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Il caso Claude: novità legali sul futuro delle IA in editoria

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Laura Casale

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Il caso Claude: novità legali sul futuro delle IA in editoria
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Si è creato un precedente importante nella lotta di autori ed editori contro le società che producono intelligenze artificiali addestrate con materiale protetto da copyright: qualche giorno fa Anthropic ha dichiarato davanti a un giudice federale di San Francisco di aver accettato di pagare 1,5 miliardi di dollari per risolvere una class action intentata da un gruppo di autori. L’accusa alla società di intelligenza artificiale era appunto di aver utilizzato i loro libri per addestrare il suo chatbot Claude senza autorizzazione.

Claude è un’intelligenza artificiale pensata apposta, tra i suoi veri compiti, per aiutare gli scrittori nel brainstorming e nello sviluppo delle loro idee. È uno dei chatbot che ha usato anche Andrea Colamedici per scrivere Ipnocrazia e inventare il suo autore, per uno dei saggi più controversi del 2025. Ne abbiamo parlato anche nel corso dedicato agli strumenti utili per scrittori autopubblicati, La cassetta degli attrezzi, sempre questa primavera. La domanda sorta anche in Ultima pagina, studiando il funzionamento del bot, è però la solita: come è stato addestrato per saper inventare trame e spunti anche potenzialmente validi? 

Male, sostanzialmente, ma non per una questione morale. Il giudice distrettuale statunitense William Alsup lo giugno scorso ha stabilito infatti che Anthropic è in torto non per aver usato libri per addestrare Claude, ma perché per farlo ha usato una “biblioteca centrale” piratata di oltre 7 milioni di titoli, un database che non avrebbe dovuto essere utilizzato a tale scopo. Anzi, che non avrebbe dovuto proprio esistere. 

Perché il patteggiamento di Anthropic potrebbe essere epocale?

Innanzitutto, perché è la prima class action di questo genere che potrebbe arrivare a un patteggiamento o una sentenza, ma non è la sola. Come detto in apertura, questo rischia di essere un precedente di peso non indifferente, anche per come funziona il sistema americano, che si basa spesso sulle sentenze o le decisioni precedenti. 

«Se approvato, questo accordo storico rappresenterà il più grande risarcimento per violazione del copyright mai reso pubblico nella storia, superiore a qualsiasi altra transazione in una class action per copyright o a qualsiasi singolo caso di violazione del copyright portato a sentenza definitiva», hanno affermato i querelanti nel documento.

È rilevante anche la cifra accettata come sanzione dalla società, anche perché in realtà non è ancora definitiva: si sta ancora analizzando quali opere protette da copyright e autori sono stati dati in pasto a Claude. Se si rivelassero più di quanti sono stati stimati nella causa, la cifra potrebbe ancora salire. 

Questo fa anche capire quanto sul serio sia presa la questione della pirateria negli Stati Uniti (kkkkk non ruberesti mai un’auto… ah no, quella è roba nostrana). Di solito, se un’azienda del genere accetta di pagare una cifra simile, è perché è l’opzione migliore per evitare danni maggiori. I querelanti confermano che in caso di sentenza il risarcimento potrebbe aver raggiunto i miliardi di dollari. Ed è il motivo per cui è finita nei guai anche Meta, perché anche in questo caso una banca dati illegale di libri, testate e articoli sarebbe stata usata per addestrare l’IA di casa.

La questione del “fair use”

A loro difesa, le aziende coinvolte in queste class action finora hanno sostenuto di aver fatto un uso legittimo (fair use) del materiale protetto da copyright per creare nuovi contenuti trasformativi nei loro sistemi. 

È un argomento legale ancora oggetto di dibattito, perché sebbene i testi prodotti dalle IA non siano strettamente derivativi o plagi, si tratta comunque di un utilizzo non previsto di opere protette. Per questo, dal punto di vista giuridico, si sta puntando parecchio sull’impiego di banche dati piratate: chissà se ad Anthropic si stanno chiedendo quanto gli sarebbe costato cercare un accordo con qualche editore per avere lo stesso quantitativo di titoli. Bruscoli, a confronto, ma a patteggiamento quasi approvato è facile da dire.

Il prossimo caso, portato a un altro giudice di San Francisco, che sta esaminando una causa simile in corso contro Meta. Il primo parere sull’impiego di utilizzare opere protette da copyright senza autorizzazione per addestrare l’AI è che si tratterebbe di un’operazione illegale in “molte circostanze”.

Quali fonti alternative si potrebbero usare?

A questo punto, per evitare nuove cause legali, si potrebbero cercare fonti alternative di materiale letterario ed editoriale con cui addestrare le IA. 

Ci sarebbe tutta la produzione di autori morti da almeno settant’anni e dunque libera da copyright. In questo caso però credo che il problema sia avere materiale più in linea con il modo in cui parlano, ragionano e scrivono le persone contemporanee: bello Shakespeare, ma un’IA che risponde in versi usando l’inglese rinascimentale sarebbe comprensibile solo a pochi. 

La cosa triste è che questo vale anche per opere del Novecento. Molti autori testimoniano il processo di semplificazione della lingua in corso nei processi editoriali contemporanei, dove parole che dieci anni fa era normale trovare nei testi di Topolino (che a differenza di quello che pensano certi ministri, è sempre stato una lettura arricchente per bambini e ragazzi, anche dal punto di vista semantico), ma che oggi vengono bollate come desuete. 

È vero che le lingue si trasformano nel tempo, aggiungendo nuovi vocaboli e perdendo quelli che decadono perché non vengono più utilizzati per parlare o scrivere. L’inglese in particolare sforna neologismi a tutto spiano – circa 5.400 parole vengono create ogni anno, secondo il Guardian, di cui almeno un migliaio di parole entrano nell’uso comune dell’inglese. Non è necessariamente una sconfitta: è un’evoluzione che va di pari passo con il pensiero e la società, ma che rende meno efficace l’apprendimento da Jane Austen, a 250 anni dalla sua morte (per le macchine, voi leggetela lo stesso). 

La zona grigia legale rappresentata delle fanfiction

Un’altra questione uscita più volte riguarda l’impiego delle fanfiction per addestrare le AI. Dal punto di vista legale, potrebbe essere una zona grigia ideale per le tech corp. La fanfiction infatti è una “violazione del copyright tollerata” (da quasi tutti gli scrittori, almeno) perché alla fine dei conti contribuisce a creare comunità intorno alle opere originali e a diffonderle, generando potenzialmente un ritorno per chi possiede i diritti.

Ciò crea una falla: il fanwriter non può contestare legalmente l’uso della sua produzione per addestrare le IA, perché non ne detiene i diritti. Tuttavia, neanche l’autore o l’editore dell’opera originale possono intervenire, perché *tecnicamente* la fanfiction non appartiene a loro, non l’hanno scritta né pubblicata. Solo ispirata. 

Un gap legale che potrebbe essere perfetto, in questo caso, senonché… Ok, nominiamo l’elefante nella stanza: la qualità media per stile e sintassi delle fanfiction è abbastanza bassa e potrebbe essere un materiale improprio per l’addestramento tanto quanto un linguaggio ormai anacronistico.

È un’osservazione che mi permetto di fare sulla base della mia esperienza, ossia una decina di anni come autrice e lettrice di fanfiction, oltre che membro o sostenitrice di praticamente tutti i gruppi che si lamentavano del basso livello delle storie nel fandom italiano. 

Che poi, è un hobby: non bisogna essere Stephen King per scrivere online

Per carità, è anche normale: la scrittura amatoriale è un passatempo, come dice il nome stesso, e può servire da palestra proprio per migliorare le proprie capacità autoriali anche grazie al feedback dei lettori. Anzi, è un’esperienza che io mi sentirei proprio di suggerire a chi vuole scrivere, anche se forse adesso la cultura del fanwriting in Italia si è un po’ persa negli ultimi anni: è una modalità di pubblicazione che permette di entrare in contatto con i lettori, quindi è una possibilità di testare le proprie idee, imparare a reagire nel modo migliore ai commenti negativi, anche sviluppare una continuità se si pubblicano storie a capitoli.

Tuttavia, io non mi sentirei di usare neanche le mie fanfiction di quindici-dieci anni fa per addestrare un’IA, specie se pensata per essere di aiuto o supporto per scrivere, perché la qualità comunque è mediamente bassa, sia dal punto di vista tecnico – anni passati a discutere con persone convinte che “la grammatica o l’ortografia non sono importanti, se c’è l’emozione!” o che ripropongono il trope del momento spesso in un ciclo di “lava, sciacqua, ripeti” all’infinito che alla fine portava a chiedere se si poteva ancora parlare di opere creative

E ripeto, penso a quel periodo con grande affetto e nostalgia, anche perché mi ha aiutato a sviluppare competenze che tuttora uso nel mio lavoro, eppure non credo che sia materiale adatto allo scopo. 

Le sentenze serviranno a cambiare questa tendenza di usare materiale protetto da copyright per addestrare le IA?

In realtà… no, perché quelle delle grandi tech corp sono già addestrate. Tuttavia, in questo caso mi sento di approvare il valore punitivo del patteggiamento (*pagherete caro pagherete tutto*) e potrebbe settare la linea per eventuali future IA. 

Certo, utopisticamente starebbe poi all’utenza avere una consapevolezza del diritto d’autore tale da saper rinunciare al trend del momento per farsi le illustrazioni in tema studio Ghibli… E sento già dal fondo della sala: “Ma come, se sta su internet non è libero e gratis?”. 

Eppure, questa domanda, come sono addestrate le IA, dovremmo porcela più spesso. Insieme a un’altra: dov’è la linea di demarcazione quando si vuole scrivere e intestarsi la paternità di un libro, se si usa l’IA? Su questo tema sto leggendo in questo periodo alcuni dei libri dove è stato dichiarato l’impiego delle IA (il già citato Ipnocrazia) e sarebbe interessante aprire una discussione in merito. Fino a dove l’IA è uno strumento e quando si sostituisce all’autore, o meglio, l’autore rinuncia al suo ruolo e lo lascia allo strumento?

Anche perché diverse delle questioni questioni sollevate sulla programmazione di chatbot come GPT e Claude fanno intuire che sono strumenti utili alla scrittura *fino a un certo punto*: dalla tendenza a compiacere l’umano con cui sta interagendo per farlo fermare più tempo – anche a costo di dargli la risposta sbagliata – al rispondere con le possibilità più ripetute e quindi considerate più “affidabili” (e quindi, nel caso di una trama, più scontate), fino alle “allucinazioni” dovute al fatto che l’IA non ha modo di verificare se le informazioni che macina e restituisce all’utente siano vere, il potenziale per un disastro c’è, eccome. Citando un paper uscito poche settimane fa:

In definitiva le allucinazioni dipendono dall’impossibilità dei modelli nel distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. La macchina non ha la nostra concezione di giusto o di sbagliato, esistono solo sequenze di token ai quali vengono attribuiti punteggi. La macchina sa attribuire un punteggio alle risposte che dà ma non può sapere davvero se quelle risposte corrispondono alla realtà dei fatti. Per quello ci vuole un’elaborazione delle informazioni decisamente troppo umana.

Quindi ecco, forse è davvero meglio costruirsi una rete di pari con cui interfacciarsi e porsi domande su quello che si scrive, come si fa nel mondo delle fanfiction. Perché anche solo in qualità di betareader, prima di passare a figure più professionali, l’IA ancora non batte l’umano. E, concludo, perché confrontarsi con un qualcosa che tenderà a dirti sempre che hai avuto un’ottima idea a prescindere dal contenuto, ecco… Temo che non solo non rappresenti un terreno fertile per crescere come scrittori, ma che piuttosto rischi di essere l’equivalente del laghetto per Narciso. 

Ma in Italia… come siamo messi?

Mentre stavo terminando questo articolo, in Senato è stata approvata la prima legge italiana sull’intelligenza artificiale ed è… Mm, diciamo che mi ha ricordato i tempi in cui studiavo la legge Gasparri del 2004 in cui si parlava tantissimo di microfilm e in cui internet sembrava solo un’estensione o una versione immateriale dei media tradizionali.

Ci sono voluti 512 giorni per l’approvazione del testo dalla prima presentazione e già solo questo contribuisce al problema: dal 23 aprile 2024 sono stati rilasciati o aggiornati almeno una sessantina di nuovi modelli e strumenti IA a disposizione del grande pubblico (tra cui la più recente versione di ChatGPT e il cinese DeepSeek), ma per una revisione della legge dovranno passare due anni. E comunque mancano ancora i decreti attuativi della norma, almeno sette si prevede, per cui servirà almeno un altro anno. Chissà cosa succederà mentre la macchina burocratica italiana finirà di mettersi in moto.

Sono tempi rapidi per gli standard del Parlamento italiano, ma che tuttavia non hanno assolutamente senso se la volontà è quella che sembra, ossia cercare di imbrigliare un settore tecnologico che fa balzi impressionanti nel giro di settimane. 

La legge in ogni caso prevede di creare un osservatorio per il monitoraggio dell’uso delle intelligenze artificiali, che rientrerà nelle competenze del ministero del Lavoro e che dovrà indagare alcuni aspetti specifici dell’utilizzo dei loro algoritmi. Tra gli  obiettivi c’è garantire un impiego più trasparente nel caso in cui siano impiegate per valutare potenziali e attuali lavoratori, ma anche per i clienti delle aziende che dovranno essere messi al corrente nel caso in cui riceveranno un contenuto generato in toto o in parte con IA generative. Sarà interessante capire se vale anche per i libri: in caso di romanzo generato con l’IA, andrà dichiarato nei dati di vendita?

Tuttavia, questa legge si applica solo alle imprese e alle amministrazioni italiane. Inoltre, anche rispetto alla legge europea – che pure si sta cercando di semplificare proprio per stare dietro alla tema da normare – manca uno spazio di dialogo tra impresa e istituzioni proprio per poter testare e studiare nuove applicazioni dell’IA (le cosiddette “regulatory sandbox”). È quindi un peccato che la discussione non sia riuscita anche a beneficiare delle riflessioni emerse in Europa – tra l’altro, le sandbox erano richieste proprio dall’Unione Europea in qualunque legge statale simile, quindi si parte doppiamente azzoppati. 

Anche i fondi destinati a questo provvedimento fanno alzare un sopracciglio: dal punto di vista finanziario, lo Stato prevede di destinare alle imprese e alle startup un miliardo di euro, mentre le pubbliche amministrazioni resteranno fuori, pur dovendo formare il proprio personale sul tema. E chi ne avrebbe più bisogno vi chiederete voi? 

Il confronto è molto ingeneroso se si guarda cosa stanno facendo molti degli stati europei. La Francia, che vorrebbe ritagliarsi un ruolo di hub europeo delle AI alternative ai modelli americani e cinesi, ci ha messo giusto 109 miliardi. Così. 

Poi per carità, ci sono anche dei passaggi positivi – come la volontà di punire i reati compiuti con contenuti di tipo “deepfake” – che però si traduce nella tendenza di questo governo di aggiungere nuovi reati puniti con anni di reclusione (da uno a cinque anni, se si prova che il video o le immagini fake sono state usate per produrre un danno), senza peraltro aumentare i posti nelle carceri. 

Insomma, una legge che parte già indietro e che difficilmente riuscirà a colmare la distanza con la materia che dovrebbe regolamentare, a differenza della tartaruga della fiaba.

L'articolo è stato scritto da

Foto di Laura Casale

Laura Casale

Nata a Genova, studia Comunicazione a Savona con l’idea di fare la giornalista, ma si innamora dell’editoria strada facendo, scoprendo di poter trasformare in una professione la sua esperienza di fanwriter, beta reader e grafica amatoriale. Dopo la specialistica si lancia nella libera professione e sta ancora decidendo che atterraggio fare, nel frattempo si occupa di libri e di comunicazione digitale. Nel tempo libero legge, cammina e si gode il mare.

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  • Claude avevo capito che fosse una AI addestrata in particolare per scrivere… codice! Funziona molto meglio di ChatGPT e Copilot (vabbè, tutto funziona meglio di Copilot), e l’ho sostituita con Perplexity solo perchè Tim mi ha omaggiato della versione pro gratis per un anno: devo metter su un portale in PHP per lavoro, non conosco per niente PHO ma ci sto riuscendo lo stesso!
    Dicevo, Claude sul codice funziona *estremamente* bene al momento: dà soluzioni intelligenti, spiega come le ha costruite, offre alternative, prende qualche iniziativa (“creami un a pagina php partendo da questa query, e organizza i campi in sezioni” e lui me l’ha creata organizzando i campi in sezioni tematiche decidendo correttamente il contenuto di ciascuno: non me l’aspettavo!).
    Il punto è: da cosa si alimentano i vari Claude, ChatGPT e Perplexity? Da esempi di codice presi online. Il problema è che a lungo andare buona parte del codice presente online sarà scritto da AI, per cui la capacità di generare codice fatto bene andrà degradando… e lo stesso, immagino, succederà ai testi, visto che tra social network, ebook e giornali online la quantità di roba scritta dalle AI è di molto superiore a quello che immaginiamo.
    Detto questo, dall’articolo – ma, più probabilmente, dalla sentenza – non si capisce come verrebbero compensati gli artisti defraudati, nel senso: come fai a dimostrare che una tua opera è stata utilizzata, se il riferimento è vago e non preciso e inattaccabile?

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