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Artemide

Bacio feroce – Roberto Saviano

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Titolo: Bacio Feroce

Autore: Roberto Saviano

Editore: Feltrinelli

Anno di pubblicazione: 2017

Genere: narrativa

Numero di pagine: 387

Copertina: in allegato

 

Proseguendo il ciclo sulla paranza dei Bambini, in «Bacio Feroce» Roberto Saviano continua a raccontare la sua gioventù bruciata portandone la storia alle estreme conseguenze. Tra contrattazioni, violenze, vendette e ritorsioni, i paranzini, guidati da Nicolas ’o Maraja, devono ora rinsaldare il proprio potere sul quartiere di Forcella – fondamentale piazza di spaccio nel centro di Napoli – ed espandere il proprio dominio a scapito delle vecchie famiglie di camorra. L’obiettivo è il potere, sì, ma soprattutto il denaro. E «il limite è 'o cielo».

Nella realtà presentata da Saviano «è tutta una questione di soldi».

«Nicolas guardava le persone. Qualsiasi cosa doveva misurarla. Quanto guadagni? Quanto vali? A chi stai pagando? Tutto per lui aveva un valore che poteva essere calcolato. […] Tutto per lui si riduceva a una graduatoria di soldi e di potere».

È una ricchezza che va mostrata tramite i vestiti firmati, le scarpe alla moda, i Rolex, le auto, tutti oggetti che diventano una misura del valore della persona e un traguardo di vita. Ma è soprattutto importante che provengano da soldi facili, guadagnati senza sudore; l’astuzia, la violenza e la prevaricazione sono invece benaccette. A una giornalista i paranzini dichiarano:

«Più che cattivi, noi quello che ci vogliamo prendere ce lo pigliamo. […] Legale è chi se lo può permettere e illegale è chi non se lo può permettere. Si’ illegale fino a quanno non ti compri la legalità».

Pensieri e atti dei protagonisti, così distorti e incomprensibili nella nostra logica della normalità, sono dettati da una realtà priva di altra speranza, un mondo dove s’impara e s’insegna solo la legge del più forte, del più ricco, del più potente. La Napoli descritta da Saviano – «Napoli del mare, Napoli della terra, Napoli sotto terra e poi Napoli dei tetti» – è bella, a volte, ma è crudele sempre. È una città di bunker, di aree presidiate, di case, bar e botteghe con segreti ben celati sotto l’apparenza della normalità, e con la connivenza di tutti. I rari flebili tentativi di redenzione da questa realtà sono destinati al fallimento per mancanza di una vera volontà di cambiamento e finiscono addirittura per spianare la strada alla tragedia. Qui non c'è un prete armato di determinazione e compassione, come in "Ciò che inferno non è" di Alessandro D’Avenia, nessuno tenta di permeare il cuore terribilmente duro di questi ragazzi. È per questo che l’unica via è giocarsi il tutto per tutto: non si fermano davanti alla possibilità di morire, di restare sfigurati o menomati, di vivere rinchiusi in un bunker o in un carcere; qualunque cosa pur di non essere gli ultimi, i poveri, i perdenti.

Non dobbiamo però dimenticare che Nicolas, Drone, Pesce Moscio, Tucano, Lollipop e gli altri compagni non sono altro che adolescenti – intraprendenti, determinati, impavidi, spietati – ma pur sempre ragazzini ritratti nel tentativo di imitare le imprese dei propri idoli televisivi: i Corleone del film Il Padrino, il Pablo Escobar della serie Narcos e gli storici condottieri rievocati nei documentari. Ne vogliono riprodurre la grandezza e le vittorie, ma con lo slancio innovativo tipico dei giovani e per ciò stesso incompreso dalle vecchie generazioni. Mirano a modernizzare la camorra utilizzando strumenti tecnologici, il cosiddetto «metodo Google», e introducendovi una nuova democrazia. È così che le vicende della paranza acquisiscono al contempo un carattere epico e una straniante connotazione infantile. Pur mantenendo assoluta neutralità, il narratore riesce a far vivere al lettore questo contrasto quando mostra come questi boss della camorra, questi self-made men, siano anche alunni delle scuole medie e «criaturi» delle proprie madri. Anche il linguaggio dei dialoghi manifesta questa commistione di elementi: è per lo più un dialetto intriso di volgarità e violenza, ma è contaminato dalla più pura attualità, ad esempio quella che distingue tra i «brother» e gli «higuain».

Il punto di forza di questo libro, accanto a una trama avvincente sin dalla prima pagina, è l’invisibilità del narratore. Saviano si limita a presentarci la realtà dei protagonisti, senza invadenza, senza pedantismo, senza accenti patetici, e ci lascia liberi di trarre le nostre conclusioni. D'altro canto, è questa stessa neutralità, assieme all'epilogo, a evidenziare un profondo pessimismo. La realtà infernale di questi ragazzi non solo è incontrovertibile, ma anche destinata a ripetersi in eterno.

Non esito a consigliare questo romanzo capace di lasciare il lettore con il fiato sospeso e al tempo stesso spingerlo a riflettere sui lati oscuri della nostra società.

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Complimenti, bellisisma recensione. Sembra disentir parlare un giornalista che commenta i fatti di attualità che avvengono a Napoli in questi giorni. Non credo che leggerò il libro (non è proprio il mio genere) ma da come lo hai descritto viene da pensare che ne valga veramente la pena.

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