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Maledetta Pioggia

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Commento a [Parte 1] Vieni con me amore, non ci separeremo mai più

Tolse dal gancio gli occhialoni da sole, sputò sulle lenti rotonde e scure e le strofinò con la manica della tunica. Allacciò le cinghiette dietro la testa e controllò che la pelle attorno alle lenti aderisse perfettamente a quella del viso; era una delle prime cose che si imparavano da bambini per non ritrovarsi con gli occhi pieni di sabbia.

Si allacciò il fazzoletto sulla bocca, indossò il cappello di paglia tesa larga e passò nella camera intermedia. Si chiuse la porta alle spalle, verificò due volte che fosse sigillata e guardò il termometro: 35 gradi, era ancora piuttosto fresco per essere mattina inoltrata.

Aprì la porta esterna, fece qualche passo nella sabbia calda e si girò a controllare la casa. La polvere portata dal vento notturno aveva ricoperto quasi del tutto le piccole finestre e si era depositata sul tetto. Decise di spazzarla via, non gli piaceva quando la sua casa diventava indistinguibile dalle rovine annegate nella sabbia che segnavano il paesaggio attorno.

Due bambini sbucarono da dietro una duna: «Buongiorno signor Ferro,» gridarono all’unisono, con le voci soffocate dai fazzoletti, «vuole che le spazziamo via la sabbia?»

«Per due bicolore togliamo fino all’ultimo granello anche dalla camera intermedia» aggiunse uno.

«Che ve ne fate di due bicolore?»

«È arrivata una carovana. Sono accampati al condensatore pubblico e hanno cose meravigliose da vendere.»

«D’accordo ragazzi, due bicolore e quattro brune piccole se mi aiutate a ripulire il mio condensatore.»

I bambini annuirono con entusiasmo e seguirono Ferro sul retro della casa dove si ergeva una struttura cilindrica di tubi di metallo, legno e plastica, ricoperta di fitte reti e teli trasparenti.

Tolsero la sabbia che si era accumulata alla base, pulirono i teli e controllarono che il raccoglitore di condensa non fosse intasato.

«Tutto a posto signor Ferro» disse uno dei bambini.

«Ottimo lavoro ragazzi» rispose frugandosi in tasca. Ne trasse alcune monete e le guardò. Una, di due metalli diversi, recava il disegno di un obelisco davanti a un grande edificio. L’obelisco era familiare, ma l’edificio non assomigliava a nessuna delle rovine dei dintorni. L’altra moneta bicolore aveva su un lato un uomo con quattro braccia e quattro gambe. Ferro scosse la testa, meravigliandosi come sempre per l’incredibile fantasia degli antichi.

Diede una moneta a ciascuno dei bambini e vi aggiunse alcune monete più piccole di metallo scuro.

«Pensate alla casa, io vado a controllare gli impianti.»

I bambini fecero sparire le monete nelle tasche e annuirono. Ferro li guardò prendere la scala dalla camera intermedia e salire sul tetto per spazzare via la sabbia, poi si avviò versò un colle poco distante su cui spuntava una rada sterpaglia spinosa che contendeva lo spazio alle immancabili rovine. Alcune capre, che masticavano caparbiamente i cespugli, incuranti delle spine, si dispersero al suo passaggio.

Ferro raggiunse la sommità del colle e si guardò attorno. Sulle cime delle montagne a nord-est, offuscate dal pulviscolo sottile sospeso nell’aria, il cielo era cupo, indice di una tempesta di sabbia in arrivo. In basso, nel caos di edifici distrutti e dune sabbiose vi erano altre case come la sua, invisibili per chi non sapeva cosa cercare, ben protette dal sole e dal calore. Più di cinquecento persone abitavano in quella città, una delle comunità più grandi al mondo, a quanto si diceva.

Spiccavano invece, ben visibili, delle aree ripulite dalla sabbia, piccole oasi verdi, sottratte al deserto grazie alle torrette di condensazione. Sembrava tutto a posto, ma Ferro sapeva troppo bene che un piccolo dettaglio all’apparenza insignificante poteva fare la differenza fra vita e morte.

Si avviò per il giro di controllo, tutto andava verificato: i condensatori, gli impianti di irrigazione, le cisterne di raccolta. Era passato un mese dalla pioggia e per altri undici non ne sarebbe caduta altra.

Il vento spostava continuamente la sabbia, scoprendo un pezzo di un edificio da una parte e ricoprendo qualcos’altro da un’altra in un paesaggio sempre mutevole.

Ferro diede un calcio a un blocco grigio che si sgretolò sotto il suo piede. Doveva essere antico per ridursi in polvere al solo toccarlo. Ricordò suo nonno che diceva sempre che i muri grigi che si sgretolavano cotti dal sole erano quelli più recenti, mentre quelli di grosse pietre e mattoni erano assai più antichi. Ma suo nonno era mezzo pazzo.

Ferro sentì gli occhi inumidirsi e ricacciò indietro le lacrime. Piangere era uno spreco di liquidi che nessuno poteva permettersi.

Riprese il giro di ispezione, fissando meglio i teli allentati dal vento e sistemando ogni cosa che non fosse a posto. Un rubinetto lasciava cadere ancora qualche goccia che evaporava toccando il suolo. Lo chiuse bene, ogni goccia uscita durante il giorno era sprecata; i campi andavano irrigati solo la notte, quando l’acqua faceva in tempo a raggiungere le radici delle piante.

Raggiunse l’ultimo campo da controllare, aprì il portello della cisterna e la trovò quasi piena, come le altre. Si inginocchiò fra le piantine che frusciavano nel vento caldo che si era levato nel frattempo. Affondò una mano nella terra, calda e secca alla superficie, ma ancora lievemente umida in profondità grazie all’irrigazione notturna.

Un piccolo cratere sfrigolante si formò d’improvviso accanto al suo ginocchio. Impiegò qualche istante prima di rendersi conto che si era trattato di una goccia di pioggia. Alzò gli occhi, quelle che aveva scambiato per una tempesta di sabbia erano invece nuvole scure. Il rombo di un tuono squarciò il silenzio e diede il via ad una pioggia torrenziale. Ferro si affrettò verso casa, un temporale inaspettato non andava sprecato, doveva raccogliere più acqua possibile.

Si soffermò sulla cima del colle, la pioggia non accennava a diminuire e con la sua violenza ripuliva gli edifici dalla sabbia. Ferro si augurò che non fosse troppo violenta per i suoi preziosi raccolti, ma in fondo le piante amano l’acqua.

Scese la collina correndo e aprì tutte le vasche di raccolta dell’acqua piovana. Diede uno sguardo alla casa: i bambini avevano fatto un buon lavoro e la pioggia contribuiva a ripulire il tetto e le finestre dagli ultimi rimasugli di sabbia.

Si avvio versò il centro dell’abitato, contrassegnato da una colossale struttura circolare di pietra e mattoni vuota all’interno, dove, con il lavoro di tutta la comunità, era stato eretto il grande condensatore pubblico. Nell’ombra dei corridoi a volta che portavano all’interno ci si trovava per commerciare, scambiarsi cose o semplicemente chiacchierare. Era anche il luogo dove si accampavano le carovane in transito e i rari viaggiatori, il luogo dove avere notizie del resto del mondo.

Il temporale si esaurì di colpo, così come era cominciato e il sole tornò a bruciare la terra. Ferro si infilò sotto le volte di pietra accolto da un brusio di voci agitate.

La carovana aveva esposto le merci, ma stranamente non erano al centro delle attenzioni di tutti. Ferro si avvicinò a un gruppetto di persone fra cui spiccava un vecchio con la faccia incartapecorita dal sole.

«Che succede?» chiese incuriosito.

«Notizie dal nord» rispose il vecchio indicando gli uomini della carovana.

«Buone o cattive?»

«Dicono che al nord sta piovendo tantissimo, più volte al mese. Perfino per dei giorni di seguito.»

Ferro impallidì. «Quanto a nord?»

«È iniziato molto in su, posti dove già pioveva più volte all’anno, ma non tanto come adesso. Ma il tempo sta cambiando anche qui.»

Una luce improvvisa seguita da un cupo brontolio sottolineò le sue parole.

«Visto?» Il vecchio indicò il cielo che si andava nuovamente oscurando. «Su a nord stanno marcendo le coltivazioni, la pioggia porta via le terra e le case sono tutte allagate.»

«Nessuno può sopravvivere con un clima così tremendo. Dovremo spostarci più a sud e sperare.» interloquì un uomo.

Ferro uscì all’aperto e lanciò uno sguardo al cielo. Gli occhialoni si riempirono di gocce che gli velarono lo sguardo.

«Maledetta pioggia.»

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Complimenti per il racconto! :)

Bella scelta di tema, non c'è niente di più attuale dei cambiamenti climatici. L'ambientazione è molto suggestiva, soprattutto per il paesaggio con le rovine coperte di sabbia, ma anche per i  vari dettagli sparsi quà e là. 
 

On 16/1/2018 at 10:23, libero dice:

Piangere era uno spreco di liquidi che nessuno poteva permettersi.

Dura realtà, ma potente impressione narrativa.

 

 

On 16/1/2018 at 10:23, libero dice:

Nell’ombra dei corridoi a volta che portavano all’interno ci si trovava per commerciare, scambiarsi cose o semplicemente chiacchierare. Era anche il luogo dove si accampavano le carovane in transito e i rari viaggiatori, il luogo dove avere notizie del resto del mondo.

All'interno della trama questo paragrafo non mi ha molto convinto. Forse sarebbe meglio descrivere il condensatore pubblico prima. Nel paragrafo precedente il ritmo narrativo si alza, è il momento culminante del racconto, e la lunga descrizione/divagazione sul condensatore sembra spezzarlo.

On 16/1/2018 at 10:23, libero dice:

Tolse dal gancio gli occhialoni da sole, sputò sulle lenti rotonde e scure e le strofinò con la manica della tunica.

Ho inoltre notato vari periodi con la stessa struttura elencativa: "Frase 1, frase 2 e frase 3". Si potrebbe provare con costruzioni sintattiche più varie.


:)

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Ciao @Artemide, grazie per il tuo commento e per gli apprezzamenti.

15 ore fa, Artemide dice:

All'interno della trama questo paragrafo non mi ha molto convinto. Forse sarebbe meglio descrivere il condensatore pubblico prima. Nel paragrafo precedente il ritmo narrativo si alza, è il momento culminante del racconto, e la lunga descrizione/divagazione sul condensatore sembra spezzarlo.

Pensavo che un rallentamento qui aiutasse a rendere il finale più efficacie, ma evidentemente ho pensato male :D

15 ore fa, Artemide dice:

Ho inoltre notato vari periodi con la stessa struttura elencativa: "Frase 1, frase 2 e frase 3". Si potrebbe provare con costruzioni sintattiche più varie.

Qui hai visto proprio giusto. Devo dire che è una scelta in parte inconscia e in parte conscia. Ti dirò che tendenzialmente sono abituato a strutture più complesse utilizzando coordinate e subordinate. Mi sono reso conto però che c'è una netta preferenza per una semplificazione, poche subordinate, e non esagerare nemmeno con le coordinate.

In realtà dipende dai racconti che scrivo, ce ne sono alcuni in cui utilizzo comunque una struttura molto più complessa. Però il suggerimento di variare di più è senz'altro buono, lo terrò in considerazione,

Grazie ancora

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Ciao @libero,

ho apprezzato come sempre il tuo racconto. Mi è piaciuto come, con poche parole, sei riuscito a descrivere lo scenario post-apocalittico in cui è ambientata la storia. Meraviglioisa la descrizione delle monete bicolore (ho dovuto indagare su internet per capire che una delle due er aquella da cinquecento lire).

Solo non mi è molto chiaro il motivo per cui Ferro maledice la pioggia (a parte il gioco fonetico del nome), posso immaginare che maledica il fatto che ne arriva troppa in un momento ma non sono sicuro.

Per quanto riguarda la struttura narrativa ho notato anche io una sorta di elenco di informazioni ma questa la ritengo una libera scelta stilistica.

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Grazie del commento @Russotto

7 minuti fa, Russotto dice:

Solo non mi è molto chiaro il motivo per cui Ferro maledice la pioggia

Si sono talmente ben adattati al un mondo semi-desertico da considerare la pioggia come una maledizione. Volevo giocare un po' sul paradosso e invertire le situazioni tipiche dei racconti post apocalittici. Per loro il deserto è la vita normale e uno sconvolgimento del clima con un aumento delle piogge è potenzialmente disastroso per il loro stile di vita.

 

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"poi si avviò versò un colle poco distante"
verso? 

"Ferro sentì gli occhi inumidirsi e ricacciò indietro le lacrime. Piangere era uno spreco di liquidi che nessuno poteva permettersi."
Fa molto “dune”


 

 

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