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Parcheggiando con Mattia.


Russotto
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È venerdì, sono le sei di pomeriggio. La giornata, almeno la parte lavorativa di essa, è finita. Sono tornato a casa, apro la porta e il silenzio mi avvolge. Ancora poco e questo silenzio svanirà: arriverà mia moglie con i bambini e il consueto rituale del rientro avrà inizio.
Metto a posto la poca spesa che faccio ogni giorno appena uscito dal lavoro: il pane sul tavolo, i biscotti nell’armadio a muro, la verdura nel frigorifero.

Bevo un bicchiere d’acqua e tamburello con le dita sul ripiano della cucina. Staranno arrivando?

Sento sbattere delle porte, mi affaccio al balcone ma non vedo la macchina di mia moglie. Eppure sento le voci, la sua e quella dei piccoli.

Un paio di secondi e il suono del citofono mi fa capire che sono desiderato di sotto. Ho fatto una sola rampa di scale e già li vedo intenti a salire. Mio figlio di cinque anni sale e mi abbraccia mostrandomi qualcosa che ha fatto in un qualche laboratorio dell’asilo. Mia figlia, poco meno di due anni, non è ancora in grado si salire le scale da sola, è ferma sul pianerottolo dell’ingresso e quando mi vede urla “papà” e comincia ad agitare le braccia come fossero ali mentre cammina in tondo a piccoli passi per dare sfogo all’euforia di vedermi.

Una pesante settimana di lavoro è finita ma questa scena che si ripete tutte le sere mi aiuta a scrollarmi di dosso tutto ciò che dall’ufficio, mio malgrado, mi sono portato a casa.

Scendo la seconda rampa, prendo in braccio la piccola e comincio a consumare le sue piccole guance con una serie infinita di baci mentre ascolto le ultime novità da mia moglie.

Rientriamo in casa, mentre io sistemo i bambini mia moglie comincia ad armeggiare con i fornelli e, nel frattempo, ci raccontiamo le rispettive giornate.

Viene fuori che la sua macchina è rimasta parcheggiata fuori dal cortile condominiale perché il telecomando del cancello si è rifiutato di fare il suo dovere. Controllo. Infatti, il cancello non si apre. Cambio le pile al telecomando e mi accingo a scendere per mettere la macchina al suo posto.

“Papà! Dove vai?” mi urla mio figlio.

Rispondo che non vado da nessuna parte, solo parcheggio la macchina di mamma in cortile.
Mio figlio decide di venire con me.

Scendiamo insieme, io, mio figlio e un sacchetto di spazzatura. Ci avviciniamo al cassonetto; con uno sforzo al limite delle sue possibilità mio figlio riesce a farvi balzare dentro il sacchetto. È ora di prendere la macchina e metterla al suo posto.

“Stavolta mi siedo davanti.” sentenzia mio figlio; visto che percorreremo un totale di circa dieci metri, non obietto.

Prendo la chiave della macchina dalla tasca e quando premo il pulsante di apertura delle porte, le luci delle frecce paiono salutarmi. Mio figlio, eccitato oltre misura dall’idea di sedere davanti, corre verso la porta anteriore lato passeggero; quando lo raggiungo è già seduto e sta allungando la mano per tirare a sé la porta. Gli intimo di fare attenzione a non farsi male mentre anche io mi siedo.
Infilo la chiave nel blocco e noto che mio figlio si sta allacciando la cintura. È decisamente superfluo ma l’attenzione e la determinazione che vedo in questo gesto mi fanno pensare che quello che per me è un paio di manovre per lui è molto di più. Un viaggio in macchina assieme a papà. Seduto davanti.
Non posso resistere all’idea di vedere le sue manine piccole e paffute maneggiare la fibbia della cintura di sicurezza. Un’operazione che per me è ormai istintiva per lui sembra un’impresa.
Click.
C’è riuscito.
Ora potrei accendere la macchina e partire ma, se per mio figlio è stato importante allacciarsi la cintura bisogna che lo faccia anche io.
Fatto.
“Sei pronto?” chiedo al piccolo che si guarda attorno come se fosse salito in questa macchina per la prima volta e mi risponde di sì. Bene, si può partire. Avvio il motore.
Il passeggero che porto in auto con me adesso ha diligentemente posto le mani sui lati del sedile e attende di vedere la macchina muoversi. Qualcosa rende questa situazione particolare, in un primo momento non riesco a capirlo ma nemmeno ci provo poi la risposta viene da sé: guardo mio figlio e capisco quanto la sua presenza illumini a giorno l’abitacolo di questa macchina. Nelle sue manine cicce, nelle sue gambine così corte da restare sospese a mezz’aria dal sedile, in quel corpicino piccolo e morbido come un peluche, c’è una vita che freme per essere vissuta. Come un libro appena iniziato del quale non si sa il genere, la trama e nemmeno i personaggi, dove tutto deve essere scoperto. Un libro che ancora si sta scrivendo del quale nulla si sa se non il titolo, ovvero il nome di quell’angioletto che mi siede accanto.
Giro la chiave e l’auto prende vita, il motore pulsa sotto il cofano mentre il cruscotto si illumina.
“Accendi le luci.” mi ordina mio figlio. Obbedisco senza esitare e ingrano la retromarcia.
Mio figlio si concentra sulle immagini trasmesse in diretta sullo schermo del cruscotto dalla retrocamera posta sopra al porta targa. La macchina si muove e le gambine di mio figlio cominciano a dondolare.
Procedo dritto per una cinquantina di centimetri poi inizio a sterzare a destra.
“Quando sarò grande anche io avrò una macchina che si vede quando vai indietro.” sentenzia mio figlio sparando i miei pensieri a ritroso di quarant’anni. Quando anche io ne avevo cinque come lui e, come lui ora, mi immaginavo adulto a guidare una macchina identica a quella di mio padre. E mi ritrovo a sorridere pensando a quanta tecnologia è stata aggiunta alle auto moderne e che nemmeno le più fantasiose previsioni avrebbero potuto immaginare quarant’anni fa.
Intanto il cancello del condominio si è parato dinnanzi a noi; freno e inserisco la prima e mio figlio mi dice che da grande anche lui guiderà una macchina col leone.
Premo il pulsante del telecomando mentre la fantasia del mio compagno di viaggio si è spostata su quella che sarà la sua occupazione.
Il lavoro di un progettista meccanico non è molto affascinante per chi non lo vede in prima persona, me ne rendo conto per via del fatto che mio figlio si ispira, per ciò che vorrà fare da grande, alla famiglia di mia moglie. E così nella sua mente il futuro è popolato da trattori, macchine per l’erba, mietitrebbie e trince.

Mi fermo davanti al cancello e attendo che sia completamente aperto mentre il piccolo osserva la radio incuriosito e nel contempo comincia a raccontarmi la genesi del suo manufatto frutto del laboratorio dell’asilo. Eccitato mi racconta della maestra che gli ha insegnato a dipingere una foglia ingiallita per fare l’inverno. Il suo lessico limitato e la sua pronuncia acerba sono una delizia per le mie orecchie. Resterei ore a sentire i suoi racconti ma il cancello ora si è aperto.

Si riparte. Il racconto di mio figlio procede senza sosta. La sua voce tenue suona come un violino e le sue parole mettono voglia di vivere. Lo guardo mentre pronuncia una serie infinita di parole, alcune gli fanno spuntare le fossette sulle guance. Sono irresistibili. Appena scenderemo darò anche a lui lo stesso trattamento che poco prima ho riservato alla sorellina. Quelle guance saranno mie!

I fari della macchina illuminano il muretto che delimita la proprietà condominiale. Mio figlio alza la testa per vedere come la forma luminosa proiettata sul muro cambia man mano che la macchina avanza.

Mi fermo vicino al muretto e spengo.
“Arrivati.” sentenzio mentre osservo la gioia nel viso di mio figlio che soddisfatto si sgancia la cintura e scende dall’auto.

Scendo anch’io e me lo ritrovo fermo ad aspettarmi, gli passo accanto e sento la sua manina afferrare la mia. La giornata volge al termine. Nel migliore dei modi.

Rientriamo in casa e ho come l’impressione di accorgermi per la prima volta di quanto calore vi sia quando la sera la famiglia vi si riunisce.

Mio figlio si è già lanciato nel racconto dell’avventura che si è appena conclusa, alla fine incassa una lunga sequela di baci da parte della mamma che quando finisce di torturare le sue fossette si volta verso di me e mi da la mia parte.

Spero che le batterie del telecomando si scarichino di nuovo. Presto.

 

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