È una tranquilla mattina di regime, le notizie dal mondo ispirano un desiderio di vasectomia preventiva, e nella pausa caffè lo smartphone ammannisce la mazzata: Stefano Benni è morto.
La notizia non giunge del tutto inaspettata, almeno per chi a fine 2024 aveva letto il pezzo di Goffredo Fofi (scomparso anch’egli nel frattempo) in cui il critico rivelava, a chi come me ancora non lo sapeva, che il Lupo era “ormai molto malato e non più in grado di comunicare.”
Il Lupo è uno dei soprannomi storici di Benni, ho scoperto che molti suoi lettori e lettrici lo chiamavano così quando parlavano con lui in rete nei primi anni 2000. Prima che nascesse un suo sito ufficiale, si era costruita una comunità intorno al fantastico sito Fabula (ancora parzialmente leggibile su Web Archive), che raccoglie tantissimi dei suoi articoli scritti per giornali e riviste, ricostruisce le sue attività, conserva chicche rarissime. Quando ho nostalgia dell’internet 1.0 è proprio a siti come Fabula che penso, oltre che a… ma non divaghiamo.
Stefano Benni l’ho scoperto a 13 o 14 anni, leggendo alcuni suoi libri che erano di mio fratello maggiore. Bar Sport e Bar Sport Duemila, ovviamente, ma soprattutto La compagnia dei Celestini. Nello stesso periodo avevo la fortuna di scoprire a casa di mia nonna i libri del periodo militante di uno zio, tra cui una rara copia di Non siamo Stato noi (edizioni Savelli, 1978), una raccolta degli articoli di satira che Benni aveva scritto per il manifesto (mai raro quanto Le tribù di Moro seduto, credo non più ristampato dopo che Aldo Moro fu sequestrato e ucciso). Queste le basi di partenza su cui ho costruito la mia personale venerazione per Benni che mi ha portato a recuperare in pochissimo tempo i suoi romanzi (Terra!, Elianto, Baol…), le raccolte di racconti (Il bar sotto il mare) e di poesie (Ballate, Blues in sedici), quasi a farne indigestione neanche avessi ingerito una Luisona, ma comunque dopo aver letto il romanzo allora più recente, Spiriti, mi sono preso un po’ di pausa, pur continuando a godermi i suoi interventi sui giornali.
Cosa posso dire oggi di Benni, oltre vent’anni dopo l’innamoramento adolescenziale?
La dimensione satirica e umoristica delle sue opere tende a prendere il sopravvento su tutto il resto, e non stupisce visto che la sua abilità a giocare con le parole era pari solo alla spietatezza delle sue frecciate. Ma sarebbe davvero un peccato dimenticare le sue doti di narratore, tanto nei racconti come nei romanzi.
Il bar sotto il mare è un esempio della versatilità di Benni scrittore: a fianco di racconti al limite della demenzialità (L’anno del tempo matto, la cui chiusa “ogni cosa tornò normale, meno noi” potrebbe essere l’epitaffio sulla tomba della nazione) ce ne sono altri, come “Oleron” in cui l’apparente parodia dell’horror gotico racconta storie sin troppo umane e in cui in tanti, in particolare della generazione di Benni, si possono riconoscere. Ma anche il suo primo romanzo, Terra!, resiste bene alla prova del tempo. Certo, a leggerlo superficialmente la storia sembra un pretesto per raccogliere storie breve e ricostruzioni satiriche del presente, ma in realtà la trama ha una sua logica solida, e i numerosi inserti narrativi aiutano a costruire l’universo, geografico e valoriale, del mondo post-apocalittico in cui si muovono i personaggi, più simile al presente di quanto probabilmente si sperasse ai tempi della prima edizione.
E parlando di storie che purtroppo invecchiano bene, vogliamo citare i compositori di realtà di Baol? Perpetuare mediaticamente guerre terminate da anni per consolidare il potere attraverso la manipolazione di immagini e video, suona familiare? Ma è un romanzo del 1990.
Arriviamo così a La compagnia dei Celestini. E io non voglio sembrare retorico, mi sforzo davvero di separare affetto personale e giudizio obiettivo, ma continuo a pensare che questo sia uno dei migliori esempi di urban fantasy italiano. Se l’elemento satirico è evidentissimo, con l’Egoarca Mussolardi che grida “Berlusconi” con il megafono due anni prima della discesa in campo, è altrettanto chiaro che questo e le trovate umoristiche e le gag non sono semplicemente tenute insieme da un pretesto narrativo, ma sono tutte funzionali alla narrazione. Sul viaggio degli orfani protagonisti per partecipare al torneo di pallastrada Benni costruisce un mondo intero con la sua musica (i Mamma mettimi giù) e la sua mitologia (il Grande Bastardo). Non è un caso che proprio da questo libro sia stata una serie animata. Dimenticabile, d’accordo, ma quante opere nostrane recenti hanno ispirato produzioni internazionali?
Non voglio sembrare troppo entusiasta. Già con Spiriti mi è sembrato che iniziasse a esserci una certa ripetitività su alcuni temi, e credo che anche lui se ne sia reso conto perché con i romanzi successivi, a partire da Saltatempo ma io la differenza l’ho avvertita soprattutto in Achille Pie’ Veloce, inizia a esplorare altri stili e altri temi, pur mantenendo intatta la sua verve. Non ho letto le sue opere successive a Pane e tempesta per cui non posso argomentare oltre su questo punto, e forse non è nemmeno giusto in un pezzo scritto quasi di getto appena avuta notizia della morte.
Ci sarà spazio per ricordare e riscoprire il Benni narratore nel momento in cui la realtà supera le sue invenzioni più o meno distopiche? O forse sopravviverà solo la sua anima di corsivista e osservatore di costume, ora che i pezzi satirici alla Bar Sport sono diventati merce comune? Chi lo sa. Forse non è proprio più tempo per autori come lui; spero di no, ma nel caso, ci ha lasciato una citazione adatta.
Così tutto fu bene ciò che finì e basta.
Ciao Lupo.




