. Sarebbe stato interessante, per esempio, capire perché non si sia suicidato a una certa, altro che bere… anche perché dopo aver perso i suoi cari non aveva più niente da perdere. Forse proprio per cercare di aiutare le nuove vittime sacrificali delle mietiture?
Sinceramente un vago accenno che sia “entrato nella resistenza” come motivazione per vivere non mi basta, anche perché è poco credibile: andiamo, voi lo vorreste un ubriacone disperato nel vostro gruppo supersegreto per lavorare in clandestinità?
Tutto questo sarebbe stato immensamente più interessante e profondo che ripetere per la quarta volta tutta la trafila dei Giochi. Quei pochi personaggi originali inseriti servono solo per far figurare bene quelli che già conosciamo, come l’accompagnatrice del Distretto 12 che è palesemente scritta come una iena per far brillare l’entrata in scena di Effie, una Effie che però è incoerente rispetto alla affascinante fedelissima a Capitol City e ai Giochi che conosciamo con Katniss. Quindi siamo OOC.
Come OOC appare Plutarch, molto più resistente che nella trilogia, molto più coinvolto dal punto di vista dei contenuti. Ora, il Plutarch che abbiamo visto all’opera è un maledetto opportunista: non auspica la fine del sistema di Panem, vuole solo forzare un cambio di vertice… Fra l’altro fallendo per 25 anni, lo ripeto perché mi sembra folle. A questo punto non faceva meglio ad aspettare ancora un po’ che Snow, anziano e debilitato, morisse? Serviva davvero tutta la manfrina del Canto della rivolta, a questo punto?
Per come la vedo io, questo “primo tentativo” con Haymitch rende Katniss non un’eroina “riluttante”, ma una pecora mandata al macello da un’organizzazione segreta (come un qualunque Albus Silente che pianifica di giostrare Harry Potter per un bene superiore). Qui non si arricchisce la storia originale: la si sminuisce.
Anche perché, davvero, l’incompetenza della macchina organizzativa di Panem in questo libro non giustifica un regime che poi continua a stare in piedi per altri 25 anni come se i Giochi definissero l’ordine sociale di milioni di persone. Se ci pensiamo, non abbiamo idea di come funzioni la macchina amministrativa di Panem: c’è Snow, gli strateghi e i Pacificatori, ma nel mezzo? I regimi cadono più per l’incompetenza con cui i vertici si circondano per evitare minacce che per l’azione dei nemici, lo sappiamo per esperienza, ma ci sono dei limiti. È impensabile che con i vari errori banalotti di questo libro il regime di Snow regga per un altro quarto di secolo. E ci sono delle cose del tutto insensate: gli stagisti strateghi che entrano nell’Arena con lo spazzolone per pulire (cosa, il bosco?) mentre i Tributi sono nella stessa area… ma sul serio?!
Quando scrivi una distopia, ma ti dimentichi di tutto l’elemento sociopolitico… la possiamo definire ancora distopia?
Ho argomentato le motivazioni per cui, per me, questo non è un buon prequel. O un buon romanzo. Ora vorrei passare al perché faccio fatica a considerarlo una distopia – figurarsi una buona distopia.
In questo volume il tema della società e della politica è inesistente, sia come contenuti sia come esperienza condivisa. È un prequel: sappiamo già che la storia finirà male, che il regime non cadrà. Quindi a che pro inserire una ribellione? La mia sensazione è che la Collins lo abbia fatto per dare un po’ di speranza ai lettori, oltre che per giocare su elementi noti, ma lo sviluppo è molto raffazzonato, così come quello dell’alleanza tra i tributi non-favoriti, narrata quasi col tono della gita scolastica, che finisce nel nulla quando Haymitch si sfila per “proteggerli” (secondo me la Collins si è resa conto che avrebbe avuto più di dieci personaggi da gestire insieme e, diciamolo: non è il suo forte).
Mi viene abbastanza scontato il paragone con Star Wars: l’Impero dura circa 25 anni e anche in quell’universo abbiamo film e serie prequel che ricostruiscono i vari semi da cui è germogliata la ribellione: abbiamo i gesti eroici e il sacrificio di Rogue One, ma anche il lato politico (ed economico: le ribellioni costano vite e soldoni sonanti) in Andor. È un lavoro lungo, che richiede pianificazione e sotterfugi delicati, perché il rapporto delle forze chiaramente è molto, molto sfavorevole.
Ne L’alba sulla mietitura, invece, Beetee avvicina Haymitch con nessuna garanzia che decida di partecipare e non lo tradisca (certo, c’è stata la scena drammatica della parata con quanto succede a Louella, ma è abbastanza?) ma soprattutto non c’è nessun piano per dopo, almeno, Haymitch non lo chiede nemmeno! Ne La ragazza di fuoco, i personaggi alleati lavorano intorno a Katniss, che ha come unico obiettivo far sopravvivere Peeta, senza che lei se ne renda conto. Solo quando viene portata via verso il Distretto 13 le rivelano la verità, ma, come dire… c’era un sistema di fuga. E c’era la speranza che il sotterfugio funzionasse, soprattutto. Perché *le ribellioni si basano sulla speranza*, ribadisco citando ancora Star Wars.
In questo libro, noi sappiamo già nel momento in cui Beetee avvicina Haymitch che il loro piano fallirà. Non possiamo non saperlo, se abbiamo letto gli altri libri. Allora che senso ha, se non infastidire con la ripetitività del tema già visto e portato a casa..?
Non basta dire “ribelliamoci” per essere credibili
I preparativi di questo piano e la mancanza di preparazione per le conseguenze forse meritavano di avere più spazio della lunga descrizione di come si possa creare un circuito elettrico con una patata capace di accendere una lampadina. E vorrei scherzare nel dire questo, ma tragicamente è quello che succede in questo libro.
Anche la ribellione di Beetee resta estremamente confusa nelle motivazioni, se non un generale “Capitol City è cattiva”: nel libro ci viene detto che suo figlio viene mietuto e destinato a morire perché ha tentato di togliere la corrente alla città. E non c’è altro. Non lo so, io forse mi aspettavo un taglio più politico, proprio per capire come si è dato il via alla ribellione, magari anche una giovane Alma Coin ancora idealista, che sogna davvero di liberare Panem, prima di trasformarsi in una potenziale tiranna non tanto lontana da Snow.
Trovo irritante che si prenda un tema comunque politico come questo e lo si renda una trama senza fondamenta e senza ragionamento. Non siamo più in un film anni ‘80, nel primo Star Wars… Anzi, questo paragone calza proprio a pennello, perché proprio in questo periodo si è conclusa la seconda stagione di Andor, che si è concentrata sulla creazione della ribellione contro un sistema fascista e dittatoriale com’è l’Impero e sulle scelte tremende che a volte bisogna compiere per arrivare al risultato finale, al bene superiore. Siamo passati dalla singola frase, per quanto recitata con immensa profondità, “molti Bothan sono morti per darvi questa informazione”, a mostrare i sacrifici che davvero i ribelli fuori scena hanno compiuto, signori nessuno che però permettono agli eroi di compiere “l’ultimo miglio”, contribuendo così a rendere possibile la vittoria e la libertà.
Il confronto è impari, sicuramente (fandom, mezzo di comunicazione e target diversi), eppure mette in evidenza che questo libro di Hunger Games sembra un atto performativo, al contrario. Le morti nell’Arena – che l’autrice quasi sempre sceglie deliberatamente di non mostrare se non a cose fatte, anche perché alcune soluzioni sono davvero grottesche – dipendono comunque da Capitol, non dai ribelli, per dire, e la dimensione rimane “romanticizzata” per cui i buoni sono da una parte e i cattivi dall’altra, senza sfumature né complessità.
Sono molto lontani i giorni della discussione tra Katniss e Gale su quanto *oltre* fosse lecito spingersi – quando lui le mostra l’idea per le bombe in due tempi per creare una narrazione da cui gli avversari escono come criminali di guerra – e questa involuzione proprio non l’ho apprezzata. Poi certo, anche ne Il canto della rivolta il processo di pacificazione e di rinnovo della società di Panem dopo la morte di Coin e di Snow sfuma nel nulla (*snort*), però qui non ci si prova neanche. Il continuare a replicare elementi sia dei libri originali che dell’altro prequel, per esempio, mi ha reso impossibile appassionarmi alla storia “d’amore” di Haymitch (la metto tra virgolette perché boh, ne potevamo fare a meno sinceramente).
Può anche essere che sia un problema di momento attuale, in cui spesso l’attivismo si interseca con la performance sui social network (su questo tema, vi rimando all’ottimo articolo di Gaia). Tuttavia questo libro con una trama telefonata mi ha fatto sentire una guardona sul dolore altrui senza però né appassionarmi, né farmi trovare un collegamento con l’attualità. In questi mesi dall’uscita, di nuovo, sono stati i fan a spendersi tantissimo sui social per trovare connessioni con quanto sta succedendo nel mondo, in particolare negli USA… quando la reference più appropriata, ahimè, rimane sempre il buon vecchio 1984 (con quella spruzzatina del Racconto dell’ancella che fa venire i brividi).
Siamo consapevoli che con questo libro non siamo più i ribelli al fianco di Katniss, ma i cittadini di Capitol City?
La pornografia del dolore e del dramma è l’altro elemento che mi ha disturbato in un libro che dovrebbe comunque avere una cifra politica, se non altro perché così viene venduto, anche per il lavoro di rielaborazione che sta avvenendo sui social network.
Mi ha dato fastidio in particolare l’inserimento di certi elementi per riportare tutta l’esperienza e le motivazioni di Haymitch sul piano personale. L’occhiolino dell’autrice che spinge ad andare a rileggere scene della serie originale con la lente di questo libro, come se si potesse condividere il dolore o la pena solo se implicano la perdita di un’amica o di un fratello, fa perdere il senso di universalità che una distopia secondo me dovrebbe avere.
Questo bisogno di fatti lacrimevoli ad arricchire la storia di Haymitch mi sa quasi di voyeurismo, devo ammettere, anche perché è così tutto raccontato (l’autrice ci dice più e più volte quanto dobbiamo stare male e in quali punti)… Solo che invece di star male, invece di soffrire, mi sono sentita in mezzo ai cittadini di Capitol che assistono alle interviste di Cesar e si appassionano alle storie tristi dei tributi e decidono di fare il tifo per loro. Consideriamo tutti gli Hunger Games di cui abbiamo letto: di oltre metà dei Tributi conosciamo a malapena il nome e il Distretto da cui provengono; gli altri non sono importanti, in quanto carne da macello “necessaria” il cui ruolo nella storia è morire per arrivare alla conclusione dei giochi.
Non li conosciamo, non ci appassioniamo a loro, in fondo non ce ne frega nulla che muoiano in maniera atroce. Al massimo, servono a creare un po’ di pathos, ma poi addio. E, di nuovo, almeno Katniss quando deve fare il giro dei Distretti si pone la questione di non avere molto da dire su praticamente nessuno dei Tributi a parte Rue, perché ha interagito con pochissimi di loro – e nella maggior parte dei casi solo perché questi hanno cercato di ucciderla.
Noi che leggiamo quanto meno lo sappiamo e siamo lì, come il pubblico dentro al romanzo che frigna perché poverelli, i personaggi soffriranno tanto, ma non mette in discussione il sistema che li porterà a morire (del resto nessuna è incinta in questa edizione…Trovo triste anche che sia molto più centrata sull’attualità la trilogia originale pubblicata tra 2008 e 2010, ouch, che questo libro). Lo sapevamo già, è un prequel, ma il punto era il percorso, le implicazioni socio-politiche… e invece no, qui salta tutto, ma ehi, c’è una citazione di Orwell e ben due di Hume all’inizio, a posto così.
Una scena di esempio: nel primo film, Haymitch assiste con disagio a un quadretto familiare in una delle piazze di Capitol, un bambino scarta un regalo, una spada giocattolo, e comincia a inseguire la sorella mimando gli Hunger Games. Vediamo Haymitch che quasi si rattrappisce nel vedere questi due bambini che, nella loro assoluta innocenza, ripetono quello che per loro è, di fatto, un gioco che a loro non toccherà mai. È davvero necessario andare a rileggere quella scena con la lente del dolore per Louella – l’amica di Haymitch mietuta con lui che fa una fine atroce – o per il fratellino? Non è minimizzante pensare che l’orrore dei giochi sia condivisibile solo al pensiero che un nostro caro sia coinvolto? Per me è inquietante.
L’orrore che prova Haymitch in quella scena dovrebbe far capolino anche a noi ogni volta che vediamo regalare armi giocattolo a bambini nel nostro contesto reale e vediamo insistere nel “giocare alla guerra”, perché di fatto è la stessa cosa e, anche se non sta accadendo nel nostro territorio specifico.
La stessa cosa vale per Snow: poteva essere interessante vederlo nella Ballata diviso tra la possibilità di una storia d’amore con una ragazza *outsider* (ricordiamoci che i covey sono una rappresentazione un po’ razzistella dei traveller) – in realtà no, lo svolgimento è molto discutibile – ma da qui a legare anche il suo astio per Haymitch ai parallelismi con il suo passato con Lucy Gray diventa molto grottesco. Possiamo avere un dittatore che opprime un paese perché crede di portare l’ordine e intanto di affermare il proprio potere, come alla fine davvero avviene?
Dal libro alla realtà: la banalizzazione della guerra e del crescente controllo nella società contemporanea
Ecco, considerando l’ansia che a me sta mangiando viva da qualche anno a questa parte, in questo revival del ’900 che stiamo vivendo, mi manca proprio l’aggancio del libro al reale. Davvero, penso che i fan si stiano impegnando tantissimo a cercare riferimenti che però non compaiono tra le pagine di questo libro.
Stiamo vivendo un’epoca in cui è sempre più normalizzata la guerra, quasi banale – basti considerare che si parla in maniera totalmente inefficace solo di due fronti di crisi quando secondo Global Peace Index ci sono 56 conflitti attivi adesso – e dovrebbe preoccuparci tutti la normalizzazione e l’adozione di un linguaggio bellico in qualunque campo della società. Pensiamo a quando si doveva vincere la “guerra al Covid”.
La banalità con cui si parla di conflitto come se fosse inevitabile, quando il punto dovrebbe essere andare oltre a questo paradigma vecchio di secoli che ha anche un po’ rotto, francamente. E la letteratura distopica e più in generale la fantascienza dovrebbero non solo puntare il dito verso i pericoli di un certo sistema autoritario, ma anche immaginare soluzioni per andare oltre. Qui abbiamo un esercizio di stile, un filler inutile che manca l’occasione per arricchire il quadro della storia ma anche per porsi le domande che dovrebbe.
Ecco, paradossalmente la riflessione più forte in tema distopico la Collins è riuscita a suscitarmela con la sua assoluta mancanza di contenuti a tema politico, se non quelli dati per assunti dai libri precedenti. Questo volume di Hunger Games accetta e fa sua la crescente disumanizzazione che la nostra società condivide per cui le vittime sono inesistenti finché non sono un nostro contatto personale o finché non si riesce a trovare qualcosa in comune. Una strumentalizzazione dell’empatia che mi preoccupa, perché io mi ritengo un’umanista e penso che dovremmo condividere un senso di comunione in quanto appartenenti alla stessa specie.
Aver bisogno di un contatto personale è uno dei problemi contemporanei nel creare dei movimenti politici forti, perché manca sempre di più la capacità di trovare un campo comune, focalizzandosi sempre di più sulle differenze. Per me Haymitch che aborrisce lo scherno degli Hunger Games per orrore umano in sé rimane molto più potente di questa nuova interpretazione che si concentra sul dolore personale.
Se non usciremo dalle esperienze dei singoli per costruire nuove identità collettive variegate, complesse, che sappiano unire sui valori condivisi e non dividere sulle piccole differenze, che richiedano più riflessione e approfondimento di un contenuto social… Allora sarà davvero difficile immaginare un mondo diverso, figuriamoci costruirlo. La letteratura distopica finora ha svolto un ruolo di sentinella e di allarme sulle possibili derive autoritarie. Non credo debba diventare un manuale di istruzioni su come si fa attivismo, ci mancherebbe, però neanche usare una spruzzatina annacquata di temi politici per un prodotto pop il cui unico scopo è strappare una lacrimuccia e un po’ di indignazione.
Poi per carità, non c’è nulla di male in un buon libro di intrattenimento… anche se, sigh, non è comunque questo il caso, se non si fosse capito dal mio lungo rant. Per quanto Hunger Games si confermi un brand di successo, visti anche i nomi che stanno girando per l’adattamento cinematografico – sebbene il primo prequel al botteghino non abbia poi fatto faville, anche a causa delle polemiche sull’attrice protagonista – mi chiedo se anche in questo caso non sia arrivato il momento per Suzanne Collins di dedicarsi ad altri scenari… oppure di passare il testimone del suo futuro distopico ad altri autori, che magari potrebbero innestare un po’ di linfa nuova a un progetto che sembra ormai davvero aver più nulla di nuovo da dire.





