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Quale onomatopea descrive l'infrangersi della corazza di uno scarafaggio?


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commento: 

 

 

«Ce li ho! Ce li ho!» urla papà.

Quindi improvvisa una specie di danza scoordinata, agitando lo spiedone di ferro, che risplende alla luce delle fiaccole.

Ha infilzato ben tre scarafaggi e io sono felice, perché sono di quelli grossi e succosi: tra poco sfrigoleranno sulla brace e potremo mangiare di gusto. Sono giorni che non mettiamo qualcosa di decente sotto i denti.

Nonno non è dello stesso avviso.

Sul volto ha solo ribrezzo.

«Io non so come tu faccia» dice a papà, sputando a terra per ribadire il disgusto.

«Semplicemente anticipo qualcosa che dovrai fare anche tu, quando avremo finito lo scatolame.»

«Piuttosto la morte.»

«Già.»

Papà non ama discutere con il nonno. Chiude sempre le conversazioni prima che degenerino.

A volte, quando il suo vecchio non può sentirci, mi sussurra nell'orecchio che quello è impazzito, ma noi gli dobbiamo volere bene comunque.

Da quando abbiamo perso il gruppo un mese fa, lui e papà sono gli unici esseri umani che ho, quindi non posso far altro che amare il nonno in modo incondizionato, anche se lui ci mette del suo per farmi dubitare.

Passa le giornate riverso in terra, su un giaciglio che ricrea con delle foglie secche di palma, ogni volta che ci spostiamo.

La cosa bizzarra è che indossa degli occhiali da sole sul volto e comincia a fischiettare allegramente, come se non ci trovassimo in un dedalo di tunnel improvvisati e l'unica luce fosse quella fioca delle torce.

Abbiamo provato a chiedergli di aiutarci nel cercare cibo e una via per ricongiungersi con mamma e gli altri, ma lui se ne sta a terra e si rilassa.

Dice che noi non possiamo capire quanto gli manchi la sensazione di placido calore sulla pelle, perché già quando papà era un ragazzo della mia età, il Sole non era più lo stesso.

Era diventato violaceo, cattivo. Inaspriva la terra, bruciandola. Non donava più vita alle piante, cosicchè uno potesse coltivarle e trarne del cibo sano.

La sua giovinezza è coincisa con l'ultimo periodo di benessere sulla Terra, poi si è dovuto iniziare a scavare.

Lui non ha mai accettato la cosa e il voler stare sotto al sole fino all'ultimo momento, gli ha procurato delle macchie sulla pelle che non vanno più via.

«Figliolo, la cena è pronta.»

Il sorriso di papà brilla grazie alla fiaccola alla sua sinistra. Si è dato da fare e ha portato un poco di normalità, dove non era possibile.

Con una carriola arrugginita, che abbiamo trovato in un vecchio tunnel cieco, ha improvvisato un braciere trasportabile: grazie alle riserve di legna che i primi scavatori hanno piazzato nei checkpoint del sottosuolo, riusciamo quantomeno a dare una cottura decente a ciò che troviamo. Piccoli scarafaggi grigi in genere. Topi di media taglia, quando siamo fortunati.

Uno potrebbe pensare che facciano schifo, ma in realtà non sanno di nient'altro che vita.

Abbiamo l'acqua che i primi scavatori hanno portato quaggiù con delle tubature chilometriche, ma non sappiamo dove queste iniziano e finiscano.

Quando ci allontaniamo dalla base, per cercare gli altri, la paura di non ritrovare la via del ritorno e quel mezzo litro d'acqua a testa che ci tiene in vita, è così forte che mi tremano le gambe.

«Ti manca la mamma?»

Papà mi coglie impreparato. Ero perso nei miei pensieri e stringevo tra i denti la blatta arrosto, nel tentativo di sfondare la corazza e succhiare l'interno.

«Sì.»

«Anche a me. Ti prometto che la ritroveremo.»

«Giuramelo.»

«Te lo giuro, Giacomo.»

Lo scarafaggio si spacca e posso inghiottire famelico il contenuto.

Papà ha lasciato il terzo da parte per il nonno.

Sappiamo entrambi che non lo mangerà mai, ma lui spera che prima o poi si ravveda.

A me invece lo spreco infastidisce.

«Posso prendere anche l'altro?» chiedo, speranzoso.

«Sai come la penso: gli verrà fame di qualcosa di diverso dai fagioli un giorno.»

«Ho paura che il nonno non ce la farà. Sta tutto il giorno a terra ed è sempre più debole. Verrà schiacciato dal suo zaino pieno di scatolame e foglie secche prima o poi.»

Non so perché ho detto delle parole così ciniche. Non volevo, ma sono venute fuori. Forse sto impazzendo, chi lo sa.

Papà non risponde. Sa che ho detto la verità, ma l'amore per il nonno è più forte dell'illogicità di cui quello si sta rendendo protagonista.

Vorrei dire che mi dispiace, che non volevo, ma il doppio confronto generazionale viene interrotto da uno squittio.

Un topo grande come un gatto adulto scatta fra le gambe di mio padre che, ormai abituato alla caccia spietata dei sotterranei, gli infilza al volo la testa con lo spiedone e lo inchioda a terra.

Nemmeno il tempo di festeggiare che altri due ratti della stessa dimensione, passano tra di noi. Il primo viene uncinato da papà alla stessa maniera del precedente. Il secondo viene raggiunto da un poderoso calcio del sottoscritto.

Finalmente possiamo abbracciarci.

«Ravviviamo il braciere, Giacomo! Abbiamo da mangiare per tre giorni!»

 

L'incubo è sempre lo stesso.

Il fratello di mia madre che cade con una capriola scoordinata nel vuoto, dopo aver messo un piede in fallo.

Io, papà e il nonno che ci caliamo nel baratro con delle corde, nel disperato tentativo di recuperarlo.

La parete che cede. Io che mi ritrovo sul corpo senza vita di mio zio, dopo un volo di non so quanti metri.

Le lacrime. L'eco delle urla disperate della mamma.

 

Sono sveglio.

Alla mia destra metto a fuoco la parola "Ceci" su una targhetta. È capovolta e se ne sta attaccata su un barattolo di latta.

Mi metto a sedere sul pavimento roccioso e posso vedere attorno a me altro scatolame sparso.

Ciò che colgo un secondo più tardi mi fa scattare in piedi.

Papà e nonno sono stretti in quello che sembra un abbraccio.

Il mio vecchio mi intima con la mano di restare fermo dove sono.

Quello con gli occhiali scuri continua a urlare «Scusa! Scusa! Non potevo sopportarlo», mentre sulle sue guance scendono lacrime copiose.

Un attimo dopo capisco il motivo del teatrino.

I ratti che io e papà abbiamo scuoiato e cotto alla brace per conservarli al meglio, sono stati buttati a terra e resi immangiabili dal brecciolino e la polvere di cui sono coperti.

«Non possiamo nutrirci di quelle cose. È inumano!» urla ancora il nonno.

«È tutto ok. Non è successo niente.»

C'è una sfumatura nelle parole di mio padre che non riesco a cogliere. Per la prima volta lo sento distaccato. Stanco.

Il nonno sorride, felice di essere stato compreso e con questa espressione felice muore, lo spiedone da caccia di papà infilato nel collo, da parte a parte.

Poi il corpo cade a terra e io lo imito, inerme.

Vedo papà tagliargli la testa e scuoiarlo con fare deciso. Quindi accende la brace e cuoce ogni singola parte.

«Abbiamo cibo per più di tre giorni ora. Credo otto, se razioniamo.»

Mi dico e mi ripeto per più di un'ora che non toccherò nemmeno un pezzo di quell'orrore.

Poi in me scatta qualcosa. Mi alzo e mi precipito sulla carne profumata, mordendo fino all'osso.

Mi netto il grasso via dal muso, usando dei movimenti rapidi del polso.

Spero di incontrare di nuovo mia madre, un giorno.

 

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Mmmmm.

Ci sono troppi errori tecnici.

La fine delle specie vegetali avrebbe l'effetto di rendere l'aria irrespirabile, anzi peggio. Quindi erano stecchiti.

Mi pare di capire che  non sia stata una cosa improvvisa, quindi questo abbandono è un poco singolare. C'era il tempo per la specie umana tutta di farsi dei tunnel decenti (ne abbiamo ora, figuriamoci per salvarsi la buccia) e organizzarsi.

Per la stessa ragione è strano che siano smarriti, non capisco il presupposto di questo. Poni il tutto in una condizione di abbandono che non sembra credibile date le premesse. I tre si smarriscono in tunnel secondari, forse una vecchia miniera, ma questo è abbastanza strano proprio per la situazione globale (con quel rischio si userebbero cautele apposite: sono due generazioni che questi stanno sottoterra, non un giorno!).

Se leggi "Non ho bocca e devo urlare", di Ellison, i personaggi si trovano in ambiente sotterraneo in condizioni proibitive come quelle che illustri, ma sono gli ultimi 4 esseri umani esistenti, e l'origine del problema implica quella sola soluzione.

Sembrano dettagli capziosi, ma distopie e SF si basano (ahime) sulla plausibilità delle incognite.

La morale e la disgiunzione finale non mi piacciono, ma è perché sono contro i nichilismi in letteratura, troppo sbrigativi e comodi.

Qualcuno più preciso di me ti farà notare piccoli errori di forma.

Mi piace il titolo in stile Doctorow.

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Ciao Gas! Dunque io ho ragionato così: dedali di vie precise e sistemate. I tre cadono in una via secondaria, antica e sono semispacciati. Questo è stato il ragionamento. Per il resto, basta il tuo presupposto sui vegetali a far crollare tutto.

Mi hai smontato pezzo per pezzo. Felice che almeno il titolo ti sia piaciuto :D

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  • 2 settimane dopo ...

Io trovo che l'unico punto debole sia quello dell'isolamento dei tre personaggi dal resto della civiltà umana. L'incubo che dovrebbe spiegare com'è successo non è chiarissimo. Se poi si suppone che ci sia stato il tempo di costruire città ben organizzate diventa più improbabile pensare a gruppi di persone che vagano per questi cunicoli. Se è una vita organizzata avranno un lavoro, una casa ecc. e dei dispersi verrebbero cercati da squadre di soccorso o cose simili.

Il racconto funziona se si presume che il livello di organizzazione sia comunque molto basso. Supponiamo che ci siano state delle guerre per guadagnarsi il diritto di salvarsi sottoterra e queste abbiano di fatto vanificato quasi del tutto gli sforzi fatti per creare una società stabile. In questo caso diventa plausibile che ci siano gruppi umani che sopravvivono come meglio possono.

Il finale a me piace e mi piace molto come la situazione di contrasto fra i personaggi si delinei fin dalle prime frasi e cresca un po' alla volta durante il racconto.

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