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AndreaSCZenna

Voi vaghe nuvole, lontane rapide

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Voi vaghe nuvole, lontane-rapide               

perdete il tremulo sembiante effimero

vanendo immemori nel cielo limpido.

Noi quando cogniti a noi medesimi

miriamo estatici le forme labili 

invidїandovi; e voi non tangono

i nostri queruli lamenti flebili.

Se solo fossimo inconsapevoli!

Colà guardandovi diremmo ilari,

lontane docili le vostre sterili

distanti sagome, diremmo placidi

leggeri petali i nostri ansimi.

 

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Ci tengo a precisarlo, a scanso di equivoci: non ne capisco assolutamente nulla di metrica, di stile, di poesia in generale. Il mio è il commento di un semplice lettore. Anzi, non è nemmeno un commento. Mi limito a dirti cosa la tua poesia mi ha detto, cosa mi ha lasciato e cosa penso di aver capito.

Detto ciò.
Nella mia mente divido la poesia in due parti: da "Voi vaghe nuvole" a "inconsapevoli", la prima; da "Colà" "ansimi", la seconda.

La prima parte ha il gusto un po' leopardiano, secondo me. Il voi della natura, il nodell'uomo che vorrebbe essere inconsapevole ma non può sottrarsi alla ragione. Non amo l'eccessiva aggettivazione che hai utilizzato, in particolare le coppie di aggettivi come tremulo-effimero queruli-flebilipenso che un solo termine utilizzato con cognizione di causa, sia molto più evocativo di qualunque descrizione.

La seconda parte mi ha lasciato qualche dubbio, invece. Se ho bene interpretato, l'invidia nei confronti della natura sembra essere risolta, gli ansimi diventano petali, l'uomo sembra finalmente ritrovare se stesso nella natura. Ma il procedimento dialettico (oserei dire) attraverso cui è possibile riavvicinarsi alla serenità non è esposto: c'è un salto logico tra il sospiro che esprime la volontà di essere inconsapevole e la pace immediatamente dopo scoperta.
Se la mia interpretazione è corretta, direi che si tratta di un processo di (hegeliana) oggettivazione: proiettandosi nell'orizzonte naturale, l'uomo ritrova la propria essenza di coesistenza con l'altro e trova sollievo ai suoi affanni fuori da sé. È noto in filosofia che la funzione dell'oggettivazione sia proprio quella di sollevare l'uomo dalla fatica corporea o - in questo caso - morale.
All'oggettivazione (momento dell'antitesi) segue naturalmente la sintesi. Che è quella che fondamentalmente manca al tuo testo (nel caso in cui, lo ripeto, la mia interpretazione fosse corretta).

Spero che le mie osservazioni possano essere utili e gradite :flower:


P.S. Per questa volta chiudo un occhio perché è la prima volta che posti, ma i commenti ai testi degli altri dovrebbero essere articolati il più possibile, in modo da poter essere utili a coloro che li ricevono. Fa parte della politica di sostegno reciproco del forum :)
E una piccola indicazione tecnica: quando fai copia e incolla di un testo sul forum, devi modificare la formattazione usando il simbolo con la T in alto a sinistra di fianco ai grassetti e ai corsivi.

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Ok per le prossime volte, anche a livello di formattazione, ci farò caso. 

Osservazioni graditissime. 

Sulla aggettivazione il tuo spunto non è scorretto, anzi: precisione e aggettivazione, meglio un aggettivo solo ma calzante. Solo che, in questo specifico caso, gli aggettivi con accento dattilico sono molto ben accetti, dato che si tratta di endecasillabi formati da doppi quinari sdruccioli (dialefe obbligatoria dopo il primo quinario, altrimenti non ci stiamo: il modello è carducciano).

La tua interpretazione mi piace, perché diverge leggermente da quel che pensavo: la seconda parte la farei iniziare proprio da quel "Se" in incipit di verso 8, che apre impossibili possibilità di senso all'uomo fin troppo consapevole del divario natura/condizione umana. Non c'è una sintesi e non vuole esserci: nel finale la possibilità di raccordo rimane ancorata a un periodo ipotetico. 

 

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