È un concetto un po’ ritrito e melenso, me ne rendo conto, ma a volte è vero che i libri ci scelgono nel momento in cui abbiamo bisogno di leggerli e con “Nero – il complotto dei complotti” di Luca Giommoni per effequ è andata così. Anche perché non l’ho scelto: è arrivato lui.
A ricordarmi che anche quando si è già perso e tutto ha fallito, si può comunque provare a salvare qualcosa. A spegnere qualche incendio. A dire “Non importa. continuiamo” (cit.).
O anche solo che tutte le persone in qualche modo non fanno altro che correre in cerchio rifacendo gli stessi errori, come ci insegnano i Tears for Fears che aprono il libro con la citazione e che ci accompagnano in questa recensione.
And I find it kind of funny, I find it kind of sad
ovvero, la trama senza spoileroni
Nero è un trentenne disoccupato incastrato in una Italia penosamente contemporanea. Sua madre se l’è presa un cancro, suo padre la pazzia di non averla potuta salvare.
Al suo fianco ci sono due amici, come i proverbiali angioletto e diavoletto sulla spalla. La prima è Elettra, impiegata in un ufficio di collocamento, che sembra vedere nella missione di trovare un lavoro a Nero il simbolo dell’utilità della propria professione. Per questo motivo lo guida in una jungla di contratti fuffa, lasciapassare A-38 goscinnyani, corsi di formazione volutamente non frequentabili, colloqui improponibili, posizioni fasulle e uffici complicazioni affari semplici. L’altro è Alfredo, l’amico di una vita che, dopo aver constatato quanto il mondo sia in mano ai Beppe e ai busenga, ovvero a facilitatori/raccomandatori e arrivisti, ha elegantemente rinunciato a trovare un impiego, non essendo, lui, un busenga e non conoscendo nessun Beppe con la fabbrichetta.
«Le faccio davvero i miei complimenti, dottor Ceccobelli, le sue soft skills, i titoli di studio, il livello C2 di inglese, anche i risultati del test attitudinale risultano perfettamente in linea con il profilo richiesto a eccezione, purtroppo, di un piccolo particolare».
«Quale piccolo particolare?»
«Lei non ha il diabete, dottor Ceccobelli” […] è una faccenda di organico, di proporzioni tra numero di occupati e categorie protette. per avere un dipendente in più, serve una persona disabile in più, che vuole farci. La soluzione prefigurata soddisfa tutti: la dirigenza, la legge 68/99, la voce Costi per il personale, il Centro per l’impiego che vede sono state fatte selezioni, i desideri di rinnovamento professionale dei dipendenti e la persona in più da assumere».
«Chi è la persona in più da assumere?».
«Il figlio del direttore dell’area contabilità. Si è appena laureato».
Intorno a loro un insieme di approfittatori, sognatori, genitori preoccupati, mamme con giornate da Tetris, Livio (il padre di Nero) che tenta di bucare lo spaziotempo con l’anima di cartone di un rotolo di carta cucina e John Wayne (non l’attore) che muove fili dalle conseguenze imponderabili, Malang che crede con l’amore di poter cambiare la Storia — e per un po’ ci riesce — e impiegati comunali che, come i Signori Grigi di Momo, rubano tempo di qualità ai cittadini, ma non per fumarselo: per scopi altamente altruistici, come eliminare la piaga della disoccupazione e degli immigrati (ah: non è altruismo?).
Quella che sembra una lineare narrazione del presente tragicomico di un trentenne alla ricerca di un lavoro si trasforma in una tela sforacchiata da flashback e flashforward e cambi di punto di vista che incastrano anche chi legge nello stesso viaggio nello spazio-tempo che compiono i personaggi. Il viaggio nel tempo, ce l’hanno ricordato anche Avengers Endgame e, prima di lui, Ritorno al Futuro, ha le sue regole, tra cui lo sballottare personaggi qui e là, a reincontrarsi prima di conoscersi (sì, proprio così) e cercare fortissimamente di cambiare le cose.
È cercando di realizzarsi che i nostri tre protagonisti finiscono nella più classica delle profezie autoavveranti: Alfredo diventerà una sorta di Beppe, Nero un vero e proprio Busenga (o meglio: il primo Busenga) ed Elettra realizzerà il suo sogno di dare lavoro a tutti, in un modo così efficiente da cambiare la realtà stessa.
E il complotto del titolo? C’è, anzi, ce ne sono: a partire dal nome del protagonista.
the dreams in which I’m dying are the best I’ve ever had
Il libro & me
Come dicevo all’inizio, non ho scelto di leggere questo libro. La casa editrice, effequ, ce ne ha omaggiato una copia, chiedendoci di recensirlo; dopo essere rimbalzato qua e là, è arrivato da me.
Lo ammetto: non ne ero particolarmente attratta..
Avevo l’impressione, dalla quarta di copertina e dalle recensioni altrui online, che si trattasse per lo più di un romanzo di bianca un po’ ombelicale e che il ricorso al “viaggio del tempo” fosse una mossa puramente estetica, furbetta, per puntare a trascendere il genere…
Satira sulla follia dei centri per l’impiego, sulla burocrazia, sulle aziende e lo yes man-ismo. Uau. Una roba mai vista… Davvero: non mi ha agganciata per nulla.
Intendiamoci: c’è la prosa brillante, il tono ironico e pungente, lo sfottò del “milanese imbruttito standard” e delle policies aziendali è davvero ben fatto e che fa sempre ridere, alcune frasi di poesia.
Ho amato ogni incursione di Marina, la madre di Nero, che l’autore ha voluto infilare.
Ma quel sapore di déjà vu (o peggio: déjà vécu) non era il piacevole riconoscersi nel protagonista e nella follia dei suoi colloqui di lavoro, era lo sgradevole ritrovarsi in quei colloqui al limite del kafkiano e nell’impressione che l’autore fingesse di raccontare qualcosa di generico per sfogare, invece, il suo personale scontro col guardiano della porta. Grazie, ma no grazie: c’è un motivo se non leggo letteratura bianca ed è che mi basta la mia, di vita (a)normale.
… mi sono dovuta ricredere. E alla svelta. Forse già dal comune, quando ha iniziato ad esserci qualcosa di straniante, ma non satiricamente strano. E nel colloqui per cui Nero ha tutte le soft skills e le caratteristiche per il posto di lavoro, ma, spiace: non ha il diabete e sa come sono queste assunzioni obbligatorie…
Ma sono certa di aver iniziato ad amare questo libro quando ho incontrato John Wayne.
«Era in grado di osservare qualsiasi oggetto o entità e capire subito che genere di rifiuto sarebbe diventato […] guardava la regione di Bosque Redondo e vedeva un lungo inverno, corpi a terra di madri e figlie navajo ancor prima di arrivare al campo di concentramento e poi duecentocinquanta grammi periodico di macinato texano serviti in polietilene antigrasso a coprire la scia di sangue lungo la strada, a far dimenticare tutto, la Coca-Cola che acquistava i diritti di San Nicola da Bari dalla Chiesa Cattolica, i TV Dinner Swanson divisi in tre porzioni, Marlboro Man, nel nome del Padre, del Figlio e del Tupperware Santo».
E Malang. Quando ho incontrato Malang e il suo piano per salvare la nostra il Presidente, l’angioletto biondo visto in tv e, con lei, tutta la Penisola, ho capito che le cose erano tutte come dovevano essere.
«Quando fu il suo turno, con una foto di Giorgia in tasca, espresse come preferenza di luogo di ricollocamento spaziotemporale Roma, millenovecentosettantotto. Lo mandarono nel Missouri del millenovecentocinquantanove».
E l’essere costretta a rimangiarmi le impressioni sbagliate è una cosa che mi rende davvero felice, perché poca roba come far morire un giudizio, che si rivela pregiudizio, mi fa contenta.
I find it hard to tell you I find it hard to take
quello che mi ha convinta meno
Come ho già detto, io e questo libro siamo stati quei classici enemies to lovers che impiegano capitoli e capitoli a capire di piacersi e che col senno di poi si rendono conto che tutto poteva iniziare almeno 100 pagine prima. Perché l’inizio è un po’ lento.
Ma sono davvero, davvero contenta di aver insistito, perché anche nei momenti di maggior realismo (lo so, sembra che io abbia un tono da insulto… e in effetti *lo è*) la scrittura ironica ricorda il buon Benni e l’assurdità dei suoi mondi. E, come con Benni, sotto l’ironia c’è amarezza. Un sacco di amarezza.
«Quella usa gli stessi termini di una generazione che cantava Born to be wild ed è morta in un ufficio…».
«… con una pensione».
Benni, sì, e Kafka senza dubbio — ma vorrei sottolineare di nuovo quanto tutto ciò che accade mi abbia ricordato Momo. E quanto mi sia mancata un’eroina che alla fine salvasse la situazione e restituisse il tempo rubato, con un bel finale netto, pulito, da fiaba per bambini.
Tuttavia non c’è spazio per l’ingenuità infantile (bugia: c’è) quando la critica all’immobilità politica e sociale italiana deve specchiarsi nel fallimento del mondo occidentale tutto e tirare per la giacchetta il capitalismo e l’iper-consumismo; partire dal basso, dalle umiliazioni quotidiane e dalla vacuità di un mondo ancora e sempre allergico ai giovani (e a una generazione che si sente giovane ma non lo è più) e risalire, passando per i complotti come nuova religione globale e per il maschilismo come complotto massimo, che necessita dell’immobilità totale per mantenersi al vertice anche a costo della fine del pianeta. Una critica che impiega i viaggi nel tempo per mostrare quanta poca importanza diamo al presente, al senso di essere qui e ora, mentre ci strappiamo l’anima cercando di dividerci fra la nostalgia del passato e l’ansia del futuro.
«Allo stesso tempo, se vogliamo prenderci cura dei nostri padri, cosa dobbiamo o possiamo fare? La risposta è una: assolutamente niente. Solo continuare a rimanere figli. Dar loro qualche grattacapo. Qualche preoccupazione. Qualche tormento che li costringa a rimanere qui, come con i fantasmi. Sai benissimo cosa succede là fuori e di Beppe non se ne vedono. L’unico lavoro che mi rimane da fare è il figlio di mio padre […] ma tu lo sai, in questo paese, chi sono le uniche persone che ce la fanno da sole, contando solo sulle proprie forze?».
«Chi?».
«I suicidi».
Ecco: c’è tanta carne al fuoco. Decine di personaggi che ricorrono, si intrecciano, vengono revisionati in altre storie che non decollano, ma sono raccontate. Nessun filo scappa via dall’arazzo e dalla perizia narrativa dell’autore, alla fine (salvo l’ossessione per il dodici: l’avrei usata ancora, prima del finale) ma sono comunque tanti e rischiano di caricare di complessità “formale” un testo che è già emotivamente complesso di suo. E ci sono tante critiche, perché tante sono le cose storte; gomitate ai grandi sistemi che dominano le nostre vite – che siano fede, scienza, politica, economia – non mancano. Ed è tutto mescolato.
Benché: la vita è mescolata e complessa. E piena di persone. Quindi non è nemmeno davvero una critica la mia.
Però… però, nell’ammirazione per come tutto fili, mi resta il rimpianto di non sapere, ma probabilmente è un problema mio, trovare un unico tema a questo romanzo.
When people run in circles, it’s a very, very mad world
e il senso della sconfitta che ci fa vincere
La cosa più complicata, per me, nello scrivere questa recensione, è stata individuare un tema su cui soffermarmi. Come dicevo poco sopra, ce ne sono davvero tanti. C’è la critica alla burocrazia, la presa in giro del mercato dietro al mercato del lavoro, i busenga. C’è, forse, una sottile critica anche alla fantascienza, a quel viaggio nel tempo così meccanicistico ed eroico da usarsi solo per fini alti – con regole ferree (“non si cambia la storia”) mutuate da decenni di narrativa con il protagonista che salva la situazione – che si schianta contro l’uso che ne fanno gli Stati in questo romanzo.
C’è la comunità nativa americana, che non si capisce se si stia vendicando o se veda tutto da un piano così diverso da trovare un senso in quello che accade.
All’inizio ho creduto che il macrotema potesse essere la solitudine. Forse perché, fra le polaroid che compongono le storie secondarie, la mia preferita è stata quella di Livio e, perdio, quanto ha fatto male.
C’è la solitudine di un figlio che parla a un uomo allettato in una RSA come se fosse suo padre – il terrore che tutti noi figli abbiamo del momenti in cui smetteremo di esserlo e rimarremo soli – e quella della persona che deve mollare tutto e andare altrove, lontana dalla propria casa. O quella della madre single con due bambine che decide di inventarsi una storia per dar loro un padre. O ancora, quella di un uomo che vuole distruggere la quarta dimensione solo per poter tornare indietro e, se non può salvare la donna che ama e il figlio che ha abbandonato, poterli almeno rivedere e sentirli ridere. Perché smettere di sentir ridere chi amiamo è il terrore più grande.
Quanto empatizzo con quella paura. Quanto mi sono commossa davanti a chi ha creato una rete di bugie bianche, di complotti gentili, per rendere lieve la vita di chi ama.
Nella seconda parte del romanzo, ho iniziato a credere che Il Tema™️ potesse essere proprio il tempo, quello che perdiamo, quello che ci viene succhiato e rubato, la distribuzione di questa risorsa più preziosa dell’acqua e ugualmente mal gestita.
L’impasse in cui si trovano le moderne economie liberali, da un lato consapevoli che il sistema usato fino ad ora è insostenibile nel futuro, dall’altro con vertici troppo spaventati e impastoiati dagli interessi di pochi per poter immaginare alternative… e che demandano, paradossalmente, la ricerca di un senso ai complotti, meccanismi che permettono alle persone di trovare un colpevole diverso da loro stesse e dalla loro scheda elettorale. Dopotutto, il sottotitolo del libro ammicca a quel complotto dietro i complotti, di cui si scopre leggendo.
Ma, alla fine, credo di aver capito che il vero tema si riassuma nel mantra di Elettra. Nel suo avere l’obiettivo di mantenere una promessa fatta nel futuro — c’è del Miyazaki qua.
«Nero…» bisbigliò Elettra piena di compassione per quel suo amico ormai così vecchio e così ottenebrato. Si fece forza e, guardandolo dritto in faccia come lo aveva guardato ogni volta che era uscito distrutto da un colloquio di lavoro, disse: «Non importa, continuiamo».
A fare cosa? A usare il nostro egoismo e le nostre paure per fare qualcosa per gli altri. Perché occuparsi di giustizia sociale ed economica e di contrasto alla disoccupazione e di assistenza medica gratuita per tutti e di difesa dei diritti civili e sociali non è per forza altruistico, per chi le fa.
Sono lotte che possono nascere anche dall’egoistica necessità di avere un mondo sano attorno.
«qualsiasi pazzo può distruggere, qualsiasi pazzo può far saltare in aria qualcosa. Pazzo può essere un dipendente o un posto di lavoro. Pazzo può essere un capo di governo o una bomba termonucleare. Pazzo può essere un esercito o uno status sociale e, un pazzo qui un pazzo là, finisce che, alla fine, pure il mondo impazzisca. Accade. Ma ci sono anche altri pazzi, forse i più pazzi di tutti. Quelli che, in mezzo al caos, lavorano per disobbedirgli. I vigili del fuoco, per esempio. Sono talmente pazzi che dovrebbero somministrare dei corsi di formazione a generali, dittatori e governanti vari su come gestire il conflitto, casomai a qualcuno venisse voglia di rispondere al fuoco con il fuoco, saprebbe almeno che i vigili del fuoco, in genere, usano l’acqua»
Credo che, alla fine, il tema sia questo: spegnere gli incendi.
E se non possiamo agire individualmente su quelli enormi che bruciano persone sui fronti di guerra, che soffocano nel fumo della burocrazia i deboli e distruggono il nostro pianeta, possiamo combattere le enormi insensatezze che viviamo spegnendo le piccole fiammelle che abbiamo attorno, prima che possano alimentare quegli incendi.
Possiamo offrire una bottiglietta d’acqua a qualcuno che ha sete, o un orecchio per ascoltare, per davvero, una storia. Oppure rinunciare a una piccola comodità, a uno sfizio, sapendo che quella comodità e quello sfizio ci arrivano sul sangue di altri. Cercare di vivere non al 100% in modo etico, che non è nemmeno possibile nel nostro mondo; ma almeno un po’ etico. Restituendo qualcosa di quello che abbiamo arraffato, quando possiamo.
Distribuire acqua e speranza, anche quando sappiamo di aver già perso in partenza, un po’ come quella storia del colibrì e dell’incendio. Anche fallire e rifare gli stessi errori può andare bene, se nel frattempo si riesce a salvare qualcosa, anche di piccolo.
Possiamo cercare di essere meno busenga del cazzo e un po’ più pompieri, insomma.
SPOILER SOLO PER CHI HA LETTO IL LIBRO
Che poi, essere pompieri, ottimismo, le cose possono cambiare.
E il libro finisce con un loop che si conferma, e ancora una volta porterà dolore e morte e monnezza nel mondo. Ma, forse, è giusto così: perché la tendenza innata della nostra specie è quella di creare casini e appiccare incendi.
Motivo per impegnarsi ancora di più a spegnerli.




