La recensione della trilogia di Daevabad, di S.A. Chakraborty

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Angelo Scotto

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La Trilogia di Daevabad scritta da Shannon A. Chakraborty consta di tre volumi: La città di ottone, Il regno di rame, L’impero di oro. Quindi avrebbe potuto chiamarsi anche Trilogia del metallo, ma questa espressione è già usata informalmente per il ciclo di Pantera di Valerio Evangelisti, che ogni giorno ci manca di più, quindi atteniamoci al nome ufficiale, riportato anche sulle copertine dell’edizione Oscar Fantastica di Mondadori.

La premessa della storia, in sommi capi: siamo al Cairo, durante l’occupazione napoleonica dell’Egitto. Nahri è una giovane senza famiglia dotata di poteri da guaritrice che ella stessa non comprende né sa usare a pieno, e sopravvive ai limiti della società facendo la truffatrice finché un giorno, casualmente, evoca una creatura leggendaria, Darayavahoush e-Afshin, in amicizia chiamato LucaCorderoDiMontezemolo Dara, tramite cui scopre l’esistenza di un mondo magico parallelo a quello umano, da cui ella stessa proviene, anzi: è l’ultima discendente di una delle sue famiglie più importanti, i Nahid. Da questa rivelazione discenderà il suo coinvolgimento nelle vicende e negli intrighi del mondo magico, oltre che in un triangolo amoroso con il sopraccitato Dara e Alizayd al Qahtani (Ali), giovane principe della famiglia regnante di Daevabad, il luogo dove si svolge la maggior parte delle vicende.

Come si vede, il punto di partenza della storia è fantasy classico. Ciò che distingue la trilogia da buona parte delle storie con presupposti simili che l’hanno preceduta è la sua ambientazione mediorientale. Parlo di Medio Oriente in assenza di una espressione migliore; potrei chiamarlo anche fantasy islamico, visto che nell’universo della trilogia è detto molto chiaramente che tanto gli umani quanto le razze magiche sono tutte creazioni dell’Altissimo, ma alcuni dei personaggi citati sono figure mitologiche provenienti da altre religioni sviluppatesi nella regione, come quelle egizie e mesopotamiche e lo Zoroastrismo, per cui credo sia più utile attenersi al criterio geografico.

No, non è solo estetica

Ora, la rappresentazione del Medio Oriente nelle arti occidentali ha una ricca storia di stereotipi che francamente ha fatto il suo tempo, anche perché, riprendendo l’introduzione di Edward W. Said alla sua fondamentale opera Orientalismo, la rappresentazione non è solo una costruzione culturale ma è figlia di fattori materiali e di rapporti di forza geopolitici. Per questo, prima di affrontare la lettura, temevo di trovarmi di fronte un’altra opera con la semplice sostituzione estetica di torri medievali con minareti, principi e cavalieri con sceicchi ed emiri, elfi con jinn ché tanto sempre orecchie a punta sono, uomini della sabbia che hanno profili di assassini… Per fortuna, non è questo il caso, anzi, e questo è il primo merito dell’autrice, statunitense di famiglia cattolica ma convertitasi all’Islam durante l’adolescenza, e che ha studiato anche per un periodo proprio al Cairo. Il che mi fa pensare che il percorso nei romanzi con cui Nahri scopre il mondo magico e la storia e il significato della sua discendenza non sia solo un classico espediente per introdurre il lettore nell’universo narrativo, ma rifletta anche in parte il percorso personale di Chakraborty. 

Un worldbuilding ampio, profondo, complesso

Speculazioni a parte, l’autrice si rifà al folklore islamico e alle mitologie mediorientali per costruire un mondo magico ampio, profondo e complesso, non un semplice scenario per gli eventi ma una realtà concreta che informa la natura e le azioni di tutti i soggetti coinvolti. Secondo me un fantasy storico ha veramente successo se, al termine della lettura, vien voglia di approfondire il materiale di partenza, e la Trilogia Daevabad almeno per me ha proprio questo effetto. 

La popolazione dell’universo della trilogia è molto stratificata. All’origine di tutto ci sono le creature elementali: Daeva (fuoco), Marid (acqua) e Peri (aria); i Daeva, conosciuti dagli umani come jinn, sono i principali protagonisti della storia poiché, in seguito alla punizione ricevuta dal profeta Solimano per la loro cattiva condotta verso gli esseri umani, hanno subito un notevole ridimensionamento della speranza di vita e dei poteri magici, e sono stati dispersi per il mondo, con una distribuzione che in base alla mappa presente nei libri sembra riprodurre l’estensione dell’Islam politico in Asia e Africa. 

(Qua vale la pena di ricordare che storicamente in italiano jinn è stato tradotto con genio, e anche se la classica figura del genio che esaudisce i desideri non è presente in questa storia, il tema della schiavitù delle creature magiche vincolate ad oggetti c’è e ha un ruolo centrale).

Politica, conflitti sociali e scontri: non manca nulla

La dispersione geografica dei Daeva ne ha determinato la divisione in tribù e l’emergere di ostilità tra quella dominante grazie al favore che la famiglia Nahid ha ricevuto da Solimano e tutte le altre, che con il tempo hanno iniziato a definirsi come jinn. Ma le divisioni non finiscono qui, perché da un lato ci sono quei Daeva che non accettarono di sottomettersi al giudizio di Solimano, gli Ifrit, e dall’altro ci sono gli Shafit, i mezzosangue nati dall’unione tra jinn e umani. A Daevabad convivono in maniera precaria i jinn, che esprimono la famiglia regnante al Qahtani da quando la maggior parte delle tribù si sono rivoltate contro il dominio dei Nahid, i Daeva, ancora memori del loro potere passato e insofferenti della loro posizione subordinata, e gli Shafit, la classe più povera.

I romanzi raccontano il conflitto, prima quasi sotterraneo, poi sempre più esplicito e violento, tra questi gruppi, un conflitto che dal primo al terzo libro si allarga in certa misura anche a luoghi esterni a Daevabad e coinvolge anche le altre razze che, per motivi troppo lunghi da approfondire qui, vivono separate dai jinn ma si ritrovano più o meno coinvolte nelle vicende. 

Parlare di un fantasy storico in cui giochi e conflitti di potere tra famiglie rivali sono centrali fa pensare facilmente alle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, ma se nella saga di Martin il riferimento è il mondo feudale inglese qui la natura del conflitto è prevalentemente tribale. Il tribalismo è un altro di quei concetti spesso usato in chiave riduzionista per distinguere tra società avanzate ed arretrate; Chakraborty evita questo pregiudizio semplificatore, ma nemmeno cade nell’eccesso opposto di glorificare questo modello in opposizione ad altri. Le tribù jinn sono strutture sociali che offrono protezione e sostegno ai propri membri, ma allo stesso tempo li vincolano a ostilità reciproche e millenarie che ostacolano ogni tentativo, anche in buona fede, di dialogo. In Daevabad alle tensioni tribali si aggiunge il malcontento sociale degli Shafit, che prende una forma eminentemente religiosa: nel primo libro ha un ruolo importante una organizzazione, il Tanzeem, che si occupa contemporaneamente di sostegno umanitario agli Shafit e di opposizione politica, anche armata, alla famiglia al Qahtani, e almeno a me sembra ripresa pari pari dall’esperienza reale dei Fratelli Musulmani. Non è l’unico rimando a realtà contemporanee della società mediorientale che si può trovare nei romanzi, e la stessa autrice non si stupisce che negli eventi narrati i lettori trovino echi di fatti reali. Personalmente, leggere questi romanzi nell’estate del 2023 e rileggerli nel 2025 mi ha fatto un effetto particolare, in particolare per gli eventi che iniziano a metà del secondo libro. Non faccio spoiler, ma riprendo il paragone con le Cronache per dire che chi ritiene le Nozze Rosse il punto più alto di quella saga qui troverà pane per i suoi denti.

I protagonisti e le loro sfaccettature

I protagonisti della storia vivono in prima persona i conflitti che attraversano Daevabad, e ciò che li accomuna è proprio la faticosa lotta per liberarsi dai vincoli che vengono loro imposti dalla storia. Nel caso di Dara questi vincoli sono letterali, non solo perché è uno dei Daeva schiavizzati da padroni umani e Ifrit, ma anche perché proprio a causa di questa schiavitù ha condotto una esistenza millenaria, e per lui il peso della storia è prima di tutto il peso delle azioni che ha commesso sin da quando si è messo volontariamente al servizio della famiglia Nahid. Azioni che, senza rivelare nulla, sono state quasi sempre improntate alla violenza più brutale verso i nemici dei suoi signori. Dara è la personificazione del bisogno di venire a patti con i misfatti del proprio passato e di giustificarli appellandosi a princìpi che sembrano contraddittori, ma che in realtà si rivelano complementari: il bene superiore e il male minore. È proprio da questo meccanismo che nasce la continua ripetizione del ciclo di violenze.

Ali sperimenta invece uno scontro intimo tra lealtà contrastanti: da un lato la lealtà al re suo padre, e a suo fratello Muntadhir erede al trono, dall’altro quella verso i suoi principi, che lo rendono almeno per me il personaggio più interessante. Anche se addestrato come guerriero, Ali è prima di tutto uno studioso, appassionato di economia e amministrazione, ed è animato da una genuina simpatia per gli Shafit vittime di pregiudizi dei jinn purosangue; un nerd idealista e tontolone, si potrebbe dire, ma la faccenda è complicata dal fatto che i suoi ideali discendono da una profonda fede religiosa, che lo fa essere adorabilmente imbranato nelle sue interazioni con Nahri, ma lo rende allo stesso tempo intransigente e ingenuo quando deve affrontare la realtà concreta della politica di Daevabad. Proprio questa tensione tra i suoi doveri sarà spesso causa scatenante di sviluppi drammatici della storia.

Nahri, infine, con la scoperta delle sue origini e della sua natura magica, capisce velocemente di essere considerata da troppi abitanti di Daevabad e dintorni come una pedina nei giochi di potere preesistenti al suo arrivo nel mondo magico. Da subito è determinata a difendere la propria autonomia, ma con la consapevolezza che l’unico modo per farlo è quello di una continua contrattazione di margini di libertà con uomini (e donne, ma soprattutto uomini) più potenti di lei. Questa abilità contrattuale è un elemento che trovo molto originale e godibile, anche perché mi fa ricordare sia uno dei capitoli più memorabili studiati per l’esame di Storia e Istituzioni dei Paesi del Medio Oriente, sia la scena del bazar di Brian di Nazareth. Ma non divaghiamo.

Tre punti di vista, ma nessuna confusione

I romanzi sono narrati dal punto di vista dei tre protagonisti di cui sopra, che si alternano tra i capitoli, ma questo non impedisce a una vasta schiera di comprimari di avere ruoli centrali, caratterizzazioni approfondite, e di conquistare l’attenzione di lettori e lettrici. Chakraborty è brava a trovare un equilibro tra il le vicissitudini personali dei protagonisti, i conflitti più ampli tra le loro tribù e famiglie, e le ancor più complicate relazioni tra le razze magiche. A volte, per gestire questi diversi livelli, deve ricorrere a spiegoni, ma il ritmo della narrazione non ne risente più di tanto, e comunque la trama è costruita in maniera tale da mantenere sempre viva l’attenzione. Come ho già detto prima, l’ambientazione mediorientale, trattata senza stereotipi e con una conoscenza approfondita della materia di origine, è uno dei punti di forza dell’opera, ma anche a prescindere dall’interesse o meno per il Medio Oriente, questi romanzi sono una lettura appassionante e un’opera prima di tutto rispetto.

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