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Artemide

[Capitolo 1] Marionette

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Mi ripetono sempre che le bambine come me, sfrontate e testarde, finiscono all’inferno. Non smettono mai di sgridarmi, minacciarmi e punirmi e si ostinano in questa lotta che tanto non vinceranno. Non ammetterò di avere torto, non accetterò quei perfidi castighi, non mi arrenderò all’umiliazione. È tutta un’ingiustizia.

Con i miei fratelli lontani, la vita a palazzo è un’agonia silenziosa. Non si può fiatare nella cappella durante le orazioni del mattino, non ci si può muovere, non si può nemmeno respirare. Non si può dire nulla a tavola, a meno che non venga richiesto; e non succede quasi mai. Non è permesso rifiutare i tristi piatti di verdure né mangiare più tardi; perché bisogna avere fame, sonno e perfino voglia di giocare a comando. E neanche giocando si può parlare, perché le brave figlie di Dio stanno sempre zitte e composte, con la schiena ben dritta e un’espressione garbata in viso. Quindi non si può neppure cantare quando si va per i corridoi del palazzo, e non si può mai correre, neanche in giardino. Devo sempre camminare tutta zitta e a passo leggero come se nessuno volesse mai accorgersi della mia presenza, nemmeno i passeri e le formiche. Per questo a volte non mi resta che gridare.

Quando non riesco più a sopportarli, mi metto a strillare con tutto il fiato che ho in gola e, se ancora non mi ascoltano, tiro oggetti contro le pareti. Ogni tentativo di calmarmi è vano, nessuna balia, governante o domestica c’è mai riuscita. Per questo la prozia Adelaide, quando è in visita a palazzo, va dicendo a tutti che ho il demonio in corpo  e dovrebbero portarmi da don Lapo. Ma a me non importano le sue chiacchiere, è solo una vecchia strega.

A me piace che durante le mie scenate tutta la casa vada in subbuglio. Soprattutto se abbiamo ospiti – e il reverendo zio ne riceve quasi ogni giorno quando è a palazzo – tanto rumore è per tutti un insopportabile fastidio. Non c’è soddisfazione più gustosa.

L’unico problema è che alcune volte la balia mi prende a forza per nascondermi in una stanzetta sperduta dove le mie grida restano imprigionate tra le pareti. Per quanto protesti scalciando e graffiando, finisco comunque rinchiusa in questo sgabuzzino pieno di cianfrusaglie in un angolo del terzo piano, a metà della scala per il terrazzino. Qui c’è una luce fioca fioca e tante ombre, troppi angoli bui tra i teli, le casse, gli specchi e il fitto strato di polvere. In questo luogo di spavento posso continuare a strillare finché non mi brucia la gola, ma nessuno degli ospiti mi sentirà, né dai salotti, né dal giardino.

È una punizione crudele. Però dalla finestra, guardando un po’ all’insù, posso vedere mio padre appoggiato alla ringhiera del terrazzino. Aspira il sigaro in tutta tranquillità per poi spingere fuori a grappoli il fumo rimasto. Un giorno, se urlerò abbastanza forte, si accorgerà della mia presenza e verrà a consolarmi con una carezza tra i capelli.  Così tento e ritento, dando fondo alle mie forze, sempre invano. Poi piano piano sento nascere una strana sensazione dentro di me, mi arrabbio, m’intristisco, mi vergogno, e le urla si sciolgono in un flusso di lacrime costellato di singhiozzi.

Ore e ore passano così e, se non mi prosciugo prima, è mio fratello Cesare a porre fine al pianto non appena rientra a casa da scuola. Verso le quattro sento la chiave rigirare nella toppa e Cesare, ancora con lo zaino in spalla, viene verso di me con un sorriso comprensivo. Dall’alto dei suoi trenta centimetri e cinque anni in più, mi prende le guance arrossate tra le mani. Al suo dolce tocco il furore si sgonfia e tutto intorno s’inonda di una pace improvvisa.

Quando la balia va via, mio fratello mi tende la mano e mi riporta giù per le scale.

«Voglio restare qui» lo fermo, sapendo già che mi accontenterà e si siederà con me sull’ultimo gradino, stringendomi in un tenero abbraccio.

«Devi stare attenta, sorellina» mi mette in guardia. «Te lo dico sempre, è pericoloso comportarsi in questo modo, soprattutto se il reverendo è a palazzo».

«Non li sopporto» protesto, voltandomi a guardarlo con un rimprovero negli occhi. Almeno Cesare dovrebbe capirmi.

«Lo so, neanch’io li sopporto. E la scuola dell’istituto è una prigione, molto peggio di questo palazzo. Ma non è una buona idea ribellarsi, almeno non così. Ci vuole prudenza, bisogna agire in segreto. Altrimenti ti puniranno prima o poi».

«Mi hanno già punita».

«No, una punizione vera, Maria, terribile». Mi fissa con quei sottili occhi verdi carichi d’inquietudine. Poi mi stringe ancora a sé e prende a giocare con i miei boccoli bruni. Li rigira, li pettina, li guarda stregato.

«Li odio» mi lamento ancora «mi zittiscono, mi escludono da tutto e si accorgono di me solo per sgridarmi».

«Allora è meglio che ti ignorino. Quantomeno non ti puniranno».

«Credi che mi porteranno da don Lapo, vero?» chiedo in preda a un improvviso terrore.

«Dario non lo permetterà» tenta di tranquillizzarmi, ma neanche lui crede a queste parole. Dario, il maggiore dei nostro fratelli, si prende cura di me quand’è a palazzo, però studia a Milano e torna a Catania solo nei fine settimana. Non potrà sempre impedirlo, alla fine mi manderanno da quell’orribile sacerdote.

Cesare mi ha raccontato che don Lapo vive nella Chiesa del Santo Spirito di Viagrande. È una casupola sbilenca e tetra, al bivio tra due strade di campagna dove non passa mai nessuno. Solo la domenica mattina, per la messa, la chiesetta si riempie di quelli che, come la prozia Adelaide, considerano don Lapo un vero prete.

«Ma se mi ci portassero» chiedo esitante «che cosa mi farebbe?».

Cesare riflette un po’, poi tira fuori dallo zaino una delle sue tante marionette. È il vecchio pastore barbuto dall’aria sinistra. Ne impugna i fili e inizia a mimare il racconto.

«Quando il portale della Chiesa si schiude, il reverendo ti afferra per il collo e ti porta nella sagrestia. Ti lega a una sedia con catene di ferro e recita formule incomprensibili in una lingua sconosciuta».

Ascolto impietrita.

 «Dopo crea una pozione con olio benedetto, vino consacrato, incenso e le erbe spinose che va a prendere nel bosco di notte. Quand’è pronta, ti costringe a berla tutta d’un sorso».

«E che effetto fa?».

Il pastore si porta una mano alla bocca spalancata. «Nessuno lo sa. Dopo aver preparato l’intruglio, il reverendo fa uscire tutti, nessuno ha mai visto che cosa succede. Però si dice che si sentano delle grida agghiaccianti e un rumore assordante di catene».

«Ma non ti preoccupare» riprende Cesare, messo da parte il pastore. «Come ti ho detto, Dario non lo permetterà».

«E se Dario è a Milano quando vogliono portarmi da don Lapo?».

«Allora glielo impedirà Consalvo».

«Cesare!» lo rimprovero sconsolata.Nostro fratello Consalvo vive in Olanda, non c’è praticamente mai. 

«Ma torna oggi pomeriggio, non ricordi? Per il compleanno di nostro padre». Mi sorride sicuro e lascia sfilare uno dei miei boccoli tra le sue dita. Poi si fa serio. «Se non lo faranno i nostri fratelli, ti difenderò io.Ti proteggerò sempre, Maria». 

È una promessa, e la accolgo con un sorriso.

«Però devi aiutarmi» aggiunge «devi promettermi che starai attenta. L’Istituzione non ha solo sacerdoti spaventosi, ma anche tante prigioni, perfino peggiori della mia. Prometti».

«Prometto» rispondo, ricevendo in cambio un altro abbraccio.

Man mano la presa si fa più forte, Cesare mi rigira e inizia a solleticarmi. «Basta, basta, ho detto basta!» esclamo supplichevole tra le risa. «Ti prego, no!».

Mio fratello smette di colpo, come se si fosse già arreso. D’improvviso ha uno sguardo buio e rabbioso, puntato verso la cima delle scale. Eccolo nostro padre, snello ed elegante nel completo scuro, in procinto di scendere. È il momento che aspettavo.

Ci alziamo in piedi e ci ricomponiamo per chinare le teste al suo passaggio. Sembra quasi non notare la nostra presenza, finché non si ferma per posare la mano sulla testa ricciuta di mio fratello.

«Padre» salutiamo in coro.

Ma è già andato via.

Lo guardo allontanarsi con il solito pungolo della delusione. La prossima volta toccherà a me, forse.

 

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Ciao @Artemide,

ti lascio un commento un po' veloce perché ho poco tempo.

Il tuo brano mi è piaciuto molto, non ho trovato particolari refusi (forse solo uno ma non ho avuto modo di annotarmelo, se lo ritrovo te lo indico). Il personaggio è delineato in maniera impeccabile e la lettura è leggera e scorrevole.

Provo già affetto per la piccola Maria, nata in un posto e in un tempo in cui essere donna era molto più difficile di quanto lo sia oggi.

Attendo con ansia il seguito e prometto di essere più dettagliato nei prossimi commenti.

P.S.: attenta alla punteggiatura e alle caporali, in alcuni casi ti son venuti fuori sottolineati.

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Ciao, Artemide! :::D

Mi è piaciuto molto questo primo capitolo! Mi sembra di essere già entrato in simpatia con i personaggi e sono curioso di leggere l'evoluzione della storia, perché getti degli indizi davvero interessanti. Avrei forse definito meglio lo spazio, con qualche descrizione particolare, magari: visto che il racconto sembra ambientato in un'epoca lontana dalla nostra, l'ambientazione può essere sicuramente un tratto caratteristico del racconto.
Per ora non ho altro da farti notare. Aspetto con curiosità il secondo capitolo! :)

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Grazie per i commenti. 

Potrei aver sbagliato qualcosa nel raccontare....perché la storia è ambientata in un ambiente retrogrado e regressivo, una sorta di società distopica dove si rivivono principi, usi e credenze che per noi sembrano ormai appunto legati al passato. L'ambientazione, da un punto di vista fattuale, dovrebbe però essere odierna o in un prossimo futuro. 

 

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Interessante, potresti definire meglio l'ambientazione man mano che la storia va avanti. Far scoprire poco alla volta che non ci si trova nel passato ma in un ipotetico presente o futuro.

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Io all'inizio ho pensato che potesse essere ambientata ai giorni nostri, non mi ricordo a che punto ho cambiato idea.
Nel dubbio, forse è meglio aggiungere qualche elemento in più. Come ti suggerisce anche Russ, le descrizioni e l'ambientazione sono un ottimo punto di partenza :)

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“Non smettono mai di sgridarmi, minacciarmi e punirmi e si ostinano in questa lotta che tanto non vinceranno.”
Negli elenchi si possono usare come separatori le virgole: pane, burro, marmellata – o la congiunzione e: pane e burro e marmellata – o le virgole e la e solo all'ultimo: pane, burro e marmellata. Qui invece la cadenza è virgola e e. 

“Non si può dire nulla a tavola, a meno che non venga richiesto; e non succede quasi mai.”
Perché il punto e virgola?

“Devo sempre camminare tutta zitta e a passo leggero come se nessuno volesse mai accorgersi della mia presenza”
al posto di “volesse” direi “dovesse”

“Ogni tentativo di calmarmi è vano, nessuna balia, governante o domestica c’è mai riuscita.”
Balia: questo è interessante, la balia allattava i neonati altrui, quindi prima dell'uso del latte artificiale.

“Cesare, ancora con lo zaino in spalla,”
lo zaino per la scuola è un uso recente direi degli anni '90 del secolo scorso

“però studia a Milano e torna a Catania solo nei fine settimana.”
c'è l'aereo allora?

“Cesare riflette un po’, poi tira fuori dallo zaino una delle sue tante marionette.”
Certo a Catania si vendono le normali marionette, ma sono ancora più diffusi i pupi

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Ciao Bradipone,

grazie mille per la tua analisi, mi è molto utile :)

 

On 8/12/2017 at 21:06, Bradipone dice:

Non smettono mai di sgridarmi, minacciarmi e punirmi e si ostinano in questa lotta che tanto non vinceranno.

Sgridarmi, minacciarmi e punirmi dipendono da "non smettono", mentre "si ostinano" è allo stesso livello di "non smettono". Per questo le due "e".

On 8/12/2017 at 21:06, Bradipone dice:

“Ogni tentativo di calmarmi è vano, nessuna balia, governante o domestica c’è mai riuscita.”
Balia: questo è interessante, la balia allattava i neonati altrui, quindi prima dell'uso del latte artificiale.

La parola balia è proprio fuori luogo, la toglierò.

 

On 8/12/2017 at 21:06, Bradipone dice:

“Cesare riflette un po’, poi tira fuori dallo zaino una delle sue tante marionette.”
Certo a Catania si vendono le normali marionette, ma sono ancora più diffusi i pupi

Niente pupi, perché sarebbero soltanto i paladini, Angelica, ecc., mentre per il mio personaggio c'è bisogno di altre marionette.

 

 

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Ciao @Artemide, il tuo racconto è interessante, sono in attesa della parte  2 per scoprire come va avanti.

Ti lascio alcune osservazioni: Tutta la prima parte presenta la situazione, solo dopo, quasi a metà del testo, arriva un dialogo. Io non sono un fanatico dello Show dont' Tell, al contrario, tuttavia partirei in modo più brusco, introducendo successivamente la presentazione della situazione.

Potresti tranquillamente partire con il dialogo 

On 28/11/2017 at 22:36, Artemide dice:

«Devi stare attenta, sorellina» mi mette in guardia. «Te lo dico sempre, è pericoloso comportarsi in questo modo, soprattutto se il reverendo è a palazzo»

Se inizi con questa frase che dice già moltissime cose, poi la spiegazione può essere più breve. Si capisce che la bambina è una ribelle, che il suo unico alleato è il fratello e nel palazzo aleggia una presenza inquietante.

Inframmezzi il dialogo con qualche informazione. Alcune le puoi addirittura far dire ai personaggi.

Ad esempio puoi trasformare l'incipit in un'esternazione rabbiosa della bambina: "Non smettono mai di sgridarmi, minacciarmi e punirmi. Sai che ti dico? Tanto non vinceranno. Non ammetterò mai di avere torto, non accetterò i loro schifosissimi castighi e non mi farò umiliare. È tutta un’ingiustizia."

La tua parte iniziale è scritta bene e non è pesante, però spezzandola renderesti il racconto più scorrevole.

On 30/11/2017 at 11:44, Artemide dice:

Potrei aver sbagliato qualcosa nel raccontare....perché la storia è ambientata in un ambiente retrogrado e regressivo, una sorta di società distopica dove si rivivono principi, usi e credenze che per noi sembrano ormai appunto legati al passato. L'ambientazione, da un punto di vista fattuale, dovrebbe però essere odierna o in un prossimo futuro. 

Visto che è solo la prima parte hai tempo per spiegare meglio l'ambientazione. Mi ricorda un po' Il racconto dell'ancella della Atwood in cui la società è retrocessa ad un mondo dominato dai principi religiosi e una setta cristiana ha imposto la sua visione ultra-ortodossa.

A quando la seconda parte? 

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Grazie per i commenti, Libero! Sì, l'idea in effetti è quella che hai descritto, forse dovrei leggere questo romanzo della Atwood :)

E la seconda parte...sì, lo so, spero presto!

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Guest Gemini

Ciao @artemide,

anche a me il tuo brano è piaciuto molto.

Concordo con @libero sul fatto che, forse, potresti giocare ancora di più sulle sequenze, intrecciando maggiormente parti descrittive, dialogiche e narrative. Un inizio in medias res, anche partendo dalla sezione dialogica - come ti è stato consigliato - per poi tornare indietro a spiegare il contesto, rappresenterebbe un incipit particolarmente accattivante. Personalmente prediligo l'intreccio a scapito della pura fabula, poiché il continuo cambio di prospettiva (se ben diretto) stimola la curiosità del lettore.

Trovo straordinaria la capacità stilistica che possiedi quando descrivi situazioni, personaggi ed eventi attraverso la prospettiva di una bambina. Rappresenta un'abilità non da poco: in molti testi i dialoghi non pongono alcuna attenzione alle diversità di età, estrazione sociale, contesti, cultura delle singole figure. Il mondo di Maria è un mondo semplice, fatto di cose semplici, privo delle eccessive sfumature o delle elucubrazioni della prospettiva adulta.

Ammorbidirei un pochino la figura del fratello Cesare. Se desidera consolare la propria affranta sorellina, di certo non le si dovrebbe parlare di fantomatiche stanze chiuse, sedie con catene e sacerdoti che somministrano pozioni dai dubbi effetti. Se intendeva spaventarla, ci sarà sicuramente riuscito: non sempre, però, la paura costituisce il migliore deterrente.

Molto toccante il finale. Esprime tutta la frustrazione di chi vorrebbe essere notato semplicemente per la propria individualità e non quanto per la pedissequa adesione a una società standardizzata nei comportamente e nel modo di pensare.

In un contesto che pare non accorgersi (o non volersi accorgere) della presenza della piccola Maria, il grido disperato della bambina diviene, al tempo stesso, una preghiera di accettazione, ma anche un profondo segno di rifiuto verso un universo che sa non appartenerle. Straordinario avere già anche solo un barlume di una simile coscienza di sé alla sua età.

Complimenti. Attendo anch'io il secondo capitolo.

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Grazie mille, Gemini! Tra l'altro, se posso, vorrei dire che il tuo commento è scritto molto bene :)

Dato che tutti concordano, penserò un po' a rimescolare le sequenze narrative, descrittive e dialogiche per creare più ritmo per i lettori. 

 

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Guest Gemini

Grazie mille Artemide e tanto piacere di conoscerti. Sono molto curioso di vedere come la vicenda si svilupperà. Complimenti ancora. A presto

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