fbpx
Memorie di una geisha (e di un’ossessione)

Memorie di una geisha (e di un’ossessione)

C’è un libro che ho letto per la prima volta quand’ero ragazzina, e che mi piacque tantissimo. Trassero un film da quel libro, che mi piacque decisamente meno; uscì la biografia della persona che aveva ispirato quel romanzo, e mi piacque molto di più – anche più del romanzo, per certi versi.

Sto parlando di Memorie di una geisha, romanzo che compie ormai ventidue anni malgrado io mi ostini a considerarlo recente.

Memorie di una geisha è la storia di Sayuri, narrata in prima persona dalla protagonista, ormai anziana e ritirata a vita privata a New York. La vecchia geisha ripercorre tutta la sua vita, sin da quando, piccolissima, venne venduta dalla sua famiglia insieme a sua sorella Satsu. Sayuri, che all’epoca si chiamava Chiyo, ha maggior fortuna della sorella: grazie ai suoi occhi azzurri – una rarità, nel popolo giapponese – e al bel viso viene destinata a un’okiya, una casa di geishe, mentre la sorella finisce in un ben più triste bordello.

Le due ragazze progettano di fuggire insieme, ma ad avere fortuna stavolta è Satsu: mentre lei scappa, Chiyo viene scoperta, punita e condannata a interrompere il suo addestramento come geisha e a rimanere per sempre una serva.

La cosa non turba particolarmente la ragazzina: ad angosciarla è soltanto aver perso per sempre anche la sorella, l’ultimo membro della famiglia che le era rimasto.
Ma la situazione è destinata a cambiare quando, durante una commissione, incontra un uomo dall’aria distinta che vedendola piangere si ferma per consolarla.

L’uomo che si era rivolto a me in quella strada aveva lo stesso tipo di volto largo, sereno. Inoltre le sue fattezze erano così lisce e calme da farmi pensare che lui sarebbe rimasto lì, in silenzio, finché io non fossi stata più infelice. Doveva avere all’incirca quarantacinque anni, con i capelli brizzolati pettinati all’indietro. Ma non riuscii più a guardarlo. Mi era sembrato così elegante che ero arrossita e avevo distolto gli occhi.
Di fianco a lui c’erano, da un lato, due uomini più giovani e, dall’altro, una geisha.
Sentii quest’ultima dirgli a voce bassa: «È soltanto una domestica! Probabilmente ha picchiato l’alluce mentre correva a fare una commissione. Sono sicura che qualcuno verrà tra breve ad aiutarla».
«Vorrei avere la tua stessa fiducia negli esseri umani, Izuko–san», replicò l’uomo.

«Lo spettacolo comincerà fra un attimo. Ascolti, presidente, non credo che lei debba sprecare altro tempo…»
Mentre facevo le commissioni a Gion, mi era capitato spesso di sentire la gente rivolgersi ad alcuni uomini chiamandoli «capi dipartimento» o anche, qualche volta, «vice presidente».

[…]
«Vuoi forse dirmi che stare qui ad aiutarla è una perdita di tempo?» chiese il Presidente alla geisha.
«Oh, no», replicò lei. «È che di tempo non ne abbiamo proprio. Rischiamo già adesso di arrivare in ritardo per la prima scena.»
[…]
«Ecco… sei una splendida ragazza che non deve vergognarsi di niente al mondo», disse. «Eppure non osi guardarmi. Qualcuno ti ha trattato con cattiveria… o forse è stata la vita ad essere crudele con te.»
«Non so, signore», replicai, benché, naturalmente, lo sapessi benissimo.
«Nessuno di noi trova su questa terra tanta bontà come desidererebbe», continuò, stringendo un attimo gli occhi come per dirmi che avrei dovuto meditare seriamente sulle sue parole.
Avrei desiderato più di ogni altra cosa al mondo rivedere ancora una volta la pelle liscia del suo volto, la sua ampia fronte, le palpebre simili a guaine di marmo sui suoi occhi gentili; ma fra noi si apriva un abisso sociale. Alla fine feci lampeggiare in alto il mio sguardo, pur arrossendo e distogliendolo così in fretta che lui forse non se ne rese neppure conto. Ma come posso descrivere ciò che vidi in quell’attimo? Mi stava guardando nello stesso modo in cui un musicista fissa il proprio strumento un istante prima di cominciare a suonarlo, con affetto e padronanza.

Prima di andarsene il Presidente le fa dono di alcune monete avvolte in un fazzoletto. Desolata per il congedo, la piccola comincia a pensare freneticamente e a riconsiderare la sua condizione.

Mi resi conto di un particolare che avevo sempre trascurato: il punto non era diventare una geisha, ma esserlo. Diventare una geisha… non si poteva certo definirlo uno scopo nella vita; ma esserlo…

Riuscii a vederlo come un importante passo verso qualcos’altro. Se non mi ero sbagliata sull’età del Presidente, non doveva avere più di quarantacinque anni. Molte geishe erano diventate famose già a venti e la stessa Izuko non doveva averne più di venticinque. Io ero ancora una ragazzina, neanche dodicenne… ma dopo altri otto anni sarei stata sulla ventina.

Quell’uomo e la sua gentilezza fanno scattare qualcosa in Chiyo, che cambia idea sul suo futuro e sui suoi desideri, e corre immediatamente al tempio più vicino per fare un’offerta agli dei.

Gettai nella scatola delle offerte le monete (che da sole sarebbero bastate a garantirmi la fuga da Gion) e annunciai agli dèi la mia presenza battendo tre volte le mani e inchinandomi. Tenendo gli occhi ermeticamente chiusi e le mani giunte, li pregai di permettermi di diventare una geisha. Avrei sofferto le pene dell’addestramento e sopportato qualsiasi dura fatica pur di avere la possibilità di attrarre di nuovo l’attenzione di un uomo come il Presidente.


E gli dèi dimostrano la loro benevolenza quando, qualche mese dopo, si presenterà al suo okiya Mameha, una geisha famosissima e molto apprezzata (nonché rivale di Hatsumomo, geisha di punta dell’okiya di Chiyo). Mameha viene a chiedere di prendere la bambina come sua apprendista; una cosa inaudita, dato che con la sua fama avrebbe potuto scegliere qualsiasi ragazza volesse.

Ricomincia così la formazione di Chiyo, che affronterà anni e difficoltà
a dir poco durissimi.

Il libro, in sé, è bellissimo: scorre con una facilità estrema, ha una prosa ricca, poetica, mai noiosa; ha anche l’indiscusso merito di aver fatto conoscere un mondo chiuso e nascosto al popolo occidentale – anche se le numerose licenze poetiche ed inesattezze che il caro Arthur Golden ha infilato spacciandole per realtà dei fatti (facendo oltretutto passare velatamente il messaggio che le geishe siano prostitute) hanno fatto incazzare una delle geishe che l’autore aveva intervistato per il suo romanzo.

Chiyo sarà guidata per tutta la vita unicamente dal desiderio, dalla vera e propria smania, di rivedere e di avere nella sua vita il Presidente, il quale sarà sì presente, ma marginalmente.

L’ossessione di Sayuri non è buona, non è sana – e infatti porta la ragazza a compiere gesti disperati – ma dopo essere stata venduta dalla sua stessa famiglia è comprensibile che si innamori di un uomo che le ha mostrato tanta disinteressata gentilezza. Tuttavia, la sua intera esistenza sarà guidata e plasmata esclusivamente dall’idea di poter stare con lui.
Sayuri è consapevole che sarà pressoché impossibile, partendo anche solo dal fatto che lei è una geisha, e perciò un’intrattenitrice, e il Presidente è sposato, e non potrebbe mai lasciare la moglie – ricordiamo che il libro è ambientato grossomodo tra gli anni ’20 e ’70.

E il Presidente, in tutto ciò?

Da qui in avanti SPOILER. Io vi ho avvisati.

Al momento del loro primo incontro Chiyo ha undici anni, mentre il Presidente ne ha quarantacinque.

Trentaquattro anni di differenza, e se la cosa è trascurabile parlando dell’infatuazione della ragazzina – tralasciando per un attimo il fatto che da infatuazione si trasformerà in unico obiettivo di vita – diventa molto più difficile dimenticare questo “particolare” quando viene svelato che l’interesse è ricambiato sin dal primo momento: è stato infatti il Presidente a incaricare Mameha di cercare quella ragazzina dagli occhi azzurri che tanto lo aveva colpito e a chiederle di prenderla sotto la sua ala.

«Presidente», risposi, «in tutti questi anni mi sono chiesta se lei sapeva che ero io la ragazzina a cui aveva rivolto la parola.
Quel pomeriggio, quando stava per andare ad assistere alla rappresentazione di Shibaraku, lei mi diede questo suo fazzoletto.
Mi regalò anche una moneta…»
«Vuoi forse dire… che, anche quando eri soltanto un’apprendista, sapevi che io ero l’uomo che ti aveva parlato?»
«Ho riconosciuto il Presidente nel momento stesso in cui l’ho rivisto, al torneo di sumo. A voler essere sincera, mi stupisco profondamente che il Presidente si sia ricordato di me.»
[…]
Si interruppe un attimo, poi: «Ti sei mai chiesta perché Mameha è diventata la tua sorella maggiore?» mi domandò. «Mameha?» esclamai. «Non capisco. Che cosa ha a che fare Mameha con tutto questo?»
«Davvero non lo sai?»
«Sapere che cosa, Presidente?»
«Sayuri, fui io a chiedere a Mameha di prenderti sotto le sue ali. Le dissi che avevo incontrato una stupenda ragazzina, con un paio di affascinanti occhi grigi, e le chiesi di aiutarti, se mai avesse avuto modo di conoscerti. Le dissi che avrei coperto le eventuali spese. E, soltanto pochi mesi dopo, lei ti trovò. Da ciò che mi ha raccontato nel corso degli anni, certamente non saresti mai diventata una geisha senza il suo aiuto.»

Per quanto il momento sia meravigliosamente romantico e lo si sia atteso per tutto il dannato romanzo – il mio ebook reader dice che siamo al 95% del libro – dopo un po’ subentra la sottile consapevolezza che la cosa non è poi così normale, e il desiderio di puntare un ditino giudicante contro il simpatico Presidente – che però, alla fine, se lo tiene nel kimono per quarant’anni non la sfiora mai con un dito.
L’amore tra i due esiste, è forte, trascende un’intera esistenza; ma è tutto meno che un amore sano.

Ribadisco: il libro è molto, molto bello. Merita di essere letto e apprezzato, e io negli anni l’ho riletto più di una volta. C’è molta eleganza nella narrazione, oltre che a una quantità pressoché infinita di interessantissime nozioni sulla vita delle geishe – che vi consiglio però di approfondire altrove, tipo nell’autobiografia di Mineko Iwasaki (che in italiano ha il tristissimo titolo di Storia proibita di una geisha).

In copertina: foto di Joi Ito da Pixabay

Scritto da
Linda Rando

Sali a bordo?

Scopri la nostra newsletter ❤

>