Cosa imparare dalla Scuola Holden

Scritto da

Gaia Facchetti

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Cosa imparare dalla Scuola Holden
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Cosa imparare dalla Scuola Holden: che insegnare storytelling non implica saper applicare lo storytelling

Quasi un anno esatto fa, il gruppo Feltrinelli acquisiva il 10% di Adelphi – e io, nell’occasione, mi lamentavo di come le sue azioni nel passato decennio fossero un po’ inquietanti per chiunque non consideri il monopolio una bella cosa.

Ricordavo che pure il controllo al 100% della scuola Holden, per quanto certo positivo per le casse di entrambi gli attori, poteva non esserlo per l’ecosistema editoriale, creando un circuito chiuso controllato dalla stessa azienda, che cresce autori, li pubblica, li promuove, li distribuisce, li vende, li premia.

Credevo non ci sarei mai tornata su.

E invece, negli ultimi giorni, la Scuola Holden si è trovata al centro del dibattito pubblico, non per meriti, ma per l’ondata di critiche che mettono in discussione il suo modello economico, educativo e territoriale. Oltre che per le effettive capacità nell’utilizzo di quello “storytelling” che in modo così ricorrente viene nominato come perno della proposta formativa.

Ma partiamo dall’inizio.

La filiera della creatività: istruzione? Mercato?

Tutto comincia il 16 Giugno con un articolo pubblicato su Scrollo, ergo dubito, newsletter/blog (come si definisce un Substack in modo generico?) di Kants Exhibition, intitolato La scuola Holden e la filiera della creatività a pagamento.

Si tratta di un racconto, o forse sarebbe meglio chiamarlo sfogo, con cui l’autrice ripensa al biennio 2018-2021, passato presso la scuola di scrittura di Torino.

Il racconto è personale, certo, e forse ingenuo nel credere che una azienda, per quanto con finalità culturali, possa avere interessi oltre il proprio tornaconto economico; e possa davvero decidere di calmierare prezzi o diminuire gli iscritti su base meritocratica…

…dico ingenuo, ma forse la parola giusta sarebbe “romantico” ed è un romanticismo che riconosco, per quanto non abbia mai sognato di frequentare quella scuola: è quello del giovane che spera qualcuno gli mostri esattamente i passi da fare per raggiungere il proprio sogno. 

Dicevo.

All’interno dello sfogo dell’autrice, ci sono alcune cose molto interessanti, a maggior ragione alla luce di quanto sarebbe accaduto nei giorni successivi: il contrasto fra l’immagine che la scuola dà di sé e la realtà, tanto competitiva quanto confusionaria, opaca e priva di reali strumenti di feedback. E il senso di disperazione imperante sotto i lustrini. 

Un’impalcatura, insomma, che serve più a sedurre e imporsi come brand culturale che a formare. La motivazione potrebbe essere semplice: quando entri alla Holden non sei uno studente, ma un cliente.

E tutto per 20.000 modici Euro.

Va in scena lo storytelling

Abbiamo una critica. Legittima o meno, poco importa: chi lavora con le storie sa bene che non è la verità che determina il valore, ma l’abilità nel raccontare.

E da una istituzione trentennale che fa delle storie (romanzi, sì; ma anche tv, cinema, social, storytelling aziendale…) il suo business, ci si poteva aspettare un commento all’altezza, che prendesse la critica e con garbo la rispedisse al mittente.

Dopotutto, come abbiamo detto, la Holden è una scuola privata, molto costosa, che insegna lo storytelling e lo fa con un’accurata sceneggiatura di sé.

Esplicitamente nessuna risposta è venuta ma, con tempismo sospetto, su TikTok e poi su Instagram e Facebook è apparso un video.

Ne resta una copia solo su questa pagina: l’originale, purtroppo, è stato presto cancellato. Chissà perché. 

Forse perché, a leggere i commenti indignati online, il pubblico non ha gradito. 

“Classismo” e “sessismo” tornano spesso, in quei commenti, e sembra proprio che nel ricercare l’intento goliardico si sia finita per mostrare una superficialità aberrante e una totale mancanza di comprensione del target. Ammetto una personale difficoltà a credere che una persona con qualche competenza in social media managing possa davvero aver creduto  che la reazione sarebbe stata una partecipe risata.

Come può non nascere una shitstorm davanti a chi, invece di affrontare il dibattito e le critiche nel merito, filma alcuni… genitori? Nonni? Mentori? Chiedendo se fossero stati o meno ben spesi quei “venti kappa”.

“Venti kappa son venti kappa”, si apre, in pieno spirito da cumenda.

Seguono battutine dal vago puzzo sessista, giovani finto scocciati, genitori che si rimbalzano l’effettivo esborso della retta, lacrime strappastorie davanti agli occhi felici dei fanciulli, così felici. Davvero, felici. Ho detto felici?

Forse su carta la strategia era pensata per mostrare il lato giocoso del brand, ma si è finita malissimo, tanto che il video è stato rimosso in poco tempo.

Dopotutto, si tratta di una scuola che si vende come incubatrice dei narratori di domani, innestandosi nell’immagine etica e istituzionale del gruppo Feltrinelli.

Forse si poteva pensare a qualcosa di meno catchy e che entrasse nel merito delle critiche.

Forse, eh.

Ricadute reali: la questione territoriale

Fingiamo che il video sia stato accolto con calore dal pubblico.

Comunque non c’è una risposta, non un “grazie al corso ho trovato lavoro”, non un “ho potuto lavorare gomito a gomito con una autrice che adoro”, “l’investimento migliore di sempre, adesso sforno un bestseller al mese”.

Non ci prova nemmeno a giustificare in qualche modo la cifra, si limita solo a difendere l’esclusività di un club culturale, un ambiente autosufficiente, ad ascoltare le critiche  di Kants Exhibition, dove chi trova lavoro lo fa presso la scuola stessa o aziende amiche che poi si inseriscono nell’insegnamento; e così facendo, evita il confronto e di rispondere nel merito, con statistiche. Come farebbe una azienda, visto che come tale si pone.
Un tipo di risposta che può permettersi solo chi già si trova in posizione di privilegio.

Non solo in senso figurato.

Leggendo il post di Luca Gringeri si scopre che la scuola Holden è stata anche strumento attivo (o quantomeno complice silente) di un processo di gentrificazione urbana.

Con lo spostamento in Borgo Dora e lavorando assieme a altri attori come Lavazza, il Comune e il MeRcato Centrale, la scuola ha partecipato a un’operazione di “riqualificazione” che ha trasformato un quartiere popolare in zona “attraente”, al modico prezzo dello sgombero dell’Asilo Occupato, della militarizzazione del quartiere Aurora e della sparizione progressiva del “Balonaccio”, il mercatino delle pulci che si trovava dietro l’attuale sede della Holden. 

Se lo avesse fatto una qualsiasi azienda, ci sarebbero state più proteste; ma venendo da un luogo di cultura, tutto è andato bene. 

Con tanta buona fede da parte di tutti, ne sono certa: dopotutto, chi non preferirebbe un bel quartiere pulito, con le aiole e nessun accattone?

Chiudendo con l’esempio di Gringeri, alla fine anche Trump, con quel video su Gaza, parla di una riqualificazione urbana. 

Un caso isolato? Ma anche no


Il “caso Holden” potrebbe essere una buona occasione per ripensare l’intero ecosistema della cultura italiana, che si basa tanto sul racconto della passione e del merito, ma che poi sembra sempre più vuoto di entrambi. Un sistema che sempre più spesso scarica il rischio economico sugli aspiranti scrittori che sì, non saranno le vittime principali del mondo, ma comunque anello debole di questa specifica catena restano.

La Holden in questo non è un’eccezione, ma è la più celebre (la prima)  ad aver deciso di capitalizzare sulle aspirazioni di chi vorrebbe entrare nell’editoria senza conoscere le problematiche di questo campo. Mentre il settore si impoverisce, fiorisce sempre più questa economia parallela di “creatività”, tanto pronta a insegnare scorciatoie per il successo quanto opaca nello spiegare i reali sbocchi lavorativi, nell’insegnare “i trucchi del mestiere” o anche solo nell’indicare alternative. Come ci si aspetterebbe da chi, comunque, vuole insegnare. 

Corsi, master, scuole di scrittura moltiplicano le promesse di accesso a un’industria che resta elitaria e chiusa, come il Titanic scintillante in rotta con l’iceberg.

Sappiamo che non ha vinto la nave. 

Proviamo magari ad approfittare della situazione per vedere di cambiare qualcosa. 

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