Ultimamente si parla tanto di romantasy, come abbiamo fatto anche qui. E ci mancherebbe, visto che, insieme (azzarderei in realtà un proprio grazie) al romance è il sottogenere di punta in quasi tutte le librerie.
Tale e tanta è l’attenzione mediatica e di mercato per questi romanzi che ruotano intorno a una relazione romantica in un contesto fantastico che mi è sorto un dubbio.
Ovvero: perché non c’è stata una riscoperta del fantasy romance per eccellenza, ovvero la “saga di Kushiel” di Jacqueline Carey?
Perché, mettiamo le mani avanti, romantasy e fantasy romance non sono la stessa cosa, tanto per cominciare.
Romantasy vs Fantasy Romance
Smontiamo il nome del primo nelle sue due componenti: romance e fantasy. Il romance è la parte essenziale, senza la quale la storia non sta in piedi. Il fantasy ha un ruolo secondario. Di una cosa resterò sempre convinta: il genere che compare per primo nella definizione ha il peso maggiore. In questo caso, è il romance. Ma non solo, eh: un horror psicologico è innanzitutto un horror, e “psicologico” è una caratterizzazione all’interno del genere.
Quindi, se un romantasy è un romance in un setting fantastico, il fantasy romance… è molto banalmente una storia fantasy con un’importante sottotrama romantica. Se la togli, la storia sta in piedi lo stesso. Più debole, forse, meno appetibile, ma si va comunque dal punto A al punto B. “Le nebbie di Avalon” è un fantasy romance, ma anche “Nevernight”.
Ecco. Questa è la prima risposta che mi sono data, perché è semplice e lineare.
E sbagliata.
Cioè, no, capiamoci: che romantasy e fantasy romance non siano la stessa cosa per me è una certezza. Ma Jacqueline Carey non scrive propriamente fantasy romance.
E allora cosa scrive, ‘sta cristiana?
Una delle epopee più belle, complesse ed emozionanti che abbia mai avuto la gioia di tenere tra le mani. Una di quelle che ti riconnettono le sinapsi e ti cambiano per sempre, e in meglio. Non mi capacito davvero che non abbia avuto, qui in Italia, il successo devastante che merita (all’estero è andata meglio, ma non abbastanza).
Il primo romanzo della trilogia, anch’essa una prima, perché poi ne sono seguite altre, esce nel mondo anglosassone nel 2001 e viene tradotto in italiano nel 2005, giusto per darvi una finestra temporale.
Ci troviamo di fronte a un fantasy, ma insolito. Niente incantesimi, niente mostri, niente razze astruse. La magia esiste sotto forma di maledizioni e discutibili doni divini; ci sono gli angeli, poi, che compaiono incredibilmente di rado ma che sono i pilastri dell’intera narrazione. E c’è Phèdre, la protagonista, forse benedetta, forse maledetta dagli dèi, che ci fa da guida e narratrice per tante pagine, una più bella dell’altra.
Il mondo in cui si dipana una trama complessa, che spazia dagli intrighi politici alle guerre con potenze straniere fino alla ricerca di sapienza leggendaria, richiama il nostro ma con un abito d’atelier in chiave letteraria che lo rende altro, riconoscibile, ma magico e nuovo.
Terre d’Ange è una nazione prospera, colta, ispirata alla Francia rinascimentale e medievale. I suoi abitanti discendono direttamente dagli angeli (ed ecco spiegato il nome), quelli che erano i compagni del figlio non voluto dell’unico dio e della madre terra. Nato dal sangue del Messia in croce e dalle lacrime della Maddalena, Elua è rifiutato dal padre divino e vaga per la terra in compagnia di chi lo ama in spregio ai cieli. Quando trovano una terra dove stabilirsi, la benedicono con arte, bellezza e raffinatezza.
E sì, lo so, così puzza di Mary Sue. Invece funziona tutto, perché questa “perfezione” è spesso un fardello e viene affrontata anche come “schermo”, come paraocchi che rende gli angeline miopi al valore degli altri popoli. Perché sì, Terre d’Ange è razzista, gronda pregiudizi.
La società ruota attorno a una particolare dottrina religiosa che eleva alla sacralità il piacere sessuale e la libertà del singolo: “ama a tuo piacimento” non è solo un motto, ma un precetto che intride ogni aspetto della vita di chiunque, dalla regina all’ultimo dei pezzenti.
Il viaggio inizia nella Città di Elua, la capitale di Terre d’Ange, ma ben presto ne varca i confini. Seguiamo la protagonista in avventure mozzafiato che la portano a incontrare e a scontrarsi con tante altre culture… e a scoprire un’oscurità dentro di sé che le fa paura.
Perché Phèdre è molto più che una protagonista. Molto più della voce narrante.
Nata imperfetta a causa del segno rosso che ha nell’occhio, viene abbandonata dalla madre e accolta da una delle Tredici Case, ovvero un’istituzione che si occupa di educare le figure professionali di maggior prestigio nella nazione. Cortigiane e cortigiani, sex worker in tutte le sfumature dei doni fatti dagli angelici Compagni di Elua. C’è la Casa specializzata nell’arte, quella con un’impronta di misticismo, quella che unisce il piacere alla risata… e due, le più oscure, che tingono di dolore, dandolo o ricevendolo, il sesso.
Phèdre, si scopre ben presto, è una prescelta. Quella macchiolina rossa è il segno di Kushiel: l’essere divino incaricato di infliggere sofferenza, il giudice e aguzzino degli angeli, che le sue vittime finiscono per amare proprio per il dolore che provoca loro. E così Phèdre non può distinguere piacere e sofferenza che subisce, ma non provoca, perché la sua natura la rende condannata a godere anche nel sangue. A cercare la punizione e tremare di paura e desiderio quando la riceve. Ma, come non mancherà di dirci spesso, non sempre chi accondiscende è debole. Perché lei non lo è. Fisicamente… beh, non è certo una guerriera. Non sa da che parte si tiene una spada, praticamente. Ma ha un’intelligenza e un acume fuori dal mondo, perché a dieci anni viene adottata da un individuo… speciale. Spia, poeta, ruffiano, secondo alcuni. Anafiel Delaunay non le è padre, ma mentore e ispirazione.
(Qui mi interrompo perché altrimenti passo le prossime dieci pagine a parlare di quanto sia meraviglioso e stupendo e quanto mi faccia piangere Anafiel e ok adesso mi rileggo la saga per la ventordicesima volta.)
La narrazione in prima persona di Phèdre – una prima persona ingombrante, per nulla trasparente – può renderla sgradevole. Perché, nonostante le voglia un bene immenso, lei non brilla proprio per simpatia. E’ piena di sé, vanitosa, troppo sicura nei suoi mezzi… e tutto questo, senza esclusione, le si ritorce contro. Ogni suo difetto diventa fatale, ogni sfogo di spocchia è un ceffone che le insegna qualcosa. Siccome la trilogia si dipana lungo una decina di anni, la vediamo crescere e cambiare. Migliorare.
Grazie anche a chi le sta accanto.
Ma soprattutto, grazie all’amore.
Ed eccoci qui! Al grande tema con cui ho introdotto questa sbrodolata per la mia autrice del cuore.
L’amore
L’amore! Phèdre è una prostituta d’altissimo bordo, che ha bisogno di cedere alle sue passioni più cupe per non sentire il pungolo crudele di Kushiel. Ha patroni e amanti.
Ha lei stessa, come Elua millenni prima, i suoi Compagni. Non parlerò di uno perché ho già spoilerato troppo e perché fa sempre male ricordarlo. Ma gli altri…
Phèdre ama. In maniera assoluta. Ama il suo mentore Delaunay e Alcuin, il dolce fratello che le è toccato in sorte. Ama Hyacinthe, il bambino mezzo tsingano dotato del pericoloso dono della preveggenza, disprezzato tanto dal popolo della madre in quanto didikani, mezzosangue, quanto dagli angeline perché impuro. Un bambino che, quando Phèdre è piccina quanto lui, le tende la mano e le fa il dono più prezioso: l’amicizia. E un amore radicato in quel passato comune, nella gentilezza, nella sofferenza e nei sacrifici affrontati insieme. Hyacinthe è prezioso nella sua risata, e ancor di più nel gorgo che se lo porta via.
(Un saluto alle bimbe di Giacinto, che mi hanno stuzzicata a lungo perché scrivessi questo papiro.)
Ama, oh, come ama Joscelin! Joscelin che non potrebbe, non dovrebbe amarla, perché è un monaco guerriero, rigido nella sua disciplina, sua guardia del corpo scelta quando gli intrighi si serrano attorno alla casata di Delaunay. Ma che sanguina a ogni battito del cuore che quella anguissette troppo ficcanaso e immersa nei complotti gli strappa. Che rinuncerà a tutti i suoi voti per lei… tranne uno. Proteggo e servo.
E ama… qualcun altro. Che la farà soffrire oltre il piacere che Kushiel le ha imposto.
Non il classico romance
C’è una storia d’amore, nella saga di Kushiel. Anzi, ce ne sono diverse. Scordatevi monogamia ed eterosessualità, qui.
Sono tutte diverse. Sono tutte parimenti importanti. Ma non sono romantiche nel senso tradizionale del termine (ed ecco perché, più sopra, dicevo che non è che sia proprio un fantasy romance).
La serie ha un altissimo contenuto erotico, vista la professione/vocazione di Phèdre. Jacqueline Carey non si tira indietro e descrive tutto con poesia grezza, fatta anche di fluidi corporei e reazioni fisiche indesiderate. Perché il sesso, a Terre d’Ange, è una preghiera. È sacro e come tale viene trattato. È anche un mezzo per ottenere informazioni, e persino nelle spire della lussuria più sfrenata Phèdre non dimentica di tenere occhi e orecchie aperti.
Ma quando l’atto sessuale diventa fare l’amore… ecco che subentra un dolce pudore. Non proprio un fade to black (seh, lallero proprio) ma l’autrice si sofferma su qualcosa di diverso dell’incastro tra corpi. Ed è bellissimo.
Oltre i canoni del romanticismo classico
Una storia d’amore è particolarmente centrale, ma è quasi… irrilevante, al tempo stesso. Perché i due personaggi si amano, sì, e molte pagine sono spese per indagare la loro relazione. Se però non finissero assieme, se decidessero che le differenze sono insormontabili… non cambierebbe nulla. Perché si amerebbero lo stesso tanto, tantissimo, e la trama andrebbe avanti lo stesso. Uno dei due addirittura lo dice chiaro e tondo: fai quello che vuoi, sposati chi ti pare, lasciami, ma ti scongiuro, resta in vita.
L’amore brucia. Supera la voglia di stare insieme, il piacere reciproco, l’attrazione. Non si esaurisce e muove davvero la trama – l’amore, non la relazione, però.
Ed è l’amore per un amico che, in un altro mondo, sarebbe stato qualcosa di più, velato di rimpianto.
Quello per un compagno che diventa la bussola morale e il porto sicuro, ma che causa e riceve ferite continue.
Quello per chi non bilancia la crudeltà di Kushiel con l’infinita compassione che Phèdre impara una goccia di sangue dopo l’altra.
Quello per una regina giovane, fredda e disperata; per una vittima di traffico di esseri umani che si apre a fatica dopo tante angherie; per un bambino che ti chiama dall’altro capo del mondo; per una divinità che si vorrebbe odiare ogni tanto, a cui si chiede ti prego, lasciami stare, ho già dato troppo ma che resta lì, a sostenere e gravare.
L’attenzione con cui Jacqueline Carey ripete, ancora e ancora, che l’amore è una forza devastante e non sempre positiva è magistrale. Phèdre incassa l’urto di questa marea a ogni pagina, cede, crolla e si rialza. Invoca l’ondata successiva pur temendola.
Il tutto inserito in un universo di una complessità senza precedenti. Niente è lasciato al caso, le usanze di ogni popolo sono curate, le loro differenze marcate non già come un difetto ma come una mancanza da parte di Phèdre, che è pur sempre una privilegiata.
E la trama… ah, la trama! Il primo volume è uno splendido viaggio in cui conosciamo un cast di cui è impossibile non innamorarsi. Con pure un centocinquanta/duecento pagine di vichinghi perché sì. Il secondo è sfarzo, prima; poi angoscia fatta delle grida di una dea che piange tra i flutti; quindi avventura – perché nel primo ci sono i vichinghi, qui i pirati – e infine un ritrovarsi che mi fa disidratare da quanto piango ogni volta. E il colpo di scena! Quel ritorno a casa che non è dolce come previsto!
Ma il terzo… il terzo è il vero capolavoro. Il mondo diventa di colpo grandissimo, variopinto, poi così oscuro da far pensare persino a chi legge che da lì non si può tornare indietro, non si può guarire. Eppure l’amore, non quello sdolcinato della Disney ma quello rabbioso e viscerale, non permette a nessuno di cedere al languore della fine. Non per forza è un gesto gentile.
Quindi, concludendo, perché la saga di Kushiel non è un romantasy?
Perché è troppo. Perché è elaborato, persino pesante; la prosa è fiorita, il cast numeroso, la storia d’amore importante sì ma non centrale. Perché, anche nel lieto fine, resta una minaccia lontana, così bella che descriverla sarebbe come cercare di dipingere il canto di un usignolo. Letteralmente.
Ed è forse per questo che la serie non riesce a sfondare come le spetterebbe. Non si incastra abbastanza nella griglia di marketing dei grandi gruppi editoriali. Non assomiglia per niente ai capisaldi del romantasy, e spacciarla per tale irriterebbe chi invece cerca quei trope, quelle strutture ricorsive (e vi dico, il romantasy non fa molto per me, ma capisco appieno l’amore per le strutture ricorsive, credetemi).
Sogno però che qualcuno, magari con un canale TikTok di successo, o un profilo da bookstagrammer con un grande seguito, si incuriosisca abbastanza da mettere le mani su questi libri. Che se ne innamori come è successo a me, di quell’amore che a volte vola alto, ma altre ti strappa le viscere da dentro.
Che arrivi all’ultima pagina e si renda conto che qualcosa, tra il cuore, il diaframma e le terminazioni nervose, dove immagino si possa trovare l’anima, è cambiato.





Condivido ogni parola!! Trilogia pazzesca! Un vero peccato che non abbia avuto il risalto che meritava…spero anch’io prima o poi in una rinascita improvvisa
Temo che purtroppo non la aiuti essere finita nel calderone TEA, che più che un catalogo può diventare un dimenticatoio: sarebbe bello la ripubblicassero tutta finendo poi la serie di Moirin ma… ahimè, temo possiamo solo sognarlo 🙁
La tua recensione è veramente sensibile, intelligente e arguta. Ti posso solo dire che conosco la saga da 20 anni e che anche io sono stata profondamente mutata da questa storia meravigliosa. Anafiel è il mio personaggio preferito nel fantasy in assoluto. Completamente innamorata, caratterizzato in maniera magistrale, dritto al cuore.