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Orphans Games [UvsD-OL16]


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L’arena è gremita in ogni ordine di posto e le urla dei presenti si uniscono all’inno di sottofondo che ormai da anni identifica gli Orphans Games.

Tutto aveva avuto inizio dopo l’ultima guerra chimica: milioni di persone sterminate e danni permanenti ai sopravvissuti. Gli uomini erano diventati quasi tutti sterili e avere un figlio era diventato una sorta di utopia.

Era stato allora che la Società Suprema aveva istituito i Giochi. Gli aspiranti genitori non dovevano far altro che iscriversi e sperare in un miracoloso sorteggio; solo dieci sarebbero stati i fortunati prescelti e uno il vincitore: il più abile o, come me, il più determinato.

Mi metto lo zaino sulle spalle, è pesante ma niente del suo contenuto è sacrificabile: acqua, scorte di cibo, una corda e la cosa più preziosa… i proiettili. Ne ho duecento in dotazione e, finita la scorta, sarò fuori dai giochi. Le regole sono chiare: quello è l’unico modo per eliminare l’avversario.

L’inno termina, i boati si placano e tutti gli sguardi vanno in su in attesa di lei, della prescelta. Finalmente un fascio di luce taglia l’aria e il volto di una bambina riempie il cielo.

È bellissima: occhi grandi e azzurri, sorriso timido e sincero e due treccine bionde che poggiano sulle spalle. Sento un vuoto nello stomaco: quell’orfanella potrebbe diventare mia figlia.

È questione di secondi prima che l’immagine motivazionale sparisca. Già ne avverto la mancanza ma so che spesso, durante i giochi, apparirà per darmi forza.

Il suono della sirena mi scuote e la piattaforma su cui mi trovo inizia a muoversi. Prima di scomparire nel passaggio sotterraneo guardo i miei avversari, anche loro saranno condotti in un punto diverso dello scenario da battaglia costruito per noi.

Arrivato a destinazione, mi ritrovo in una sorta di foresta tropicale. La vegetazione è così fitta da rendere quasi impossibile camminare. Scorgo una telecamera fra i rami di un albero, ce sono a centinaia in modo tale che tutti possano assistere ai Giochi. La Società ha creato intorno a noi un grosso business, ma nessuno si lamenta perché il premio in palio è fin troppo ambito.

All’improvviso sento un rumore e mi getto a terra: un paio di scarponi neri entrano nella mia visuale, trattengo il respiro fin quasi a scoppiare, poi trovo il coraggio e balzo fuori dal nascondiglio sparando all’impazzata. Gli occhi del mio avversario si riempiono di incredulità e paura: il suo giubbino è ricoperto di rosso. Ce l’ho fatta, l’ho colpito.

Lucas, questo è il suo nome, impreca, si toglie le protezioni e mi consegna i proiettili di vernice che ha in dotazione, così come previsto dal regolamento, poi abbandona l’arena.

Un video motivazionale appare di nuovo. La bambina sta facendo merenda e, per gioco, lancia molliche di pane imburrato all’istitutrice… che dolce!

La vedo svanire, portando con sé il suo simpatico sorriso e, ancora più deciso, mi addentro nella foresta. Faccio solo pochi passi quando un sibilo risuona vicino al mio orecchio e una grossa macchia di vernice gialla imbratta l’albero dietro di me. Schivo il secondo colpo rotolando a terra, incurante delle pietre acuminate che colpiscono le mie parti basse e, quasi alla cieca, con le lacrime agli occhi, sparo ancora.

«Merda!»

 

Sorrido, l’ho colpito. La stessa scena di poco prima si replica e il numero dei miei avversari si riduce. Sono stanco e sudato ma continuo a camminare. Dopo un’ora appare nel cielo un nuovo ologramma, è Zorda il Comandante supremo. Vengo a sapere che altri cinque avversari sono stati eliminati… siamo rimasti in tre.

Il cuore perde un battito, non posso rischiare nulla adesso, sono troppo vicino. Mi arrampico  in cima a un albero e mi assicuro con la corda. Ho bisogno di una pausa che viene allietata da un altro video motivazionale: la bambina che gioca a indiani e cowboy, la bambina che studia, la bambina che dorme.

Il mio cuore si gonfia di gioia.

Mangio rapidamente qualcosa e penso a come stanare gli ultimi due rivali, quando ecco un colpo di fortuna. Li vedo, uno sta giungendo alla mia destra, l’altro dalla parte opposta. È la mia occasione. Carico la pistola e aspetto.

Kail è quasi a portata di tiro, ancora qualche passo e sparo.

«Nooo!»

 

Lo vedo battere i piedi a terra, come un bambino a cui hanno appena rotto il giocattolo preferito, mi dispiace ma non posso distrarmi, non ora. Mi volto frettolosamente in cerca di Steve. È ancora lì, appiattito contro un tronco. Non mi ha visto e capisco di avere la vittoria in pugno. Scendo piano dall’albero e con passo felpato mi avvicino. In un attimo me lo trovo davanti. Io sono perfettamente in posizione, mentre lui sente troppo tardi il rumore del ramoscello che ho appena spezzato con la scarpa.

Sto per sparare e, per l’ultima volta, un’immagine mi riempie la mente: l’istitutrice. La vedo lì davanti ai miei occhi, in lacrime, con le molliche di pane in testa, legata a un albero travestita da cowboy, disperata per le caricature sul quaderno al posto del problema di matematica e infine, felice, quando quel mostriciattolo con le treccine viene vinto dal sonno.

Ma che cazzo sto facendo!

 

Lancio la pistola a terra come fosse una serpe e, con sollievo, vedo la vernice fluorescente imbrattare il mio giubbino. Sorrido alla vita, mentre la minacciosa bambina abbandona il mio futuro. In fondo, penso, meglio prendere un gatto!

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Games che sfiorano qualche utopistico sogno anche nella realtà: non tutto è come sembra. apprezzo in maniera particolare, la capacità di entrare nel racconto con disinvoltura. Non è facile far dell'ironia su un'adozione di massa, capace di affrontare una battaglia per assicurarsi la bambina, l'unica in palio. Assurdo, ma di questi tempi, forse nemmeno troppo inverosimile. Le adozioni sono un'incognita e il protagonista, l'ha scampata bella, in questo caso. Rileggerlo è stata per me una rivelazione.

Complimenti per la fluida creatività della mente e della "penna". 

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On 18/7/2016 at 09:40, lean dice:

L’arena è gremita in ogni ordine di posto

Sembra un incipit di Pizzul :)

On 18/7/2016 at 09:40, lean dice:

Gli uomini erano diventati quasi tutti sterili e avere un figlio era diventato una sorta di utopia

Ripetizione che un pochino stride. "e avere un figlio ormai era una utopia"?

Rilettura di Hunger Games con orfani in palio, molto ben riuscita. I proiettili di vernice non mi convincono, perché certi giochi, in un dispotico, richiedono il sangue... sei stata buona!
Il finale a sorpresa mi ha colpito. Essendo uno che fondamentalmente a paura di questi esserini diabolici che sono i bambini, mi sono immedesimato nel protagonista (uomo, scelta meno scontata) e quindi mi piace.

Non dovrei dirlo, ma buona prova.

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(modificato)
5 ore fa, Simone Volponi dice:

Sembra un incipit di Pizzul :)

Ripetizione che un pochino stride. "e avere un figlio ormai era una utopia"?

Rilettura di Hunger Games con orfani in palio, molto ben riuscita. I proiettili di vernice non mi convincono, perché certi giochi, in un dispotico, richiedono il sangue... sei stata buona!
Il finale a sorpresa mi ha colpito. Essendo uno che fondamentalmente a paura di questi esserini diabolici che sono i bambini, mi sono immedesimato nel protagonista (uomo, scelta meno scontata) e quindi mi piace.

Non dovrei dirlo, ma buona prova.

Ciao Simone, grazie per la lettura e il commento.

Spero che almeno stavolta non ti abbia messo a rischio diabete :asd: 

Veniamo a noi. L'uso dei proiettili di vernice non è stato per buonismo, ma per aggiungere un aspetto ironico al racconto; i figli invece, sono un utopia perché gli aspiranti papà sono quasi tutti sterili, ahimè! 

La ripetizione mi era sfuggita, grazie per averla segnalata :flower:

 

Modificato da lean
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@lean Anch'io ho pensato che i proiettili di vernice fossero un po' troppo "buoni" :)

Questi Games ricalcano un po' troppo gli altri Games più conosciuti; mi aspettavo, di conseguenza, che tu sfruttassi un po' il lato ironico calcando sui parallelismi, che invece affidi soltanto al finale. Questo un po' mi ha deluso, a dirti la verità.

Il racconto è poi scritto davvero molto bene, il tema è centratissimo, il genere pure, quindi ti faccio il mio in bocca al lupo e complimenti!

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@Nicola Orofino Vivonic  Ti confesso che, da amante dei distopici, inserire la componente ironica in questo genere non mi è venuto proprio naturale. Per quanto riguarda il parallelismo con la versione originale invece, posso dirti che la prima stesura del racconto era di 6400 battute :facepalm: ma, dopo i tagli che ho dovuto fare, tante cose si son perse per strada.

Grazie mille per il commento e l'in bocca al lupo  :flower:

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Cita

Sorrido, l’ho colpito. La stessa scena di poco prima si replica e il numero dei miei avversari si riduce.

Non mi convince, sembra un po' forzato. Potresti provare a ripetere la scena per vedere come suona (non so se risulti meglio, poi)


Ciao Lean! :::D

Gran bel racconto! Come rivisitazione di Hunger Games funziona bene, se avessi avuto più caratteri a disposizione sono sicuro che avresti fatto anche meglio dell'originale. L'idea dei proiettili di vernice aveva lasciato perplesso anche me all'inizio, però contribuisce molto all'effetto comico e quindi direi che è una scelta azzeccata (può piacere o non piacere, ovvio). Saresti stata un'avversaria davvero temibile! :flower:

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L'ironia è presente nella parte finale, anche se la prima parte è intrisa di un po' di sarcasmo. IL racconto mi è piaciuto molto, ne potresti fare anche una versione più lunga, l'idea è davvero originale (non dei games, ma degli orfani adottati tramite giochi causa sterilità). Io ne scrissi uno dei condannati a morte che si giocano la libertà con prove assurde, ma era 22 pagine circa :) Senza ironia obbligata questo racconto sarebbe nettamente migliore, vorrei leggerlo come un vero distopico. Sempre in gamba!

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@Gigiskan scusa il ritardo, mi eri sfuggito! Dal cell non visualizzo bene.

Hai ragione, quel pezzo non convince nemmeno me, pensa che l'avevo cancellato, riscritto e ricancellato :asd: Un avversario terribile lo sei più tu di me, ma un complimento non si rifiuta mai :LOL:

Grazieee :flower: 

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