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Criteri di valutazione e suddivisione delle case editrici


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1 minuto fa, Wanderer ha scritto:

Se un'opera ha dei sostanziali problemi di struttura, secondo me, nasce male, e non può comunque crescere troppo bene.

Non sono affatto d'accordo. Ti puoi rendere conto che una parte di quello che hai scritto è troppo breve (o troppo lunga) che nella vicenda vi è un punto oscuro (e se l'hai pensata tu, non puoi vederlo) o che un certo tipo di situazione non regge e va quindi riconsiderata. Persino nella caratterizzazione del personaggio puoi avere delle sviste o delle difficoltà. E puoi averle senza essere un brocco.

Quanto al resto... Io ho due lauree magistrali e spero (presto) un master (anche se sono tentato dalla scuola di specializzazione) e nonostante questo, onestamente, ho meno pretese di te e riconosco tranquillamente che un lettore professionista può essere in grado di fare cose che io non posso fare perché ho un'altra formazione. Un editor è una persona che maneggia le strutture narrative dall'esterno (non quindi come fa uno scrittore) con la mia disinvoltura per altro. Ho studiato editing (due corsi in due casi editrici) ma non sono un editor. Sostengo però che sia un lavoro affascinante, per persone sensibili, e volto a migliorare dei testi già belli. Se si pensa di fare la plastica alle ciofeche è altro.
E in tal caso i professionisti non sono quelli che intendo io ma quelli di cui parli tu, per cui ci vogliono le virgolette (e non sono editor).

Comunque torniamo in tema, siamo OT (lo ripeto). Se la cosa ti appassiona, possiamo aprire una discussione parallela.

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Su questo posso rispondere da un punto di vista professionale, e vale la stessa cosa per le impaginazioni. La copertina o l'impaginazione può piacere o non piacere: dato soggettivo non quantifica

Come sapete, abbiamo annunciato di voler cambiare il metodo di valutazione e di suddivisione delle liste delle case editrici; per molti anni, dal 2008, ci siamo basati unicamente su un criterio: l'edi

Proposta per i criteri. Nella sezione "anticipo" e "rendiconti" si potrebbe in qualche modo specificare anche quando vengono effettuati i pagamenti e quanto spesso. Per capirci con un esempio:

1 ora fa, Mattia Alari ha scritto:

Comunque torniamo in tema, siamo OT (lo ripeto). Se la cosa ti appassiona, possiamo aprire una discussione parallela.

Siamo in OT da tempo, ma per essere in OT bisogna essere almeno in due. La discussione la possiamo aprire, ma ovviamente non dobbiamo per forza essere d'accordo su tutto. Resto convinto che l'autore debba essere il migliore editor e lettore di sé stesso, non perché non debba essere umile, ma perché la scrittura è un'attività solitaria, molto prima che un gioco di squadra. Questo lo penso anche perché i miei modelli ideali di scrittori sono soprattutto poeti e filosofi di tutti i tempi, non romanzieri dell'altroieri, e di certo nel corso dei secoli poeti e filosofi non si sono avvalsi di editor o di beta-reader. Quello che vale per lo scrittore del 2021 dovrebbe valere per lo scrittore di ogni epoca, dato che l'autentica arte letteraria è qualcosa che trascende la corrente del tempo.

Modificato da Wanderer
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Adesso, Wanderer ha scritto:

Quello che vale per lo scrittore del 2021 dovrebbe valere per lo scrittore di ogni epoca, dato che l'autentica arte letteraria è qualcosa che trascende il tempo.

In realtà ciò che vale per un pittore del Seicento non vale assolutamente per un pittore di oggi e puoi anche fare il seicentista nostalgico, ma sei fuori dal mondo e nonostante un certo numero di pseudo intenditori che lodarenno la tua tecnica e un pubblico mediocre che ti ammirerà perché "già visto"... resterai sempre un imitatore di altro.
Lo stesso vale per un uno scrittore. La lingua è cambiata anche solo rispetto a cinquant'anni fa. Va considerato. Sono anche cambiati i ritmi narrativi ed è un altro dato di fatto.
Se uno scrittore non è del suo tempo, non può neanche scriverne.

La storia poi giudica in termini di valore assoluto, ma un'opera deve prima di tutto appartenere al suo tempo e poi superarlo se è davvero... "speciale". Ma è qualcosa che viene dopo. Molto dopo.
 

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56 minuti fa, Wanderer ha scritto:

 Quello che vale per lo scrittore del 2021 dovrebbe valere per lo scrittore di ogni epoca, dato che l'autentica arte letteraria è qualcosa che trascende la corrente del tempo.

Questo l'ho sempre pensato anche io. Come sono nati tutti i grandi libri del passato, quelli che ancora si leggono, da Cicerone in su tanto per dire, non avrebbero potuto visto che mancavano editor, agenzie e fiere del libro.. e invece. Miracolo. L'Uomo è sempre lo stesso. Tanti miracoli della tecnica ma il rapporto col sublime sembra seguire le stesse antiche procedure.

49 minuti fa, Mattia Alari ha scritto:

In realtà ciò che vale per un pittore del Seicento non vale assolutamente per un pittore di oggi e puoi anche fare il seicentista nostalgico, ma sei fuori dal mondo e nonostante un certo numero di pseudo intenditori che lodarenno la tua tecnica e un pubblico mediocre che ti ammirerà perché "già visto"... resterai sempre un imitatore di altro.
Lo stesso vale per un uno scrittore. La lingua è cambiata anche solo rispetto a cinquant'anni fa. Va considerato. Sono anche cambiati i ritmi narrativi ed è un altro dato di fatto.

 

 

Questo non ha niente a che vedere con quanto diceva @Wanderer.  Tu Mattia confondi la qualità con lo stile. Si può avere ogni tipo di stile, ma @Wanderer parla di qualità, intensità di scrittura, di una rifinitura dello stile che se data dall'autore stesso crea un tipo particolare di opera. Un vero libro, aggiungerei. Uno che è sgorgato direttamente dalla sorgente.

Ogni epoca ha un suo stile, ma il modo di tirarlo fuori, è lo stesso. O per lo meno dovrebbe. Tranne che nella nostra, ultimamente ancora più falsata, per cui per un autore A che tira fuori la propria opera come in passato, mettendola in grado di essere pubblicata con una certa fatica, ci sono sono almeno mille persone che scrivono tanto per fare e quello non sarebbe niente, da qualche parte si deve cominciare. Ma in attesa di raggiungere A tutti questi scriventi inviano comunque tutto per la pubblicazione, e così, quanti manoscritti in lettura, quanti libri doppioni pubblicati per tenere in piedi le CE con i fidi bancari, quante case stamperine?

Il problema è che c'è tutto un sistema ormai che vive su quell'eccedenza di mille persone che si esprimono non tanto scrivendo, ma volendo pubblicare prematuramente , e da lì ecco tutti gli assistenti al parto. È anche un altro modo di chiamare la modernità, una sala parto affollata di gente, in totale spregio della privacy di atti teoricamente creativi.
 

 

Modificato da Sunday Times
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10 ore fa, Sunday Times ha scritto:

Questo non ha niente a che vedere con quanto diceva @Wanderer.  Tu Mattia confondi la qualità con lo stile. Si può avere ogni tipo di stile, ma @Wanderer parla di qualità, intensità di scrittura, di una rifinitura dello stile che se data dall'autore stesso crea un tipo particolare di opera. Un vero libro, aggiungerei. Uno che è sgorgato direttamente dalla sorgente.

Questo ha tutto a che fare con quello che diceva Wanderer se mi cita Manzoni, che ha pure avuto come editor il suo consigliere spirituale che gli ha censurato mezzo romanzo! E comunque, giusto per farlo presente, mi sottovaluti in modo imbarazzante se pensi che io abbia bisogno di una lezione sulla differenza tra stile e qualità.
Il mio non è un appunto di stile, si parla DI TEMPO, e visto il tuo intervento è evidente il fatto che non hai interpretato bene il concetto che sostiene la mia affermazione: se SEI FUORI DAL TUO TEMPO NON PUOI PARLARNE. E nessun artista dovrebbe essere fuori dal suo tempo.
Gli "anacronismi volontari" esistono ma... beh, mi sono già espresso in proposito.
Una volta si pubblicavano le cose con refusi e strafalcioni che venivano corretti solo nelle edizioni seguenti. Una volta tutto era diverso, anche LO SCRITTORE in quanto tale.
E dove avrei messo in dubbio il fatto che il primo "editor" della sua opera è l'autore? L'ho detto post fa, quando Wanderer è andato OT e io l'ho seguito. Trovo superficiale fare di tutte le erbe un fascio e penso che negare una professionalità o addirittura confonderla con altro... non sia rispettoso. Possibilmente (entrambi) non avete molta idea dell'editing, visto che riducete tutto a luoghi comuni e frasi un po' fatte.
E giusto per farlo presente: il mio non è un discorso PRO BROCCHI.
Vedo però molta arroganza autoriale che grazie al cielo non mi appartiene e non mi apparterrà MAI.
Per chiarire ulteriormente e poi non risponderò più OT: Non puoi più scrivere un romanzo come si scriveva cento anni fa. Non puoi usare neanche la lingua di cinquant'anni fa o anche solo trenta (e la lingua non è stile, la lingua è una questione tragicamente qualitativa, soprattutto di questi tempi).
Non puoi fare tutto da solo. Se un autore ha questa pretesa, c'è il self. Se invece vuole pubblicare, oggi si gioca a queste regole e non fanno tutte schifo.
Piuttosto che concentrarsi su quanto deprimente sia "l'assistenza al parto", io mi concentrerei di più su quelle scuole che promettono di rendere fertili tutti e di insegnare qualcosa che non può essere insegnata e di cui negano l'esistenza: IL TALENTO. Che porta l'ispirazione. Ecco... la guerra va fatta contro questi arroganti che vendono corsi di scrittura a tutti, senza scrematura, perché "tutti possono scrivere" (o essere artisti, perché è uguale anche in altri campi creativi) e non demonizzerei cose come l'editing.
Che non è ghostwriting e LO SO BENE.
L'editing è un aiuto tecnico. E per riprendere le tue parole... prendilo come un cesareo, in alcuni casi. Oppure come l'episiotomia, nella maggioranza. In alcuni casi è solo l'epidurale.
E parliamoci chiaramente: una cosa è la MADRE una cosa è il medico che l'aiuta. Non partorisce l*i al suo posto né c'entra nulla con il bambino ma magari evita che muoiano entrambi.

Ho un'opinione diversa dalla vostra e non vuol dire affatto che io "non abbia capito" che intendeva Wanderer.

Modificato da Mattia Alari
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14 ore fa, Mattia Alari ha scritto:

In realtà ciò che vale per un pittore del Seicento non vale assolutamente per un pittore di oggi e puoi anche fare il seicentista nostalgico, ma sei fuori dal mondo e nonostante un certo numero di pseudo intenditori che lodarenno la tua tecnica e un pubblico mediocre che ti ammirerà perché "già visto"... resterai sempre un imitatore di altro.
Lo stesso vale per un uno scrittore. La lingua è cambiata anche solo rispetto a cinquant'anni fa. Va considerato. Sono anche cambiati i ritmi narrativi ed è un altro dato di fatto.
Se uno scrittore non è del suo tempo, non può neanche scriverne.
 

Perdonami, ma stai confondendo cose diverse. In primo luogo, io non parlavo di tecniche artistiche né di tecniche letterarie bensì di condizioni fondamentali - psicologiche, meta-storiche - in cui risiede la vocazione e il talento verso la scrittura. In secondo luogo, la letteratura - non essendo nella sua essenza soggetta a degradazione materica - è molto più in grado di trascendere il tempo rispetto alle arti visive. Ad esempio, i pensieri di Marco Aurelio sono sempre attuali, e qualcuno oggi potrebbe concepire ex novo gli stessi identici pensieri senza risultare affatto "obsoleto". Lo stesso non si può dire per l'arte medievale, che è confinata in un periodo preciso, in alcune tecniche precise, e non si può dire nemmeno per l'arte dell'altroieri, che si tratti degli impressionisti o di Picasso. Non sono comunque d'accordo nel merito di ciò che sostieni. L'ossessione per il modernismo, tipica del Novecento e delle avanguardie, è soltanto una moda moderna, per l'appunto (e ormai in gran parte essa stessa obsoleta). Per secoli, l'artista non ha mai avuto alcuna preoccupazione di dover essere "moderno" né "contemporaneo". Al contrario, era preoccupato di non essere all'altezza dei suoi predecessori, e ne voleva ricalcare le orme. Basti pensare a come gli artisti rinascimentali si ispirassero all'arte classica, e aspirassero - per l'appunto - alla rinascenza di un'epoca passata, voltando le spalle all'arte "contemporanea" dei loro tempi (che era l'arte post-classica, l'arte cristiana). 

Per come la vedo, lo scrittore - e in particolare il poeta e il filosofo - non deve affatto aspirare ad essere "del suo tempo". Come uomo, non potrebbe in ogni caso non esserlo, dato che vive in quel tempo. Come scrittore, dovrebbe aspirare ad essere fuori dal tempo, a rivolgersi a tutte le epoche, esprimendo mediante la lingua dei suoi contemporanei le costanti archetipiche dell'essere umano. 

Infine, per me non ha senso prendere come parametro della letteratura universale il romanzo. Il romanzo moderno è cosa dei primi dell'800, dell'altroieri, e in molti casi la forma-romanzo è destinata ad essere effimera molto più di altre forme letterarie. Oggi, dopo appena 200 anni, non leggiamo nemmeno più i grandi capolavori, quelli che ancora avevano una vocazione universale e meta-temporale (per dire, quanti leggono Wilhelm Meister di Goethe? Risulta molto più attuale il Faust, che non è un romanzo). Figuriamoci quanti mediocri romanzi scritti nel 2021, pieni di googlate, youtubate e paraculate varie, saranno letti nei secoli venturi. Mi viene da ridere solo a pensarci... Una semplice fiaba infantile, che proviene dalla notte dei tempi ed è stata affidata per millenni all'oralità, ha infinite più capacità di resistere al tempo che l'intera produzione stampata in milioni di copie di qualche romanziere di grido della nostra epoca, di cui nessuno parlerà più, da qui a cinquant'anni, per voler essere generoso.  

Modificato da Wanderer
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Non sto confondendo assolutamente niente è il mio punto di vista da pittore contemporaneo e storico dell'Arte che guarda al suo tempo sperando che quest'adorazione ottusa per i modelli del passato e i classici finisca una volta per tutte, perché si accompagna a un disturbante "nostalgicismo" con pretese di superiorità culturale spesso accompagnate da uno strascico di lagna per il bel tempo che fu.
E La penso in modo diametralmente opposto rispetto a te.
Ogni cosa ha il suo tempo. Deve essere risultato del suo tempo e poi... superarlo. Se ha qualcosa di speciale. 
Pochi leggono i classici? Molti classici sono una barba, sono invecchiati male; e pochi hanno il coraggio di dirlo. Non si possono toccare, non se ne può parlare: vanno adorati. Basta, sul serio.
La narrazione sta cambiando, diventando più variegata e inclusiva verso altre forme differenti dalle tradizionali. E' una bella cosa, non è l'inizio del disastro. Il problema è altro: tutti si credono artisti. Bisogna parlare di talento, avere il coraggio di dire che non si può farselo venire!
Questa è la balla. Questo è ciò che causa la slavina di spazzatura da cui siamo sommersi.
Per qualcuno la pittura informale è decadente rispetto alla figurativa. Per me invece un quadro "interiore" è anni luce più emozionante di altro e i classici, anche in tal senso, mi hanno davvero stufato.
La narrazione, di qualunque tipo sia, per essere comprensibile dall'essere umano, si rifarà sempre a certi archetipi universali. Tuttavia si adeguerà al suo tempo non solo nella forma ma anche aggiornando l'archetipo stesso.
Non è più il tempo (grazie al cielo) di santi e madonne o di eroi classici.
Vederli in quadri contemporanei "alla classica maniera" suscita la mia ilarità. Non quando vedo qualcosa di nuovo.
Un artista non quello che sa disegnare meravigliosamente una mano MA altro e ormai da molto tempo. Alcuni lo accettano, altri no. Così vale per la scrittura e per quello che si produce e legge oggi.
Non si parlava di spazzatura, ma di altro: di contemporaneità che può essere di qualità. Certo non per chi usa metri classici, ovvio.

Tu probabilmente hai solo un punto di vista differente dal mio ma non è più valido è solo un punto di vista e molto ingenuo su molte cose, a mio parere. Lo dico da "romantico perenne" (giusto per non far venire il dubbio che io sia un "anacronista volontario").

Basta OT, torniamo alla faccenda delle case editrici.

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Quando partirà questa bellissima iniziativa? Si possono già aggiungere delle case editrici seguendo questo criterio? Le schede delle CE già aperte verranno aggiornate?
:flower:

 

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Mi piace. Sono appena arrivata e trovo che questa iniziativa sia davvero lodevole e che, potenzialmente, permetta a chi cerca pareri su una casa editrice di farsi un'idea ragionata. Non solo: definire qui, in questo forum, certi parametri per la valutazione aiuta anche l'esordiente a rendersi conto di cosa guardare in una casa editrice. Il che, ve lo assicuro, non è per niente facile da capire se si muovono i primi passi nell'ambiente davvero da solo e nella condizione di totale "signor Nessuno".

Qualcuno (@Mattia Alari, ma potrei sbagliarmi - ho letto la discussione a pezzi e in momenti diversi) aveva proposto di sincerarsi anche se l'editore accetta o meno invii spontanei, se li considera davvero, e se pubblica "veri" esordienti: ecco, mi trova d'accordo, perché io stessa ho constatato che la chiarezza a questo proposito tende a sfumare e a mascherarsi. Cosa che, per definizione, non dovrebbe fare. Diciamo che l'argomento è più spinoso e sfaccettato di quanto sembri, almeno quanto è fondamentale.

Venendo all'opportunità, per l'editore, di ricevere recensioni, ebbene... Mi spiace che qui si siano manifestate delle perplessità. Legittime!, certo, ma mi sono sembrate un po' prevenute. O troppo... preventive.
Insomma, la casa editrice è a tutti gli effetti un'impresa commerciale che offre un prodotto e un servizio. Aprirsi alla valutazione di chi quel prodotto lo compra (il lettore che acquista il libro), di chi paga per un servizio (l'autore, se è una c. e. a pagamento, e anche se non lo è, visto che la c. e. guadagna dalla vendite dei libri), e di chi si affida all'editore per essere valutato - si spera equamente - e, magari, pubblicato, significa soltanto concorrere alla pari, contando sulle due cose che danno senso al proprio lavoro: il valore che ne traspare e la reputazione. Due aspetti che ripagheranno sempre.

Non so se ci si rende conto, inoltre, di quante case editrici esistono: si fa sempre riferimento a un surplus di aspiranti autori, come fosse una piaga (forse lo è), ma anche da questa parte vi assicuro che ritrovarsi a dover accumulare nomi su nomi di editori da vagliare e seguire (sperando che, nel frattempo, non chiudano agli invii spontanei), non è un affare da poco. Serve una bussola.
Poi, con una punta di scherzoso sadismo, farei anche notare che, in tanto valutare manoscritti e autori... Che male c'è ad essere dall'altra parte, a esporsi al rischio (calcolato, e non mortale) di un giudizio, per di più in un ambiente controllato quale è questo forum?
Se se la cavano i ristoranti nel marasma di TripAdvisor, figurarsi...!
E perché dovrebbero arrivare in massa gli haters, scusate?
Perché non essere più ragionevolmente inclini ad aspettarsi, se non a desiderare, anche critiche costruttive, oltre che complimenti?

Da aspirante autore (anche da lettore), sarei proprio contenta di vedere emergere piccoli, medi e grandi editori come realtà "di qualità".

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34 minuti fa, Sofia C. ha scritto:

Qualcuno (@Mattia Alari, ma potrei sbagliarmi - ho letto la discussione a pezzi e in momenti diversi) aveva proposto di sincerarsi anche se l'editore accetta o meno invii spontanei, se li considera davvero, e se pubblica "veri" esordienti: ecco, mi trova d'accordo, perché io stessa ho constatato che la chiarezza a questo proposito tende a sfumare e a mascherarsi. Cosa che, per definizione, non dovrebbe fare. Diciamo che l'argomento è più spinoso e sfaccettato di quanto sembri, almeno quanto è fondamentale.

Sì, Sofia... L'ho già detto due volte e secondo me è una cosa fondamentale da chiarire. E dalle tue parole deduco che l'ambiguità che percepisco al proposito non è solo una mia impressione.

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21 ore fa, Mattia Alari ha scritto:

Non sto confondendo assolutamente niente è il mio punto di vista da pittore contemporaneo e storico dell'Arte che guarda al suo tempo sperando che quest'adorazione ottusa per i modelli del passato e i classici finisca una volta per tutte, perché si accompagna a un disturbante "nostalgicismo" con pretese di superiorità culturale spesso accompagnate da uno strascico di lagna per il bel tempo che fu.
E La penso in modo diametralmente opposto rispetto a te.
Ogni cosa ha il suo tempo. Deve essere risultato del suo tempo e poi... superarlo. Se ha qualcosa di speciale. 
Pochi leggono i classici? Molti classici sono una barba, sono invecchiati male; e pochi hanno il coraggio di dirlo. Non si possono toccare, non se ne può parlare: vanno adorati. Basta, sul serio.
La narrazione sta cambiando, diventando più variegata e inclusiva verso altre forme differenti dalle tradizionali. E' una bella cosa, non è l'inizio del disastro. Il problema è altro: tutti si credono artisti. Bisogna parlare di talento, avere il coraggio di dire che non si può farselo venire!
Questa è la balla. Questo è ciò che causa la slavina di spazzatura da cui siamo sommersi.
Per qualcuno la pittura informale è decadente rispetto alla figurativa. Per me invece un quadro "interiore" è anni luce più emozionante di altro e i classici, anche in tal senso, mi hanno davvero stufato.
La narrazione, di qualunque tipo sia, per essere comprensibile dall'essere umano, si rifarà sempre a certi archetipi universali. Tuttavia si adeguerà al suo tempo non solo nella forma ma anche aggiornando l'archetipo stesso.
Non è più il tempo (grazie al cielo) di santi e madonne o di eroi classici.
Vederli in quadri contemporanei "alla classica maniera" suscita la mia ilarità. Non quando vedo qualcosa di nuovo.
Un artista non quello che sa disegnare meravigliosamente una mano MA altro e ormai da molto tempo. Alcuni lo accettano, altri no. Così vale per la scrittura e per quello che si produce e legge oggi.
Non si parlava di spazzatura, ma di altro: di contemporaneità che può essere di qualità. Certo non per chi usa metri classici, ovvio.

Tu probabilmente hai solo un punto di vista differente dal mio ma non è più valido è solo un punto di vista e molto ingenuo su molte cose, a mio parere. Lo dico da "romantico perenne" (giusto per non far venire il dubbio che io sia un "anacronista volontario").

Basta OT, torniamo alla faccenda delle case editrici.

Premetto che anche io sono storico dell'arte. 

Sì, la pensiamo in modo opposto. 

Io spero che finisca una volta per tutte questa moda parossistica per il modernismo a tutti i costi, per lo pseudo-avanguardismo fuori tempo massimo, per l'estetica del brutto e del patologico, il cui risultato è di aver fatto regredire alcuni generi letterari, come la poesia, che non hanno più nemmeno un pubblico di lettori. Dal mio personalissimo punto di vista, questa mania "progressista" (in arte ma non solo) appartiene a una fase storica neo-medievale, e non riesco a vedere nulla di positivo in tutto ciò.  

Per il resto, nella mia prospettiva, non si tratta di imitare i classici, bensì di avere una prospettiva il più possibile universale, meta-temporale, inattuale, proprio quella che chiami del "romantico perenne". Il grande scrittore è quello che rimane sempre attuale perché è inattuale; è quello che parla a tutte le epoche - come Hesse, come Nietzsche, come Whitman, come Thoreau - non quello che parla alla propria. Usa la lingua della propria epoca, sì, ma lo fa per spingersi oltre, e quindi "depura" questa lingua da tutto ciò che è contingente. Ed è per questo che, spesso, non viene capito dai propri contemporanei, e viene scoperto soltanto dai posteri. 

Chiudo OT.

14 ore fa, Sofia C. ha scritto:

Non so se ci si rende conto, inoltre, di quante case editrici esistono: si fa sempre riferimento a un surplus di aspiranti autori, come fosse una piaga (forse lo è), ma anche da questa parte vi assicuro che ritrovarsi a dover accumulare nomi su nomi di editori da vagliare e seguire (sperando che, nel frattempo, non chiudano agli invii spontanei), non è un affare da poco. Serve una bussola.

Effettivamente, in Italia ci sono oltre 4000 case editrici, ma sarebbe impossibile passarle tutte in rassegna (nemmeno Writer's Dream è andato minimamente vicino a ottenere una mappa completa). Le case editrici non a pagamento, e comunque degne di attenzione, non saranno più del 5% di quella cifra, ed è su queste che si dovrebbe concentrare il forum. 

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Proposta per i criteri.

Nella sezione "anticipo" e "rendiconti" si potrebbe in qualche modo specificare anche quando vengono effettuati i pagamenti e quanto spesso.
Per capirci con un esempio:
- la casa A fa i rendiconti per l'anno precedente a giugno e paga a quattro mesi. Un autore pubblicato nel gennaio 2021 vedrebbe quindi i primi soldi nell'ottobre 2022.
- la casa B fa due rendiconti l'anno (marzo e settembre) con pagamento in 30 gg. Lo stesso autore pubblicato nel gennaio 2021 vede i primi soldi già a ottobre, con un anno d'anticipo sull'altra. Quando la casa A paga per la prima volta, l'autore della casa B ha già ricevuto tre pagamenti.

Il breve tempo intercorso tra pubblicazione e primo pagamento (es: B) riduce in parte l'importanza dell'anticipo, e andrebbe segnalato. O, in altre parole, è più "grave" se la casa A non versa anticipo, rispetto alla casa B.

Nota: non ho fatto nomi ma gli esempi fatti sono reali.

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@Francesco Grandis

Questione di non poco conto, di cui si parla troppo poco. 

L'autore medio è così disabituato all'idea di guadagnare dalla scrittura da ritenere il fatto di essere pubblicato "gratis" già sufficiente, e da non doversi preoccupare troppo di tutto il resto. Resto che invece rappresenta la differenza sostanziale tra editore ed editore. 

Modificato da Wanderer
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