Che succede ai disegnetti? Uno sguardo al novembre 2025 del fumetto 

Scritto da

Gaia Facchetti

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Nel già complicato panorama editoriale italiano, il mondo del fumetto vive un paradosso tutto suo. 

Il settore vede volumi di vendite aumentati quasi del 200% dal 2019, o anche maggiori se parliamo dei manga, e stabilità per tutto ciò che riguarda i prodotti per l’infanzia; mentre l’AIE (che però tiene conto dei dati delle librerie, e non delle edicole) registra una flessione su graphic novel e fumetto tradizionale, dovuta a un aumento dei prezzi forzato all’instabilità del settore cartario, che ovviamente penalizza le vendite. 

A livello sociale, in Italia si è (finalmente!) iniziato a percepire le illustrazioni come un mezzo con cui raccontare storie, di qualsiasi genere esse siano, svincolandolo dalla convinzione che una storia illustrata fosse buona solo per i prodotti per l’infanzia

Decine di fiere sono nate, sull’onda del successo e dei numeri della principale d’Italia, il Lucca Comics (sic!) and Games, per celebrare la versatilità e la creatività del settore.
Che poi finiscano tutte e vendere altro, è tutt’altro discorso. 

Peccato che, in tutto questo, chi i fumetti li crea abbia visto una progressiva erosione del proprio lavoro e del guadagno; e sia diventato una spesa, qualcuno facilmente sostituibile, un fastidio anche quando non si lamenta e abbassa il capo. 

Tanto, a che serve chi sa disegnare, se ci pensa la IA? 


Le denunce del MeFu

Il MeFu — l’associazione Mestieri del Fumetto — ha pubblicato di recente un post durissimo contro la mancanza di dialogo con alcune delle principali realtà editoriali italiane. Non che sia un problema recente: se lo fosse, non si sarebbe sentita l’esigenza di fondare questa associazione per tutelare i professionisti del settore ormai cinque anni fa e non si chiederebbe un sindacato apposito persino da prima. 

Negli ultimi dodici mesi, però, vari eventi hanno mostrato come i problemi endemici del settore stiano collidendo e come, a farne le spese, siano i professionisti

Lo scorso dicembre la GFB (azienda che gestisce i coloristi per testate come Bonelli, Panini e Topolino, ma anche delle vignette di giornali come Il Corriere della Sera) aveva annunciato unilateralmente il taglio del 20% dei (già scarsi) compensi per i collaboratori freelance. La motivazione data era legata alla crisi economica e alla necessità di ridurre i soldi dati ai collaboratori esterni per tutelare i dipendenti. Dopotutto, poi, i coloristi sono un “male necessario”, se già disegnare non è un vero lavoro, colorare e basta che sarà mai? 

Così quella di coloristi e chinisti diventa la categoria più fragile del settore. Come se l’esternalizzazione dei processi più semplici e meno riconosciuti fosse davvero una scelta dei collaboratori – come se preferissero rinunciare a ferie, malattia, NASPI e accettare volontariamente una tutela contrattuale minima e una trasparenza ancora più scarsa.

Ma se queste scelte sono comprensibili, o per meglio dire inquadrabili, nella spasmodica necessità di ridurre i costi di produzione, risulta davvero incomprensibile la scelta operata dalla giuria del Lucca Project Contest, un concorso organizzato da Lucca Comics & Games con Star Comics e Sergio Bonelli Editore.

Lucca Project Contest e la menzione alla IA

L’edizione 2025 della più grande fiera europea del fumetto (e del mondo nerd) si è conclusa con 280.000 biglietti venduti e, nonostante le tante critiche, non sembra proprio in crisi. 

Tranne, forse, una crisi di identità: se da un lato la centralità del fumetto è indicata nel nome stesso della rassegna, dall’altro sono anni che spillati e affini sono spinti ai margini, oscurati da interessi economici sempre più legati al mondo delle produzioni cinematografiche, videoludiche e ai gadget relativi. 

Una marginalizzazione anche letterale: la Self Area, lo spazio dedicato alle realtà del fumetto autoprodotto, con artisti, collettivi e nuovi talenti, originario cuore della fiera, è stata spostata nel chiostro della Biblioteca Agorà, con le difficoltà logistiche che ne possono derivare se il meteo non collabora (i chiostri sono aperti. A novembre fa freddo e piove. Imponderabile). 

Eppure quest’anno qualcosa di ancora meno comprensibile è successa: una giuria di professionisti del settore, “per una svista” ha menzionato un fumetto generato fra i migliori inviati, appunto, nella categoria fumetto. 

Prendendo tempo nell’attesa che la tempesta si placasse, i portavoce del premio hanno inizialmente dichiarato che una menzione non era un premio, ma un incoraggiamento a “l’elemento di qualità riscontrato nella sceneggiatura e nella gestione della trama”. Nonostante l’ammissione che il fumetto menzionato non fosse conforme al regolamento. 

Peccato che un fumetto sia una unità inscindibile di disegno e storia: dichiarare di premiare la trama, ma non il tratto, è irriguardoso nei confronti di tante altre persone che ancora lavorano sulle proprie abilità di disegno per poter portare le proprie storie al pubblico, senza scorciatoie, o che hanno dovuto rimandare la partecipazione perché non avevano materiale pronto. 

Devono essersene accorti anche gli organizzatori, perché il post è sparito e quindi, ufficialmente, nessuna scusa o motivazione è stata realmente portata al pubblico. 

Solo che tutto questo ha una motivazione economica. Cosa spinge, invece, a premiare un’opera creata con strumenti di cui perfino i creatori riconoscono l’iniquità del training, basato su milioni di immagini realizzate da chi ha studiato come raccontare storie per immagini? 

Provocazione? Ricerca della viralità online? 

Dato il silenzio di chi dovrebbe rispondere, non lo sapremo mai. 

Ma forse è la stessa motivazione che ha spinto una rivista con sessant’anni di storia a scegliere di utilizzare una copertina generata, invece di una disegnata…

Linus  

Linus, la storica rivista culturale meneghina, ha mostrato l’anteprima della copertina del prossimo volume, una immagine, palesemente generata, legata all’anniversario dell’anime Neon Genesis Evangelion. Non credo si aspettasse la shitstorm che ha avuto. 

Ma perché non dare spazio a una vera illustrazione? Linus è riconosciuta nell’ambiente come incubatore di talenti, ha portato nel nostro Paese penne e matite eccellenti. 

Era necessario? E se lo era, se è stata una sperimentazione, una innovazione, perché non affermarlo prima che esplodesse il caso, rivendicando la posizione presa nel dibattito sul ricorso alle IA generative presa con piena consapevolezza? 

Forse perché, quando poi si prende una posizione, lo si fa minimizzando le critiche di lettori e operatori del fumetto, accusati di voler censurare il progresso. 

Sarà un caso che a muovere questa accusa di “censura” (prima o poi la gente dovrà cercare sul dizionario cosa sia davvero, la censura…) e a salutare con gioia un maggiore ricorso alle IA, siano sempre più spesso gli editori, e non i lettori? 

Che possono anche credere di aver ragione a voler restare aperti a ogni costo, tagliando qualsiasi spesa possibile. Ma come scrive Gianluca Riccio in un suo articolo a tema, questa posizione finisce per essere una mancanza di rispetto non solo nei confronti dei collaboratori – a cui prima o poi bisognerà chiedere di nuovo aiuto e che potrebbero decidere di rispondere picche – ma anche dei lettori. 

Il problema non è il ricorso alla generazione di immagini tramite LLC di per sé, ma il farlo privilegiando l’efficienza – e quindi l’economicità e il guadagno – rispetto all’emozione. 

Ed emozionare è quello che (per ora?) la IA non sa fare, né quando rappresenta la complessità di un’opera come Evangelion, né quando tenta di condensare la folle, sfiancante magia di una fiera come il Lucca Comics. 

Anche perché, mentre da un lato chi disegna viene messo ai margini e sostituito, dall’altro diventa l’elemento di richiamo per il pubblico, fisicamente al centro del battage pubblicitario, a cui si richiede di presentarsi ai fan, di firmare copie, di fare disegnetti, spingendo le vendite e portando introiti alle fiere. 

Quasi sempre gratuitamente, senza nemmeno un contributo per il vitto e l’alloggio. 

Quando tutto sarà IA, ai firmacopie chi ci metteranno? 

Intanto, nel mondo

Mentre a Lucca si premiava un fumetto generato, Shueisha, la casa editrice giapponese di manga come One Piece, Dragon Ball, Slam Dunk e Naruto, ha pubblicato una dichiarazione ufficiale nei confronti di OpenAI e più in generale dell’uso dell’intelligenza artificiale, parlando di rispetto per la dignità degli autori e della creatività umana e della necessità di un quadro legislativo che tuteli tutto questo. 

Anche altre case di produzione di anime giapponesi si sono apertamente schierate contro le IA, in particolare Sora 2, che con i suoi video generati da testo avrebbe fatto aumentare esponenzialmente il numero di video che copiano palesemente stili e personaggi degli anime, sfruttandone il linguaggio visivo. Queste istanze, così come la risonanza avuta dal fenomeno della “ghiblizzazione”, stanno spingendo lo stesso governo giapponese a porre veti alle big tech. 

Dall’altra parte dell’oceano, in occasione del New York Comic Con 2025, il presidente e publisher di DC Comics, Jim Lee, ha affermato che la casa editrice non supporterà più opere create da IA. E si cerca di capire come tutelare la propria professionalità e le proprie opere

È un segnale che anche chi ha il grosso del mercato riconosce il rischio: sostituire la creatività umana con algoritmi non è solo una questione economica e tecnica, ma culturale. 

Intendiamoci, per una azienda che sceglie di fare un passo indietro, un’altra cerca di saltare sul carrozzone: Bob Igers, CEO della Disney, ha recentemente dichiarato la volontà di inserire contenuti generati all’interno del catalogo Disney+. Al momento, però, la dichiarazione ha creato una reazione tale per cui, davanti alle richieste di boicottaggio, l’azienda pare considerare di fare un passo indietro. Vedremo come andrà. 

Che la parola “boicottaggio” possa essere utile, per il mondo del disegno, sia lato fumetto sia animazione, lo dimostra anche la battaglia appena conclusa in Francia, non riguardo le AI generative, ma al ruolo dei professionisti nella filiera, soprattutto nelle fiere. 

Dopo un lungo periodo di sistematico disconoscimento delle proprie richieste, gli artisti francesi hanno deciso di coalizzarsi e quasi in quattrocento hanno firmato una petizione impegnandosi a boicottare il Festival international de la bande dessinée d’Angoulême (FIBD). L’appello chiede alla direzione del festival di interrompere la fusione con la società 9e Art+ accusata di pratiche manageriali tossiche (per usare un eufemismo), opacità a livello contabile e nepotismo. Persino il ministero della Cultura francese ha preso una posizione circa questa “privatizzazione” del festival, dichiarando che l’accordo verrà vigilato affinché il marchio FIBD non sia inglobato da una entità privata. Com’è andata? Qualcosa si sta muovendo e le minacce son state prese abbastanza sul serio da spingere a proporre una gestione congiunta del festival

A dimostrazione che un fronte comune può riuscire a ottenere risultati

Che una azione simile sia possibile anche da noi è chiaramente la speranza del MeFu e il cuore del suo appello a colleghe e colleghi, ma anche ai lettori, quando invita a boicottare le offerte di lavoro al limite della schiavitù e i prodotti realizzati da chi propone questi contratti.

Ora: il dibattito sulle IA è aperto. Se se ne ignorassero le problematiche ambientali, quelle etiche legate al training, quelle etiche legate all’uso attuale, il peso delle dichiarazioni di grandi realtà come Studio Ghibli e DC Comics… potremmo anche comprendere la volontà di sperimentare e di vedere tutto questo come un ennesimo nuovo strumento tecnologico in mano agli artisti, un “martello utile per piantare chiodi, disastroso se usato per suonare il pianoforte”, come commenta Riccio, o una nuova versione della tavoletta grafica, secondo Igort.  

Il problema è che quella della sperimentazione, ad oggi, pare più la pezza che le case di produzione e gli enti fiera usano per bypassare il “problema” di avere maestranze da pagare (e rispettare) e l’idea, sempre più diffusa, che l’elemento umano sia un ostacolo alla produzione. 

Dopotutto, costa, ha diritti, fa domande. L’IA no.

Ma senza tutti quei professionisti e tutte le professioniste che stanno dietro le quinte, non ci sarebbero storie. 

Lo vedete, il paradosso? Disegnare, sceneggiare, colorare — presto quelle che sono attività artistiche e professionali saranno sostenibili solo per chi le fa a livello hobbistico, mantenendosi in altro modo. Nonostante gli anni di formazione che queste attività richiedono. 

Possiamo raccontarci che è sperimentazione, che è progresso, che è inevitabile.

Ma, al netto delle scuse e delle motivazioni, resta un dato di fatto: un settore che si regge sull’immaginazione e le capacità acquisite in molto tempo di molte persone, sta abbracciando l’idea che quelle stesse persone siano un costo da tagliare.

Parlarne anche al di fuori del contesto strettamente “dei fumetti” diventa importante perché ci troviamo nel più ampio dibattito sul valore del lavoro culturale, recentemente tornato sotto i riflettori e di cui abbiamo parlato pochi giorni fa. Da cui non si può uscire, se continuiamo a pensarci immuni ai problemi altrui. 

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