Si apre in una nuova scheda

La tiratura

Scritto da

Gaia Facchetti

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Ogni settore ha il proprio lessico e conoscenze base specifiche, che spesso si apprendono all’inizio del percorso lavorativo e, interiorizzati, non sono più messi in discussione.

In ambito editoriale, una di queste espressioni date per scontate è quella della “tiratura minima”.
Può apparire come un concetto semplice, e di fatto lo è, ma alcuni eventi delle ultime settimane ci hanno fatto pensare che, forse, tanto immediato non sia e che ci possano essere alcune imprecisioni nel sentire comune. 

Che cos’è la tiratura? Davvero “per legge” è di mille copie, come abbiamo letto di recente in una intervista a un’autrice Newton Compton? E davvero quando è di “sole” 350 copie, è sbagliata, come è sempre di recente stato detto alla ABEditore, al lancio del suo ultimo libro? 

Definizione e quantità

Con “tiratura” si intende il numero di copie che vengono stampate per la singola edizione di un dato prodotto cartaceo, che sia una rivista, un francobollo o, come nel caso che a noi interessa, un libro. 

Stiamo parlando, quindi, di libri fisici: gli ebook e gli audiolibri, qua, non contano.

Per rifarci alla definizione che ne fa Minimum Fax nel suo glossario:

Tirature: è il numero di copie in cui viene stampato un titolo al lancio del libro. Tanti fattori concorrono alla determinazione della stessa, in particolare il prenotato in libreria, il piano stampa, lo storico vendite dell’autore (laddove presente), per ultimo ma non meno importante l’intuito dell’editore che ha scelto quel titolo e che scommette sullo stesso.

Per chi scrive e per chi pubblica, questo dato è presente nel contratto editoriale. Indicarlo è un obbligo, in caso di contratto di edizione a termine (il più diffuso), pena la nullità del contratto stesso

Questo è l’unico obbligo: la legge sul diritto d’autore non contiene alcun riferimento a una “quantità minima” né quantifica in altro modo l’ammontare di una prima tiratura o delle successive. 

Come possiamo leggere nella definizione data da Laura Romeo, ci sono tante variabili che spingono un editore a decidere per una maggiore o minore quantità di libri: non serve spiegare che il capitolo finale di una saga amata e molto attesa potrà verosimilmente essere stampato direttamente in migliaia di copie con la sicurezza di venderle, mentre l’opera prima di uno sconosciuto è più saggio si aggiri su qualche centinaio.

Oltre a questo, l’edizione stessa è una variabile: libri fotografici, molto costosi, oppure edizioni di pregio normalmente sono prodotte in tirature limitate, sia perché il loro prezzo restringe il numero di acquirenti, sia perché una tiratura numerata e “limitata”, speciale, può essere una mossa di marketing.
Ma non solo: banalmente, un’edizione pregiata risente di più di una cattiva gestione di magazzino e delle disavventure che possono accadere nel trasporto e rischia di generare costi non preventivati.  

Se l’edizione economica con copertina flessibile ha qualche pagina piegata, di solito nessuno si lamenta; se la copertina rigida con illustrazioni celebri, scritta con sangue di Vergine (e non Capricorno) arriva con gli angoli rovinati, è più facile che si tenda al reso, con una serie di trasporti e costi in più per l’editore, che quindi ha tutti i motivi per decide di seguire e gestire con maggior cura un numero inferiore di volumi. 

Ed è tutto qua. Finito. 

Ieri e oggi

Parlare di un determinato numero di copie “imposte per legge” è sbagliato, quindi, ma comprensibile per quelle che erano le consuetudini in passato, sia per le big sia per le CE minori.
Anni fa le tirature erano maggiori, non tanto perché “si leggesse” o “si vendesse” di più, ma perché i macchinari delle stamperie gestivano solo grossi quantitativi. 

All’epoca c’era solo quella che oggi viene chiamata “stampa tradizionale”, che ancora si sceglie per i libri di alta qualità (per esempio i cataloghi delle mostre d’arte). Ha una lavorazione più lunga e complessa, con la gestione dei quattro colori separata e dipende dalla realizzazione delle lastre litografiche, cioè fogli di alluminio a cui viene applicata una pellicola fotosensibile dove si incidono o imprimono i contenuti che dovranno essere stampati. Successivamente il tutto viene esposto ad un forte fascio di luce. La stampante offset “legge” poi la lastra per sapere dove deve applicare il colore e con che intensità.

Quando si stampano i libri, non si stampa una pagina per volta: si stampa su un unico foglio che contiene al suo interno più pagine; è dalla piegatura e dal taglio di questo, che si ottengono le effettive pagine finali del libro. Le dimensioni più comuni sono quelle dell’ottavo ( si ottengono otto pagine), del sedicesimo (se ne ottengono sedici) e del trentaduesimo (e se ne ottengono trentadue).

Questi fogli enormi, detti “folio” quindi richiedono quattro lastre (ciano, magenta, giallo, nero) per ogni fronte. Ovviamente, per creare un’economia di scala che faccia rientrare dei costi e permetta anche guadagnarci qualcosa, era necessario fare tante copie e mettere un prezzo coerente.

Oggi si tende a stampare buona parte dei libri in digitale, quindi le pagine sono gestite singolarmente e poi cucite – ma più spesso solo incollate – insieme. I file vanno direttamente dal computer alla stampante che interpreta il PDF per sapere cosa deve produrre e come dosare i quattro colori. È un procedimento più rapido e meno costoso, anche se tendenzialmente di qualità più bassa. Ciò permette di fare anche tirature molto più contenute, anche nell’ordine dei 20 o 50 pezzi, ma ha aperto le porte anche all’editoria on demand, con la stampa della singola copia quando si riceve un ordine. 

Stampare poche decine di pezzi all’ordine avrebbe una serie di vantaggi: zero invenduto, zero spreco, zero macero, minori costi di magazzino e movimentazione.  

Perché le case editrici, allora, non lo fanno?

Perché comunque minore la tiratura, maggiore il prezzo che lo stampatore chiede all’editore. Si tratta quindi di cercare un equilibrio: quanti volumi mi servono per ammortizzare i costi di stampa? Quanti ho la certezza saranno venuti? Quanti titoli ho, quanto mi costano di magazzino? Ma soprattutto, quanta liquidità ho da anticipare, perché chi stampa non accetta “pagherò” ? E quanto posso poi spendere in promozione, perché è inutile fare tirature da duemila pezzi che restano invenduti e finiscono al macero? 

Tutto questo porta a un lento abbassamento delle tirature. “Mille volumi”, se non specificati nel contratto, sono una tiratura che soltanto le big possono rischiare in serenità per ogni loro titolo.

Qual è il problema?

Una bassa tiratura implica due cose: tempi dilatati per la vendita di future edizioni e ristampe (se il titolo è stato esaurito e c’è motivo di programmarle) che si traducono in “tempo perso” senza vendite, quindi guadagno l’autore, né per l’editore. A meno che non si arrivi a pensare che l’editore preferisca non guadagnare da un determinato libro, si capisce che, ancora una volta, la scelta della tiratura dipende da vari fattori, e che non è nell’interesse di nessuno mettersi i bastoni fra le ruote da soli. 

E qui arriviamo al caso emblematico di ABEditore. 

Il “caso” ABEditore

Per chi se lo fosse perso, la casa editrice meneghina ha pubblicizzato il suo ultimo volume, un’antologia in edizione limitata che accompagni i lettori affezionati al gotico e all’horror verso la notte di Halloween come un classico calendario dell’Avvento fa verso il Natale.

Messo in vendita il 15 settembre, è andato sold out… poche ore dopo. Un successo, una cosa bellissima per tutti. O quasi: alcune persone, deluse dal non poter acquistare il volume, invece di limitarsi a esprimere il proprio rammarico hanno accusato la casa editrice di non curarsi del pubblico e di alimentare il mercato dei bagarini.  

Ora, un po’ di delusione è comprensibile. No, davvero: ne volevamo fortissimamente delle copie anche noi. Ma al di là dello scorno e del riscontrare un po’ di maleducazione in certi commenti online, alcune delle critiche ci hanno fatto riflettere sulla percezione che il pubblico ha di quante siano “poche” copie. E se davvero 350 copie siano “troppo poco”. 

ABEditore è una realtà conosciuta e amata, piccola per numero di titoli stampati, ma “grande” nella percezione, nella notorietà.

Ripensando a quanto abbiamo spiegato su quali siano le motivazioni che portano a scegliere e sapendo che l’ultimo anno è stato estremamente delicato, per la casa editrice, è facile intuire che non sia stata una decisione presa senza una riflessione. 

Non solo il volume era esplicitamente “in edizione limitata” (quindi con una tiratura inferiore al solito, per definizione), ma anche la scelta della vendita diretta dal sito indica la volontà di saltare il passaggio della distribuzione.
Questo, lo abbiamo detto molte volte, è il vero tallone d’Achille delle CE indie italiane: la principale azienda protagonista (Messaggerie) che in virtù della propria forza contrattuale arriva a chiedere anche tirature minime di  2.000 copie di libri che hanno spesso al massimo poche centinaia di copie di speranza di vendita. Questo perché il tempo che restano ferme in magazzino, per loro, è un guadagno. 

Certo, questo comportamento può spingere alcune persone al bagarinaggio: subodorato il successo, possono acquistare più copie per poi rivenderle a prezzi fino a dieci volte maggiorati online.
… ma è una responsabilità dell’editore? 

Esistono strumenti per combattere questo fenomeno: lo si vede nel mondo dei concerti e degli eventi live, dove il secondary ticketing viene contrastato introducendo limiti di acquisto oppure il controllo degli IP di chi acquista. TicketOne, per esempio, ha introdotto queste pratiche, ma solo dopo anni di problemi. 

Nel suo piccolo, un editore indipendente può fare poco a monte, perché acquistare per rivendere è una azione perfettamente legale. Quello che si può fare è cercare di essere il più rapidi e trasparenti possibile nelle proprie comunicazioni. E ricordare che il grosso del potere, in questo caso, è in mano al pubblico: rifiutarsi di acquistare qualcosa con rincari ridicoli è il modo più sicuro per non alimentare il business delle vendite “nuovo come usato”.

Aumentare le copie stampate non sarebbe nemmeno una soluzione certa al problema, perché spesso basta che un volume vada momentaneamente sold out  (non fuori catalogo! Poi lo ristampano e torna!) per vedere vendite di seconda mano schizzare alle stelle. 

In sintesi

Quello della tiratura sembra un dettaglio formale, ma in realtà può essere un indicatore importante, sia della forza di una casa editrice, sia il suo stato di salute, in virtù dell’investimento economico e strategico che è disposta a (o in grado di) fare su un dato titolo titolo.

Allo stesso tempo, non è una scienza esatta e non esiste una “tiratura giusta” valida per tutti. Ogni editore la decide valutando prenotazioni, costi di stampa, storico delle vendite, costi di magazzino, imposizioni del distributore… e imprevedibili dietro le quinte. E anche se oggi la tecnologia consentirebbe tirature ridottissime (perfino il print on demand, che avrebbe pure vantaggi ambientali, eh!), “volare basso” non sempre è economicamente conveniente o adatto alla strategia di promozione e distribuzione.

E se bisogna pure metterci la FOMO di lettori e bookinfluencer, la situazione non può che diventare ancora più complicata per i calcoli degli editori.

L'articolo è stato scritto da

Foto di Gaia Facchetti

Gaia Facchetti

Gaia, classe ’90, lettrice con una predilezione per fantasy-horror-weird. Fangirl nostalgica degli archivi e dei loro flames, beta-reader da sempre, feticista della narrativa mignon, collaboratrice riottosa di rassegne editoriali da oltre dodici anni.

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