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Matt

Cacciatori di uomini [Parte 1]

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CACCIATORI DI UOMINI

 

Gli occhi impastati da un sonno denso s’aprirono lenti, sbattendo più volte alla ricerca di un appiglio conosciuto. Attorno a lui un denso manto d’oscurità si stagliava per chilometri, piccoli bagliori appena visibili accompagnavano una luna a metà. Le mani erano unte del terreno su cui era sdraiato, molle per colpa della pioggia che era scesa mentre dormiva. Era zuppo, solo in quel momento se ne rese conto. Il maglione con il cappuccio, i jeans strappati all’altezza del ginocchio, le Adidas logore e strappate. Tutto lercio. Si rialzò, non vedeva un accidente, non ricordava come era finito lì e neanche il perché. Le scarpe sprofondarono nella melma mentre si guardava attorno cercando di capire cosa fare. Era nella foresta, di quello ne era certo. Sentiva i grilli cantare, il vento soffiargli freddo sul volto, indurendo lo sporco che sentiva appiccicato come colla istantanea. I movimenti delle foglie, anche quello era riconoscibile. Cercando di distinguerne altri individuò un movimento, qualcosa di irregolare, dei rami che si spezzavano, poi un flebile respiro che sembrava molto vicino.

Un sibilo, lo avvertì prima che qualcosa si conficcasse nella sua spalla. Cacciò un urlo di dolore e ricadde a terra, mentre un’altra freccia lo oltrepassava finendo nell’erba incolta. Scavò sul terreno e a occhi ciechi s’infilò nella radura, correndo contro ogni logica di sopravvivenza, colpendo tronchi e sfregiandosi con i rami. Inciampò dopo poco, tirò in avanti le mani d’istinto ma non trovò mai l’appiglio di cui aveva bisogno. Cadde di nuovo nel vuoto, rotolando tra erba e sassi, colpendo con i piedi un arbusto coperto dalla notte, fino a ritrovarsi sulla riva di un fiume con l’acqua che lo circondava. Ogni osso che possedeva, ogni muscolo, qualunque cosa si stava lamentando a gran voce nella sua testa. I piedi gli pulsavano, la spalla faceva un male del cazzo e anche se non la toccava sentiva il sangue scorrere dalla ferita. La freccia si era spezzata con la caduta ma il pezzo era di sicuro là dentro, che scavava in cerca di dolore e bestemmie. Di nuovo, cercò di alzarsi ma questa volta non riuscì, la sofferenza lo assalì e decise che era meglio lasciarla fare.

 

Una secchiata d’acqua gelida dall’intenso odore fognario lo risvegliò, purtroppo, riportandolo alla dura realtà.

«Svegliati merda, non sei ancora morto» sghignazzò una voce proveniente da un uomo tanto peloso da sembrare un orso, che per simpatia gli piazzò una pedata sulla schiena e poi gli tirò pure il secchio addosso. Poi uscì dalla cella tutto contento, bloccando il chiavistello con un grosso lucchetto e mettendosi la chiave nel taschino della salopette macchiata di scuro grasso. O sangue secco. O tutte e due, era troppo rincoglionito per distinguere qualcosa. Cercò invece di riprendere fiato, accorgendosi di respirare in modo irregolare, veloce e con fastidiosi bruciori alla gola. Appoggiò la mano sul pavimento e cercò di issarsi, partì un intenso dolore che gli arrivò fino al cervello, paralizzandolo agonizzante per paio di minuti. Il secchio rotolò fino ad appoggiarsi alla sua testa, lui in uno scattò d’ira lo spinse contro la parete con una manata. Con quel gesto si accorse di essere in mezzo a una grossa pozza di sangue e fango. Il suo sangue.

«Ragazzo!» Una voce sembrava avercela con lui. «Hei, ragazzo! Sei vivo?»

«Ancora per poco… Cristo!» Altra fitta orribile, se avesse continuato a stringere i denti così tanto era sicuro che se li sarebbe scheggiati. Il vecchio che lo stava chiamando era rinchiuso in una cella poco distante dalla sua. Erano tutte in fila, la maggior parte aperte, tranne tre: la sua, quella del vecchio e un’altra più in fondo. I pochi sopravvissuti.

«Il rosso è morto» lo informò il vecchio. «L’hanno lasciato a marcire nella sua cella.»

Ora erano rimasti in due. L’odore di morte, ora che gli era stato fatto notare, gli entrò nel naso e decise di non andarsene mai più. Quello, l’odore di merda e di piscio erano l’unica cosa che conosceva fin troppo bene.

«La tua spalla fa schifo» lo informò, come se non se ne fosse reso conto da solo.

«Mi hanno tirato una cazzo di freccia, ci credo che fa schifo.»

«Non ti preoccupare, con quella ferita non camperai tanto.»

Il ragazzo digrignò ancora i denti dal dolore. «Fottiti, vecchio di merda.»

«Vedrai.»

Aveva pensato da subito che quel vecchio potesse essere un alleato per lui, ma una volta capito come funzionavano le cose l’aveva ben presto designato come nemico. Perché? Perché in quel gioco del cazzo, dove dei selvaggi si divertivano a rapire e cacciare uomini chi restava in vita fino alla fine gli veniva restituita la vita e quindi la libertà. Il vecchio pensava che se fosse sopravvissuto abbastanza avrebbe visto la luce, il ragazzo però sapeva che l’unica luce che avrebbero visto sarebbe stata quella bianca dell’aldilà. Non c’era nessuna possibilità, niente libertà, nulla di nulla. Vallo a spiegare al coglione. Comunque, a differenza sua, lui non era di certo speranzoso, sapeva che era una fregatura da subito e l’unico motivo per cui era vivo era aspettare il momento giusto per vendicarsi. Quegli schifi avevano un capo, lo chiamavano Tom, aveva la faccia da buono ma era un animale come pochi. Era stato il primo a cacciarlo, gli aveva sparato alla gamba per farlo correre di meno e poi lo aveva seguito con un fucile da cecchino per tutta la zona boschiva dove si nascondevano. I colpi risuonavano ancora nella sua testa. La paura di non sapere dove fosse, il terrore di venire colpito ma non fatalmente, perché l’unica cosa che volevano tutti quanti era morire il prima possibile.

Quindi il suo piano era sì vivere fino alla fine, ma per guadagnarsi la libertà e potersi trovare a faccia a faccia con Tom. Poi l’avrebbe ucciso.

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