Si apre in una nuova scheda

Premio Strega: ombre e luci (?) dell’edizione 2025

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Laura Casale

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Il Premio Strega da qualche anno ha la capacità di tirare fuori la mia Miranda Priestley interioreil labbro della catastrofe, almeno, certo non il guardaroba o il suo stipendio – e con questa edizione si è spinto oltre ogni previsione: il premio letterario (possiamo ammettere che sia editoriale, suvvia?) più importante d’Italia si conferma essere un sepolcro imbiancato, con una finale piatta e spenta, senza particolari emozioni. 

La vittoria ha anche confermato le sensazioni che ho provato alla puntata genovese dello Strega Tour, in cui una sempre più perplessa me si domandava perché scegliere quattro titoli su cinque dedicati – anche se in declinazioni diverse – alla stessa tematica.

Mi ero detta “provaci, corri il rischio, sciroppati la finale”, anche se l’idea che iniziasse alle 22.50 mi prendeva davvero male. Ecco, un pregio della serata è stata la durata relativamente breve, un po’ più di un’ora. Rispetto alle due ore e mezza dello Strega Tour ciò rappresenta già un notevole miglioramento, anche perché visti il caldo romano e la foga del pubblico presente a Villa Giulia nell’usare i ventagli sarebbe potuto scapparci il morto.

La finale del Premio Strega, una serata senza sapore

Tuttavia, è stata un’ora e qualcosa di fuffa. La conduzione di Pino Strabioli non spicca mai il volo e si limita a seguire la scaletta prevista (e stampata a caratteri ENORMI, nella sua cartellina) senza particolari momenti di verve. Manca una figura carismatica come quella di Geppi Cucciari, è il caso di dirlo. 

La serata si svolge con una scaletta serratissima: 

  • le cinque brevi interviste agli autori, che parlano rapidamente dei temi dei loro libri; 
  • Filippo Timi che recita i rispettivi incipit (sarebbe un “dono prezioso” che un attore impari a memoria cinque brevi brani e li interpreti davanti a una platea, secondo Strabioli, quando è lì pagato apposta); 
  • momenti di celebrazione della Fondazione, dello sponsor che dà il nome al premio, agli altri partner, tra cui il “bellissimo” fermacarte vincitore della chiamata di Bper Art Strega (vi metto il link così giudicate voi stessi) che, fortunelli, si sono portati a casa tutti i finalisti;
  • breve intervista alla vincitrice del nuovo premio dedicato alla saggistica, Anna Foa con Il suicidio di Israele, con relativo cringe nel mettere sullo stesso piano – da parte del presentatore – i fatti del 7 ottobre 2023 e i successivi 21 mesi di bombardamenti, assedio e fame a Gaza (e ovviamente prima del 7/10 non è successo mai alcunché in Palestina), però non più di tre minuti che la serata è acculturata ma leggera e deve scorrere, signora mia; 
  • momento dedicato alle iniziative governative per la cultura, a coprire l’assenza del ministro Giuli (ma poi ci torniamo), in particolare “aiutiamo i giovani ad aprire librerie là dove non ci sono!”… mi appunto di fare l’anno prossimo un approfondimento su quanto avrà funzionato questa misura;
  • monologo a caso di Anna Foglietta sulle fake news e la disattenzione che ci distoglie dalla lettura che, credo, dovesse essere il momento emozione/sorpresa della serata, dimenticabilissimo e di Amadeussiana memoria sanremese;
  • e, infine, viene chiamata la bottiglia di Strega sul palco per la proclamazione del vincitore.

“Presto, dite il vincitore, che dobbiamo chiudere la diretta!”

Qui, al momento che dovrebbe essere il clou della serata, scatta il panico perché non è rimasto tempo per fare la lettura a voce alta dei singoli ultimi cento voti, com’è tradizione. Il conduttore pigola “ma c’è da lanciare il TG3…”, così ecco, il vincitore omaggiato in fretta e furia sui titoli di coda, a malapena si comunicano i voti degli altri concorrenti, discorsetto edificante ma breve e anche per quest’anno lo Strega è finito. Svelti a chiudere ‘sta fuffa, insomma, che abbiamo già dato anche troppo spazio ai libri sulla televisione nazionale! 

Unico momento di brivido, in tutta la noia di questa serata che manco Angelina Mango potrebbe tirarne fuori qualcosa di utile, la celebrazione di Pasolini a 50 anni dalla sua morte, ripescando dalle teche della Rai le sue clip legate alle tre partecipazioni allo Strega, compresa quella in cui definisce inutili i premi letterari se si riducono a una celebrazione della borghesia e si preoccupano solo della mondanità. Un applauso allo stagista che ha deciso di includerla nel montaggio. Clip che fa calare un lieve imbarazzo al Ninfeo di Villa Giulia tra i rappresentanti della Fondazione, prontamente messo da parte con l’aneddoto dell’autore romano sconfitto in tutte e tre le occasioni da un titolo con un gatto al suo interno.

Se dovessi valutare il mondo letterario italiano da questa serata, avrei davvero la conferma che si tratti di un sepolcro imbiancato. Anche tenendo conto che lo Strega non si rivolge davvero a chi l’editoria la mastica e la conosce, ma al pubblico generalista che legge poco o non legge, questa è stata una serata sciapa e incolore, che non ha riservato sorprese neanche in merito al vincitore.

Andrea Bajani, il vincitore simp

A pensar male si fa peccato, certo, tuttavia è avanguardia pura che il titolo Feltrinelli in gara vinca proprio nell’anno in cui l’editore festeggia i 70 anni di attività. Una curiosa coincidenza, sicuramente. Quasi quanto la Svezia che vince l’Eurovision in modo da poter ospitare l’evento in occasione dei 50 anni dalla vittoria degli Abba, sì sì.

Ho sentito Bajani parlare del suo romanzo a Genova e ripetere le stesse frasi ieri sera e mi chiedo che cosa ci sia da celebrare. Continuo a provare un leggero fastidio per questa acclamazione dell’uomo che punta il dito sul patriarcato e invita a decostruirsi perché questo sistema fa male a tutti, quando le donne fanno la stessa cosa da più di un secolo e sono tuttora considerate delle isteriche

L’anniversario, che si porta a casa il Premio Strega 2025, è la narrazione di una famiglia dal punto di vista del figlio che opta con il taglio netto dalla presenza soffocante del padre e l’arrendevolezza della madre che si sottomette alla sua autorità violenta e si aspetta lo stesso dai figli. A dieci anni da questa separazione, il protagonista e voce narrante analizza la figura della madre. 

L’autore racconta di aver voluto scrivere un romanzo che rompe con la tradizione nostrana del padre padrone incontestabile, cosa a quanto pare “mai vista in Italia”, secondo lui… eppure a me sembra un’esperienza già raccontata molteplici volte da autrici e autori nazionali (banalmente, un altro romanzo in gara parla della riscoperta del padre, da cui la figlia/autrice ha preso volontariamente le distanze, dopo la morte di un’altra persona di riferimento). 

Con una modalità che peraltro è poco convincente: da quando un figlio ha gli strumenti e la conoscenza per analizzare il rapporto tra i genitori con onniscienza, come sembra fare questo titolo? Penso che ogni figlio e figlia di una famiglia problematica, neanche necessariamente tossica o violenta, possa riconoscersi: noi conosciamo “padre” e “madre”, ma possiamo faticare a vederli come persone al di fuori di questo ruolo. 

Molto spesso le dinamiche di coppia si sovrappongono alle dinamiche familiari (quante volte in caso di separazione il coniuge che si sente abbandonato proietta la sua sofferenza sui figli, come se anche loro fossero rifiutati, e istiga la paura e il rancore verso il partner che se ne va?). Per altro, le madri sono, storicamente, quasi invitate dalla società a dimenticarsi della persona che erano prima di sposarsi e avere dei figli, e biasimate se non lo fanno. 

Quindi boh, sono in attesa che l’elemento trascendente di questo romanzo mi colpisca, perché al momento mi sembra solo sbagliato sia nel contenuto che nella scelta stilistica. Ma probabilmente non succederà mai.

Quell’effetto patinato così fastidioso dei libri candidati allo Strega

Ammetto di non aver letto il romanzo vincitore e di non avere l’intenzione di farlo: è quello che mi ha convinta meno in entrambe le interviste, e… c’è qualcosa che mi disturba nell’uomo che ora arriva e pretende di spiegare il patriarcato – con un romanzo tra l’altro di sottrazione, un romanzo dove non c’è tragedia, né lotta, né confronto, per stessa ammissione dell’autore. 

La sensazione è di una operazione editoriale ben studiata, in un set di romanzi che in generale sembrano proprio “da premi”. Non so se avete presente quel senso di film patinato ad hoc che spesso trasmettono le pellicole che vincono poi l’Oscar come miglior film…? Due che rientrano per me in questa categoria e non sono troppo vecchi, come titoli, sono Dodici anni schiavo e The Millionaire, entrambi film dove c’è una forte pornografia del dolore e della sofferenza, dove si racconta un immenso disagio sociale (in un caso la schiavitù nel 1800, nell’altro la vita negli slum indiani) ma dove la telecamera rimane sempre un’osservatrice distante e in una posizione di superiorità, anche perché la narrazione è pensata per quel pubblico occidentale che dovrà poi assegnare i premi. Il secondo ha pure la scena di ballo finale perché ehi, è un film ambientato in India, daje di Bollywood! Peccato che la profondità del romanzo da cui è tratto si perda completamente per strada, in questa interpretazione “occidentalizzata” della storia.

Ecco, i libri dello Strega arrivati in finale quest’anno mi hanno dato tutti l’idea di essere patinati allo stesso modo, per certi versi. Questo più di tutti, perché che faccia questa operazione con una tematica così delicata (e “di tendenza”, forse, negli ultimi due anni?) come la violenza domestica mi infastidisce particolarmente, devo dire.

Libri, patria e famiglia..?

Quattro titoli su cinque, come dicevo, sono legati al tema della famiglia e della perdita, con leggere variazioni sul tema:

  • Bajani: a dieci anni dall’aver preso le distanze dai propri genitori, riscopre la figura della madre;
  • Rasy: dopo la morte del proprio amico e mentore, la protagonista/autrice riscopre la città di Napoli e la figura di suo padre, con cui aveva tagliato i ponti molti anni prima;
  • Ruol: una coppia di genitori si ritrova elaborando la perdita dei figli, morti in un incidente, e riscoprendosi sia individualmente sia come partner;
  • Terranova: l’autrice basa il suo romanzo sulla riscoperta della figura della sua bisnonna, finita in manicomio, per parlare di donne, maternità e salute mentale.

Certo, volendo proprio essere precisi i sottogeneri e le cifre stilistiche sono diverse, ma io forse avrei già dato a Nori un premio a parte per aver preso tutt’altra direzione (anche se sempre di riscoperta si tratta, in questo caso di un poeta romagnolo).

È sicuramente una selezione particolare, considerando anche le varie dichiarazioni della giuria e di Melania Mazzucco durante le fasi del premio. Tutti i titoli proposti nella prima selezione – più di 80 – in un modo o nell’altro rientravano nel macrogenere nel romanzo biografico, autobiografico, dell’autofiction o del memoir. Tra le segnalazioni degli Amici della Domenica, aveva detto Mazzucco ad aprile, apparivano tutte le forme principali della letteratura di genere con almeno un titolo (anche se, in realtà, mancava il fantasy), eppure nessun romanzo “di genere” ha passato il taglio della dozzina, figuriamoci della cinquina. 

Piccoli ma meglio se con grandi agganci

È un po’ come la regola del “almeno un medio/piccolo editore in cinquina”, che dal 2015 (da quando cioè è stata inserita questa regola), ha visto questo slot occupato quasi sempre da La nave di Teseo, che vista la sua storia editoriale sarà anche medio come dimensioni ma… Insomma, possiamo dire che un editore fondato da Umberto Eco ed Elisabetta Sgarbi, portandosi via un bel pezzo di catalogo Bompiani, mentre l’Antitrust dettava le condizioni del lodo per la fusione Mondazzoli, non sia rappresentativo della piccola e media editoria? Diciamolo. 

E anche così, il “medio/piccolo” in dieci anni ha vinto una volta sola, con un titolo, appunto, della Nave di Teseo. La sensazione è un po’ che si finga di aprire i cancelli per poi continuare a giocare tra i soliti amichetti. E vi metto lì la classifica di tutti gli editori che abbiano mai vinto lo Strega per dimostrarlo:

  1. Mondadori (23 vittorie)
  2. Einaudi (16)
  3. Rizzoli (11) 
  4. Bompiani (10) 
  5. Feltrinelli (5)
  6. Garzanti (4)
  7. Longanesi (2)

Poi, uno Strega a testa: Edizioni della Meridiana, Elliot, Guanda, Leonardo, La Nave di Teseo, Neri Pozza, Rusconi, Vallecchi. Ma non è un gioco per pochissimi…

Quest’anno non si è riaperta la questione dei libri autopubblicati, ossia senza un editore vero e proprio, che aveva tenuto un po’ banco la scorsa edizione con la prima proposta in tal senso, e poi fatta sparire in silenzio dalla lista al momento della presentazione della dozzina. Sempre perché questo premio è letterario e non editoriale, ribadiamolo. Figuriamoci l’imbarazzo se mai si trovasse in condizione di vincere un tal dei tali che pubblica con Amazon Publishing (aka il grande male nel mondo editoriale, certo, certo).

Tornando allo Strega attuale, la selezione finale sembra davvero molto ripiegata su se stessa e assai poco rappresentativa del panorama editoriale contemporaneo

Ripenso quindi alla risata che mi è scappata allo Strega Tour quando la presentatrice ha parlato di un evento che avrebbe permesso di scoprire “voci inedite e nuovi editori”. Ho riso perché in finale quest’anno c’erano Mondadori e Rizzoli (stesso gruppo editoriale), Guanda (GEMS), Feltrinelli e TerraRossa come quota “piccolo editore”. 

Lo stesso discorso vale per gli autori: Bajani, Nori, Rasy e Terranova sono autori molto prolifici e, salvo Nori, tutti loro sono già stati almeno una volta in finale allo Strega. Quindi per carità, se questi sono sconosciuti… Del quintetto, Ruol è l’unico esordiente come romanziere e il solo nome davvero “da scoprire”, sebbene abbia già scritto per il teatro e pubblicato racconti.

Poi mi sono ricordata che, come dicevo prima, lo Strega non si rivolge a me, che conosco i principali gruppi editoriali, che mi tengo aggiornata sul panorama editoriale. Lo Strega si rivolge a quei lettori meno consapevoli o a quei non-lettori che però compreranno il libro con la fascetta gialla perché “se ha vinto il Premio deve essere bello”, o per verificare se sia brutto e che quindi la giuria in realtà non capisca niente. Basta entrare su molti gruppi Facebook dedicati alla lettura e alla scrittura, a ogni premio importante: adesso parte il “mio nonno con trentamila lire lo scriveva meglio” che Tre uomini e una gamba scansate.

E questo dovrebbe portare ulteriori domande a un comparto del mondo culturale che si mantiene su dei fruitori poco consapevoli, ignari dei meccanismi del settore o di come si compongono i grandi gruppi editoriali – o di come controllino la distribuzione, con tutte le conseguenti ripercussioni. Una situazione che avviene per tante tipologie di merce, ma parlando di libri è particolarmente triste.

Ciò detto, complimenti a TerraRossa che ha sostenuto l’onere, anche economico, di essere in finale allo Strega (mi cito dall’anno scorso: gli editori che entrano in dozzina devono garantire circa 500 copie fisiche da distribuire – omaggio – alle giurie) e che sicuramente ha colto l’occasione per farsi conoscere al pubblico generalista. È arrivato ultimo – ed è l’unico dei libri che ho letto finora interessante, ma anche questo sembra comunque confezionato su misura del Premio – ma questa partecipazione sarà comunque un bel boost per le vendite in libreria grazie al potere della fascetta da finalista.

Le perle dello Strega 2025 secondo me

Strega Tour

La battuta iniziale della presentatrice, salutando il Maggior Consiglio di Palazzo Ducale: “Ah ma allora a Genova si legge, wow, siete in controtendenza rispetto ai dati!”. Sarei pronta a scommettere che questa perla sia stata ripetuta a ogni tappa del Tour, tutte molto partecipate, anche perché lo Strega ha avuto un battage pubblicitario e una serie di location che molti eventi culturali medio piccoli si possono sognare. 

Mi dispiace comunque vedere che un premio prestigioso come lo Strega contribuisca ad alimentare il falso mito per cui “meno libri venduti = meno libri letti”. Su questo argomento rimando alla puntata 85 del podcast Autonoma di Maria Cafagna che, gasp!, osa addirittura far notare che il potere d’acquisto degli italiani è in contrazione e che è normale che nel momento di fare economia le spese culturali siano tra le prime a saltare. Oltre che ricordare che, rigasp!, esistono vari modi legali per spendere poco o niente per accedere alla lettura (biblioteche fisiche e digitali, abbonamenti come Kindle Unlimited e Audible).  

La polemichetta di Giuli

Sono mancate perle del livello di Sangiuliano 2023 (che aveva ammesso di aver votato per il Premio senza aver letto i libri per intero), ma l’attuale ministro della Cultura, pur assente, ha fatto parlare di sé due giorni fa recriminando di non aver neanche ricevuto i libri dalla giuria. “Sono un Nemico della Domenica”, si è definito il ministro, storpiando il nome canonico dei giurati. 

La perla è la Fondazione Bellonci che ha risposto facendo notare che Giuli si è dimesso dalla giuria del Premio Strega il giorno stesso in cui è stato nominato ministro, per cui non aveva più titolo per ricevere le copie omaggio. Se fossi una material girl genovese farei notare che con lo stipendio da ministro ci si può permettere di spendere 88,00€ complessivi per acquistare di tasca propria i cinque libri finalisti… oh ma aspettate, lo sono!

L’innovazione tecnologica

Ma voi immaginate, nel 2025, definire così ebook e audiolibri? Perché è successo davvero anche questo, durante la serata finale. E niente, io vorrei quittare qui, perché ho fatto una tesi sugli ebook nel 2011, e non erano certo apparsi in quel momento. Pensate che innovazione tecnologica, invece, sarebbe permettere a un editore di partecipare fornendo la copia digitale anziché 500 copie fisiche, che innovazione democratica! 

Sempre citando il podcast Autonoma e in particolare l’ospite di Maria Cafagna, Ilenia Caito, sarebbe interessante analizzare come proprio queste incredibili innovazioni stiano aiutando i lettori a contenere le spese, perché effettivamente con un abbonamento di 10€ al mese è possibile accedere a cataloghi di audiolibri o di ebook molto ricchi – un po’ come avviene per le piattaforme di streaming e i cinema. 

Se al prezzo di un’edizione economica o di un biglietto del cinema la persona random in difficoltà economica può accedere a infiniti titoli, ci deve davvero sorprendere che si entri di meno in libreria e che queste nuove modalità di accesso diventino preponderanti al punto che il discrimine per un titolo quasi non è più il gusto personale ma la presenza nell’abbonamento?

In sintesi, un Premio che dovrebbe toccare un po’più spesso  l’erba… o anche le ninfee di Villa Giulia

Quella che provo è proprio la sensazione di un salotto autoreferenziale che si parla addosso, senza rendersi conto che c’è un vasto mondo che allo Strega non è minimamente rappresentato. E qui mi rendo conto che la Miranda in questa situazione non sono io, io ne ho solo preso in prestito l’atteggiamento. 

Le Mirande di questo mondo sono tutti quei gatekeeper che comunque si affannano a difendere questo sistema di Premi e soprattutto le loro dinamiche. Che magari contestano anche il regime di sovrapproduzione editoriale in corso – senza però specificare che a farlo sono per primi proprio i grandi gruppi editoriali che di norma si contendono lo Strega (ricordo che Mondadori da sola butta fuori più di 1.000 titoli l’anno!) – ma che, però, per il Salone del Libro corrono a prendersela con le ragazzine che amano il romance, i giovani in generale appassionati di fantasy e con tutti quei lettori “rei” soprattutto di non sostenere le vendite della narrativa bianca. 

Quella bianca così ripetitiva e autoreferenziale che in questa cinquina sembrava quasi uno svolgimento su un tema dato dalla giuria. Però è tutta invidia, ci dicono, perché tutti vorrebbero essere “loro”. Siamo forse solo delle Andy, che guardano ai meccanismi di questo sistema che sta per compiere 80 anni – l’anno prossimo edizione Strega a cifra tonda – e si permettono di ridere o roteare gli occhi? Forse sì. E forse è meglio così.

Per concludere, mi complimento con Feltrinelli per la vittoria… chissà che i proventi extra di questo nuovo successo editoriale non aiutino a sanare il contenzioso in corso con i dipendenti del gruppo editoriale. Sarebbe il regalo più bello da associare a queste 70 candeline.

L'articolo è stato scritto da

Foto di Laura Casale

Laura Casale

Nata a Genova, studia Comunicazione a Savona con l’idea di fare la giornalista, ma si innamora dell’editoria strada facendo, scoprendo di poter trasformare in una professione la sua esperienza di fanwriter, beta reader e grafica amatoriale. Dopo la specialistica si lancia nella libera professione e sta ancora decidendo che atterraggio fare, nel frattempo si occupa di libri e di comunicazione digitale. Nel tempo libero legge, cammina e si gode il mare.

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