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Spoiler

Ispirato a un evento drammatico realmente accaduto. La morte di un rider.

Isagani pedalava deciso, era stanco, odiava quel lavoro misero e mal pagato ma doveva farlo, almeno finché non avesse trovato di meglio e ogni volta che lo scoraggiamento si impadroniva di lui pensava a sua moglie e suo figlio che lo attendevano fiduciosi a casa; avevano riposto su di lui tutte le loro speranze e questa consapevolezza lo aiutava a resistere. Pedalata dopo pedalata. Era appena ripartito dopo aver ritirato l’ennesimo pacco da consegnare a qualcuno più fortunato di lui quando sentì il rumore di un motore. Si aspettò di vederla sfilare accanto a sé. Ma non fu così.

Mahalia era seduta sul vecchio e scomodo divano, cercava di allontanare le ansie di una vita difficile leggendo gli annunci di lavoro su un quotidiano locale quando il rumore di passi la distrasse.
Immediatamente l’ansia tornò a invadere il suo animo. Sapeva con quale genere di richiesta Alon si sarebbe presentato e l’idea di dover fronteggiare il suo sguardo dopo l’ennesimo rifiuto la straziava.
«Mamma – disse infine il piccolo accomodandosi sulle gambe della madre con una rivista in mano – mi puoi ritagliare questa macchina? Così ci gioco.»
Mahalia non sapeva se fosse peggio dover dire di no a una richiesta di suo figlio di comprare un giocattolo che non potevano permettersi o vedere suo figlio adattarsi a giocare con un ritaglio di giornale.
Mentre ritagliava la sagoma di una Golf, pensò che dopotutto era meglio così anche se si sentiva un po’ egoista.
«Mamma, dov’è papà?» chiese ancora Alon mentre attendeva con impazienza il suo giocattolo di carta.
«È andato a lavorare.»
«E quando torna?»
«Lo vedrai domani mattina. Adesso vai a giocare che tra un po’ è ora di andare a dormire.»
Alon obbedì e prese a far scorrere la sua macchina sul pavimento imitando il rumore del motore. Mahalia tornò agli annunci di lavoro.
La ricerca non era facile, nella maggior parte dei casi veniva richiesta un’istruzione di livello universitario e lei non aveva che un attestato, paragonabile a un diploma, preso nelle Filippine. Un attestato che in Italia nessuno avrebbe preso in considerazione.
Inizialmente provò a farsi coraggio guardando anche annunci per impiegate ma si scoraggiò quasi subito: quando non si pretendeva una laurea era comunque richiesta l’esperienza.
Alla fine dovette soccombere e cercare annunci per lavori meno stimolanti. Anche se faceva male ammetterlo, per una giovane e inesperta donna filippina non c’erano molte speranze di trovare lavori più edificanti.
Sconsolata lasciò cadere la penna sul tavolo dopo aver cerchiato tre soli annunci. Poi il pianto improvviso di Alon la fece sobbalzare.
«Cosa è successo?» chiese avvicinandosi al bambino che se ne stava seduto per terra.
Alon le mostrò i due pezzi di quello che fino a pochi istanti prima era stato il suo giocattolo.
Mahalia li guardò, erano bagnati. Guardò allora il pavimento e notò che vi era dell’acqua. Sicuramente le era caduta mentre lavava i piatti. Non poté fare a meno di pensare che il destino si era accanito contro suo figlio e aveva deciso che lui non dovesse avere nulla con cui giocare.
Intanto Alon continuava a piangere, Mahalia decise che era ora per lui di andare a dormire e pensò che una macchinina, tutto sommato, non doveva costare molto.
«Ascolta tesoro, senti cosa ti dice mamma.»
Il tono caldo e rassicurante di quelle parole interruppe il pianto del piccolo che subito prese a fissare la mamma con uno sguardo pieno di speranza.
Mahalia si perse in quegli occhioni e quasi fu sollevata quando gli disse che se papà avesse fatto tante consegne quella notte, probabilmente l’indomani avrebbero potuto andare a comprare una macchinina vera. che non si sarebbe strappata se passava su una goccia d’acqua.
Alon si asciugò le lacrime incredulo. Lui la macchinina avrebbe voluto averla subito.
«Adesso a nanna, domani quando ti sveglierai ci sarà papà e andremo tutti assieme a comprare una macchinina.»
Questa frase cambiò l’umore di Alon. La mamma aveva ripetuto che sarebbero andati a comprare la macchina. L’incredulità del bambino lasciò il posto all’eccitazione per la promessa ricevuta.
«Perché non possiamo andare adesso?» chiese mentre camminava vero la cameretta.
«Perché a quest’ora i negozi sono chiusi, tesoro.»
«E allora perché papà va a prendere la roba dai negozi e poi la porta alle persone?»
Mahalia rispose spiegando che il lavoro di papà consisteva nel prendere la pappa dai bar e portarla a casa di persone che al bar non ci potevano andare. E che i bar a quell’ora erano aperti.
«Ma perché le persone non possono andare al bar?»
Mahalia avrebbe voluto dirgli che, in realtà, quelle persone avrebbero potuto benissimo andarci al bar ma che non ne avevano voglia. Tuttavia preferì evitare di spiegare che gli altri potevano permettersi di mangiare il cibo dei ristoranti e per giunta farselo recapitare a casa mentre loro non potevano nemmeno permettersi le merendine. E poi, se non fosse stato per quegli sfaticati, papà non avrebbe nemmeno avuto quel lavoro. Umile, rischioso e degradante. Ma pur sempre un lavoro che permetteva loro di mangiare.
«Perché non possono. Perché non hanno la macchina.» disse infine per soddisfare la curiosità di suo figlio.
«E papà ce l’ha?»
«No, ma ha una bici.»
Alon era ormai eccitato all’idea di comprare una macchinina vera. Non vedeva l’ora che fosse domani per poter andare a comprarla.
Mahalia convinse il piccolo ad addormentarsi. Vederlo così carico di aspettativa per così poco fu un toccasana per il suo umore. Era un bambino tenero e per nulla viziato. Di fatto non avrebbe potuto esserlo, e Mahalia se ne rendeva perfettamente conto. Non riusciva a pensare ad altro che al fatto che il suo piccolo angioletto di quattro anni era troppo piccolo per comprendere certe dinamiche che portavano alcuni bambini a possedere tanti giocattoli e altri a non averne nemmeno uno.
Andò in cucina e riprese il giornale. Pensò che piuttosto non avrebbe mangiato ma suo figlio avrebbe avuto una macchinina. Si sentì anche lei eccitata all’idea di vederlo felice. Anche lei non vedeva l’ora di rivedere papà.
Erano quasi le undici di sera quando sentì bussare alla porta.
«Avrà dimenticato le chiavi, che sbadato.» pensò mentre andava ad aprire la porta.
Quasi urlò nel vedere due uomini in divisa con il cappello in mano.

Alon si svegliò di soprassalto, stava facendo uno di quei sogni in cui si ha l’impressione di cadere. Ma subito si ricordò della promessa che la mamma gli aveva fatto la sera prima. Corse in cucina e vide la madre china sul tavolo. Eccitato corse verso di lei.
«Mamma è domani? Dov’è papà? Dobbiamo andare a comprare la macchinina.»
Mahalia si voltò verso Alon cercando un coraggio che non aveva per sostenere quello sguardo innocente e pieno di vita. Non ci riuscì, poté solo abbracciarlo, stringerlo a sé.
«Mamma, perché stai piangendo?»

 

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Rinnovo il mio giudizio sulla tua scrittura piacevole, scorrevole e molto vera. E anche sul tuo focalizzarti sui personaggi con molta partecipazione emotiva.
Mi piace il dialogo con il bambino, la caratterizzazione della donna... e mi sembra tutto molto equilibrato e plausibilissimo.
Toglierei un po' la riflessione (retorica) sul fatto che "quella gente poteva permettersi di farsi arrivare le cose a casa" e invece loro non potevano avere le merendine. L'idea della macchinina di giornale dice tutto e così la riflessione di lei a proposito delle sue modeste opzioni lavorative.

Il particolare del "cappello in mano" è anche superfluo. Le divise fanno già capire tutto (sebbene sia un gioco a carte scoperte dall'inizio, vista la frase con cui concludi il primo paragrafo.
Comunque... trovo un po' improbabile che la donna non abbia cercato di raggiungerlo con il telefono. Poveri sì. Ma per lavorare come rider DEVI avere un telefono quindi, almeno vedendolo ritardare, avrebbe dovuto provare a contattarlo.
La fine mi sembra un po' affrettata, la allungherei un po'.

Continuo a sostenere che quando parti da una base reale, per la quale hai un "attaccamento emotivo" dai il tuo meglio. La tua è una scrittura che si sostiene più di verità che di invenzione. Anche se l'invenzione serve eccome, ma nel tuo caso... per tappare i buchi e creare ponti tra fatti reali e non reali.
Se trovi un soggetto da voler bene, anche da amare, penso che potresti pure pensare di affrontare un romanzo.

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Ciao carissimo, grazie per il tuo commento. Mi fa piacere quello che dici sul mio modo di scrivere,grazie anche per quello.

In effetti non ho voluto tenere del tutto nascosto ciò che succede a Isagani quindi il dettaglio del cappello in mano, come dici tu potrei eliminarlo. O quantomeno non giocare a carte scoperte all'inizio. Ci rifletterò sopra.

Per quel che riguarda il ritardo, invece, non ne faccio cenno. Parlo solo dell'eccitazione di Mahalia per la gioia del bimbo, eccitazione che spinge la mamma ad attendere in maniera frenetica il ritorno del marito. Forse potrei cambiare l'orario, in effetti è un po' improbabile che alle undici di sera un rider sia ancora in giro. Una volta ne ho visto un gruppo ma non ricordo che ora fosse.

Il finale in realtà è tronco. Non so se rendo l'idea. Ho voluto creare la situazione e mostrarla ai lettori senza aggiungere nulla. È una scelta un po' sadica ma trovo che sia più d'effetto. A titolo di esempio ti racconto il finale di un audiovisivo che creai qualche... una ventina di anni fa: il protagonista racconta la storia con una voce fuori campo e io ho troncato l'ultima frase un attimo prima della parola "morto". In pratica le immagini e l'audio si bloccano all'improvviso e resta lo schermo nero. L'effetto in quel caso era stato apprezzato.

Concludo con la tua considerazione sul romanzo: ci ho già provato, ora vorrei scrivere il secondo ma come dico spesso faccio fatica a trovare il tempo.

  • Grazie 1
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Mi è piaciuto, questo racconto, @Russotto, e si vede che dentro ci hai messo un pezzo della tua anima. In effetti quasi mi sorprende che mi sia piaciuto, per una vita ho preferito le storie dei ribelli a quelle dei vinti. Ma forse bisogna ormai raccontare del lavoro degli invisibili, della gente che soffre, di quella miseria che costituisce le fondamenta della società dei consumi. 
La prosa è scorrevole, piacevole e corretta. Solo una piccola osservazione formale

4 ore fa, Russotto ha scritto:

avevano riposto su di lui tutte le loro speranze

è inutile, lo taglierei.
Una cosa che potresti approfondire, non necessariamente qui, è il valore del giocattolo costruito e non comprato, il valore che aggiunge per la fantasia che richiede. L'altro aspetto positivo è la collaborazione tra adulto e bambino che insieme costruiscono il giocattolo. In effetti quest'ultima considerazione c'entra poco col tuo racconto, ma m'è venuta in mente e l'ho scritta.

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Ciao Russ, 

Ora sono nel posto giusto.

Che dirti... ora sono triste.  Quindi complimenti, vuol dire che mi hai trasmesso qualcosa. Per me è struggente l'immagine della mamma e del bambino, che aspetta sia domani per poter vedere il papà e prendere quella macchinina, dunque, nonostante sia un contesto triste e terribile,  rendono bene la tragicità della questione.

Inoltre, molto scorrevole e piacevole alla lettura.

Bye

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Ciao @Russotto, ti faccio i complimenti, mi è molto piaciuto, è naturale, si legge molto bene, i dialoghi sono perfetti a mio modo di vedere. Non so se ci sia qualche parola di troppo, ma se c'è non è così grave.

Non sono affatto d'accordo sul cappello. Serve eccome quando inizia il nuovo periodo e si vedono i due militari con quello in mano, da lì si capisce tutto il cordoglio. A volte una parola elimina tante frasi. Il finale è breve, è vero, fa restare un po' male, sì, ma solo perchè è brusco, come certi risvegli e certe brutte notizie di cronaca. Quindi ci sta tutto, anche quello. Va bene così. Punto. :icon_cool:

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