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Matt

[EsCarver#1] Meglio tardi che mai

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Esercizio #1: Nei racconti di Carver, punti di vista opposti spesso portano ad accesi scambi di parole. Provate a scrivere un racconto in cui due persone litigano.

 

MEGLIO TARDI CHE MAI

 

Il nonno sfilò le chiavi dal quadro e scese dalla station wagon, quindi afferrai la maniglia e mi spicciai a fare lo stesso. Aspettò paziente che scendessi e poi chiuse l’auto, gettando delle occhiate verso la casa davanti a cui aveva posteggiato, che al primo sguardo poteva sembrare benissimo disabitata. Varcammo il cancelletto appoggiato ma non chiuso, faceva da recinto a un piccolo spazio erboso incolto diviso al centro da una stretta lingua di mattonelle marroni. Controllare se qualcuno era in casa veniva difficile, dato che le tapparelle erano quasi del tutto abbassate, mentre le finestre erano state spinte contro il muro e bloccate con dei gancetti a forma di gnomo in modo che non si chiudessero. Non che ci fosse pericolo che succedesse, l’aria era pressoché inesistente e il calore di agosto, sebbene serale, rendeva quel posto una sauna a cielo aperto. Seguii il nonno verso l’entrata, osservandolo da dietro. Nonno era un tipo strano, taciturno, di rado passavo a trovarlo e al massimo ci sentivamo per telefono solo per scambiarci gli auguri delle consuete festività. Quindi era logico che se mi trovavo lì era per una buona ragione, e quella ragione era papà.

Gianni appoggiò la mano sulla maniglia, verificando la chiusura della porta d’entrata. Sbuffò, prese il mazzo di chiavi dalla tasca dei pantaloni lunghi, anche in estate lui li portava sempre e comunque variando solo sul tessuto, e si mise a cercare quella giusta. Quando l’uscio si aprì notai nel nonno un leggero timore, sapevo quello che stava pensando anche se non aveva spiaccicato nemmeno una parola in auto. Entrai anch’io.

La casa era immersa nella penombra, scatoloni di varie dimensioni erano disposti un po’ ovunque, alcuni pieni, altri ancora da riempire, altri svuotati. Gianni si fermò accanto alla mensola vicino all’ingresso, intento a controllare delle buste strappate in modo freddoloso. Alcuni fogli erano stati appallottolati e lasciati cadere a terra. Gianni prese uno di questi, che era stato appallottolato ma poi ridisteso e regnava sopra alle altre carte. Lesse senza dir nulla, fece una smorfia e lo ripose.

«Papà?» chiamai, iniziando a girare le poche stanze che componevano la casa: una sola camera dal letto dove non c’era nessuno, un bagno piccolissimo vuoto e in disordine, un soggiorno che comprendeva anche la cucina, dove un uomo dalla barba incolta era disteso a terra con una bottiglia vuota di Jack poco distante dalla mano che l’aveva tenuta stretta.

«Che visione penosa» ammise Gianni, limitandosi a osservarmi mentre mi accucciavo per svegliare mio padre. Lui mi ci volle un po’ e quando aprì gli occhi non riuscì subito a identificarmi, sebbene fossi la sua unica figlia. Certo, il giudice aveva dimezzato le visite settimanali, precedentemente quattro, e a volte mancavano di vedersi per motivi vari e quindi riconoscere la sua figlia quindicenne era difficile. Poi l’alcol non aiutava per nulla, lo dovevo ammettere.

Lui mi guardò, cercando di mettermi a fuoco, poi cacciò un sorrisone e mi accarezzò la guancia. «Betty, sei tu! Che bello vederti» bofonchiò, il volto dipinto da enorme chiazze rosse sulle guance.

«Non sono Betty, sono Lara, tua figlia» lo corressi. Forse non si era accorto di avermi scambiato per mia madre.

«Ma si che sei Betty, hai gli stessi occhi!» La sua mano era ruvida e più che carezze mi stava dando leggeri schiaffi, ma non potevo pretendere molto da un uomo ubriaco, no?

«Che ci fai a terra? Dai, ti aiuto ad alzarti.» Lo afferrai come meglio potevo e cercai di sollevarlo.

«Non lo so Betty, un attimo prima ero in piedi e un attimo dopo mi sono ritrovato per terra… è strana la gravità Betty. Stupida gravità!» Cercò di calciare qualcosa, forse la gravità stessa, borbottando qualche baggianata su quanto fossero cattive le cose invisibili.

«Sì papà, forza, alzati.» Pesava troppo e se non fosse accorso Gianni sarebbe ricaduto a terra, lo trascinammo e lo gettammo, letteralmente, sul divano. Lui disse qualcosa tipo ouch, si girò con la faccia contro i cuscini e provò a parlare, risultando solo più impastato di quanto già era. Alla fine si addormentò, gambe sul divano e testa per terra, russando come un vecchio rovinato dalle sigarette.

 

Quando si risvegliò parve meno ubriaco, mi riconobbe subito e si rivolse a Gianni con tono sorpreso.

«E tu che ci fai qui?» gli disse, apparentemente confuso.

«Vengo a impedirti di fare stronzate, ingrato di un figlio.»

«Be’, non ne ho bisogno grazie, fa come hai sempre fatto e vattene» gli consigliò, liquidandolo con la mano.

«Se non fosse stato per me saresti ancora sul pavimento della cucina, quindi abbi rispetto e impara ad ascoltarmi una buona volta.»

«Nonno, vacci piano…» gli dissi, sperando che si contenesse e che non finisse di nuovo come tutte le volte che i due si trovavano nella stessa stanza.

«No, sentiamo che ha da dire il caro nonnino: forza dai, parla.» Bruno cercò di alzarsi, ma rinunciò quasi subito appena capì che era ancora intontito dall’alcol.

«Fa poco lo spiritoso, se mi avessi ascoltato da subito non saresti in questa penosa situazione, ubriaco fradicio, senza in soldo e pure sfrattato.» Papà non mosse un muscolo, continuò ad osservarlo con disprezzo, come se in quella casa ci fossi io e uno sconosciuto. Forse per colpa della rabbia, riuscì a trovare la forza per mettersi in piedi, dovette appoggiarsi a me per farlo, e io lo tenni perché ero sicura che sarebbe crollato se non avessi continuato a farlo.

«Papà, devi sederti» gli dissi, iniziando a preoccuparmi. Odiavo quando litigavano perché non potevo stare da nessuna delle due parti.

«Tranquilla, sto bene.» Mentì, quello era certo, e continuò. «puta fuori tutto, dai» lo esortò poi, iniziando ufficialmente il litigio.

«Bene, se la verità è quella che vuoi ti accontento. Sei uno stupido, non mi hai mai ascoltato. Se lo avessi fatto a quest’ora saresti in una casa migliore, con una famiglia ancora unita e con qualcosa in più di dieci euro in banca. Idiota.»

Nonno ci andava giù pesante questa volta, dovevo fermare quel casino prima che fosse troppo tardi. «Basta, smettetela» dissi con voce autoritaria, ma loro non sembrarono nemmeno calcolarmi.

«Hai voluto frequentare quella stupida scuola di musica non so ancora perché, buttando la possibilità di qualcosa di più stabile e ora sei esattamente nella stessa situazione che prevedevo.»

A quel punto Bruno contrattaccò. «Che ne sai te del perché? Non hai mai imparato a conoscermi, sono tuo figlio ma in realtà sono pari a uno sconosciuto: mi hai sempre incitato a fare quello che volevi te e non quello che preferivo io. Ogni padre cerca di sostenere le scelte del proprio figlio, ma non tu, tu non sprecavi occasione per dirmi quanto fossi idiota e inetto.»

«Questo posto non è altro che la conferma della mia ragione.»

«Vaffanculo papà.» Ci fu un attimo di pausa tra i due, causata dall’uscita di Bruno che non si era mai spinto oltre come in quella situazione, e la mia paura era che venissero alle mani.

«Ascolta» continuò, «prendi la tua faccia da culo ed esci da casa mia. Non ho bisogno di te e dei tuoi inutili consigli, come non mi sono mai serviti in tutti questi anni.»

«Vedo infatti. Te la stai cavando egregiamente, davvero.» guardò il soffitto e sorrise. «Quello è formaggio?»

«Sì, mi piace lì dove sta. Pensa al tuo di formaggio. Ora vattene.» Il tono di papà non ammetteva ulteriori indugi, ma per sua sfortuna il nonno era altrettanto duro di capoccia ed era per questo che finivano sempre a litigare.

«No.»

«Ti ho detto di andartene!» scoppiò all’improvviso Bruno, avvicinandosi a lui e staccandosi da me, rimanendo in piedi da solo. «Te lo ripeto: fai dietrofront ed esci da qui. Adesso.»

«Non ti azzardare a parlare così a tuo padre!» rispose di rimando Gianni. «Ti ho cresciuto io! Ti ho dato una casa…»

«Casa? Mi hai dato una prigione! Volevi che fossi come te, ma guarda un po’: non lo sono mai stato! Non puoi controllare le vite degli altri, non ne hai il diritto! Avresti dovuto restare con me, essere ciò che non sei mai stato! E ora ti presenti qui, con mia figlia a pretendere quello che non hai mai ottenuto? Cadi male, papà. Mamma ti avrebbe già dato uno schiaffo.»

Appena Bruno parlò della nonna Gianni si bloccò, ripensando a lei. «Tua madre era come te…»

«Lei mi capiva, perché tu no? Perché papà?»

A quel punto nonno cambiò espressione, divenne triste e si sedette sulla poltrona dove di solito papà si metteva a leggere. «Io…» Per la prima volta vidi Gianni rimanere senza parole, per la prima volta sembrava fragile.

«Perché sei venuto qui?» chiese Bruno, rimanendo in piedi, indeciso sul da farsi. Da quanto ne so non era mai riuscito a tenergli testa, e quel giorno oltre a esserci riuscito aveva anche vinto la lite.

«Ho sentito che ti andava male, volevo provare ad aiutarti… ma… non sono mai stato capace a farlo» disse ridendo, palesando la verità dei fatti. «Tua figlia aveva già capito che sarebbe finita così, è sveglia la ragazzina.»

Papà si rivolse a me, che fino a quel momento avevo fatto la parte passiva, anche per paura che prendendo una posizione avrei causato più problemi che altro.

«Mi dispiace Lara, non volevo che assistessi a questo…»

«Non sono venuta solo per evitare che vi picchiaste, cioè anche per quello, ma io voglio che le cose tornino come erano prima. So che con la mamma ormai è finita ma non voglio perderti. Ti vedo sempre di meno e questa cosa mi spaventa troppo…»

«Oh Lara…» Papà mi abbracciò, una stretta forte, in grado di cancellare ogni mia paura. Era sempre stato in grado di darmi tutto e sebbene la sua passione non gli fruttasse molti soldi, li aveva investiti per me, per darmi la vita che volevo. Per scegliere il percorso che suo padre non gli aveva concesso.

«Sistemerò le cose, te lo prometto piccola» mi sussurrò nell’orecchio e capii che era ciò che avrebbe fatto.

«Be’, sono stanco di rimanere in questa topaia, è ora di cena e ho fame. In questa strada dovrebbe esserci un ristorante se non ricordo male, avete fame?»

Sia io che papà ci guardammo sorpresi, nonno che invitava papà a cena? Non sapevo che fosse successo, ma la cosa divenne ancora più strana quando Bruno acconsentì.

Uscimmo allora a cena e penso che fu da quella sera che i rapporti tra papà e il nonno assunsero un tono diverso, si comportarono come avrebbero dovuto fare all’inizio. Gianni si era offerto di aiutare Bruno, dandogli un lavoretto che non gli impedisse di continuare la sua passione, suonare, e anticipandogli un po’ di soldi per impedire che venisse sfrattato. Certo, ce n’era voluto di tempo, ma alla fine sembrava che padre e figlio meritassero davvero quell’appellativo, diventando una vera famiglia e io ne ero davvero felice.

 

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Bel racconto, anche io una volta mi sono cimentato con il tema del difficile rapporto tra padre e figlio. Ne è nato un audiovisivo fatto di foto e musica ("father and son" di Cat Stevens). Tu rappresentato bene il divario che si è creato tra i due protagonisti. Purtroppo la limitazione dei caratteri, a mio avviso, si è fatta un po' sentire. La scena che hai raccontato avrebbe potuto durare di più ma immagino che avresti dovuto sforare il limite. Buona l'idea del terzo personaggio femminile.

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