Il 25 novembre è una di quelle date che non si vorrebbero commemorare.
Non si vorrebbe esistesse una data specifica per riflettere, a livello internazionale, sulla violenza sulle donne, ancor meno si vorrebbe fosse il 25 novembre, in cui tre sorelle dominicane vennero uccise a bastonate per il proprio impegno politico — è per ricordare loro se, nel 1981, data del primo Incontro Internazionale Femminista in Colombia, si è scelta questa data.
Però, in un mondo che per ogni passo avanti nella protezione delle donne sembra farne tre indietro, ricordare e capire è necessario. A maggior ragione in una nazione come la nostra, dove gli omicidi volontari con vittime donne sono commessi soprattuto da uomini che non ne accettavano l’indipendenza, in cui il potere politico invita a farsi una corsetta, magari con destinazioni come farmacie e chiese in modo da scappare allo stalking, mentre il potere giudiziario si scontra con l’inefficienza delle pene commutate e l’aderenza di alcuni dei suoi membri al medesimo modello patriarcale da cui la violenza contro le donne nasce.
Per dare un orientamento alla rabbia (sacrosanta) che sentiamo.
Leggere cosa accade sulla pelle delle altre, diffondere le loro storie, capire cosa succede e condividere informazioni affidabili che possano aiutare altre persone a riconoscere i segnali di rischio. Perché il primo ostacolo spesso è proprio questo: si è consapevoli di star subendo una violenza, fisica, psicologica, emotiva, finanziaria, sessuale che sia? Ecco, i libri possono essere un formidabile strumento per prendere consapevolezza.
Forse non salva il mondo. Ma se salva una persona, è già tanto.
Le letture che abbiamo scelto
Abbiamo pensato di proporre una selezione di testi relativa che prediliga quelli scritti e ambientati negli ultimi decenni.
Non perché non ci siano opere fondamentali appartenenti a quelli precedenti, anzi: la storia è importante per capire come siamo arrivate qui (e per inquadrare la cosa in ambito italiano, vi consigliamo la lettura di Stai zitta e va’ in cucina. Breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo di Filippo Maria Battaglia).
Abbiamo però scelto di concentrarci sugli ultimi trent’anni, partendo da quello che, secondo noi, è l’anno simbolo dell’inizio di un dibattito dai toni più contemporanei: quel 1996 in cui la violenza sessuale smette di essere reato contro la morale, “sanabile” con un matrimonio riparatore, per essere considerato reato contro la persona. Una legge frutto di oltre 25 anni di discussione, compromessi, liti.
Non troverete romanzi su figure storiche, con una sola eccezione: ancora una volta, non perché non riteniamo importante parlare di chi ha subito ed è sopravvissuta alla violenza nella storia, ma perché vogliamo realizzare una fotografia della contemporaneità, fortemente influenzata dai social e dalle relazioni digitali, dalla diffusione del lavoro precario e da uno scenario internazionale sempre più spaventoso e frammentato.
È in questo contesto che, sempre più spesso, l’emancipazione e la paura che questa suscita camminano fianco a fianco: il movimento MeToo ha segnato in modo indelebile la discussione sulla violenza di genere, permettendo alle donne di ogni Paese di prendere coraggio e denunciare violenze indicibili e allo stesso tempo ordinarie, anche a distanza di decenni. Nonostante questo, dall’altro, abbia scatenato scandali e una recrudescenza di misoginia e visione reazionaria che non si è ancora sopita, dalle violenze subite in famiglia a quelle di matrice politica. Un testimonianza di questo ci viene dalla storia di Silvia Labayru, che nel 2018 trova il coraggio di denunciare le violenze sessuali subite durante la prigionia sotto il regime di Videla in Argentina (La chiamata, di Leila Guerriero).
Questo contribuisce a delineare un affresco duro e complesso della violenza di genere, in cui la sfera privata si intreccia con la sicurezza pubblica, con la percezione culturale del problema e con un uso spesso distorto della politica. La scelta dei titoli che proponiamo vuole restituire proprio questa complessità, senza fronzoli e senza alcun intento consolatorio.
Romanzi
Come dicevamo in apertura, la data di oggi è stata scelta per commemorare un evento specifico, ed è bene non venga scordato: Il tempo delle farfalle è un romanzo della scrittrice dominicana Julia Alvarez del 1994, pubblicato da Giunti, e ricostruisce l’assassinio delle Mariposas (farfalle, in spagnolo), ossia le sorelle Mirabal, uccise dal regime di Rafael Trujillo di cui erano importanti contestatrici.
Non parla esplicitamente di violenza, tuttavia contribuisce a rendere un’idea tossica di quotidianità, Tu l’hai detto di Connie Palmen, un romanzo dedicato alla storia di Sylvia Plath dal punto di vista del marito – uomo delizioso che crediamo mantenga tuttora il record di due compagne di vita che hanno deciso di mettere la testa nel forno…
La ricostruzione di Ted Hughes fatta dall’autrice è disturbante: un uomo carismatico, di talento, celebrato, che fa una narrazione molto attenta nel cercare di autoassolversi dalla tragica fine della moglie. È colpa di tutti tranne che sua: le ha dato uno schiaffo ma dopotutto “chiunque l’avrebbe fatto”…
Può essere un buon romanzo per entrare nella testa del violento “insospettabile” e della violenza sottotraccia, anche con un importante contributo della vittima, che s’impegna con furore nel mantenere la facciata perfetta della famigliola idilliaca, finché non ce la fa più. Una dinamica troppo comune e ancora attualissima.
Passando alla pura finzione, Dietland di Sarai Walker è un romanzo che, accanto alla satira della “cultura della dieta”, mostra i molti gradini della piramide della violenza di genere: dalla pressione estetica e dalla colpevolizzazione del corpo femminile, fino alla misoginia interiorizzata, alle molestie e alle forme più esplicite di violenza. La sua forza sta proprio nel mostrare come tutto questo non sia un insieme di episodi isolati, ma una struttura che rappresenta l’esperienza quotidiana di moltissime donne – fatta di media, pubblicità, norme sociali e poteri economici – che prepara e normalizza le forme più estreme di abuso.
Di qualche anno fa ma sempre potentissimo, nel filone delle distopie femministe citiamo Ragazze elettriche di Naomi Alderman, anche perché ribalta il paradigma che spesso questi libri mantengono, ossia l’estremizzazione della violenza sulle donne nella società di oggi. In questo libro le donne sviluppano una capacità – possono fulminare con le mani – che permette di capovolgere le dinamiche di potere: l’autrice dunque si interroga su questo abuso del potere non appena viene conquistato, usando il ribaltamento per cercare di smuovere le coscienze dei lettori.
Spostandoci al fantasy, ne approfittiamo per citare un romanzo che molte di noi hanno amato, Le streghe in eterno. Un libro forte e capace di catturare con grande efficacia la rabbia delle donne di fronte alle ingiustizie sociali. Alix E. Harrow costruisce una Salem ucronica in cui la magia esiste e le donne sono discriminate, innanzitutto perché femmine, e a maggior ragione quando streghe. Il romanzo parla del diritto di voto, una questione che oggi più che mai è attuale, ma anche di sorellanza e di tanti tipi di violenza sulle donne. Pur non riferendosi all’attualità, è un libro che offre tantissimi spunti per interpretare il mondo contemporaneo.
A cavallo tra il romanzo e l’autofiction, infine, L’invincibile estate di Liliana, di Cristina Rivera Garza, Premio Pulitzer nella categoria memoir/autobiografia nel 2024. È un libro nel libro: da un lato la ricostruzione che l’autrice fa, a trent’anni di distanza, di chi fosse sua sorella Liliana, assassinata (presumibilmente) dall’ex-fidanzato nell’estate del 1990 tramite i ricordi dei suoi amici e compagni di università e i diari della stessa Liliana; dall’altro, l’elaborazione del lutto, di come la famiglia – e in fondo la società messicana – abbia vissuto questa tragedia privata e, allo stesso tempo, pubblica. Ci sono pagine quindi dedicate alla vergogna e alla colpa familiare per non aver saputo proteggere la sorella, al perbenismo che incolpa Liliana di vivere troppo liberamente, la mancanza di risposte delle autorità, che lasciano raffreddare il caso al punto che Cristina, quando si decide a recuperare il fascicolo dedicato, si perde in un mare di burocrazia e indifferenza.
Ci tenevamo a citare questo libro per un motivo particolare: l’autrice ha deciso di rimettere mano alla storia della sorella quando ha visto il nome di Liliana portato in piazza dai movimenti femministi durante le proteste contro la violenza sulle donne nel 2021. Tantissime donne sconosciute, spesso giovanissime, che chiedevano giustizia per Liliana a trent’anni dalla sua morte le hanno dato la forza di parlare ad alta voce di questa storia e chiedere giustizia. E altre donne dopo aver letto il libro hanno iniziato a cercare il presunto assassino, l’ex di Liliana, scoprendo dove fosse finito.
Diversamente dai Rivera Garza, la famiglia Cecchettin ha deciso di rendere pubblica la propria personale tragedia fin dal primo momento: un segnale di come siano cambiati i tempi.
Ma, similmente a loro, anche in questo caso è la rabbia di una sorella a chiamare in causa le autorità e la società, a rifiutare la tesi del “raptus”, della pazzia momentanea, ad accusare dell’assassinio di Giulia il sistema basato sul patriarcato. Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia, è la ricostruzione di Gino Cecchettin, i cui proventi per altro contribuiscono a finanziare progetti a sostegno di vittime di violenza di genere.
Autofiction
Non è facile consigliare opere scritte in prima persona da vittime di violenza.
Sono sempre opere forti, che prendono letteralmente allo stomaco e mettono, nero su bianco, quelle che sono le più comuni paure di una donna. Però, al contempo, rischiano di diventare casi “esemplari”, che si legano alla singola esperienza di chi narra e fanno dimenticare quanto invece siano comuni e trasversali, trappole in cui chiunque di noi può cadere e da cui non è detto si riesca ad uscire.
Virginia Roberts Giuffre era una delle “ragazzine di Epstein”, vittime della tratta di esseri umani del finanziere statunitense e di Ghislaine Maxwell. Dopo la sua morte, derubricata a “suicidio” dalle autorità nonostante la donna si fosse fatta certificare come sana di mente e priva di intenti suicidi, è stato pubblicato Nobody’s girl. La mia storia di sopravvivenza in nome della giustizia, il memoir in cui racconta la propria infanzia e adolescenza, concentrandosi sul periodo di abusi passato in mano ai due criminali sessuali e ai loro potenti e ricchi amici; ed è anche il resoconto della sua battaglia legale per ottenere giustizia e verità per sé e per tutte le altre vittime.
E se il carnefice è in casa? Tra i memoir più attesi di quest’anno c’era E ho smesso di chiamarti papà, di Caroline Darian, figlia di Gisèle Pelicot, che ha abbandonato il cognome paterno nel momento in cui ha scoperto le nefandezze dell’uomo che l’ha generata. Il libro fa parte del percorso di presa di consapevolezza dell’autrice, che nel 2025 ha deciso di denunciare a sua volta il padre, anche grazie ai dati e alle prove emersi durante il processo per le violenze subite dalla madre. Il caso Pelicot è stato il più dirompente del 2024 in Francia e, forse, nel mondo: oltralpe ha contribuito non solo a far condannare un notevole gruppo di stupratori “improbabili”, ma ad accelerare la discussione sul consenso e l’aggiornamento delle leggi sullo stupro e sull’assenza di consenso.
Uomini comuni, abusatori inaspettati, come lo è l’ex marito di Meena Kandasamy, che nel suo romanzo autobiografico Ogni volta che ti picchio mostra come anche una ventisettenne acculturata e socialmente impegnata, femminista, possa ritrovarsi reclusa in casa, isolata da chiunque, alla mercé di un uomo misogino e psicopatico che esternamente appariva irreprensibile. Militante di sinistra, professore universitario di letteratura inglese, quest’uomo, di cui non si fa mai il nome, crea all’esterno una narrazione in cui è Meena la colpevole, troppo presa dai propri sogni per essere una devota mogliettina; mentre, dentro casa, impone uno scenario fatto di botte, stupro coniugale e torture. Da cui, dopo quattro mesi, Meena riesce a scappare.
Saggistica
Dalla narrativa passiamo alla saggistica, dove il racconto lascia spazio alle analisi.
La violenza sistemica
La nostra scelta di partire da casi post #metoo chiede di ripartire da lì: nel 2023 è uscito Anche io. Il caso che ha dato inizio al movimento #MeToo, il libro sull’inchiesta che ha rivelato gli abusi di Harvey Weinstein e acceso il movimento #MeToo, dando vita a un effetto domino che dal cinema americano ha raggiunto gli ambienti professionali in tutto il mondo. A qualche anno di distanza e dopo alcuni scandali che hanno soffocato, a livello mediatico, la portata del movimento, è bene ripercorrere il caso e capire perché questa denuncia è stata tanto radicale nel mondo occidentale.
E in Italia? Se nel mondo dello spettacolo nostrano si fa tuttora grande fatica a fare emergere i casi e a inquadrarli – e il report di Amleta riferito agli anni 2020-2024 lo mostra bene – meglio non va in altri ambienti, come quello dello sport. Far luce su questo settore è l’obiettivo del lavoro di Daniela Simonetti, fondatrice di Cavallo Rosa/ChangeTheGame e autrice di Impunità di gregge, in cui denuncia la poca prontezza delle federazioni sportive a punire e allontanare i responsabili di abusi dalle loro vittime, atlete (ma anche atleti) spesso giovanissime. Sul tema dello sport consigliamo di cercare anche i diversi libri (in lingua inglese) sul caso di Larry Nassar e delle centinaia di giovanissime ginnaste da lui abusate nell’assoluta impunità per moltissimo tempo.
La quotidianità e la violenza estrema
Esce oggi il rapporto di Fondazione Libellula, Non è normale che sia normale. Persone e aziende contro la violenza di genere, che affronta quella che viene chiamata “la piramide della violenza”, il modello che mostra come le forme più gravi e manifeste di violenza, come strupro e femminicidio, nascano da forme più sottili e normalizzate di sessismo come battute, stereotipi, microaggressioni.
«Segnali che spesso ignoriamo per abitudine o per paura di “creare problemi”. Ma è proprio da queste crepe che si alimenta la cultura della violenza. Nessuno ne è davvero estraneo: ognuno di noi, in modi diversi, ne è stato coinvolto almeno una volta».
Cose all’apparenza piccole, microscopiche, insignificanti, quasi, ma da cui può nascere invece il cambiamento e la scelta di avere un ruolo attivo nel contrastare la normalizzazione della violenza.
Accanto all’osservazione delle piccole violenze quotidiane, non può mancare l’attenzione ai femminicidi, per quanto (tragicamente) rappresentino solo la punta dell’iceberg della violenza di genere. E questo non perché ogni donna che non muore è una vittoria, come sostiene la ministra delle Impari Opportunità, ma perché i numeri ci permettono di fotografare in maniera lucida il fenomeno e di capirne la dimensione sistemica. Perché a fianco di una Giulia Cecchettin, vittima incontestabile, ci sono centinaia di donne che occupano le pagine di giornale per il tempo di un titolone e – purtroppo – di domandarsi come se la siano cercata, per poi finire nel dimenticatoio. Ecco Perché contare i femminicidi è un atto politico, come recita il titolo di Donata Columbro uscito a settembre.
Vorremmo inoltre mettere l’accento su un aspetto spesso poco considerato nel discutere del femminicidio: la prospettiva delle famiglie e, in particolare, dei figli –definiti “orfani speciali” – che devono convivere con una consapevolezza atroce. Su questo tema consigliamo due libri, Le conseguenze. I femminicidi e lo sguardo di chi resta di Stefania Prandi e Orfani speciali (edizione aggiornata) di Anna Costanza Baldry.
La violenza sessuale: arma di guerra, politica e domestica
Una doverosa premessa: in periodi di pace, come quello che vive oggi l’Italia, le statistiche ci mostrano che la violenza sessuale sulle donne è perpetrata da un partner o comunque da un uomo conosciuto, e non dal classico stereotipo dello sconosciuto in un vicolo buio.
Nonostante l’ISTAT, la violenza sessuale resta sempre ai margini del dibattito sulla violenza domestica, associata più spesso alle percosse o ai tentativi di femminicidio. Questo accade perché parlare di stupro coniugale, ossia di rapporti sessuali tra coniugi o partner in assenza di consenso, è ancora estremamente difficile nel nostro Paese, e non solo.
Come se non bastasse, la definizione stessa di stupro è difficile, troppo spesso banalizzata da una cultura che tutela chi abusa molto più di chi è abusato e che si alimenta di falsi miti e stereotipi. Per cui ci sentiamo di consigliare No significa no. Creare una cultura del consenso per combattere la cultura dello stupro di Benedetta Lo Zito in merito.
Quand’è che, invece, lo stupro è riconosciuto senza battere ciglio e diventa un problema pubblico? Quando il presunto colpevole non passa il color test di Peter Griffin.

E in questo senso, può essere una lettura illuminante Femonazionalismo. Il razzismo nel nome delle donne di Sara R. Farris, che analizza quando la violenza di genere diventa un’arma nelle mani della politica per aizzare odio nei confronti degli stranieri, degli italiani razzializzati e delle minoranze in generale.
Dall’altro lato, quando non è l’abusatore ad essere razializzato, ma la vittima, la notizia cade nel disinteresse e nella normalizzazione, come analizza Enrica Rigo nel suo La straniera. Migrazioni, asilo, sfruttamento in una prospettiva di genere.
Intendiamoci: parliamo di Italia perché qui viviamo, ma questo “sistema” di banalizzazione non tocca solo noi, ma ogni nazione che viva un tempo di “pace”.
E in tempo di guerra? Lo stupro diventa un’arma contro il nemico, letteralmente. Su questo tema consigliamo due libri, molto duri ma necessari: I nostri corpi come campi di battaglia di Christina Lamb e Contro le donne. Lo stupro come arma di guerra di Sofi Oksanen.
Riviste
Anche le riviste possono raccontare con efficacia forme di violenza che spesso sfuggono alla narrazione più diffusa; e le raccontano con maggiore chiarezza quando non sono quotidiani o giornali costretti a rincorrere la “notizia del giorno”, ma formati che si prendono il tempo di approfondire e ricostruire il più ampio contesto attorno alla singola notizia.
Per questo vi consigliamo alcune inchieste de La Revue, il trimestrale illustrato:
«La vita delle altre» di Francesca Ceci & Claudia Petrazzi | Numero 12 — Primavera 2025
Per affrontare il tema della violenza sulle donne in senso ampio, e della violenza istituzionale che spesso vittimizza una seconda volta.
«Da che mondo è mondo» di Irene Caselli & Rita Petruccioli | Numero 2 — Autunno 2022
Oltre il 75% delle donne dichiara di aver subito violenza ostetrica durante la propria gravidanza. Eppure, questo numero terrificante, viene spesso sottovalutato, quando non negato. Dopotutto, come recita il titolo, è sempre funzionato così “da che mondo è mondo”.
E, dopotutto, la donna deve partorire con dolore…
«La fede molesta» di Elisa Belotti & Anna Cercignano | Numero 3 — Inverno 2022
Se molto, per quanto sempre troppo poco, si parla della violenza sui minori all’interno degli ambienti clericali, poco o nulla si racconta degli abusi e della violenza all’interno delle istituzioni religiose, della sua istituzionalizzazione e delle dinamiche di copertura.
«Donne in divisa» di Elena Paparelli & Alice Milani | Numero 8 — Primavera 2024
La vita delle donne che decidono di entrare nell’esercito, un settore ancora identificato come “per uomini”, fra mancanza di reali tutele da stalking, molestie e mobbing e la mancanza di parità, coi colleghi, nei percorsi di carriera.
«Sotto minaccia» — Morgan Large, Inès Léraud, Hélène Servel & Laëtitia Rouxel (adattamento italiano) | Numero 8 — Primavera 2024
L’intreccio fra le minacce “di mestiere”, politiche e non solo, che riguardano chi lavora nel mondo dell’informazione e quelle specificamente rivolte alle donne.




