Friendship breakup ante litteram: Charles Dickens & Hans Christian Andersen

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Gaia Facchetti

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Nell’estate del 1847, Hans Christian Andersen si trovava a Londra e Charles Dickens si impegnò moltissimo per incrociarlo — riempiendo certo di stupore Andersen, che tanto ammirava l’autore britannico.

Il primo non era ancora così famoso: le sue fiabe a malapena erano state tradotte dal danese. Il secondo aveva già alle spalle Oliver Twist, Il circolo Pickwick e Il canto di Natale, ed era affermato tanto in Gran Bretagna quanto all’estero. Quella prima chiacchierata pare andò bene: Hans ne scrisse pieno di entusiasmo agli amici, ma anche Charles ne restò abbastanza colpito, tanto da far avere al giovane autore alcuni suoi libri e una nota di incoraggiamento per il suo lavoro, e da parlare delle fiabe in modo lusinghiero all’amico Lord Patrick Robertson.

Possibile che Dickens si fosse mostrato troppo lusinghiero? Chissà. 

Fatto sta che nei successivi nove anni il rapporto proseguì, perlopiù unidirezionalmente: mentre il danese spediva regolari lettere all’altro, aggiornandolo sul suo lavoro e sulle sue giornate, le risposte di Dickens arrivarono via via più rarefatte e scostanti. 

Eppure, dell’affetto doveva essere rimasto, perché Dickens a un certo punto, chiuse una delle lettere con un invito ad andare a trovarlo nel Kent, se in caso-forse-magari ci fosse stata la remota possibilità di un viaggio in Inghilterra. 

O meglio, questa è la ricostruzione che ne facciamo oggi, col senno di poi, conoscendo il finale della storia: che fosse un po’ un invito buttato lì per fare il brillante. A leggerne le parole, però, pare più genuino: 

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La frase della tranquillità si rivelerà una bugia. Ma ci arriveremo. 

Insomma: era il 1857. Andersen accettò la generosa offerta, avvisando che pensava di trattenersi per un paio di settimane.
Furono cinque.

Cinque settimane di convivenza

11 giugno – 15 luglio, 1857

Non era strano, all’epoca, ospitare conoscenti per periodi tanto lunghi, ma questa visita nacque sotto pessimi auspici.  

Dickens scoprì dai giornali, e non dall’interessato, che Andersen aveva deciso di accettare il suo invito. Lo scrittore danese, che aveva già diffuso la sua intenzione di risiedere a Gad’s Hill, si ricordò di informarlo a marzo, nove mesi dopo l’offerta di ospitalità.

Pessima scelta temporale, tra l’altro.  Il 1857 si stava rivelando un anno difficile per Dickens: già normalmente oberato di impegni, era diviso fra la scrittura e la promozione del romanzo a puntate Little Dorrit (che non ebbe il successo sperato) e l’organizzazione di tutta una serie di attività, come letture in pubblico e la recitazione in L’abisso di ghiaccio, volte a raccogliere denaro per la vedova di un caro amico, Douglas Jerrold; questo lo costringeva a muoversi spesso in treno fra Gad’s Hill, la sua magione nel Kent, e Londra. 

Anche la vita privata era tutt’altro che tranquilla: il matrimonio con Catherine Hogarth era teso e infelice e si concluse definitivamente l’anno successivo. E in casa, oltre agli adulti, vivevano nove figli fra i venti e i cinque anni.

In tutto questo, la presenza di Andersen fu considerata irrilevante, se non direttamente un fastidio, mentre, “in modo del tutto innocente e felice, [lui] credeva di trovarsi al centro del mondo del suo ospite”1

Era il momento migliore per avere estranei in casa? Decisamente no.
A maggior ragione estranei come Andersen, con una sensibilità e un’emotività che poco si adattavano al rigido codice di comportamento e al senso del pudore vittoriani. 

Il primo impatto non fu dei migliori: appena messo piede a Gad’s Hill, Andersen informò il suo anfitrione dell’usanza danese di far rasare quotidianamente gli ospiti, meglio se ai figli maschi. Sappiamo che Dickens non accettò la cosa, e prenotò un barbiere che ogni mattina se ne occupasse, lasciando l’altro scontento.

O ancora, durante una cena, mise in imbarazzo il padrone di casa agganciandosi al braccio che lui stava porgendo a un’ospite, e marciando trionfante verso la sala da pranzo.

Altre profonde differenze fra i due emersero durante la convivenza: alcune abitudini dell’ospite venivano viste come eccentriche dagli inglesi, come quella di intrecciare ghirlande di fiori o ritagliare fate e figurine nella carta – attività, calate nel mondo vittoriano, di certo non abbastanza virili.

Ma non solo: Dickens, molto impegnato, era un uomo energico, costantemente circondato da gente. Andersen era più introverso e tranquillo, ma giocoforza trascinato a seguire i mille impegni del suo anfitrione. 

La differenza su come i due vivevano la permanenza emerge chiarissima confrontando una lettera all’amico William Jerdan del 21 luglio di un Dickens ancora esasperato con la pagina di diario di Andersen che narra lo stesso evento:

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Che campagnolo eccentrico e sprovveduto, vero? 

Eppure, in poche righe stringate, Andersen mostra quanto può essere stato spaventoso trovarsi solo, perso, incapace di comprendere quanto gli veniva detto e di comunicare a sua volta. 

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Andersen era già stato a Londra, conosceva altre persone che vi risiedevano, ma non possedeva quella conoscenza approfondita dei diversi quartieri della città necessaria per sentirsi a suo agio da solo in una carrozza. Se vogliamo sommare il suo inglese scarso alla possibilità che nemmeno il vetturino parlasse qualcosa di diverso dal dialetto o da un inglese fortemente accentato e l’area soggetta a lavori di edificazione, quindi un po’ squallida rispetto a strade terminate… la paura per sé e i propri effetti personali non appare ingiustificata. E l’idea, dettata dal panico, di infilare le cose che riteneva importanti e care negli stivali e di camminarci sopra, scomodamente, per varie miglia, rende il racconto più fonte di tenerezza che di sfottò. 

Però… 

Non era solo l’abitudine di perdersi, l’amore per le figurine di carta o per i fiori. 

Andersen richiedeva costanti attenzioni che il padrone di casa, vista la sua situazione,  probabilmente non avrebbe saputo accordargli nemmeno volendo. E le sue manie di protagonismo, figlia di una evidente insicurezza, lo rendevano esasperante

Come la crisi di pianto, sdraiato in mezzo a un prato, dopo aver saputo delle critiche ai suoi scritti, davanti alla famiglia e alla servitù sconvolta. Nonostante la reazione piena di empatia di Dickens, che lo esortò a ignorare le critiche dei giornali, a trattarle come effimere scritte sulla sabbia, l’unico momento in cui Andersen riuscì a rallegrarsi fu quando il suo editore inglese, Mr. Bentley, gli mostrò le critiche altrettanto velenose all’ultima opera di Dickens. Solo allora si sentì meglio. 

Mal comune, mezzo gaudio? O meschinità? 

Intanto la sua spiccata sensibilità lo portò a piangere, rumorosamente, anche alla prima della pièce L’abisso di ghiaccio, con Dickens sul palco e alla presenza della regina Vittoria e del principe Alberto. Il comportamento attirò l’attenzione (e un certo imbarazzo) degli spettatori — un’ attenzione comunque non sufficiente, per lo scrittore, che nel suo diario si lamentò della scarsa considerazione ricevuta. 

E pianse ancora quando lasciò la residenza dei Dickens il 15 Luglio. 

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Tornato a casa, Dickens scrisse una nota e la affisse alla porta della camera 

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Dai diari e dalle lettere di Andersen è evidente il cambio dell’atmosfera. Dickens e famiglia non furono apertamente sgradevoli con lui, ma allo stesso tempo, man mano che i giorni si accumulavano, riuscirono a fargli percepire di averne avuto ormai abbastanza.

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Una volta rientrato, rendendosi probabilmente conto di aver oltrepassato i limiti dell’ospitalità, scrisse a Dickens una lettera, presentandogli la permanenza presso di lui come uno dei momenti più luminosi della sua vita, chiedendogli di dimenticare gli aspetti sgradevoli mostrati dalla convivenza e di mantenerne, invece, un buon ricordo. 

Dickens rispose in modo generico, forse un po’ condiscendente; la chiusa, quel “Addio, caro Andersen”, era probabilmente il modo con cui l’autore inglese indicava al danese la chiusura dei loro rapporti. Da quel momento, infatti, Dickens non rispose più ad alcuna lettera di Andersen, né accolse i suoi amici negli anni successivi. 

La fine del matrimonio di Dickens, un evento scandaloso per l’epoca, e l’infelice coincidenza della pubblicazione, pochi anni dopo, di una intervista ad Andersen che raccontava dell’idilliaca e apparentemente amorevole famiglia del suo anfitrione, riportando in auge l’argomento della separazione, furono la pietra tombale su qualsiasi opportunità di riallacciare i rapporti. 

Nella sua autobiografia del 1869, Andersen ricordò la cessata corrispondenza con Dickens citando il finale di L’abete:

«Finita! Finita! Come tutte le storie.»

Il problema degli eroi

Molte delle ricostruzioni sulla relazione fra Dickens e Andersen imputano a quest’ultimo la fine dei rapporti. 

Incapace di adattarsi ai costumi locali, ma ancor più incapace di stare del tutto da parte e non mettersi al centro della scena con la sua eccessiva sensibilità, era impossibile non finisse per scontrarsi con l’altrettanto istrionico e arrogante, ma più conforme agli standard vittoriani, Dickens. 

Eppure, pur comprendendo le difficoltà in cui l’inglese si trovava e la difficoltà extra di dover gestire un ospite difficile, non posso non trovare gratuitamente crudeli molte delle frasi che condivise con gli amici. 

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Le “gaffe” menzionate in questo articolo, e riportate dai biografi, provengono in parte dalle memorie di uno dei figli di Dickens, ma il maggior numero proviene dalle lettere che lo scrittore stesso spedì ad altri, senza risparmiare nessuna critica pungente.

Il ritratto che fa del suo ospite, dopo averne parlato così bene qualche anno prima, è quello di un campagnolo che non sapeva scrivere né parlare. Ne critica in maniera crudele le scarse abilità linguistiche, ne prende in giro l’incapacità di pronunciare correttamente il titolo italiano del suo libro (L’improvvisatore), arriva persino a metterne in dubbio la padronanza del danese, sua lingua madre. Questo non avveniva soltanto al termine della lunga, infinita visita, ma ben prima: ancora prima dell’arrivo dell’ospite, Dickens avvisava la filantropa Angela Burdett-Coutts: “Hans Christian Andersen potrebbe forse essere nostro ospite, ma non te ne importerà molto — anche perché non parla nessuna lingua se non il suo danese e si sospetta che neppure quella conosca davvero.”

E, come se non bastasse, aveva incaricato i figli più piccoli di occuparsi e seguire l’ospite, un gesto che dice molto sulla reale considerazione in cui lo teneva.  
Non essendo stati presenti, non sapremo mai come andò davvero. Se l’invadenza, l’ingenuo bisogno di appartenenza e approvazione di Andersen fossero troppo da sopportare in quel momento della vita di Dickens, o se la fretta e il sarcasmo di quest’ultimo e la scarsa empatia per un uomo tanto diverso da lui avessero già eroso l’amicizia. Ci tocca restare col dubbio su chi sia il vero responsabile della fine di un’amicizia che pareva solidamente basata sulla mutua ammirazione. 

Con il senno di poi, la storia fra Andersen e Dickens è molto simile a quello che accade ancora nei rapporti tra fan e celebrità. Oggi come allora c’era chi confondeva la persona con il personaggio. Andersen idealizzava Dickens come l’incarnazione vivente dei suoi romanzi, generoso e brillante; la sua famiglia non poteva che essere uno specchio di quella stessa armonia. 

Allo stesso modo, Dickens avrà apprezzato inizialmente l’adulazione, per poi stancarsi e trovare eccessive le dimostrazioni d’affetto di Andersen? O, semplicemente, anche lui aveva aspettative rimaste deluse quando la realtà non si è piegata alla trama che aveva creato? 

Oggi accade lo stesso quando un fan scopre che il proprio attore preferito, lo scrittore “sempre corretto” o la cantante “sempre nel giusto” non sono esattamente così anche a telecamere spente. Pretendiamo una performance di perfezione, come se potessero esistere persone senza spigoli e difetti, e restiamo delusi. Andersen e Dickens si sono semplicemente scontrati una lezione che molti fan apprendono: nessuno è come te lo immagini, soprattutto il tuo idolo. A maggior ragione se per lavoro inventa storie. 

Morale della favola?

Incontrare chi ammiriamo può essere un sogno, stringerci un rapporto ancora di più… ma, forse, meglio conservare un po’ di distanza — o per lo meno pensarci due volte prima di trasformare l’ammirazione in una convivenza di cinque settimane. 

Bibliografia

Le fonti consultate sono: 

  • Andersen, Hans Christian, H.C. Andersen’s Correspondence with the late Grand-Duke of Saxe-Weimar, C. Dickens, etc., New York Public Library / Cornell University Library, s.d. Disponibile su Wikimedia Commons
  • Andersen, Hans Christian, L’abete
  • Dickens, Sir Henry F., Recollections, William Heinemann Ltd, 1934, cap. VI. Disponibile su Internet Archive
  • Wullschlager, Jackie, Hans Christian Andersen: The Life of a Storyteller, University of Chicago Press, 2002.
  1.  Jackie Wullschager, Hans Christian Andersen: The Life of a Storyteller (Chicago UP, 2002), p. 376
    ↩︎

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