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Kuno

Qui si sta proprio bene

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Con questo coso ho vinto un contest, di quelli che ti danno qualche oretta di tempo per leggere il tema e arrangiarti come puoi. Fretta, regole, limiti...

Ora mi piacerebbe ampliare (o forse riscrivere) il racconto, partendo dai vostri consigli, senza ostacoli e con calma. Mi date una mano? :) 

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Qui si sta proprio bene

Mi lancio nel vuoto e venti metri più tardi incontro l'asfalto. Rinvengo sdraiato con la testa che affonda nella sabbia, i polpacci bagnati a metà dalle onde.
Alzandomi in piedi, senza alcuna difficoltà, non posso che accorgermi di essere illeso e di sentirmi per di più splendidamente riposato: in forma come non mai; eppure pochi istanti fa ero esausto, in preda al panico e col volto pesante di lacrime. Stavo nel mio appartamento, ad Ancona; avevo appena scritto e lasciato sul tavolo della cucina una lettera d'addio, carica di belle parole e tante scuse rivolte ai miei genitori e fratelli. Volevo che non si sentissero in colpa. Poi il salto. 
E adesso questa spiaggia: deve essere l'inferno, o il paradiso, o chissacché. È qui che evidentemente dimorano i non più vivi, tutti o alcuni o uno alla volta. Se lo venisse a scoprire mio padre, lo stimatissimo e scettico chirurgo, che c'è vita dopo la morte!
La spiaggia è lunga e stretta, una lingua di sabbia chiusa tra il mare e un'alta parete rocciosa. Laggiù, quasi appoggiata alla detta parete, c'è una piccola capanna. Da quella direzione, camminano con percepibile fretta due anziani signori, un uomo e una donna. Vengono verso di me e decido di andargli incontro; ci troviamo a metà strada.
Esordisce lei:
«Ciao, benvenuto sull'isola. Io sono Nadia e questo è mio marito Gregorio.»
Continua lui:
«Lo sai di essere morto, vero?»
«Sì, è evidente, ho saltato da molto in alto.»
«Bene - sorride Gregorio - è sempre imbarazzante quando non capiscono o fingono di non capire. Allora seguici, vieni.»
Mi conducono fino a una piccola grotta scavata nel muro e mi dicono che abiterò qui dentro.
«Bel posto - commento io - non c'è nulla, nemmeno un accenno di arredamento, ma mi sento stranamente felice. Sapete, non sono mai stato felice da vivo, mai come ora.»
Risponde Nadia: «Siamo contenti che ti piaccia.»
E il marito conclude: «Non ti ci abituare.»
Lei gli lancia un'occhiataccia, poi se ne vanno entrambi, lasciandomi solo nella piccola grotta senza porte, né finestre, né televisore, né frigorifero.
Passano le ore e penso ai miei genitori: a quest'ora avranno già trovato la lettera. Mio Dio, saranno disperati! Mi hanno sempre amato moltissimo e cercato di aiutarmi in ogni modo. Loro però non potevano fare niente di troppo utile, purtroppo. Vorrei tornare indietro ora e aggiungere soltanto una breve frase a quelle già scritte: Dove vado è un bel posto e sarò felice. Qui si sta proprio bene, infatti, ma non ci sono parole umane per spiegare perché.
Passano tre giorni e penso ai terribili ventitré anni della mia vita: l'odio subito e l'odio nutrito; l'amore respinto e l'amore represso; la solitudine mia gabbia e la solitudine mia ancora.
Non potevo che ammazzarmi, a costo di trovare il nulla eterno, la mia assenza, l'oblio. Ho dovuto agire perché ogni istante era una martellata sul cranio. 
Qui si sta propio bene e sono certo che in vita nessuno potrebbe essere tanto in pace. Solo un pensiero mi turba: le parole affrettate del vecchio Gregorio.
Non ti ci abituare.
Significa indubbiamente che questa non è la mia ultima destinazione e il fatto mi spaventa e mi eccita allo stesso tempo. Che l'isola sia in realtà una sorta di sala d'attesa, dove i morti si accampano prima di essere accolti altrove?  Dove andrò somiglierà all'inferno o al paradiso? O magari cesserò di vedere, di sentire, di pensare, di essere: questa roccia comincerà a sgretolarsi e la grotta crollerà sulla mia testa, seppellendomi e uccidendomi una volta per tutte. Forse è così che finiscono i suicidi: li rianimano qui e poi li ammazzano, perché farlo da sé non è consentito.
Angosciato da questi pensieri mi dirigo alla capanna, per chiedere spiegazioni a Nadia e Gregorio. Li trovo entrambi, intenti a far nulla.
«Vorrei sapere che ne sarà di me, perché l'altro giorno, Gregorio, ti sei lasciato sfuggire delle parole che hanno turbato i miei pensieri...»
Di nuovo Nadia fulmina con lo sguardo il marito. Il vecchio sospira e comincia a spiegare.
«Di solito non parliamo di queste cose con chi arriva qui, ma dato che la colpa è mia, che mi sono lasciato sfuggire quelle parole, forse è meglio dirti come stanno realmente le cose. Vedi, tra qualche tempo dovrai rinascere.»
Lo interrompo: «Io? Ma se sono appena morto?»
«È vero, Michele Parrini, di 22 anni, si è suicidato il 7 Luglio del 2016 - conferma Nadia - ma sta per nascere un bambino, in un piccolo paese della Finlandia, e tu sarai quel bambino.»
«Continuo a non capire. È una specie di reincarnazione?»
«Tutti voi, quando morite, nascete in un nuovo corpo. Tu sei già stato qui un milione di volte. Sei arrivato nel 1955, ad esempio, col corpo e la mente di Albert Einstein.» 
«Io sono Albert Einstein?» domando incredulo.
«Lo sei stato - mi corregge Gregorio - ma sei anche stato cento volte un ubriacone qualunque, dieci volte una zanzara, una volta persino un bonsai.»
«Significa che devo tornare a vivere?»
I due rispondono come se condividessero la stessa mente e la stessa bocca: «Purtroppo sì.»
«Niente paradiso e niente inferno? Solo vita e vita e ancora vita?»
«Esattamente.»
«Ma io voglio restare qui, felice, insieme a voi. Continuerò a suicidarmi ancora e ancora, solo per tornare qui.»
«Impossibile - mi ferma Nadia - quando nascerai non ricorderai nulla della tua vecchia vita, né della tua vecchia morte. Non saprai di noi.»
«È terribile, non potete farmi questo! Tenetemi con voi, ora che so tutto, vi prego!»
«Dovrebbe renderti meno rabbioso - mi rimprovera Gregorio - sapere che c'è sempre la felicità dopo l'infelicità, la morte dopo la vita.»
«Ma perderò questa consapevolezza appena rinato, lo avete appena detto, e allora vivrò ancora nella disperazione.»
Nadia mi corregge ancora: «Non tutte le vite sono disperate come quella di Michele Parrini, però.»
«E ne è mai esistita una tanto felice quanto questa breve morte in questa piccola isola?»
Gregorio scuote la testa, ormai spazientito: «Avete questa caratteristica, voi, di vivere in eterno. Non potete morire e restare morti per sempre.»
«Voi due però potete.»
«Nadia ed io sì, non possiamo nascere e non possiamo vivere. Siamo più fortunati, ma non puoi farcene una colpa.»
«Quello che mio marito vuole dire, Michele, è che le cose stanno così da sempre e non cambieranno. Goditi questi giorni, finché sei in tempo: la morte è breve e non va sprecata.»
Me ne vado indignato. Sapere che non esiste la morte eterna, che nessuno può sfuggire alla vita, rovina le mie ore e i miei giorni nella grotta. 
Vivono tutti con il terrore di morire; a me è capitato di essere un morto con il terrore di nascere. 
Passano sei giorni e l'anziana coppia viene a prendermi: il bambino finlandese che sarò sta per nascere. Vengo portato alla capanna e Gregorio mi indica una porta chiusa. Mi dice: «Vai e arrivederci.»
Apro la porta e piango. Piango perché sto per nascere e tornerò a soffrire, a sorprendermi, a invecchiare, a essere abbandonato da chi muore,  a mentire, a sentire bugie, ad avere paura del buio, del diavolo, dei tumori, dell'altezza, della morte. Piango perché mio padre, il chirurgo, non sarà più mio padre. Piango perché Michele è morto e non è servito a nulla. Piango perché voglio restare qui, dove io, proprio io, sono felice. Qui dove soffro per i ricordi della mia vita e godo della morte. Piango per mille ottime ragioni. Piango e varco la soglia. 

Percorro un tunnel umido e sporco, poi la luce e due mani che mi afferrano. Continuo a piangere, ma non so più perché.
 

Commento: 

 

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Laggiù, quasi appoggiata alla detta parete, c'è una piccola capanna. Da quella direzione, camminano con percepibile fretta due anziani signori, un uomo e una donna. Vengono verso di me e decido di andargli incontro; ci troviamo a metà strada.

Laggiù non è propriamente una direzione.
Potresti snellire i tre periodi finali, che dicono sostanzialmente tutti la stessa cosa, unendoli in uno solo.

Cita

Mi conducono fino a una piccola grotta scavata nel muro e mi dicono che abiterò qui dentro
(...)
Lei gli lancia un'occhiataccia, poi se ne vanno entrambi, lasciandomi solo nella piccola grotta senza porte, né finestre, né televisore, né frigorifero.

Perché si aspetta che in una grotta ci siano porte, finestre o comfort di qualunque tipo?

Cita

Loro però non potevano fare niente di troppo utile, purtroppo.

Potresti eliminare troppo per evitare la ripetizione.

Cita

«Dovrebbe renderti meno rabbioso - mi rimprovera Gregorio - sapere che c'è sempre la felicità dopo l'infelicità, la morte dopo la vita.»

Che dire, complimenti!

 

Ciao Kuno :D

Raccontare esperienze post mortem senza scadere nel banale, nell'esagerato o nel paranormale non è così semplice, secondo me. Concentrandoti non sull'esperienza in sé, quanto sul protagonista, sulle sue sensazioni e sentimenti, sei riuscito a scrivere davvero un bel racconto, scorrevole, senza parole di troppo. Le uniche cose su cui lavorerei per migliorarlo sono l'atmosfera e i personaggi dei due vecchi: mi piacerebbe che la sensazione di benessere percepita dal protagonista raggiungesse in maniera concreta anche il lettore; sarebbe bene anche spendere qualche parola in più per giustificare l'invitalità dei due vecchi -esatto, anche io posso coniare neologismi u.u -, senza esagerare, ovvio, giusto perché se io morissi (tocco ferro...) qualche domanda in più la farei.

Alla prossima :flower:

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mi piacerebbe che la sensazione di benessere percepita dal protagonista raggiungesse in maniera concreta anche il lettore; sarebbe bene anche spendere qualche parola in più per giustificare l'invitalità dei due vecchi -esatto, anche io posso coniare neologismi u.u -, senza esagerare, ovvio, giusto perché se io morissi (tocco ferro...) qualche domanda in più la farei.

Sì, queste sono due cose che avevo già in mente di migliorare! :D Non vorrei dire troppo sull'identità dei due vecchi, perché non è importante, non è quello il punto. Sono angeli o roba del genere, aggiungerei giusto qualcosina, ma senza dare mille informazioni fuorvianti.

Invece dovrei spiegare molto meglio la sensazione di pace del protagonista. Non sono riuscita a farlo in questa prima stesura perché non potevo andare oltre gli ottomila caratteri ed ero anche un tantino di fretta, ma quando riprenderò il racconto cercherò di migliorare questo aspetto.

Cita

Potresti eliminare troppo per evitare la ripetizione.

Non ci avevo fatto caso, grazie.

Cita

Perché si aspetta che in una grotta ci siano porte, finestre?

Ahahah Sai che sei il primo che me lo fa notare?! Sono proprio scemo. x_x

Qualche genere di comfort però potrebbe esserci. Il senso era: mi lasciano in un posto dove non c'è nulla. Le porte e le finestre però... Certo, da eliminare!

 

Grazie @Gigiskan, contento che ti sia piaciuto :) 

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On 25/6/2016 at 16:52, Kuno dice:

riposato: in forma

 

On 25/6/2016 at 16:52, Kuno dice:

direzione, camminano

Una virgola che mi turba, non so perché.

On 25/6/2016 at 16:52, Kuno dice:

non potevano fare niente di troppo utile, purtroppo.

Troppi troppo, ne eliminerei uno (te l'ha fatto notare anche Gigis, ma ho letto il suo commento solo ora e repetita iuvant)

On 25/6/2016 at 16:52, Kuno dice:

propio

AH! Orrore. Ti è sfuggita una r.

On 25/6/2016 at 16:52, Kuno dice:

una volta persino un bonsai

Ho riso più del dovuto.

 

Davvero bello. Ci hanno raccontato la morte in mille modi, condendola in tutte le salse e io stessa ho letto decine di storie del genere. L'idea in sé non è originale (in fondo stiamo parlando di reincarnazione, un concetto vecchio come il mondo), ma è raccontata così bene che ce ne dimentichiamo fin troppo facilmente. Grammaticalmente perfetto a parte quelle cosucce che ti ho fatto notare quissù, lo stile coinvolge e ci hai inserito anche degli aforismi molto evocativi e pieni di significato. Primo tra tutti: "Piango perché sto per nascere e tornerò a soffrire, a sorprendermi, a invecchiare, a essere abbandonato da chi muore,  a mentire, a sentire bugie, ad avere paura del buio, del diavolo, dei tumori, dell'altezza, della morte." che molto tristemente, ammetto rifletta la mia visione della vita. (rileggendolo ho notato un doppio spazio prima di mentire: correggiiii). Insomma, mi ha colpita anche perché in parte rispecchia ciò che penso.

Non c'è alcun bisogno di riscriverlo. Se vuoi ampliarlo, come ha fatto notare Gigis, c'è una sola cosa che sfugge: chi sono i due anziani immortali? Divinità? Messaggeri di dio? Custodi del luogo? Dato che vuoi aggiungere qualcosa mi concentrerei su questo. Per il resto nulla da dire. Divertente, angosciante, fa riflettere, il finale mi ha toccata. Sarà uno dei racconti che non dimenticherò.

Bravò. :applausi:

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Bentrovato, Kuno, mi permetterai di sfruttare il tuo racconto con un commentino che mi serve per partecipare al primo MUP della storia, tra l’altro, guarda il caso, il raccontino che ho scritto in questo pomeriggio assolato di fine settembre presenta alcune affinità, del tutto involontarie, con il tuo.

Tralascio i refusi che ti hanno già fatto notare (e propio è proprio un refuso perché in un altro brano hai usato la grafia corretta.

Mi limito a segnalarti i due periodi che ho più amato, e che corrispondono all’incipit e al posticipit  (?):

Mi lancio nel vuoto e venti metri più tardi incontro l'asfalto: l’uso sfrontato  della lunghezza metrica come misura del tempo è del tutto analogo alla grandezza logica del paradosso di Zenone.

Percorro un tunnel umido e sporco, poi la luce e due mani che mi afferrano. Continuo a piangere, ma non so più perché: qui lo spazio non è più misurato dal tempo ma dall’ineludibilità della prima delle tre fondamentali domande che si pone l’umanità: da dove veniamo? E soprattutto: perché veniamo?

Invece non mi è piaciuto il periodo: “non posso che accorgermi di essere illeso”, a volte la scrittura negativa soffre di farraginosità evitabile

Così come: “chissacché”, troppo gergalmente colloquiale.

Per il resto della fabula: il riposo eterno bramato dal protagonista meriterebbe di qualche spiega meno banale della solitudine e dell’odio dato e ricevuto (?), qualche episodio scatenante non guasterebbe

L’eterno ritorno come punizione è una bella invenzione, anche in questo caso due righe di motivazione non sarebbero superflue.

Già detto bravo?

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