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Elyor

Le mini recensioni (ultimo libro letto)

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Io non sono in grado di scrivere recensioni serie; penso che la mia ultima recensione risalga alla medie, quando ero costretta per scuola. Non sono mai convincente, accattivante, e una recensione dovrebbe anche spingere qualcuno a leggere il libro, giusto? 

Propongo un topic allora per quelli come me, un posto dove possiamo lasciare il nostro commento sul libro che abbiamo appena finito di leggere, sul perché lo si consiglia o meno...

 

L'ultimo libro letto è stato "La donna che collezionava farfalle", di Bernie McGill. Ho comprato il libro per la sua storia "oscura": una bambina di quattro anni viene trovata morta in un armadio, la madre viene accusata di omicidio per i suoi modi severi di castigare i figli, ma la matassa viene sciolta da due voci, quella della donna e quella della domestica. Ero un po' dubbiosa all'inizio, ma l'ho rivalutato: è un libro tosto, non crudo ma forte nei sentimenti, in quello che esprime. Un commento di un critico dice che in questa storia i protagonisti continuano a convincersi di essere nella ragione, e sì, quando ho chiuso il libro mi sono trovata d'accordo. Io lo consiglio, e se posso metterci un voto direi che un 8/8,5 su 10 per me se lo merita...

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Mi accodo perché non sono capace di analisi profonde.

L'ultimo libro letto è "Ho paura torero" di Pedro Lemebel. 

Mi ha subito incantato la maniera di raccontare in “Ho paura torero”. C’è una prosa atipica, spiazzante densa di immagini e sensazioni, lieve come un gioco colorato e a tratti  violenta come una frustata. L’autore riesce a colpire profondamente e offrire emozioni vivide grazie all’intreccio tra parti narrate e pensate e al modo inusuale e compatto di riportare i dialoghi.

Più che una storia d’amore, è una storia sul senso da attribuire all’amore. Ha per protagoniste due coppie di personaggi la Fata e il rivoluzionario e più a distanza il dittatore con la consorte logorroica. Le voci narranti però sono tre, perché il rivoluzionario è solo raccontato.

La coppia principale è fatta di due anime passionali che si incrociano  percorrendo assieme un tratto di strada.  Una è la Fata dell’angolo, principale voce narrante, non ha nome: è un omosessuale sul viale del tramonto. Personaggio straordinariamente vivo e indimenticabile, la Fata si ama perché è autentica, non perché sia dolce o fragile, neppure perché è diversa.

È un angelo carnale, vive di ricami e musica romantica, è attraversata da ricordi dolorosi e piccoli sogni. Si esalta cantando canzoni melodrammatiche, crea meraviglie di tessuto le vende per vivere e soprattutto abbellisce di trine e ricami sè stessa e il mondo intero nascondendone le brutture. La Fata è  generosa, lei migliora il mondo con amore. Vive un’eterna consapevole finzione ed è questo che la rende amabile:  lei  bara sapendo di farlo. E’ titanica nella sua lotta per imbrogliare il destino.

Quel  destino che è nell’aria resa sospettosa dai complotti, nella sua vita sbagliata e triste, nel paese oppresso dalla dittatura, nel declino del corpo che invecchia.  I mille  imbrogli che realizza, decorando pulendo, inventandosi una festa o una gita, oppure perdendosi in una canzone evocano una sorta di incantamento.

E tutto è magico perchè vissuto pensando di correre verso l’istante perfetto, quello che sarà immortalato in un ricordo indelebile.

E Carlos l’idealista, tanto più giovane e pieno di misteri è l’unico a divertirsi da spettatore di questa recita.

Si usano, si sfiorano e iniziano a comprendersi ma ognuno perso nella sua passione. La Fata insegue il suo sogno d’amore e l’altro vive per il credo rivoluzionario. L’impossibilità di questo amore è chiara all’inizio.

E’ una cosa bella e inutile come la tovaglia. Tovaglia ricamata da cui inizia la ribellione della fata, che la accompagna muta testimone nella sua giornata magica del picnic, nella festa di compleanno e nel finale che la consapevolezza e la poesia elevano dal melodramma.

Quasi sullo sfondo l’altra coppia col mostro del dittatore cileno esorcizzato e svilito dalla trasformazione in una caricatura inutile e ridicola chiusa in un inferno di paura e chiacchiere inutili.

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On 1/4/2016 at 21:19, Elyor dice:

Non sono mai convincente, accattivante, e una recensione dovrebbe anche spingere qualcuno a leggere il libro, giusto? 

 

Sai invece che con questa tua mini recensione mi hai incuriosita? Lo aggiungo alla lista di libri da leggere. Ottimo lavoro!

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5 minuti fa, Nom de Plume dice:

Sai invece che con questa tua mini recensione mi hai incuriosita? Lo aggiungo alla lista di libri da leggere. Ottimo lavoro!

Oh beh, grazie :D Comunque te lo consiglio, forse ci vuole un attimino per ingranare, ma poi si legge a meraviglia :) 

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L'ultimo libro che ho letto è stato "Il simbolo" di Damiano Leone.

Premetto che ho cominciato la lettura di questo romanzo con delle aspettative molto alte. Dopo aver letto e apprezzato molto Enkidu ed essere stata affascinata da Lo Spettatore, ero molto curiosa di scoprire cosa avesse in serbo l’autore.

È un romanzo storico molto avvincente. Si sviluppa attraverso il racconto della propria vita che Ben Hamir, ormai avanti con gli anni, fa a Fedone, un giovane ateniese in cerca di notizie riguardo a Jeshua e la nascita della nuova “setta” di suoi seguaci. Ben Hamir racconta, sin dalle sue origini, il percorso fatto fino al momento in cui ha incontrato il carismatico personaggio. Esortato da Fedone, continuerà poi il racconto anche per gli avvenimenti successivi per appagare la curiosità sorta nel giovane di fronte a una vita ricchissima di avventure, amori, successi e fallimenti.
Già dal mio primo incontro con un Ben Hamir bambino, non ho potuto che adorarlo. Era ancora piccolo, quando sua madre l’ha iniziato alla prostituzione e ho provato immediatamente molta tenerezza per questo bimbo che ha avuto la sola sfortuna di nascere da una donna avida e senza cuore. Non intendo scendere in ulteriori particolari per non rischiare di svelare troppo. Posso solo dire che il mio affetto per lui è cresciuto costantemente col proseguire nella lettura, per tutto il romanzo mi ha fatta ridere, piangere, gioire, stare in apprensione e tenuta sulle spine in più di un’occasione.
La vita di Ben Hamir è stata molto movimentata e lo ha portato a vivere in diverse città come Gerusalemme, Atene, Roma e in Egitto, luoghi meravigliosamente descritti e resi reali e ben visibili. La descrizione del quadro storico merita una menzione speciale, è fatta in maniera così precisa e ricca di particolari, con tutti gli intrighi e i sotterfugi tipici della vita di corte di tutte le epoche, talmente accurati da sembrare narrati da qualcuno che li ha vissuti dal vivo. È dettagliata in ogni passo, vengono fornite tutte le motivazioni che stanno dietro a ogni fatto che è poi passato alla storia, quella studiata a scuola ma che non mi era mai sembrata così interessante.
Lo stile narrativo mi piace molto, è ricercato, accurato nella scelta dei singoli vocaboli e si addice perfettamente al tipo di romanzo; mostra, senza ostentarla mai, la grande conoscenza dei fatti storici e lascia trasparire il grosso e certosino lavoro di ricerca che c’è dietro la scrittura di un romanzo storico di questo calibro. Da sottolineare la grande capacità di caratterizzare i personaggi, dal più importante a quello più marginale: da ciascuno di quelli presenti si potrebbe trarre spunto per ulteriori romanzi: sì, c’è tanta carne al fuoco.
Sono numerose le parti che mi hanno colpita e che mi sono rimaste dentro, come i suoi incontri con Jeshua, i loro discorsi, il loro trovarsi uniti nonostante le loro visioni della vita così diverse. Mi ha anche molto affascinata la visione dell’amore, in tutte le sue forme, che è presente in tutto il romanzo, che ruota attorno a lotte, intrighi, ripicche, che hanno l’amore come meccanismo di innesco nella maggior parte dei casi, che sia per una donna, un uomo, i figli o la patria.
“All’inizio maschio e femmina sono come due pietre aguzze in un barile che rotola. Cozzando di continuo tra loro si sprigionano scintille, scompiglio e frastuono, come nella passione più accesa: e se prima il tempo non spezza l’una, l’altra o ambedue, lentamente ne limerà le asperità fino a farle scivolare con dolcezza e senza attrito. Allora diventeranno belle, lucenti e lisce fino a emettere un lieve fruscio armonioso. Proprio come accade a qualsiasi amore che duri una vita.”
La tensione rimane molto alta per tutta la durata del romanzo, sono più di seicento pagine che si leggono in maniera vorace per la densità degli avvenimenti che ti portano ad andare avanti perché non puoi fare a meno di scoprire cosa succederà nella pagina successiva. Di materiale ce n’è in abbondanza. Parti dolci, nelle quali si parla di alcuni sentimenti innocenti, profondi e puri come l’amore tra Ganthar e Lin, oppure quello che Ben Hamir ha provato per Miriam, o anche il legame di profonda amicizia e rispetto nei confronti di Nadir che lo ha praticamente cresciuto oltre che istruito. Ci sono anche momenti truci con combattimenti aspri e lotte per la sopravvivenza, con passi veramente crudi e aberranti e c’è, infine, una grossa componente di sensualità, che corre costante per tutto il romanzo e che è spesso la vera protagonista della storia. Un’altra cosa, l’ultima, che vorrei aggiungere riguarda l’importanza delle figure femminili, messe sempre in primo piano dall’autore, per il loro ruolo attivo nelle vicende storiche, ha dato e riconosciuto loro il potere e le armi per forgiare e influenzare le scelte dei potenti, come è plausibile che sia accaduto dalla notte dei tempi fino al giorno d’oggi.
In conclusione, direi che le mie aspettative iniziali non sono state per nulla disattese e non posso che consigliare questo romanzo a chiunque ami leggere, che non si spaventi davanti a tomi di una certa dimensione e che desideri approfondire fatti storici già noti, ma anche a chi semplicemente ami le storie ricche di emozioni e colpi di scena, tutte cose che ne Il simbolo abbondano.

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Ho finito da qualche giorno La gloria di Giuseppe Berto, autore che mi aveva già folgorato con il suo capolavoro Il male oscuro.

La gloria è la riscrittura della storia di Giuda raccontata a posteriori da Giuda stesso. Non ci sono sorprese o variazioni rispetto alle vicende che tutti noi conosciamo: l'originalità di Berto sta nel dare voce a un personaggio profondamente umano, alla sua fede tormentata, al suo profondo amore per il Rabbi (come Gesù viene chiamato) e, uno degli elementi che più mi hanno impressionato, nella spiegazione teorica che l'autore dà della necessità del tradimento.
Super consigliato.

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