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Commento a Marionette - capitolo I

Vagabondando. Non guardo i miei piedi che, ritmicamente, si sollevano dal suolo, compiono un lento arco nell’aria per posarsi infine circa un metro oltre la posizione originaria. Allo stesso modo lascio che siano loro a decidere non solo il come, ma anche il dove portarmi, liberando la mente dalla necessità di scegliere una meta.

Lo sguardo può così vagare liberamente, soffermandosi sul volto di un vecchio, segnato dal tempo e rugoso come la corteccia di un pino, o sul sorriso indefinitamente intrigante di una ragazza, sulle linee sbilenche di un vecchio edificio, su una vetrina scintillante o sulla crepa che percorre il selciato, solcandolo come una linea di faglia.

Camminando così, senza altro scopo che il guardarmi attorno, mi capita di ritrovarmi al di fuori dei percorsi abituali scoprendo ad ogni passo nuovi scorci che si nascondono capricciosamente agli sguardi affrettati, luoghi a me ignoti e inconsueti punti di vista su quelli già noti.

Fu durante una di queste peregrinazioni che mi ritrovai ad assistere ad un evento peregrino.

Mi trovavo ai piedi delle Alpi francesi, e più precisamente alla periferia di Dufort, nei pressi del castello da cui il paese deriva il proprio nome, in quel punto in cui la via principale curva bruscamente a sinistra e supera un ruscelletto, entrando in un boschetto di castagni e faggi.

I miei piedi scelsero invece di non curvare, ma di proseguire diritto, dove l’asfalto lascia il posto al vecchio acciottolato sconnesso e consumato di una stradina stretta fra la roggia sulla sinistra e il cupo muro del castello alla sua destra.

Un uomo sedeva, guardando fisso davanti a sé, sul ciglio della strada, con i piedi penzoloni che sfioravano quasi l’acqua della roggia che fluiva gorgogliando, seminascosta dalle erbacce. Improvvisamente l’uomo levò un iroso borbottio, bestemmiando panteisticamente contro ogni cosa, scagliandosi indifferentemente contro le pietre, l’acqua, le piante, gli uccelli che cantavano fra le fronde arrossate dall’autunno, dimostrando una fantasia davvero notevole, sia nella scelta degli epiteti che in quella degli obiettivi.

Non sono un uomo né timido né pauroso, sono tuttavia di animo solitario specialmente quando mi coglie lo spirito errabondo, per cui mi mossi il più possibile silenziosamente nella speranza che l’uomo non si accorgesse di me. Le suole di gomma delle mie scarpe da ginnastica non producevano quasi alcun suono su quei ciottoli che in altri tempi dovevano risuonare dei colpi secchi delle suole di cuoio dei calzari; tuttavia non appena fui alle spalle dell’uomo questi si girò verso di me.

«E tu? Credi forse di poter sfuggire al destino solo perché ti fai piccolo e silenzioso?» mi apostrofò.

Mi bloccai, interdetto, troppo sorpreso dalla sua domanda per poter rispondere. Lo fissai scrollando le spalle e mi accinsi a riprendere il cammino.

L’uomo si alzò: «Aspetta» disse. «Voglio mostrarti una cosa che mai hai veduto nei tuoi vagabondaggi e che mai vedrai nuovamente.»

Come potesse sapere dei miei vagabondaggi era sicuramente un mistero, ma in qualche modo egli sembrava conoscermi molto più di quanto avesse dovuto.

Raccolse da terra una sacca che prima non avevo notato, vi frugò dentro con una mano e ne trasse una sfera delle dimensioni di un pompelmo. Mi avvicinai per osservarla meglio: sembrava un mappamondo di marmo lucido, fatto per riprodurre non solo i continenti e i mari, ma anche l’atmosfera e le nuvole. Osservandolo meglio mi accorsi però che non era liscio, come mi era sembrato dapprincipio, ma era invece sovramagnificentissimamente intagliato; si scorgevano infatti i rilievi delle montagne più alte, per quanto minuscoli anch’essi, intagliati con incredibile precisione.

Lo stupore mi tolse il respiro e la mia mente si rifiutò malthusianamente di generare alcuna idea, quasi che un istinto di conservazione primitivo cercasse di preservare la mia sanità psicologica togliendomi provvisoriamente la ragione.

«Guarda meglio, non hai nulla da temere» disse l’uomo allungando il braccio e avvicinando la sfera ai miei occhi.

Essa sembrò ingrandirsi davanti al mio sguardo e mi parve così di poter scorgere ulteriori dettagli, altre montagne, vallate, rocce che si generavano partenogeneticamente da quell’unico lievissimo corrugamento che avevo scorto dapprincipio. Vedevo boschi così finemente intagliati da scorgere perfino i più precisi dettagli degli aghi delle conifere, ruscelli, prati, baite alpine e paesi.

Mi sentii inghiottire da quel mondo, volando senza controllo, guidato da qualcosa che sembrava attirarmi a sé. Sorvolai le pendici di montagne che mi ricordavano le Alpi; precipitando sempre più velocemente intravvidi un cittadina e poi un castello, identico in tutto e per tutto a quello alle mie spalle. Due uomini erano fermi, in piedi, in uno stretto viottolo accanto alle mura, uno dei due sembrava mostrare qualcosa all’altro. Convinto ormai di sfracellarmi chiusi gli occhi un istante e quando li riaprii mi ritrovai esattamente nel punto in cui ero sempre stato. L’uomo con la sfera mi guardò sorridendo, la ripose velocemente nella sacca e si avviò scuotendo la testa. «Le regressioni infinite sono pericolose.»

Spoiler

La vendetta del titolo non è nella storia, è la vendetta del gerundio e degli avverbi che qui si scatenano dilagando sfrenatamente (!) in tutte le frasi.
Devo ringraziare wikizionario per avermi suggerito avverbi a cui, autonomamente, non sarei mai riuscito a pensare. :D

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Libero! :ohh:

Credo che il racconto vada letto come un esercizio di stile barocco, per cui è inutile cercare di fare le pulci. Esercizio assolutamente riuscito, direi. Non sei stato eccessivamente criptico e, anche senza la nota finale, avevo inteso il tuo obiettivo.
Mi sorge spontanea una riflessione - che però non è una critica. A cosa serve questo racconto? Cioè: cosa stai dicendo al lettore? Che poi è la domanda della vita: a cosa serve la Letteratura? L'unica risposta che riesco a darmi è che il racconto voglia suscitare nel lettore le stesse domande che mi sono posto io. E come il protagonista della storia, anche il lettore così si perde in un gioco di specchi e di riflessi in cui il pensiero si incaglia.

Da aspirante filosofo, mi è piaciuto molto essere trascinato in una galleria di riflessioni :)

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Ciao @Gigiskan, grazie per il tuo commento.

Devo confessarti che il racconto nasce come esercizio stilistico un po' in polemica con chi vive di assoluti: "No agli avverbi!", " Il gerundio non si deve mai usare!" ecc. ecc.

Volevo dimostrare, prima di tutto a me stesso, che gerundio e avverbi hanno il loro posto nella scrittura. Scrivendo un po' alla volta mi è venuta in mente la parte più filosofica del racconto. Ma era tardi e il racconto premeva per concludersi e così ho preferito lasciare la cosa in sospeso, non dare risposte, ma suggerire domande.

Il protagonista della storia vivrà il resto della vita domandandosi se ha solo sognato e se invece ciò che ha percepito era reale cosa gli è accaduto? È tornato nella realtà di sempre oppure è dentro la sfera. Ma la realtà di sempre è anch'essa dentro una sfera e semplicemente non se ne era mai reso conto? 

Domande a cui in effetti non ho risposta nemmeno io. :)

 

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