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Mari

Un'entrata trionfale [Sfida#1]

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Commento

 

Eccomi nell’ennesima scuola nuova, a metà anno scolastico… metterò mai radici, prima o poi? Non ho mai frequentato la stessa classe per più di sei mesi, sono sempre l’ultima arrivata dappertutto.

Sento gli occhi di tutti puntati addosso, dovrei esserci abituata ormai, ma è una cosa che mi mette sempre a disagio: vorrei tanto essere invisibile, ma purtroppo non lo sono.

Cerco di immaginare cosa possano vedere in me gli altri: un totale disastro. I capelli sono una lunga massa informe di ricci rossastri, gli occhi sono troppo grandi e le orecchie: oh mio Dio! Ho delle orecchie orribili e mi pare che tutti non facciano che fissarle.  Mi ficco per bene il berretto in testa nel tentativo di nascondermi il più possibile.

Sto vagando per i corridoi in cerca della mia aula da almeno dieci minuti, ma le sezioni sono messe senza un ordine apparentemente logico e rischio di passarci la mattinata. Meglio chiedere informazioni a qualcuno:

- Mi scusi - interpello una custode che sta leggendo un giornale, seduta dietro una scrivania e che mi ignora. Provo ad alzare il tono della voce:

- Ehm, mi scusi, potrei sapere dove si trova la terza G?

Senza nemmeno distogliere gli occhi dalla rivista, mi indica il corridoio sulla sinistra e biascica:

- Ultima aula a destra.

- Grazie mille – le dico, ma lei non mi degna nemmeno di uno sguardo: magari facessero così anche tutti gli altri!

Mi dirigo verso l’aula, con lo zaino semivuoto su una spalla e lo sguardo fisso a terra. Seguo le mattonelle nere che si alternano in maniera ipnotica a quelle bianche. Arrivata in fondo al corridoio, mi rendo conto che sono rimasta l’unica fuori dalle aule: ecco, sono pure in ritardo. Mi faccio coraggio, levo il berretto e mi sistemo la chioma alla meglio, cercando di coprire con i ricci il viso e le orecchie. Prendo un bel respiro profondo, mi faccio più piccola possibile e busso.

- Avanti! – rispondono dall’interno. Spingo sulla maniglia e apro l’uscio. Almeno una quarantina di occhi stanno guardando me che entro, richiudo la porta alle mie spalle e piombo per terra di faccia, per colpa di una cartaccia che mi fa scivolare. La risata scomposta di una ventina di persone sottolinea la mia pessima figura, certo che per essere una che voleva passare inosservata me la sono cavata benone, direi. Cerco di rialzarmi mostrando più dignità di quanta ne abbia in realtà e tranquillizzo la professoressa che, a giudicare dal colorito del suo viso, mi aveva data per morta.

- Tu devi essere Verdiana. Benvenuta nella tua nuova classe. Siediti lì, in seconda fila, accanto a Riccardo.

Il brusio e le risate si riaccendono nel sentire il mio nome. Certo che mia madre avrebbe potuto essere meno sadica dandomi un nome meno ridicolo. Sbuffo e mi siedo accanto a un ragazzone tutto brufoli che arrossisce e comincia a sudare freddo. Non emana un gran buon odore. 

- Bene ragazzi, un po’ di silenzio! Stavamo dicendo che domani ci sarà la verifica di scienze. Siamo arrivati al Sistema Solare. Verdiana, tu sarai esonerata dalle verifiche finché non ti sarai ambientata e portata in pari, naturalmente.

- Non importa, conosco l’argomento. Posso provare a fare la verifica?

Sento distintamente la ragazza seduta al banco dietro il mio camuffare con un colpo di tosse la parola “lecchina”, seguita da una risatina generale, ma decido di ignorare qualunque provocazione: non voglio certo coronare il mio primo giorno di scuola con una strage di sedicenni.

Ormai il guaio è fatto: sono arrivata da cinque minuti e ho già l’etichetta di sfigata, maldestra e lecchina… non male! L’ultima volta ci ho messo un mese ad arrivare a questo traguardo.

Il resto dell’ora passa veloce, il ripasso sul Sistema Solare mi annoia un po’, ma almeno mi ha dato l’idea del livello in cui si trova la classe: non dovrei aver problemi con il rendimento scolastico.

Tutto fila liscio fino all’intervallo. Al suono della campanella tutti balzano in piedi ed escono dall’aula, tranne me. Meglio così, non ho una gran voglia di socializzare.

Poco prima che la ricreazione finisca, l’orda chiassosa uscita poco prima comincia a rientrare. Alcune ragazze si assiepano vicino a me e mi fanno le solite domande: “Da dove vieni?”, “Come mai ti sei trasferita qui?” “Quanto tempo ti fermerai? Solite domande e solite risposte generiche, senza scendere troppo nei particolari, sicura che, tanto, non freghi a nessuno di sapere chi io sia. Dopotutto resto convinta che, meno sapranno su di me, meno problemi avrò.

Al termine delle lezioni cerco di sgattaiolare fuori dalla classe il più velocemente possibile, ma un ragazzo mi ostruisce il passaggio sulla porta.

- Mi faresti passare? Vado un po’ di corsa – dico in tono deciso, per mettere in chiaro che non intendo fermarmi.

- Ciao, sono Claudio. Volevo solo scusarmi con te.

- Scusarti? Perché?

- Perché sei caduta a causa mia, il foglio su cui sei scivolata entrando era mio. Ma giuro che non volevo farti del male.

- Non importa, avrei trovato lo stesso il modo per rendermi ridicola, anche senza il tuo foglio.

Lui sorride mostrando due file di denti perfetti e bianchissimi, è l’esemplare meno orribile della specie che io mai visto e ha due orecchie bellissime, non ci posso fare nulla: è la prima cosa che guardo. Mi si avvicina, mi prende una ciocca di capelli e cerca di mettermela a posto, mi sottraggo appena in tempo, lui arrossisce.

- Scusa, non… non volevo, io…

- No, figurati, cioè io, ehm, devo proprio andare.

Scappo a gambe levate, c’è mancato un pelo! Un leggero stato di euforia mi fa percepire la forza di gravità meno opprimente del solito, per non parlare del calore che sento sul volto… è solo un maschio! E che cavolo, sei messa così male?

A casa tutto tace, mia madre è alle prese con le pulizie e sta sistemando i vari oggetti che ci trasciniamo dietro a ogni spostamento. Non abbiamo grossi averi, solo qualche foto ricordo, un po’ di vestiti di ricambio e poche diavolerie elettroniche che ci facilitano notevolmente la vita. Cerco di sgattaiolare per non farmi vedere, ma lei ha il radar sempre attivo e mi intercetta in un nanosecondo:

- Ciao Verdiana, com’è andata a scuola?

- Un disastro intergalattico, grazie – rispondo acida.

- Non può essere andata tanto male, tesoro, su: racconta.

- Niente di ché: sono arrivata in ritardo perché le aule sono messe a caso, sono in classe con dei soggetti orribili e minacciosi, ho tentato di morire spiaccicata in terra a causa di una cartaccia, ma soprattutto ho rischiato che tutti vedessero le mie fantasmagoriche orecchie.

- Adoro le tue orecchie: sono così piccine e morbide – scherza mia madre sbaciucchiandomene una. La scanso con forza, e lei mette il broncio.

- Scusa madre, non mi sembra il caso di scherzarci sopra: hai idea di quanto siano cattivi i ragazzi?

- Non c’è proprio nessuno che sia stato carino con te?

- No, madre, nessuno. Solo il soggetto che ha tentato di uccidermi è stato quasi accettabile: ti ho detto tutto.

- Sei la solita esagerata! Lo sapevamo che avremmo avuto dei problemi, ma non mi sembra che ti stia impegnando molto per fare funzionare le cose: sai solo lamentarti. Pensa a tuo padre, ai sacrifici che fa ogni giorno per noi. Ha lasciato addirittura la sua galassia per farti vivere su un pianeta in cui non si rischi la vita.

- Allora abbiamo sbagliato pianeta, madre: ma hai letto i giornali? Morti e feriti ovunque.

- Be’ e chi l’avrebbe mai detto? Sembrava un pianete così ospitale e pacifico sul dépliant…

Alzo gli occhi al cielo, ignoro l’aria di rimprovero di mia madre e corro in camera mia sbattendo la porta. Mi connetto a Space-snapchat in cerca di volti alieni, amici di altre galassie per condividere la mia giornata e per aggiornarmi sugli ultimi gossip interplanetari. 

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"Sto vagando per i corridoi in cerca della mia aula da almeno dieci minuti,"
i possessi in italiano: raramente utili, credo che anche senza “mia” si capisca.

"Almeno una quarantina di occhi stanno guardando me che entro,"
la frase mi sembra grammaticalmente corretta, ma ridondante: “mi guardano” mi sembra sufficiente, “mi fissano” anche più angosciante.

Come è vestita? Un paio di pantaloni o pantaloncini restano al loro posto, una gonna invece potrebbe può sollevare nella caduta consetendo di esibire la biancheria intima.

" Certo che mia madre avrebbe potuto essere meno sadica dandomi un nome meno ridicolo."

 "Al suono della campanella tutti balzano in piedi ed escono dall’aula, "
Solo ora apprendo che ci sia una campanella, non ha suonato all'inizio dell'orario scolastico? 

"Poco prima che la ricreazione finisca, l’orda chiassosa uscita poco prima comincia a rientrare. Alcune ragazze si assiepano vicino a me e mi fanno le solite domande: “Da dove vieni?”, “Come mai ti sei trasferita qui?” “Quanto tempo ti fermerai? Solite domande e solite risposte generiche, senza scendere troppo nei particolari, sicura che, tanto, non freghi a nessuno di sapere chi io sia. Dopotutto resto convinta che, meno sapranno su di me, meno problemi avrò."
Prima manca una virgola (se la usi come separatore in un elenco) “Da dove vieni?”,“Come mai ti sei trasferita qui?”, “Quanto tempo ti fermerai?”. (alla fine mancano pure virgolette e punto)
Successivamente diventano troppe. 
 

"che io mai visto" 
credo manchi il verbo
 

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On 7/6/2017 at 18:24, Mari dice:

vorrei tanto essere invisibile, ma purtroppo non lo sono.

l'ho riconosciuta! Viene sicuro dal mio pianeta :)

On 7/6/2017 at 18:24, Mari dice:

capelli sono una lunga massa informe di ricci rossastri,

sì sì è dei miei

 

Proprio carino! 

L'unico appunto è che sembra conoscere troppo bene gli usi scolastici terrestri, ma se ho ben capito è un'aliena secchiona

 

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Quando si dice: "Tutto il mondo è paese".

Quindi anche nelle altre galassie ci sono le ragazzine complessate che si credono talmente sfigate da comportarsi come se lo fossero veramente.

Bel racconto, bella anche l'idea dell'aliena (a proposito, per lei i volti alieni sarebbero quelli dei terrestri), mi ha ricordato "La sentinella" di Fredrick Brown.

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Grazie per i commenti e per le segnalazioni degli errori, corro a sistemare.

On 10/6/2017 at 14:31, Bradipone dice:

Come è vestita? Un paio di pantaloni o pantaloncini restano al loro posto, una gonna invece potrebbe può sollevare nella caduta consetendo di esibire la biancheria intima.

Vero, sarebbe stato uno spunto molto esilarante, devo assolutamente rimediare.

18 ore fa, Violaliena dice:

L'unico appunto è che sembra conoscere troppo bene gli usi scolastici terrestri, ma se ho ben capito è un'aliena secchiona

sì, vero, forse è troppo ben ambientata... ci studierò sopra

 

14 minuti fa, Russotto dice:

roposito, per lei i volti alieni sarebbero quelli dei terrestri

per lei gli alieni sono quelli delle altre galassie che ha visitato, almeno così l'ho inteso io.

15 minuti fa, Russotto dice:

mi ha ricordato "La sentinella" di Fredrick Brown.

andrò a leggermelo, sono curiosa, ma credo che il paragone sia esagerato a prescindere.

 

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Guest Gemini

La diversità affrontata con l'ironia stilistica necessaria a non ricalcare orme letterarie più patetiche. Un messaggio che, soprattutto nel finale,  mostra come il sentirsi diversi nasca semplicemente dalla constatazione di una diversità effettiva. Qualche comprensibile difficoltà nell'apprendere una delle più importanti lezioni che la vita ci offre. Confido che, un giorno, Verdiana capisca quanto sia proprio la mancanza di standardizzazione, il suo essere "aliena" a rappresentare la sua ricchezza. Un tema sempre vivo. Una sfida sempre aperta con se stessi. Queste sono le prime sensazioni che il racconto mi ha trasmesso. Grazie per averlo condiviso con noi.

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