Si apre in una nuova scheda

Stranimondi 2026: la fiera cresce, c’è ancora margin(alia) di miglioramento

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resoconto di stranimondi 2026
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Stranimondi 2026: nuova location, tante novità, le nostre consuete osservazioni – visto che per l’occasione UP era quasi al completo: ben sei su sette di noi hanno partecipato alla manifestazione! 

Cominciamo col dire che siamo state contente e che lo sono state anche le persone con cui abbiamo parlato. E che un po’ funziona come con la moka: borbottiamo, sì, ma solo per fare il nostro dovere… ossia raccontare com’è andata l’edizione più grande, con più pubblico e più espositori mai organizzata finora di questa fiera.

Per l’esattezza, i numeri raccontano poco meno di sessanta espositori – fra editori, associazioni e self – e ben quattromila ingressi. Con un sacco di addetti ai lavori, amici e facce note fra loro. 

Gente che alla Casa dei Giochi, storica sede, non ci sarebbe mai entrata.
E pure in via Gadames ha, ogni tanto, fatto fatica. 

La nuova location

Più grande di quel che credi, più piccolo di quel che vedi

tardis doctor who
La nuova location di Stranimondi… ma al contrario

Parliamo della novità principale? La nuova location! Macchinosa da raggiungere per chi voleva usare i mezzi (soprattutto nella serata del sabato, con i mezzi bloccati dalle manifestazioni e domenica mattina pure dalla maratona PittaRosso Pink Parade), molto comoda, invece, per le auto.

macchinosa battuta terribile
Soffrite insieme a noi per la battuta terribile di Linda.

Gadames si trova poco lontano da Pero, quindi tra la zona fieristica di Milano e San Siro, per dare un’idea: è un quartiere con molto parcheggio in strada anche a pochi passi dalla location e tutto o quasi a strisce bianche.

Un palazzo per congressi con soffitti alti, un ricambio d’aria accettabile (però amicy, dovete usare meno tessuti sintetici e più deodorante) e spazi fuori con persino posto a sedere. Un po’ poco, a essere oneste, ma apprezzabile, intanto. Confidiamo in più posti a sedere per l’anno prossimo.

Luminosissimo il sabato, che il meteo ci ha graziati, e con corridoi e passaggi abbastanza ampi da lasciare la possibilità (follia, lo sappiamo) di stazionare davanti a uno stand e parlare con chi ci stava dietro, senza (troppe) gomitate alle reni o piedi pestati. Lasciare più spazio al pubblico ha costretto alcuni degli editori in posizione centrale a una stretta convivenza, ma, citando Marta: almeno non pareva di stare in un allevamento industriale. 

Per la prima volta da tanti anni, restare dentro il complesso fiera è stato non solo possibile, ma persino gradevole… tranne per il bar, decisamente piccolo per la quantità di gente e, da quanto abbiamo capito, servito da un locale convenzionato per il cibo, che è finito troppo presto.

Amicy che hanno atteso che scemasse la folla per mangiare, come avrebbero fatto di solito, hanno scoperto che non era rimasto più nulla e sono dovuti uscire alla ricerca di un posto all’esterno aperto a ora di pranzo ormai passata… che nel weekend può non essere così banale, malgrado si sia a Milano: il quartiere è infatti sì molto fornito di locali, che secondo la nostra impressione lavorano però con le attività commerciali e gli uffici della zona; soprattutto la domenica abbiamo trovato diversi posti chiusi poco dopo le 14.00, e senza una convenzione con lo spazio fieristico è normale che sia così. All’ingresso, nella zona accrediti, era segnalata la possibilità di prenotare il pranzo a un prezzo molto abbordabile, ma non sappiamo quante persone l’abbiano vista e non abbiamo verificato se era in evidenza anche al controllo biglietti “normali” o se era una possibilità riservata a espositori e accreditati: se avete informazioni in tal senso, fateci sapere!

Insomma, sul cibo c’è stato un passettino indietro rispetto alla Casa dei Giochi che di solito aveva almeno toast e qualche panino per tutto il pomeriggio. Tuttavia, probabilmente proprio per questo, al pomeriggio non c’era nessuna coda e si potevano comprare acqua, bevande e caffè in un lampo. Bisogna sempre guardare anche il lato positivo, no? 

E in ogni caso l’area è ottima: come abbiamo detto c’erano locali e vari esercizi commerciali, per cui davvero, questa non leggetela come una critica, ma solo come un invito, per il prossimo anno, a esplorare l’esterno. Probabilmente bisognerà gestire un po’ meglio i numeri, anche sulla base dei biglietti venduti, perché era vietato da regolamento portare all’interno cibo non sigillato; era dunque abbastanza scontato che molti dei visitatori avrebbero puntato al bar interno. Non bisogna dimenticarsi, però, che a differenza del Salone non c’è alcun “lock out”: se si esce si può tranquillamente rientrare tutte le volte che si vuole. 

In merito ai dintorni, abbiamo trovato posti adorabili, le cui posizioni non riveleremo manco sotto tortura: l’anno prossimo vogliamo tornarci, senza aumenti e senza code, grazie.

Capitolo bagni, che in passato ci hanno tanto angustiate: venivano puliti spessissimo e anche se sembravano pochi, in realtà erano solo nascosti e serviva fare un po’ di caccia al tesoro, complicata però dal fatto che sulla mappa era segnato un solo bagno, ma noi ne abbiamo visti almeno tre, e un’amica editrice ci ha parlato dell’esistenza di un quarto bagno… StraniAmicy dello StranoStaff, se voleste illuminarci sul numero reale di bagni disponibili (e segnarli sulla mappa, l’anno prossimo) ve ne saremo tutte molto grate! 

Tirando le somme, siamo contentissime della nuova sede. C’è sempre spazio di miglioramento, ma per favore: lasciamo la Casa dei Giochi nel passato (e a Marginalia, che al momento ci sta benissimo). 

Le sale dei panel…

L’edificio aveva quattro spazi adibiti agli incontri: la Sala Verde, un giardinetto segreto alla Frances H. Burnett per i tête-à-tête; la Sala Arancione, un classico spazio congressi in cui si tenevano le attività di maggior rilievo e gli incontri da un’ora… e un grosso atrio diviso da una tenda: a sinistra la Sala Viola, a destra la Blu. 

E come gestire tutto questo, senza impazzire come al Salone, fra il rumore della folla, quella della presentazione accanto, i microfoni? Lo staff di Stranimondi ha pensato di ovviare all’assenza di due aree separate e dell’isolamento, beh… isolando i singoli partecipanti. Davanti alle sale era possibile ritirare delle cuffie wireless, lasciando un documento per sicurezza; queste andavano accese, settate sul canale corrispondente alla sala di interesse, indossate, e voilà. Ottima idea, su cui torneremo tra qualche riga.

Sulla Sala Arancione, non abbiamo nulla da (ri)dire: luminosa, posti a sedere in giusta quantità, audio buono.

La gestione della Sala Verde, invece, ci ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Nella mappa era segnata infatti come “parte” di un giardino che sembrava accessibile come quello davanti alla location, mentre per quasi tutto il tempo lo spazio esterno è rimasto chiuso e si poteva entrare solo su indicazione del personale. 

mappa sala gialla e sala verde stranimondi 2026
L’invitante garden segnalato a cui non era possibile accedere, cosa che ci ha rese molto tristi

Peccato: parte di questo spazio esterno era coperta e avrebbe potuto essere utile come spazio aggiuntivo per decomprimere dalla folla e dal caldo all’interno, in special modo la domenica quando pioveva.
Sarebbe meglio forse l’anno prossimo spiegare più chiaramente lo spazio anche nei materiali informativi – o, meglio ancora, organizzarlo diversamente! 

Ma passiamo alle sale più frequentate, la Blu e la Viola.
Qui le opinioni divergono: un po’ di gente si è lamentata, soprattutto per la gestione delle cuffie stesse, per il rumore che in ogni caso passava dai microfoni (come la risata di Linda…) e altri problemini tecnici, come qualche disattenzione in regia, specie nelle ultime ore serali (come lo switch di canali per cui nella Sala Viola si sono sentiti i relatori della Sala Blu, a un certo punto). 

Visto che ci è stato segnalato sul posto dai volontari che il settaggio delle cuffie non risultava così amichevole per tutti, magari (come suggerisce Laura) si potrebbe aiutare creando meno confusione possibile tra nomi e riferimenti: anche se “Sala Viola” e “Sala Blu” sono i nomi storici degli spazi per le presentazioni nella Casa dei Giochi, la prossima volta si potrebbe semplificare e, se le cuffie accendendosi si colorano in rosso e blu a seconda del canale, associare lo stesso colore allo spazio di riferimento.

Gaia e Linda per una volta sono quelle più entusiaste della soluzione: dato che lo spazio quello era, la soluzione delle cuffie è stata un colpo di genio. La “perdita di tempo” in fase di ritiro e riconsegna cuffie per recuperare il documento in deposito era una necessità ineluttabile, perché il rischio che qualcuno non le riportasse era pressoché una certezza, e costringere le persone a sganciare il proprio documento d’identità l’unica forma di garanzia possibile. Le altre “perdite di tempo” erano dovute più alla cronica antipatia per ogni forma tecnologica delle folle, anche ad altro, e confidiamo l’anno prossimo saranno azzerate.

… certo: immaginando in anticipo che ci si sarebbe scontrati con queste difficoltà, si potevano accettare due o tre incontri in meno e creare panel di durata maggiore, dato che era assolutamente scontato che si sarebbero persi ben più di cinque minuti, fra ingressi e uscite del pubblico, finendo così per ridurre i (già pochi) 30 minuti dell’incontro a una ventina scarsa.

Ai relatori fa sempre bene imparare a gestire gli incontri con il piglio dittatoriale dei tempi televisivi e ad asciugare all’essenziale quello che viene detto, ma è un peccato non riuscire a dare abbastanza spazio alle domande del pubblico. Altrimenti non avrebbe senso un contatto di persona, e ce ne staremmo comodi a casa, no?

Quindi, StraniAmicy dello StranoStaff, per il prossimo anno: tempi umani. E qualcuno “in sala” dello staff, con un microfono extra, per le domande: se chi le faceva si avvicinava al palco per farsi sentire dai relatori, non le sentiva il pubblico; se le faceva a microfono, i relatori senza cuffie non le sentivano. Avvicinarsi al palco con un microfono extra potrebbe essere la giusta via di mezzo. L’alternativa potrebbe essere fornire le cuffie anche ai relatori, quantomeno durante la parte di domande. 

Tutto sommato però siamo state soddisfatte della gestione, e quindi amicy del Salone che ci seguite: prendete esempio! Ispiratevi! Sono anni che vi supplichiamo (noi, gli editori, la gente che fa i panel) di fare qualcosa per il caos degli eventi nelle sale (e non solo). Una soluzione del genere sarebbe ORO. 

Sarebbe costosetto? Non per tutte le sale, solo per quelle più sacrificate e vicine al rumore? Ok, ma oro, amicy. ORO. 

…e i panel nelle sale

Come sempre Stranimondi si impegna moltissimo per portare in Italia grandi firme internazionali: quest’anno è stato il turno di R.J. Barker, Anna Smith Spark, Jo Walton e Ada Palmer di incontrare i fan italiani.

Accanto a loro c’erano anche nomi storici del fantastico italiano, per parlare di fantascienza, horror e futuro dell’editoria. Una menzione obbligata va al panel sul body horror con Nicoletta Vallorani: è stato delizioso, se ci fosse stato lo spazio per farlo continuare altre due ore scommettiamo che saremmo rimasti dentro tutti. Ci siamo perse quello sullo splatterpunk, se ci siete stati diteci com’è andata!

Ci sono state anche le tradizionali premiazioni, come quella del Premio Italia 2026. 

… ma lo sappiamo: in questa sezione voi volete leggere com’è andato il famigerato panel sulla IA nell’editoria, TUTTAVIA dovrete attendere: stiamo scrivendo un pezzo dedicato, con trascrizione diretta delle parti salienti e le domande che abbiamo posto. Arriverà nei prossimi giorni (sì, stiamo facendo panelbaiting). 

Chi ha vinto il Premio Italia?

Come prima cosa: complimenti a tutte e tutti i vincitori, ma soprattutto alle vincitrici delle due categorie principali: Veronica De Simone e il suo Bashavert (Moscabianca) per il miglior romanzo fantasy e Nicoletta Vallorani con Ogni cosa e nessuna (Zona 42) per il miglior romanzo di fantascienza. Ci sono state moltissime altre categorie, troppe per nominare i vincitori in questa sede; vi rimandiamo ai comunicati stampa della fiera.

… che sarebbe bene venissero postati prima sui canali di comunicazione ufficiali rispetto a quelli satellite. Noi la lista l’abbiamo trovata su Fantascienza.com: ad oggi (21 ottobre) sul sito ufficiale del Premio Italia ancora si legge che le votazioni sono chiuse e la premiazione si terrà a Stranimondi, mentre mancano totalmente i nomi dei premiati.

homepage premio italia 2026 al 21 ottobre

Stessa cosa sui social, perché sul profilo Instagram dell’organizzazione l’unico post dedicato alla presentazione è stato postato da uno dei vincitori che ha inserito Stranimondi come collaboratore al reel… e per le altre categorie?! 

Possibile che sia responsabilità degli editori farsi i cartellini a penna la domenica “ehi, abbiamo vinto il Premio Italia”?
Un cartellino ufficiale, ben stampato (o, perché no, un qualche premio simbolico, un gadget) aiuterebbe a evidenziare la vittoria il secondo giorno di fiera, per aiutare a spingere le vendite del libro. No?

Partecipare al premio alla fine serve sia per avere un riconoscimento, sia per promuovere le opere in lizza e soprattutto i vincitori. Se diventa un batticinque tra i soliti amici… sarà difficile attivare nuovi partecipanti, nuovi votanti e nuovo rumore mediatico intorno all’iniziativa. 

E da qui nasce una riflessione

Stranimondi è uno spazio per la letteratura fantastica tutta, ma guardando i banchi degli editori è soprattutto il fantasy a farla da padrone. Eppure, come al solito, il Premio Italia vede vincere la fantascienza in ogni categoria appena più ampia, come quelle per singoli articoli, riviste, figure professionali come i curatori editoriali, collane… 

Questo avviene perché il Premio Italia ha storicamente una solidissima fanbase nel mondo della scifi e delle convention, e non perché i professionisti del fantasy siano inferiori, come dichiarano a volte alcuni editori di fantascienza.

Contemporaneamente, il premio fatica a dialogare con i (mediamente più giovani e social) lettori di fantasy. Se mancano i votanti, ovvio che ne bastino una manciata per spingere un nome anziché un altro.

Come equilibrare le cose? Beh, chiunque abbia partecipato a Stranimondi può iscriversi e candidare opere, per poi votarle. Che dite, ci impegniamo tutti a stracciare il record attuale, che vede raggiungere la seconda fase del premio poco meno di 500 votanti?

Tirando le somme: siamo state tutte contente, ma…

La felicità è parsa piuttosto diffusa: alla fine Stranimondi non ha perso la sua dimensione da “circolo di comari” (qua lo usiamo in senso assolutamente positivo) che fiere mercato più grandi, come il Salone di Torino, non hanno, ma è riuscita a mettere un timido piedino fuori dal suo guscio. Anni fa avevamo usato l’immagine del paguro troppo cresciuto che doveva cercarsi una nuova conchiglia che, però, non la rendesse una fiera fra tante: crediamo che possa averla trovata.

Sono due giorni tanto dedicati al pubblico e alla vendita, quanto alle relazioni, alle chiacchiere fra editori, al gossip, agli accordi. Stranimondi è spesso stato il nucleo dove sono nate idee editoriali e collaborazioni arrivate a frutto nell’edizione successiva, e non è un caso: quando tutti conoscono tutti, si finisce per rischiare di fare circolino, sì, ma anche di presentare la persona giusta al momento giusto, di fare la battuta scema che si rivela un titolo geniale. 

Fa parte del gioco. E in fondo anche del fascino della fiera.

Ora, prima di lasciarvi ISCRIVETEVI PER VOTARE AL PREMIO ITALIA mannaggetta, dai, creiamo un dignitoso bacino di votanti, che 451 votanti (una delle cifre più alte mai raggiunte) non sono che una frazione infinitesimale dei lettori di genere italiani!

E poi diteci, editori, lettori, gente tutta: voi come avete vissuto questi due giorni?

Quali sono state le vostre perplessità? 

Siamo qua, e se non volete commentare: scriveteci pure in privato, sui social o per email!

P.S.

Però è strano usare quell’aggettivo, no? “Contente”. 

Lo eravamo, perché Stranimondi è un appuntamento che ci permette di incontrare tante amiche e amici da tutta Italia e parlare per ore, ore e ore di libri. E mangiare assieme, scherzare, ridere, trovare locali che fanno karaoke. 

Quindi quel “contente” è davvero sentito. Ma si mescola, per noi e per molte altre delle persone presenti, all’incredulità per aver vissuto questo tranquillo weekend di lavoro, gossip, risate, birre, a qualche chilometro da dove gente veniva presa a randellate in faccia perché si permetteva di (di)mostrare quello che vediamo tutti i giorni: il mondo brucia.

Gente che adesso viene pure perculata dai giornali e additata dal governo come principio e fine di ogni male, come se il problema fosse il tredicenne che spacca la vetrina e non il domandarsi cosa porti migliaia di tredicenni a scendere in strada. 

La rabbia cresce. Non siamo certe che fingere che non ci sia, che restare nella bolla chiusa, sicura, lamentandosi un poco al massimo, sia una buona idea. Ma è quello che facciamo tutti, giusto?

(No.)

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Ultima Pagina

Nato nel 2016 come eredità di Writer's Dream, oggi è guidato da sette donne, tutte professioniste del settore editoriale, ed è l'hub per chi legge, chi scrive e chi lavora (o vorrebbe lavorare) nel mondo dei libri e dell'editoria.

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