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Guest Gemini

[Parte 2] Cuor di rondine

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Guest Gemini

CUOR DI RONDINE [Parte 2]

 

 

 

 

 

Nestore sgusciò a malincuore dal suo caldo bozzolo, depose i resti del pasto, pulì le mani sui pantaloni e, dopo qualche infruttuoso tentativo, lottando con artrite, cappotto e coperta, riuscì infine ad alzarsi. Raccolse un ciottolo e lo lanciò in prossimità di quel misterioso fantasma. Non intendeva certo ferire eventuali animali, ma solo spaventarli e farli andar via. Detestava gli ospiti indesiderati. Con suo enorme disappunto, non accadde niente. Provò, allora, a gridare, a battere le mani, a produrre rumori assai bizzarri, ma nulla parve assecondare i suoi patetici sforzi. Non restava che avvicinarsi, per mettere in chiaro le cose e riaffermare il proprio sacrosanto diritto a una cena tranquilla.

Giunto a destinazione, fece un ultimo tentativo battendo il piede a terra, ma ottenne solo di sfondare definitivamente la scarpa destra, ormai stremata dalla troppa strada percorsa. Un nuovo rumore spense sul nascere una scusabile imprecazione. Qualcosa si muoveva sotto quelle cartacce. Non si capiva se stesse cercando cibo o tentasse semplicemente di liberarsi da un impiccio. Nestore raccolse un bastoncino da terra e lo avvicinò tremante al piccolo cumulo, attendendosi un guizzo, un balzo, una sagoma pelosa che si allontanava spaventata. Invece, quando scostò parte della spazzatura, contemplò una scena che gli strinse il cuore.

Un grumo nerastro di piume si muoveva scomposto a terra. Le fattezze dell’uccellino gli erano familiari. Nestore strinse forte gli occhi, quasi dovesse spremere faticosamente il ricordo da chissà quali nascosti recessi. Fortunatamente, andò meglio rispetto al discorso sull’angoscia. Forse perché il calore di certe esperienze permane più saldo rispetto alle astratte e fredde nozioni. Si rivide bambino - non ricordava che età avesse - nel vecchio casolare del nonno, mentre litigava con Nino, il fattore e cercava di strappargli un bastone dalle mani. La nonna, irritata da quel trambusto era accorsa per sedare la lite. Dapprima lo aveva sgridato, poi, udite le sue rimostranze, aveva ripreso lo stesso Nino, minacciando di riferire tutto al marito se avesse tentato nuovamente azioni così crudeli. Nestore ricordava con orgoglio il giorno in cui la sua determinazione e bontà avevano salvato dalla distruzione tanti piccoli nidi di creta, che le rondini appena giunte da lontano, avevano così amorevolmente costruito vicino alle travi del porticato. Il nonno, nell’udire il resoconto dei fatti, da quel giorno l’aveva soprannominato “cuor di rondine”. Ora, ai suoi piedi, uno di quegli stessi uccellini che tanto l’avevano incantato da bambino, giaceva a terra nella sporcizia, come un re spodestato.

La mano callosa del vagabondo scese a raccoglierlo. Incurante delle beccate, lo sollevò con estrema delicatezza, soffiò via la polvere dalle sue ali e se lo avvicinò al petto, sussurrando cantilene per tentar di calmarlo. Non sembrava ferito, non c’era sangue sul suo corpo. Pareva ancora vispo. Forse aveva urtato un ostacolo sfrecciando e ora, incapace di spiccare il volo per via delle corte zampette, attendeva il proprio incerto destino senza poter far nulla per opporsi. Come l’uomo in balia della vita: ingenuamente convinto di poter plasmare l’avvenire a piacimento, sin quando la sofferenza lo svela naufrago inerme, in un oceano di tempeste.

Nestore gettò un’occhiata alle sue spalle, mentre stringeva il proprio tesoro tra le mani. Nessun pericolo all’orizzonte. Dimenticò il proprio appetito, dimenticò le stelle, dimenticò persino i ratti e il mondo intero. Si avvicinò al giaciglio scomposto. Per la prima volta dopo tanto tempo, finalmente avrebbe avuto compagnia. Mentre carezzava il capino della rondine sperando di rassicurarla, un pensiero improvviso sbocciò nel suo animo, come un’illuminazione. I suoi occhi si spalancarono felici. Magari avrebbe potuto tenerla con sé, prendersene cura, non farle mancare nulla. Non si sarebbe sentito più solo e la vita avrebbe finalmente acquisito uno scopo, un senso, una ragione per svegliarsi al mattino, senza l’opprimente compagnia del silenzio.

Ma gli occhi della rondine guizzavano in ogni direzione. Sembravano cercare qualcosa. Nestore sorrise mesto a un contegno che esprimeva più di mille parole. Conosceva lo sguardo affamato non tanto di cibo o futilità, bensì del bene più prezioso concesso da Dio: la libertà. Nelle lunghe notti trascorse in cella, mentre lo sguardo vagava lontano, contemplando un universo squisitamente libero, proprio a pochi metri dalla sua mano prigioniera, solo il pensiero della futura scarcerazione l’aveva sostenuto, solo il sapore della libertà sempre più vicina aveva sfumato di colore giornate cupe e interminabili.

Non avrebbe potuto tenerla con sé, pur desiderandolo tantissimo. Sarebbe stato un autentico sacrilegio. Non si sarebbe sentito diverso da Nino o da tutte le persone che pongono il proprio egoismo dinanzi alla felicità altrui. Nulla simboleggia la perfetta libertà più del volo spensierato di un uccello, che sfida le immensità celesti e i limiti dell’uomo, recando ovunque stupore e meraviglia. Doveva fare la cosa giusta, pur sapendo che un pezzettino di cuore sarebbe volato via con lei per sempre. Forse, in un nido simile a quelli che aveva salvato da bambino, alcuni piccoli attendevano trepidanti il ritorno del proprio scomparso genitore.

Nestore si allontanò dal vicolo. Il tramonto splendeva come un incendio, contrastando la sera ormai imminente. C’era ancora luce sufficiente perché la rondine potesse orientarsi. Il vagabondo guadagnò uno spazio sufficientemente aperto, mentre il suo respiro cresceva d’intensità man mano che il momento si avvicinava. Chiuse gli occhi, mormorando una breve preghiera, poi si chinò e gettò le braccia verso il cielo, gridando. Il respiro trattenuto, attese un attimo prima di guardare. Il timore di scorgere l’uccellino nuovamente a terra lo atterriva.

Ma quando vide la rondine sfrecciare felice nel cielo, il suo volto si illuminò di gioia e una lacrima scese a rigare la sua guancia, suggellando quel momento così toccante. Frammenti di spensieratezza bambina giunsero a riscaldargli il cuore. Mentre l’uccellino svaniva all’orizzonte, garrendo insieme ai compagni ritrovati, un sorriso illuminò il viso di Nestore. Risplendeva sereno e non era mai stato così bello.

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Finito, molto toccante, una storia semplice, pulita con molti significati, con lezioni di vita e con tutti i buoni sentimenti del mondo. 

Il finale è stato commovente e niente... bravo, mi hai conquistata. Non saprei cosa aggiungere, quindi taccio di infinite cose...

 

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Guest Gemini

Grazie, Mari, sono contento che possa averti regalato un po' di emozione. Oltre al messaggio che intendevo trasmettere, lo scopo era proprio quello. Ancora grazie.

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On 26/5/2018 at 14:46, Gemini dice:

Invece, quando scostò parte della spazzatura, contemplò una scena che gli strinse il cuore.

Taglierei questa parte. Mi stai per mostrare cosa prova, è una spiegazione superflua.

Eccomi 😊
Un quadretto di umanità, il tuo racconto. Molto utile di questi tempi, direi. Confermo il giudizio espresso sulla prima parte: scritto bene e scorrevole. Non è facile mantenere l'attenzione del lettore in un testo prettamente descrittivo, ma ci sei riuscito.

Aspetto di poter leggere qualcos'altro di tuo! :flower:

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Guest Gemini

Grazie Gigiskan. Giusta osservazione. Come sempre ti dimostro un lettore particolarmente attento. Diciamo che cerco sempre di riesumare frammenti d'umanità in quanto scrivo, sperando che chi legge possa guardare la vita e il mondo con uno sguardo più profondo. Con qualcuno, almeno, spero di riuscirvi. Ancora grazie.

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Visto che non ho appunti specifici da fare, se non ti dispiace Gemini commento qui per entrambe le parti del tuo racconto.

Hai uno stile già ben definito (il che mi suggerisce che tu sia abituato a scrivere, o quantomeno a parlare), e in generale usi termini specifici e appropriati. Attento ogni tanto a cadere in un lessico da cruciverba (tipo quando usi il termine 'liso'). Similmente, fai bene ad usare termini precisi, è utile spesso usare termini evocativi ed è ottimo usare termini non così comuni da essere compresi nel vocabolario minimale della nostra televisione odierna, ma attento a non cadere nell'inusitato (non lo fai, tranquillo, però fai attenzione che con uno stile così, specie se tendente al descrittivo, potrebbe venirti la tentazione :asd:) perché altrimenti si interrompe la comunicazione col lettore (per il principio che ci si capisce e si riesce a comunicare finché si parla la stessa "lingua").

Sull'oggetto non commento: le tematiche sociali fanno la loro figura.

Attento solo a una cosa. A volte imbocchi troppo il lettore. A che mi riferisco? Mi riferisco a tutti quei passaggi in cui (spesso nella prima parte) dai direttamente al lettore la 'moraletta', la chiave di lettura di quanto gli stai descrivendo. Ad esempio:

Cita

Nestore s’inoltrò sin quasi alla fine del vicolo. Non sbucava da nessuna parte e questo, indubbiamente, lo rassicurava. Eventuali pericoli sarebbero potuti giungere da una sola direzione. Spalle al muro, poteva controllare benissimo lo spazio antistante. Nulla l’avrebbe colto impreparato. Del resto non dormiva mai granché. Le notti dei vagabondi sono notti insonni, tormentate dal ricordo di un passato che non possono più rivivere e amareggiate da un avvenire simile a un lento inabissarsi.

Oppure:

Cita

Si può anche tollerare di vivere come un vagabondo, forse, ma vedere il riflesso del proprio viso, scorgervi i segni di un progressivo abbrutimento e rivivere, per un istante, il doloroso percorso che ha condotto a divenir l’ultimo degli infelici, è un’esperienza che avvelena l’anima.

Che intendo? Che il lettore non è scemo. Quelle stesse cose gliele puoi comunicare pure non dicendogliele, cioè comunicandole in maniera implicita facendo forza sulle descrizioni e sulle azioni del tuo personaggio. E hai già una padronanza lessicale che te lo permetterebbe. Perché dovresti comunicare però in maniera implicita? Perché sennò il lettore un po' più sensibile si sente preso per scemo e ti prende per un sapientino che sta lì a fargli la lezione. Come già intuito dagli antichi e come confermato dagli studi moderni invece, all'uomo piace capire le cose da sé per sentirsi bravo e intelligente, come in un gioco. Tutte queste cose che insomma ti preme comunicare e trasmettere, lascia che sia il lettore a intuirle tramite i tuoi stimoli. Cerca di instaurare una specie di comunicazione subliminale, se vuoi chiamarla così: presentagli delle immagini, dei dettagli, delle descrizioni con una certa terminologia, e vedrai che il lettore arriverà da sé a dire ciò che tu ora gli hai detto esplicitamente (mi azzardo a dire che potrebbe bastarti tagliuzzare qualcosina qui e lì, senza dover rivedere interi paragrafi, ma questo lo lascio a te).

Correggere questo ti permetterebbe anche di dare più spazio e risalto alle azioni e alle sensazioni presenti del personaggio. Il problema grave sarebbe infatti se una storia non ci fosse, se cioè tu avessi una serie di azioni senza un filo logico-tematico a connetterle. Qui invece ce l'hai: un personaggio con il suo passato e il suo carattere, con i suoi ostacoli, i suoi obiettivi e i suoi limiti che, trovandosi nell'ennesimo momento di sconforto riprende coraggio e speranza attraverso quella che è in effetti un'epifania. Il tema mi sembra essere insomma il valore della libertà: pagata a caro prezzo e sofferta, con i suoi dolori, ma pur sempre dignitosa e confortante libertà. Ti basta, secondo me, snellire secondo quanto detto sopra per far emergere e risaltare questa cosa e rendere il racconto ancora più apprezzabile e coinvolgente.

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Guest Gemini

Grazie Crizia dell'attenta analisi. Farò tesoro dei tuoi suggerimenti anche per il romanzo che sto revisionando. Li trovo illuminanti. Il lessico di cui parli deriva da anni di lettura quasi "alla Leopardi", ma anche dal tentativo di rifuggire l'aulicità linguistica, forse più pertinente al saggio rispetto al romanzo. Rappresenta una ricerca stilistica che sta lentamente arrivando a definire un preciso modo di scrivere e che cerca continuamente gli apporti necessari per affinarsi. I tuoi consigli mi saranno preziosi in più di un contesto. Se volessi darmi un parere anche sull'altro racconto che ho postato mi faresti un grosso favore. Grazie ancora. Curiosità: la scelta del tuo nick deriva dall'amore per il Platonismo (Crizia era zio di Platone, se non ricordo male) o dal gusto per la mentalità elitario-aristocratica della quale fu sempre strenuo propugnatore?

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50 minuti fa, Gemini dice:

Curiosità: la scelta del tuo nick deriva dall'amore per il Platonismo (Crizia era zio di Platone, se non ricordo male) o dal gusto per la mentalità elitario-aristocratica della quale fu sempre strenuo propugnatore?

E' una storia più lunga di quello che potrebbe sembrare e ti risparmio i dettaglio. :asd: Ti dico solo che è legato a una primissima fan-fiction che avevo pensato (scrivendone qualche brano qui e lì) una dozzina di anni fa in cui figurava un personaggio di nome Crizia a esplicito richiamo della sanguinarietà del personaggio e del suo governo. Un tempo sul WD (il vecchio forum di Linda) il mio nickname era Alexander91. Quando Linda poi ha aperto Ultima Pagina ho voluto cambiare nome, così, per segnare l'inizio di una nuova "avventura": mi è tornato allora in mente il nome di questo personaggio, legato a uno dei miei primissimi tentativi letterari.

L'avatar è meno casuale: storicamente il mio avatar è sempre stato un Pikachu. Adesso è un pika, il roditore selvatico da cui Pikachu prende il nome. Così, per darmi un tono più serioso. 😉

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Guest Gemini

Adesso è più chiaro. Scusa la curiosità: amando moltissimo la filosofia il nome di Crizia non poteva restarmi indifferente.

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35 minuti fa, Gemini dice:

Adesso è più chiaro. Scusa la curiosità: amando moltissimo la filosofia il nome di Crizia non poteva restarmi indifferente.

Figurati: mi fa piacere incontrare qualcun altro a cui piacciano certe cose. "Carneade, chi era costui?" :asd:

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Guest Gemini

Fosse solo Carneade... A volte risultano del tutto ignoti anche nomi assai più celebri. Forse anche per questo abbiamo una società tecnologicamente avanzatissima, ma nella quale il pensiero non ha conosciuto lo stesso destino.

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Dire che questa stori a ti prende dritto al cuore è poco. La dialettica raffinata e poetica con cui hai costruito il racconto culla il lettore fino alla fine e sembra che quando si legge questa storia non ci sia più altro da dire o leggere. Una storia talmente completa nella sua semplicità da far sembrare di troppo qualsiasi altro racconto un qualcosa di troppo se letto immediatamente dopo.

Tematiche sicuramente importanti vengono affrontate con l'occhio di un protagonista umile per definizione a cui fanno da contorno frasi, descrizioni e un'altro personaggio ancora più piccolo e apparentemente insignificante del primo al quale, tuttavia, con un solo sguardo, comunica un'importantissima lezione di vita.

L'unica cosa che avrei scritto in maniera diversa è il flashback, scritto com'è adesso pare un po' incastrato nel resto del racconto; io l'avrei isolato un po' di più per dargli più importanza perché può avere un valore tutto suo (oltre all'utilità narrativa e alla spiegazione del titolo).

Complimenti @Gemini, spero di poter leggere presto qualcos'altro di tuo.

 

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