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Matt

Cacciatori di uomini [Parte 2, finale]

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L’uomo orso ricomparve davanti alle celle, aprì quella del ragazzo e poi quella del vecchio, poi trascinò entrambi lungo il corridoio che portava all’esterno della struttura. Ad aspettarli c’erano tre persone: lo stronzo con il cappellino della Marlboro sgualcito e la sigaretta perennemente in bocca, fucile mitragliatore con mirino; il coglione con gli occhiali da sole anche di notte, pistola e coltello di sopravvivenza con cui era solito finire le vittime. Poi, fucile da cecchino al fianco e uno sguardo soddisfatto sul volto, c’era Tom.

«Sembra che le selezioni si siano ristrette, eh?» esordì, come se annunciare che tutti gli altri erano morti fosse una cosa divertente. Un odore di fumo aleggiava da lontano, proveniva da qualcosa che stava bruciando producendo una lunga colonna di fumo. «Non restate altro che voi. Raggiungete quel fuoco prima di morire e avrete salva la vita, ma attenzione: se arriverete tutti e due, ma ne dubito, uno di voi dovrà morire perché l’altro sopravviva. Avete un minuto di anticipo, vi conviene correre.»

Un rapido sguardo tra i due contendenti prima di schizzare nel bosco il più veloce possibile. Un minuto dopo, forse anche meno, seguirono degli spari che annunciavano l’arrivo dei cacciatori di uomini.

Il ragazzo si era allontanato volutamente dal vecchio poco dopo la partenza, era sicuro che se ne avesse avuto l’occasione lo avrebbe ucciso senza problemi a mani nude. Cercò di seguire la colonna di fumo usandola come bussola, ma era lento e provato dalla sera precedente e la ferita sembrava essersi infettata. Nonostante questo continuò la corsa e poco dopo sentì il primo sparo. Pensò che essendo un colpo solo fosse quello della pistola, anche perché era noto che il coglione con gli occhiali fosse anche uno dei più veloci. Pochi minuti dopo partirono le raffiche di mitra, ma erano distanti, solo per intimorire e far sentire la presenza. Attraversò un fiume e passò nella riva opposta, gli abiti lasciarono una chiazza di sangue e terra nell’acqua al suo passaggio e divennero più freddi e pesanti. Aveva percorso forse un chilometro quando il mitra lo raggiunse. Bucherellò piante e alberi poco distanti da lui, accompagnato da una risata isterica. Il fiato iniziava a mancargli, non avrebbe retto quel ritmo ancora a lungo. Scese più in basso verso uno dei fiumi che costeggiava la zona di caccia, delimitata da un’infinita rete elettrificata che impediva a chiunque di fuggire. Lui l’aveva costeggiata tutta e sapeva che poteva giocarsela a suo vantaggio. Deviò verso il punto esatto, sicuro che il cacciatore lo avrebbe seguito. Arrivato a ridosso di un rialzamento, dove subito sotto c’era la rete, si accucciò tra l’erba alta e alcuni alberi abbattuti e attese. Lo vide poco dopo, silenzioso, cauto e circospetto cercava la sua preda come se fosse un cervo. Gli passò davanti e non se ne accorse, si fermò per guardarsi attorno. Il ragazzo allora uscì gettandoglisi contro bloccandogli il mitra e spingendolo verso il punto estremo della radura. Ma questo era più forte, liberò il fucile e lo colpì al volto con il calcio. Il ragazzo arretrò con la faccia insanguinata, lui avanzò per finirlo. Con l’adrenalina a mille il giovane lo placcò allo stomaco e lo spinse di nuovo. Il cacciatore si ribellò colpendolo più volte alla schiena con il fucile ma lui non demorse, fino ad arrivare sulla punta del rialzamento. Il cacciatore perse l’equilibrio, cadde giù e si portò addietro il ragazzo. Entrambi ruzzolarono giù, il ragazzo cercò di aggrapparsi a qualcosa mentre il cacciatore finì diritto verso la rete. Il risultato fu simile a quando le zanzare finiscono sulla gabbietta con la luce che le attrae e poi vengono vaporizzate. Restò attaccato là, la rete che produceva ancora scosse sul suo corpo esamine. Il sopravvissuto raccolse il mitra, controllò il caricatore, era pieno. Guardò la distanza dal fumo, poi puntò lo sguardo dalla parte opposta e iniziò la scalata verso la vendetta.

Non sapeva se il vecchio fosse ancora vivo, di sicuro si stava aggrappando a una possibilità che non aveva fondamenta, non avrebbe trovato la vita ma soltanto la morte una volta raggiunto il fumo. Certo, valeva lo stesso per il ragazzo, ma con la differenza che stava prendendo il suo destino per le briglie e aveva deciso di lottare e non soccombere. Tornare indietro gli sembrava l’unica possibilità, avere il fucile a tracolla poi gli dava più sicurezza e un barlume di vittoria iniziò a crescere dentro di lui. Aveva il fattore sorpresa dalla sua parte, poteva farcela se giocava bene. Da lontano partirono degli spari, prima uno singolo e poi a catena. Poi più nulla.

Si fermò. Guardò in quella direzione, lungo un bosco sconfinato situato da qualche parte nel Brasile. Un’angoscia gli calò nel corpo, non sarebbe più stato capace di frenare il tremore di mani e gambe. Un passo in avanti, un altro ancora e riprese la corsa.

Quando vide la struttura dall’aspetto fatiscente rallentò, accucciandosi cercando di vedere se c’era qualcuno. Tom era ancora dove lo aveva lasciato, si era seduto su una sedia di plastica tenendo le gambe incrociate e sembrava intento in un sonnellino. L’uomo orso però era vigile, ma di lui non gli importava, gli bastava un colpo. Si avvicinò, puntò il fucile verso la testa di Tom. Era difficile da quella distanza e lui non era un tiratore provetto, avrebbe dovuto avvicinarsi per forza. Piano piano, guardando dove metteva i piedi avanzò fino all’albero più vicino, poi si distese e continuò ad avanzare. Raggiunse una distanza sufficiente, perciò rimise il mirino davanti all’occhio sinistro e mirò. Si diede stabilità con i gomiti e spostò la croce nera del mirino sulla faccia dell’aguzzino cercando di tremare il meno possibile. Prese un respiro e si preparò.

Un solo colpo sputato dal mitra schizzò verso Tom, conficcandosi tra occhio e naso uscendo dalla nuca, producendo uno schizzo di sangue e la caduta dell’uomo all’indietro. L’uomo orso lo cercò nella radura, ma il mitra si mosse veloce e produsse una scarica di proiettili che lo investì in pieno stomaco. Appoggiò l’arma a terra e si rialzò, ma d’improvviso un piede lo spinse dalla schiena di nuovo a terra. Tre spari di pistola gli bucarono il corpo, il fiato scomparve, non riuscì nemmeno a riaverne di nuovo. Tutto di fece bianco, scosso e doloroso. Poi la lama fredda di un coltello gli accarezzò la nuca. Sorrise, rammaricandosi solo del fatto che quello stronzo non sarebbe riuscito a vederlo.

Avete perso, merde.

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Guest Gemini

Un racconto che penso non tarderà a farsi profezia, per una società che spesso cerca in comportamenti barbari un modo per contrastare la noia imperante. Trovo buono il ritmo, buono il climax che procede in crescendo sino al finale. Forse (gusto mio) avrei sfoltito un po' le parti descrittive e privilegiato l'analisi psicologica dell'uomo braccato, magari spingendolo a rasentare le sponde della follia sino a veder addirittura trasfigurato il contesto circostante. Controlla qualche ripetizione a livello preposizioni (di...di) e, magari, assegna una parte piu pregnante al compagno di cella. Potrebbe divenire elemento prezioso per ulteriori sviluppi. Grazie per aver condiviso il tuo racconto e per la piacevole lettura.

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Inizialmente avevo pensato il vecchio come un compagno, un alleato diciamo, ma poi ho pensato che renderlo nemico in un mondo di nemici sarebbe stato ancora più difficile per lui. Nel racconto ho cercato di esaltare con le scene il fatto che non abbia più nulla da perdere e che sia mosso ormai solo dalla vendetta tanto da tornare persino indietro da chi gli aveva fatto tutto.

Grazie per aver commentato, penso che di refusi ce ne saranno altri ancora, ho guardato leggerlo perché non avevo voglia dovevo uscire :asd:

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Guest Gemini

Forse sarebbe un'idea lavorare ad approfondire ancora di più l'imbruttimento bestiale del protagonista causa la tragica e paradossale situazione che sta vivendo. Qualcosa di lento e graduale, dal raziocinio agli istinti primordiali. Per renderlo ancora più completo. Che dici? È solo un'idea, beninteso.😊 

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C'è da pensare che comunque lui pian piano ha perso tutto, quindi non gli importa di vivere né di morire, non gli importa degli altri e non gli importa di tutto il resto. Sa che da lì ne uscirà solo morto quindi la sua mente diventerà per forza deviata verso scene di suicidio o di vendetta. Lui nel racconto appare rassegnato, l'unica intenzione è uccidere il capo, una volta fatto quello lo possono pure uccidere. Per fare come hai detto te serve una storia più ampia. Per come la vedo io il suo cambiamento potrebbe essere passato da persona ignara che si trova in mezzo al bordello che pian piano è costretta a diventare dura per non fare la fine di tutti gli altri, dovendo quindi cancellare la parola compassione dal vocabolario.

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Guest Gemini

Hai ragione. Se approfondisci troppo alcuni aspetti dovresti passare dal racconto a un romanzo. Magari puoi farne tesoro per qualcosa da scrivere più avanti.

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Ok Matt, se non ti dispiace faccio un commento unico qui per entrambe le parti, visto che non andrò molto nello specifico. Tieni anche conto che in generale potrei essere tarato dal fatto che in un certo senso 'ci conosciamo', avendo già letto altre cose tue qui sul forum.

L'oggetto della storia è carino, nel senso che a me personalmente può piacere. Viva l'azione e le botte da orbi.

Lo stile però non rende la cosa. Strascichi troppo, sei poco fluido, troppo pastoso. Periodi troppo lunghi quando invece sarebbero meglio frasi brevi (per, che ne so, imporre una narrazione veloce che dia il senso dell'urgenza e del pericolo), tanto per dirne una. Hai due coordinate? Metti un punto e spezza. Via le congiunzioni tipo mentre, perciò etc. mentre descrivi l'azione. Proprio perché spesso scrivi cose d'azione, mettiti in testa di sviluppare uno stile adatto a trasmettere le emozioni di certi tipi di scene.

Altro errore che fai spesso e che si ricollega a quanto ti suggeriva Gemini sopra: sei frettoloso. Nel senso che vai troppo di fretta con la successione degli eventi. E' un po come mangiare in un fast-food durante la pausa pranzo: mangi di fretta sbrigandoti a finire, senza assaporare fin in fondo l'unto croccante delle patatine o il saporito grasso del bacon nel tuo hamburger. No. Te devi farti una bella cena al ristorante, dove t'assaggi il calice di vino, ti gusti ogni forchettata di bucatino all'amatriciana, senti la tenera bistecca (cottura media, al sangue non mi piace molto) sciogliersi in bocca... e il dolore allo stomaco del conto alla fine. Che voglio dire? Voglio dire che devi dare il tempo alla singola scena di sviluppare i suoi effetti sia sul personaggio che sul lettore. Così allora, anche solo in un racconto, potresti permetterti di sviluppare un certo tema in maniera comunque percepibile e quindi apprezzabile ed emozionante. Pensa ai vari momenti e alle varie scene in termini emotivi: prima c'è lo spaesamento del risveglio nella foresta buia, poi c'è l'adrenalina della fuga, la disperazione momentanea della prigionia e il conseguente desiderio di vendetta, di nuovo la fuga adrenalinica, ma stavolta non dettata dal terrore: stavolta prende la guida la fredda razionalità vendicativa che, contro ogni chance, porta il protagonista alla vittoria. Nota anche come tutti questi passaggi 1) coinvolgono emotivamente il lettore al protagonista e lo fanno stare attaccato alla pagina 2)fanno mutare il protagonista (in questo caso da preda a predatore, potremmo dire). E non mi sto inventando nulla, perché tutte queste cose in nuce in quello che hai scritto ci sono già: le devi solo trattare meglio prendendoti il giusto spazio per farlo.

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Grazie Crizia per il commento al testo. Mi hai dato molte cose su cui riflettere a cui non avevo ancora pensato. L'esempio che hai usato per descrivere il discorso funziona bene, mi sarà utile :)

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