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IpocrisIA: il panel della discordia a Stranimondi

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Il resoconto sul panel sull'intelligenza artificiale nell'editoria che si è tenuto il 18 ottobre 2026 a Stranimondi
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Ed eccoci qua con l’articolo tanto atteso: abbiamo finito di farvi panelbaiting, finalmente!

Qui trovate le nostre considerazioni sul panel “La minaccia dell’intelligenza artificiale” che ha infiammato una piovosa domenica pomeriggio a Stranimondi.

Locandina del panel “La minaccia dell’intelligenza artificiale” a Stranimondi 2026
Indice dei contenuti

In questo momento storico in cui leggiamo notizie di premi letterari saltati per dubbi sulla genesi del testo da premiare, in cui copertine e materiale promozionale sono tristemente rigurgiti IA senza la minima rielaborazione e in cui l’aspetto normativo è penosamente indietro, un panel su editoria e IA era quello che ci aspettavamo.

Quale altro tema riesce a essere così scottante?

Solo nell’ultimo anno, noi ne abbiamo parlato almeno quattro volte, fra la sofferta confessione di Linda che la utilizza per lavorare, il racconto della vera e propria caccia alle streghe avvenuta la scorsa estate su AO3, lo scandalo di Grammarly, le considerazioni sulla scrittura ai tempi dell’intelligenza artificiale; e anche l’anno prima, con le cause contro Anthropic, i dubbi sulla validità del copyright per i testi generati…

Le premesse parevano chiare, dato il titolo e la descrizione dell’evento (che trovate qui sopra).
Ma c’era una nota stonata: i relatori scelti.

Chiunque, in un panel su un argomento tanto attuale e controverso, si aspetterebbe la presenza di più relatori, con posizioni variegate; oppure, di relatori fortemente allineati alla tesi, che da titolo è la minaccia che oggi sono le IA.

E invece? Invece avevamo quattro professionisti che, fra utilizzo professionale e ludico, non paiono per nulla contrari alle IA.

Silvio Sosio, il moderatore dell’incontro, fondatore e curatore della casa editrice Delos Books, ormai da anni utilizza quasi esclusivamente l’intelligenza artificiale per le copertine dei propri ebook; Lukha B. Kremo, scrittore, oltre che fondatore di Kipple Officina Libraria e docente di storia e filosofia; talvolta scrive utilizzando l’intelligenza artificiale come “partner” creativa, come dichiara sui suoi canali social e come si può constatare nella trasposizione a fumetti di Pulphagus®, che contiene tavole realizzate anche con IA generativa; Mauro Bennici, il tecnico del gruppo: oltre che scrittore, è esperto di intelligenza artificiale, ricercatore nel campo dell’intelligenza artificiale applicata al linguaggio naturale, si è occupato per anni di etica applicata alle IA, anche con l’Unione Europea. E infine, Franco Forte, scrittore e direttore editoriale di Urania, Giallo Mondadori e Segretissimo, teoricamente la voce più critica del gruppo.

Questo potrebbe averci fatto sollevare un sopracciglio prima ancora che il panel iniziasse: tutti i relatori e persino il moderatore sono, chi più e chi meno, fautori dell’intelligenza artificiale, alcuni di loro anche a scopi creativi (ed è qui, come vedrete, che le nostre strade si separano). Chiunque segua sui social media Franco Forte, per esempio, lo vede spesso dilettarsi con la generazione di illustrazioni, infografiche e materiali promozionali dei suoi romanzi. È un reato? No. Ci lascia perplesse scagliarsi contro l’uso creativo delle IA in un ambito, se poi se ne fa libero uso in un altro? Un po’.

Un panel sulla minaccia dell’IA tenuto da chi l’IA la usa ogni giorno poteva essere un’occasione per guardare il problema dall’altro lato della barricata; era quello che volevamo, speravamo fosse.

È diventato, almeno in parte, la dimostrazione involontaria del fatto che l’IA non è il problema dell’editoria italiana, ma il capro espiatorio di problemi che non nascono certo oggi, anzi, sono più che “maggiorenni”, fra cui il principale è lo scollamento fra le generazioni che la animano: la “vecchia scuola” che vede solo le problematiche quando sono strettamente nel suo orticello. E quella nuova, abituata a non averlo nemmeno, l’orticello.

Ma andiamo con ordine e parliamo prima di tutto delle cose che ci sono piaciute, ossia gli interventi di Bennici e Kremo.

Prima del clou, le cose che abbiamo apprezzato: gli interventi di Bennici e Kremo

L’intervento di Mauro Bennici è stato ineccepibile e di sicuro la parte più interessante del panel: il suo contributo ha spaziato tra diverse tematiche tecniche, dai data center europei che bruciano molte meno risorse rispetto ai loro “colleghi” oltreoceano (grazie alle norme di protezione europee), fino alle sperimentazioni cinesi di centri sottomarini, così che la posizione stessa funga da metodo alternativo di raffreddamento.

Ha osservato anche come i chatbot stiano cominciando ad avere un impatto sulla lingua inglese parlata, citando il caso del verbo “to delve” (che significa “approfondire, scavare a fondo”) che era ormai desueto in molti paesi anglofoni, salvo che in Nigeria, patria di una grande maggioranza dei revisori umani che hanno “educato” ChatGPT correggendone i testi.

E così una parola ormai in disuso è rientrata nel vocabolario: prima, come “indicatore di utilizzo dell’IA”, e poi come parola comune, mano a mano che le persone si abituavano a leggerla e utilizzarla.

(Sarebbe stata interessante un’analisi simile anche sull’italiano, se già esistono o sono oggetto di studio casi del genere: se ne conoscete, linkatecele!)

Abbiamo apprezzato anche la menzione (doverosa e sofferta) per i milioni di libri, per lo più usati, comprati in enormi stock, che sono stati smembrati per essere scansionati più velocemente, dati in pasto alle IA e poi distrutti.

Non parliamo – grazie al cielo – di incunaboli o edizioni da collezione: il grosso erano copie qualunque, saggi accademici, storie locali, manuali fuori catalogo che nessuno si filava da anni… e proprio per questo, in diversi casi, tra le ultime copie rimaste in circolazione. Fa ugualmente male e ricorda un po’ troppo da vicino Fahrenheit 451.
Chissà però che un domani qualche libro considerato perduto non si possa salvare, almeno a livello di contenuto, proprio grazie a un bot.
Sempre che chi l’ha scansionato decida di condividerlo.

Dal nostro punto di vista, centrato anche l’intervento di Lukha B. Kremo, che ha raccontato la sua esperienza di scrittore e di insegnante di scrittura, in particolare di videogiochi. Concordiamo con la sua osservazione: l’IA può essere un supporto per uno scrittore, nelle fasi di progettazione, nelle fasi di auto-revisione, posto che queste operazioni rendono necessaria comunque attenzione, un buon prompt e tanto fact-checking del fact-checking dell’IA.

Ci saran dei danni, ma secondo me alla fine c’è sempre una differenza fra quello che fa l’umano e quello che imita l’umano. Perché questo è: se a te ti viene un’idea molto originale, a lui non verrà mai un’idea veramente originale. Ecco perché io ho sempre valutato l’originalità, non perché, voglio fare l’originale per forza, perché la creatività è quello, creare è creare qualcosa che prima non c’era.

– Lukha B. Kremo

Il fatto che Kremo voglia utilizzare l’intelligenza artificiale nella sua scrittura per sperimentare è una scelta consapevole dal punto di vista artistico. Possiamo non condividerla, ma di certo ne rispettiamo la trasparenza e la coerenza.

E parlando di coerenza…

Sosio e le copertine “etiche”

Silvio Sosio ha subito alzato le mani e aperto il panel con un proprio intervento, che è stato, ahinoi, piuttosto infelice. Come dicevamo in apertura, Delos, oggi, utilizza quasi esclusivamente copertine realizzate (in autonomia) con l’intelligenza artificiale; ha voluto giustificare questo comportamento dicendo che, dato che il budget per ciascuna copertina arriverebbe al massimo a dieci, venti euro, Delos non potrebbe mai pagare così poco un artista, un illustratore o un grafico, e ha quindi deciso di internalizzarne la realizzazione, che – usando le sue parole – è la scelta più etica. Fin qui, niente da dire: se non hai il budget per pagare il giusto un professionista, non ha senso sfruttarlo, e trovare un’alternativa è senza dubbio la cosa giusta da fare.

Solo che, prima dell’avvento di Midjourney e dell’IA generativa, l’alternativa di Delos erano le immagini stock. Apparentemente, come è emerso durante le domande, quei pochi centesimi che vengono corrisposti a un artista quando se ne acquistano legalmente le opere disponibili, sarebbero comunque troppo poco: meglio quindi… non corrispondergli proprio nulla?

O almeno, questo è quello che abbiamo capito noi: quando Laura ha fatto notare, appunto, che le immagini in stock permettono di acquisire un’immagine legalmente la risposta è stata che le cifre sono così irrisorie («dieci centesimi… comunque un pagamento da sfruttamento») da essere quasi offensive; e che, comunque, anche queste banche dati sono ormai piene zeppe di immagini realizzate con l’intelligenza artificiale: perché non generarsele direttamente “ad hoc”?

Ci sarebbero varie risposte: ci limitiamo a due, che purtroppo non abbiamo potuto dare nel limitato tempo del panel.

La prima è tecnica: in merito alla presenza di immagini stock generate dall’IA, vorremmo ricordare che (quasi) tutte le piattaforme permettono di filtrare le immagini IA, se lo si desidera, quindi basta prendersi il tempo per fare una ricerca corretta e approfondita.

La seconda, più importante, riguarda “la miseria” corrisposta ai creatori delle immagini: a differenza dell’illustratore che accetta una commissione, infatti, l’artista di stock non guadagna sul singolo acquisto, bensì sul volume di centinaia, migliaia di download e di utilizzi che genera quell’immagine. Se così fosse, ci sentiamo comunque di dire che pagare poco e non pagare non sono la stessa cosa: l’artista stock ha accettato di vendere a determinate condizioni; gli artisti scansionati per addestrare Midjourney, invece, no.

Questo apre in realtà a una terza riflessione: non riusciamo a comprendere questa “divisione di settore d’uso”. Richiedere all’IA di scrivere al posto del cosiddetto autore, rimestando testi nella propria banca dati per generarne uno “nuovo”, sembra non andare bene. Tuttavia, per le immagini il problema, apparentemente, non sussiste.

Forse che Midjourney e le altre IA non si appropriano di opere di ingegno di illustratori, fumettisti, artisti e fotografi ignari, senza corrispondere loro alcunché, per generare immagini “nuove”?

Basta pensare al trend “trasforma questa foto in un’immagine in stile Miyazaki” di qualche tempo fa, dove migliaia di immagini sono state generate copiando, senza alcun tipo di autorizzazione, lo stile personale di un artista estremamente famoso (ed estremamente contrario all’uso di IA nei processi creativi, per di più).

Ci viene il dubbio che il problema, allora, sia molto più legato al guadagno che all’etica: la copertina è un accessorio. Il testo invece, se generato, rischia di non essere coperto da copyright1 e quindi non può essere venduto… o meglio, tutti lo possono vendere senza aspettare che i diritti scadano, o passino i famosi settant’anni dalla morte dell’autore. Facile, non c’è l’autore! Immaginiamo quindi un libro nuovo di pacca di cui però appaiono cento versioni sul mercato e potenzialmente anche tradotte in pochi minuti con l’IA in tutte le lingue del mondo lo stesso giorno (perché tanto è IA) e quindi non ci sono diritti d’autore: un delirio editoriale. Forse è questo il motivo?

Anche perché, come ha osservato un amico di UP, Giuseppe, durante le domande in chiusura, se l’assenza di budget rende legittimo “piratare” il lavoro creativo per le immagini, la logica conseguenza non sarebbe, per i lettori, fare lo stesso ragionamento con i libri?

Se si legittima l’idea che l’assenza di denaro giustifichi la violazione del copyright e che sia meglio non pagare che pagare poco, attenzione: è una via a doppio senso.

Poi è successo Franco Forte

Il cuore del panel è stato sicuramente l’intervento di Franco Forte, che ha esordito dicendo di essere terrorizzato da una situazione terribile. Prima, ha spiegato, le persone scrivevano con le proprie forze, e chi riceveva i manoscritti poteva fare una cernita molto rapida già dalle prime pagine. Adesso, invece, l’IA generativa scrive molto meglio dello scrittore medio che invia manoscritti ogni giorno. E su questo può anche avere un punto, perché la media, ahinoi, è molto bassa, e la cosa su cui l’IA di solito non sbaglia è proprio la forma: la grammatica, la sintassi, l’ortografia.

Il problema dell’IA nella scrittura emerge altrove, nello stile, che non c’è: un’intelligenza artificiale non può avere uno stile suo, perché è uno strumento a disposizione di tutti che rielabora sulla base di testi già prodotti. E così nel testo saltano fuori i suoi pattern tipici, le espressioni che ormai abbiamo imparato tutti a riconoscere (il classico “non è X, è Y”), le frasi a effetto che suonano bene e non vogliono dire niente.

Forte però sostiene che le cose non stanno così: siccome oggi i manoscritti sono scritti in modo decente, almeno dal punto di vista grammaticale, valutatori, giurati dei concorsi e direttori di collana non possono più fare la loro scrematura iniziale su una o due pagine, e devono leggere tutto il manoscritto fino in fondo.

Questo problema nasce perché tantissimi la usano in maniera stupida e indiscriminata, non per quello che secondo me potrebbe servire, potrebbe anche servire per la ricerca, per tante cose, ma la usano per scrivere, e il mediocre cosa fa?

Fa il prompt, se lo fa scrivere da Claude o da quello che volete voi, gli arriva e rispetto a quello che scrive lui, il mediocre, quella roba lì è bellissima. Se la prende, se la copia incolla credendo che quella l’intelligenza artificiale gliel’ha fatta solo per lui, quella roba lì. Ma non è vero, gliel’ha fatta per altri 1000 uguali che fanno la stessa roba e partecipano tutti magari al premio Urania Short, e mi tocca leggere 20 racconti tutti uguali con scritto: “non era rumore, era assenza”. L’ho trovato in quattro racconti, uno dietro l’altro.

– Franco Forte

Ora: volendo tralasciare l’attimo di comunione spirituale che ha visto più estranei a fondo sala commentare in coro con “ma è il tuo lavoro”, c’è altro da considerare.

Quel qualcosa che non quadra nel discorso sulle capacità autoriali dell’IA

Prendendo per buono che davvero la IA scriva molto meglio dell’aspirante scrittore medio, almeno dal punto di vista grammaticale, quale sarebbe allora il problema? Come dicevamo prima, palesemente, il problema sarebbe il rischio di pubblicare un testo generato, quindi potenzialmente non tutelabile dal diritto d’autore. Eppure questa cosa non viene affatto menzionata.

Secondo Forte, infatti, le IA sono difficili da individuare leggendo poche pagine; perciò bisognerebbe commissionare la valutazione di migliaia di manoscritti a collaboratori esterni, con un peso economico insostenibile persino per una CE delle dimensioni di Mondadori (cui le collane di Forte fanno capo).

Tuttavia, questa problematica svanisce quando Forte deve giudicare un premio letterario: si è premurato di ricordarci che presiede ben 24 giurie di premi e che lui le IA le sgama subito, perché scrivono tutte allo stesso modo e con frasi ricorrenti!

Perché, allora, la stessa operazione non è possibile anche sui manoscritti da valutare? Sicuramente a un premio si giudica un numero di testi molto più contenuto, ma è solo una mera questione di quantità? Anche perché, guardando i cataloghi delle big, non ci sembra proprio che sgomitino per pubblicare esordienti, né che la percentuale di “signori nessuno” arrivati dalla posta elettronica senza passare per agenzie letterarie e scuole di scrittura sia qualcosa più che risibile (se non contiamo quelli lasciati davanti al portone dell’editore in un cestino con la letterina “prendetevi cura del mio bambino”, che non era per niente un caso mediatico orchestrato ad arte…).

Se davvero c’è un problema di valutazione, viene da chiedersi perché non si possa, per esempio, imparare dalle piccole case editrici, come quelle che animano proprio Stranimondi, che devono far quadrare risorse ben più contenute. Delle pratiche già collaudate sono l’apertura delle call solo per certi periodi dell’anno o su tematiche molto specifiche (cosa che tra l’altro Franco Forte fa già per le antologie di racconti), che restringono così il numero di manoscritti ricevuti. O aumentando i criteri per cui una proposta si può cestinare senza leggere neanche una riga del testo (per esempio, appunto: qualsiasi testo ricevuto fuori dalle finestre di invio).

Anche perché, come ha osservato Marta fuori dal panel, leggere tutto serve in varie fasi di valutazione, soprattutto con un esordiente promettente che, proprio in quanto tale, non può avere la maturità di un autore rodato e di lungo corso. Eppure, il criterio per scartare un manoscritto è più complesso di quanto dipingano i rant su “troppa gente vuole pubblicare” o “mollate l’IA”. Tra le altre cose, conta anche la capacità dell’esordiente di costruire (e scrivere) una storia che ci dica qualcosa, con ciò che questo comporta. A volte bastano pochi capitoli, altre volte bisogna arrivare fino in fondo. Per l’IA, invece, spesso sono sufficienti pochissime pagine perché sorga il (fortissimo) sospetto, e questa è un’intuizione che va oltre le strutture ricorrenti, figlie di una macchina e non di una mano o di una mente umana.

Ci sono tante opzioni, anche senza arrivare agli estremi di quelle case editrici che richiedono l’invio dei manoscritti cartacei – una soluzione che anche Sosio, scherzando prima delle domande, ha suggerito per la prossima edizione del Premio Urania, arrivando a immaginare manoscritti vergati a mano, con controlli della grafia, che sia abbastanza irregolare da essere senza ombra di dubbio opera umana (sperando però che gli aspiranti autori non abbiano la grafia da medici).

Battute a parte, i problemi sollevati da Forte esistono, ma si possono anche trovare soluzioni senza gridare alla fine dell’editoria come la conosciamo. La più semplice e rivoluzionaria? Assumere gente che legga i manoscritti, e pagarla quanto sarebbe giusto e sostenibile per il professionista. Sentire che Mondadori non ha budget è francamente deprimente per il settore.

Piccoli problemi di influencer e di ragazzini su Wattpad

E qui, forse, si conclude la parte del discorso di Franco Forte focalizzata sul tema del panel. Peccato che non fosse finito il suo intervento.

Perché da qui siamo scivolati in un tono forse più adatto, a nostro parere, a un momento tra amici al bar che al panel clou di una manifestazione di rilevanza nazionale, con una lunga polemica che per lo più ha messo in evidenza le difficoltà di alcuni lavoratori del mondo dell’editoria con le trasformazioni del digitale. O un bizzarro scaricabarile dei problemi dell’editoria italiana sugli autori.

Forte infatti evidenzia che alla fine non serve neanche più leggere i manoscritti, perché in realtà, del contenuto oggi, anno domini 2026, non importa più a nessuno, conta solo che il libro sia vendibile (sempre sua affermazione), tanto che i responsabili marketing hanno ormai più potere dei direttori di collana. Questa frase sarebbe dimostrata dal fatto che, sempre oggi, si producono SOLO i libri degli influencer, quelli che possono garantire un certo numero di vendite anche alla prima uscita editoriale. Nel lamentarsi, ha pure lasciato intendere che sarebbero IA molti libri opera di nomi di spicco della divulgazione italiana (che noi preferiamo non riportare), con conseguente perdita dei posti di lavoro come ghostwriter che spesso lavorano dietro la “vanity press”.

Ma non sarebbe questo il vero male. Ci ha indicato infatti le community, i gruppetti di ragazzi che si vedevano girare per la fiera: community online in cui uno di loro ha pubblicato con un editore di riferimento, e tutti gli altri sono lì per comprarne il libro. La minaccia, secondo Forte, è che tutto questo non lo vedremo più, perché l’IA lo farà sparire. Il meccanismo non era chiarissimo, ma da quello che abbiamo capito dipenderà dal fatto che i ragazzini, anziché comprare i libri “si scambieranno” le fanfiction su Wattpad e se le commenteranno online tra loro, senza acquistare più i libri dalle case editrici. Fanfiction che, ovviamente, scrivono e scriveranno con l’IA.

Secondo Forte sparirà quindi la maggior parte delle case editrici (e magariddio, aggiungiamo noi, visto che in Italia abbiamo circa 5.000 case editrici attive secondo AIE e quelle valide sono forse 200-300 – così, giusto per dire), perché l’IA sarà il meteorite che le estinguerà: le persone si scriveranno il libro da sole e se lo leggeranno da sole, al massimo nelle loro community online. 

Un’idea quantomeno bislacca, anche perché nel suo intervento Bennici aveva giusto raccontato di come gli esperimenti di contenuti pensati per il consumo individuale (un libro o una serie diversi per ogni persona, costruiti su misura sulle sue preferenze, tentati anche da Netflix e da piattaforme simili) fossero andati malissimo: le persone vogliono poter parlare di quello che hanno letto e visto, vogliono discuterne. La paura di Forte ci sembra quindi, quantomeno, infondata.

Dobbiamo ammettere che arrivate a questo punto ci guardavamo confuse e un po’ preoccupate, e abbiamo controllato il calendario, chiedendoci se fossimo finite in un qualche loophole temporale: la maggioranza di noi in Ultima Pagina scriveva fanfiction nei primi anni 2000 – c’è chi tra noi sta ancora aspettando che torni online Fanfiction Italia, con un account sequestrato da più di vent’anni, per capirci – e questi discorsi sulle “community”, “gli influencer”, “le fanfiction” ci hanno fatto sentire davvero molto giovani.

Ma soprattutto ci hanno fatto chiedere: dov’è stato Franco Forte negli ultimi vent’anni?! Perché è da quando esistono gli influencer che le case editrici vanno a cercarli per fare libri “facili”. E le polemiche relative vanno avanti da, appunto, parecchi anni, ma durante il panel di Stranimondi sono state presentate come una cosa nuova, dovuta all’intelligenza artificiale.

Potremmo fare un paio di riflessioni a margine del tema del panel, discutere seriamente del rapporto controverso che lega la fama di chi scrive all’editoria, mostrare come la stessa sfrutti la passione dei ragazzini delle community da decenni, sia permettendo ad autrici nate fanwriter di entrare nell’editoria “dei grandi” (così su due piedi vi citiamo Lara Manni, pubblicata da Feltrinelli, e Virginia de Winter con Fazi) sia pescando letteralmente a strascico testi con un’ampia fanbase sugli archivi digitali, lanciandoli sul mercato appoggiandosi ad esse.

Ma tutto questo non è un problema di oggi, così come non lo sono i numeri che tornano sempre meno e la parte aziendale delle case editrici che scricchiola. Quindi, lo faremo un’altra volta. Perché, una volta verificato che fossimo proprio a ottobre 2026, è sorta un’altra domanda: perché parlare di questo adesso, a un panel sulla IA?

La minaccia dell’IA non è il problema dell’editoria italiana… è l’editoria italiana

La minaccia all'editoria italiana è l'editoria italiana: meme dei due Spiderman che si indicano
Sorpresa! La minaccia all’editoria italiana è… l’editoria italiana

Nonostante il suo fosse l’intervento teoricamente più critico, quello che poteva giustificare il titolo apocalittico del panel, quasi nessuno dei problemi sollevati da Franco Forte è causato direttamente dalle IA.

Anzi, la sua riflessione ha messo in chiaro, ancora una volta, una cosa di cui siamo tutti e tutte a conoscenza, a parte forse le grandi big: l’IA non è il problema odierno dell’editoria italiana, ma è piuttosto la pezza (e il capro espiatorio) a problemi che si porta dietro da vent’anni, se non da prima.

Problemi che hanno iniziato a pesare in particolare quando si è risposto alla crisi del 2008 riducendo all’osso le redazioni, appaltando sempre più lavoro all’esterno, ossia a freelance sottopagati, rincorrendo però una continua crescita di titoli pubblicati che hanno sfiorato gli 85.000 nel 2025 (inclusi 16.000 autopubblicati, suppergiù). Il nuovo rapporto AIE sottolinea che gli oltre 70.000 titoli pubblicati dalle case editrici seguono un andamento stabile (+0,1%; +0,6% nell’anno ancora precedente). Questa impennata di sovrapproduzione, tuttavia, serve più a riempire gli scaffali dando l’immagine di un settore che funziona che a far davvero funzionare il settore.

O, come la giustifica Franco Forte, oggi neanche i grandissimi nomi come Ken Follett o Dan Brown rompono il tetto del milione di copie2 perciò la soluzione trovata è pubblicare più libri per ottenere lo stesso fatturato con più uscite e meno vendite sul singolo titolo.

Banalmente, siccome non ci sono più i gigaseller, i titoli supervenduti – una volta c’erano titoli che passavano il milione di copie, vi ricordate? Le Senza sfumature [sic], Il Codice da Vinci, quella roba lì. Adesso non esistono più, guardate, non vendono più oltre un milione di copie quelli lì, non ci sono più. Quindi cosa fai?

Si riducono le mega punte, i cosiddetti gigaseller, devi allargare perché i fatturati, la casa editrice li deve mantenere. Allarga il movimento. In questo movimento ovviamente esce di tutto. È ovvio che lì dentro ci può essere qualsiasi cosa. Però indipendentemente da questo, poi alla fine i libri che tu butti fuori, ne butti fuori 80.000, 100.000, poi è la gente che va a comprare e stabilisce.

Se la gente va a comprare, non posso fare i nomi, mannaggia, che io non guarderei neanche da lontano 20 km, ma quel libro vende 50.000 copie, la casa editrice ha guadagnato quei soldi, quindi le consente poi di pubblicare altri 1000 libri che non avrebbe potuto pubblicare perché non ci sarebbero stati i soldi.

– Franco Forte

Cosa mai potrebbe andare storto nel ridurre il personale e aumentare in maniera esponenziale il lavoro da fare? Oh, beh, è semplice: tutto.

Non è un caso nemmeno che, fin dai primi minuti del panel, si sia portato l’esempio dello sviluppo software, settore in cui affidare il lavoro all’IA sarebbe ormai “normale”. E in parte è vero: la maggioranza di sviluppatori e sviluppatrici usa l’IA e ne è contenta, e Linda è una di queste; nell’ultimo sondaggio condotto da Stack Overflow lə favorevoli erano il 62%, e a inizio 2026 uno studio sulla produttività è saltato perché i dev si rifiutavano di lavorare senza IA, cosa che fa molto ridere e anche un po’ piangere. E tuttavia, “normale” non significa “indolore”: la fiducia nell’accuratezza degli output resta bassa, e negli Stati Uniti l’occupazione degli sviluppatori tra i 22 e i 25 anni è crollata di oltre il 20% dal 2022, mentre quella dei senior continua a crescere.

Le aziende non hanno smesso di avere bisogno di persone, hanno smesso di formare quelle nuove. Vi ricorda qualcosa?

Ci rendiamo anche conto che, tirando le fila degli interventi, il ricorso alle IA non solo sarebbe economicamente vantaggioso, ma risolverebbe gli iniqui compensi di co.co.co., gli stage aggratis perché “dai resisti qualche mese che poi ti assumo”, i tirocini curricolari dell’università, il compenso già misero che arriva pure con mesi di ritardo… Insomma, il famigerato pagamento in visibilità, perché il prestigio di lavorare con una big avrebbe compensato tutto il resto.

Se si eliminano le persone, il processo diventa sicuramente molto più etico, no? Soprattutto se quelle eliminate sono le figure junior (a quarant’anni), mentre i senior la cadrega se la tengono stretta.

Questo, secondo noi, doveva essere il cuore del panel, questa la vera minaccia: la finale rottura di quella catena di rapporti che aveva contraddistinto la formazione dei professionisti editoriali. E il peggioramento delle condizioni lavorative, che già non erano eccelse.

E invece no. Invece di scegliere di diminuire la produzione, e spalmare il budget pagando meglio i collaboratori (un’idea fantascientifica, ma d’altronde eravamo a Stranimondi) si decide scientemente di credere alla panzana per cui si possa produrre sempre di più e quindi vendere sempre di più.

Nel 2010 erano 60.000 i titoli pubblicati, sedici anni dopo sono 85.000, e intanto il potere d’acquisto è calato. Chi dovrebbe comprare, e perfino leggere, tutta questa mole di carta?

Carta che, considerando sia la questione ambientale (e va bene le foreste FSC ma fino a una certa) sia gli aumenti della materia prima negli ultimi anni, sarebbe bene andasse al macero il meno possibile.

È la sovrapproduzione in tutti i sensi, il problema, che giustifica l’IA e svilisce l’umano

È quantomeno ironico dire che la minaccia all’editoria è costituita dagli archivi digitali gonfi di storie e dagli aspiranti autori che utilizzano l’IA, ma allo stesso tempo giustificarne l’utilizzo per tagliare sui costi di produzione.

C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel mettere sullo stesso piano un fanwriter amatoriale che si aiuta con l’IA per tradurre o correggere (perché è piuttosto scontato che non abbia le risorse per pagare un professionista per affinare il proprio “lavoro senza scopo di lucro”), e le grandi case editrici che muovono centinaia di milioni, oppure i singoli professionisti a cui viene dato troppo poco tempo e con troppo poco denaro per raggiungere obiettivi fuori da qualsiasi logica umana.

Persino il dottor Forte forse non se ne accorge, ma il fatto che debba leggere, da solo, così tanti manoscritti e lavorare in così tanti premi, mostra come sia esso stesso vittima della cronica mancanza di personale in ambito editoriale, dove a una figura è chiesto di lavorare per cinque, minimizzando ogni spesa nella speranza di massimizzare la resa. Finché non si scoppia.

Il problema è che una casa editrice dovrebbe continuamente cercare, io cerco di farlo tutti i giorni, nuove proposte, nuove idee, nuovi autori, nuove cose belle, cose che non ho mai visto, quel quid che non c’era mai stato. Per poterlo fare ho bisogno di leggere interamente un testo, non posso dargli solo la prima occhiata. Prima potevo farlo un pochino di più, oggi è un disastro, non possiamo più farlo per una questione economica.

– Franco Forte

E come altro si potrebbe fare, sfornando decine di migliaia di titoli, senza “barare”?

E questo puntare il dito su chi vorrebbe accedere a questo mondo non fa altro che rompere del tutto quel patto implicito per cui la persona esperta insegna ad altri la professione e permette l’accesso al settore.

Se a ogni domanda dello scrittore o dell’editor in formazione può rispondere una IA sempre più addestrata dai professionisti che le si rivolgono… perché lo scrittore dovrebbe ricorrere a un professionista? Dopotutto, anche lo sponsor della fiera vende corsi per addestrarsi da sé la propria IA.

Tutto il panel, insomma, si è rivelato una lama a doppio taglio: peccato che non saranno questi maturi professionisti, con solide carriere, a pagare le conseguenze di questo uso poco lungimirante degli strumenti generativi. Anche se nel breve periodo li costringono a leggere fino in fondo i manoscritti.

Quindi, qual è la minaccia?

Per rispondere alla domanda del titolo del panel: una minaccia c’è, ma non abita nei data center, europei o sottomarini che siano. Abita in un modello di business che da oltre quindici anni taglia le persone e moltiplica i titoli, e che oggi ha trovato nell’IA il collaboratore perfetto. Domani… chissà.

Potenzialmente la vera minaccia è il dover cambiare il proprio modo di scrivere consolidato (per esempio, Gaia che ama da sempre gli em dash, e Linda che adora i punti e virgola da quando ha imparato a scrivere3) per paura di essere accusati di usare l’IA per scrivere. Se, come e quanto l’IA modificherà il nostro uso dell’italiano (chissà, magari renderà “normali” i femminili nelle professioni di prestigio, chi può dirlo?) e – se vogliamo essere davvero catastrofiste – che, a forza di consumare contenuti mordi e fuggi come i drama IA sui social e le app di webnovel copia/incolla, abituandosi quindi alle produzioni tutte uguali, tutte stereotipate, tutte prive di complessità… allora diventerà direttamente inutile il lavoro creativo degli esseri umani.

Questo è ovviamente lo scenario peggiore (escludendo una possibile terza guerra mondiale o le atomiche gettate nel giardino dell’Europa, ovvio).

Per adesso, comunque, aspettiamo il giorno in cui l’editoria deciderà di pubblicare meno e pagare meglio: solo allora potremo finalmente parlare di IA per quello che è, cioè uno strumento, utile o meno a seconda di come lo si usa, e non un alibi.

Fino ad allora, ci rivediamo al prossimo panel (magari con qualche relatore in disaccordo, che il bello dei dibattiti, in fondo, è quello).


  1. Tecnicamente, anche le copertine ↩︎
  2. Sarà forse anche che, per fare un esempio, l’ultimo libro di Follett al momento dell’uscita (2025) costava 27,00€ in formato cartaceo e 18,99€ come ebook? Non proprio prezzi nazionalpopolari, diciamo ↩︎
  3. Gaia ci tiene a far sapere che strapperete trattoni e punti e virgola dalle sue fredde mani morte e che non smetterà mai di usarli <3 fuck the AI ↩︎

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Ultima Pagina

Nato nel 2016 come eredità di Writer's Dream, oggi è guidato da sette donne, tutte professioniste del settore editoriale, ed è l'hub per chi legge, chi scrive e chi lavora (o vorrebbe lavorare) nel mondo dei libri e dell'editoria.

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